di Giorgia Brambilla

 

Sui gruppi whattsapp delle mamme, sta girando in questi giorni un’iniziativa per «lanciare un’onda di positività» per rassicurare i bambini in questa «situazione grigia». In pratica, ogni famiglia dovrebbe disegnare un arcobaleno su un lenzuolo, con la scritta «Tutto andrà bene», per poi appenderlo fuori dalle finestre.

È attraverso una visione così orizzontale che possiamo aiutare i bambini (e noi stessi) ad affrontare questo momento così drammatico? Pensiamo davvero che i soli valori umanitari possano dissetare l’inevitabile affanno del momento?

La deriva razionalista, che elimina la fede dal pensiero e dalla vita dell’uomo, considerandola superstiziosa o inutile, chiude il Cielo a chi non crede e spesso indebolisce anche la riflessione dei fedeli. Siamo in tempo di Quaresima, stiamo salendo il Calvario, la Croce si avvicina. Rifugiarsi in slogan umanitari è come distogliere “lo sguardo da Colui che hanno trafitto” (Gv 19,37), è misconoscere la divinità del Signore e la sua Provvidenza. Senza fede, infatti, la ragione non è in grado di penetrare la realtà e di coglierne il senso.

Questa epidemia, come sempre la sofferenza, porta con sé una domanda di senso sulla propria vita, che può persino tramutarsi nella più terribile provocazione verso Dio: «Se sei Dio, scendi dalla croce» (Mt 27,40). Fulton Sheen, nel testo “Sette parole alla Croce”, dice che questo atteggiamento è proprio quello degli umanisti, che considerano tutti i suggerimenti sulla fede, la grazia e l’ordine soprannaturale come impraticabili e inutili: «Essi vogliono un’educazione all’espressione di sé, un Dio senza giustizia, una morale senza religione, un Cristo senza Croce, un cristianesimo senza sacrificio, un regno di Dio senza redenzione». Questo è il prototipo di chi rifiuta tutto ciò che è divino.

I messaggi buonisti, come quello proposto via chat, in realtà, non sono affatto innocui; anzi, sono una tentazione per tutti noi. Sembrano dirci: «Scendi dalla tua fede..» (F.Sheen, Sette parole alla Croce). E questo perché gli umanisti giudicano la propria forza e l’efficacia dei loro propositi, in base alla liberazione dal dolore.

In fondo, non è questo ciò che chiediamo a Dio continuamente? «Toglimi questa sofferenza!». E sebbene sia lecito, ovviamente, chiedere a Dio l’eliminazione della sofferenza, la guarigione dalla malattia, la liberazione dalla pestilenza, la disposizione interiore nella preghiera dovrebbe però essere quella dell’obbedienza; la stessa di Cristo, che la imparò da ciò che patì (Eb 5,8).

Si fa fatica ad abbracciare la Croce e si preferisce dare risposte umane, non sempre obbedienti, a ciò che scuote le nostre sicurezze materiali: la mobilità, la comodità, la quotidianità. Siamo fin troppo abituati a sentirci liberi nella misura in cui possiamo assecondare qui e ora la nostra volontà di fare qualcosa; di comprare in qualsiasi momento qualcosa, di uscire come e quando vogliamo. Insomma, liberi di. Ma il vero volto della libertà è l’essere liberi per; in altre parole, la responsabilità.

Il concetto di responsabilità si evince dal quadro dell’esperienza etica originaria in cui ogni uomo si trova coinvolto per il fatto stesso di essere uomo. Esperienza che la ragione comprende e interpreta e che inizia nel momento in cui l’uomo coglie se stesso come esistente e chiamato, nello stesso tempo, a prendere posizione, a rispondere all’esistenza di fronte a un quadro di valori. La responsabilità è la cura per un altro essere che diventa “apprensione” nel caso in cui venga minacciata la vulnerabilità di quell’essere (H.Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica).

E la responsabilità che nasce dal pensiero del bene dell’altro oggi ci chiede uno stato particolare, una forma di isolamento, una quarantena, alcuni lo chiamano “coprifuoco”; in termini biblici, possiamo chiamarlo deserto. È una condizione di disagio, di solitudine, di angoscia. Ma la fede è capace di mostrarcelo come tempo favorevole: Dio conduce l’anima nel deserto perchè la ama e perchè vuole parlare al suo cuore (Os 2,16).

Dunque, questo è un tempo di fruttuosa intimità con il Signore; è un tempo di ascolto. Sono convinta che anche per i bambini sia un’opportunità grande di conoscere più profondamente il Signore, e noi che, come educatori, siamo mediatori di questo incontro, possiamo dare loro, con il nostro seppur misero esempio, la possibilità di “ricapitolare tutto in Cristo” (Ef 1,10) tramite la virtù di cui abbiamo più bisogno in questo tempo: la speranza. «Spera, anima mia, spera – diceva santa Teresa di Gesù. Tu non conosci il giorno né l’ora. Veglia premurosamente, tutto passa in un soffio, sebbene la tua speranza possa rendere incerto ciò che è certo e lungo un tempo molto breve» (Santa Teresa di Gesù, Exclamaciones del alma a Dios).

La speranza ci fa desiderare il Cielo, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia. Come dice il Catechismo, la virtù della speranza risponde all’aspirazione alla felicità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo; essa assume le attese che ispirano le attività degli uomini; le purifica per ordinarle al regno dei cieli; salvaguarda dallo scoraggiamento (CCC 1818).

Essa ci procura la gioia anche nella prova: «Lieti nella speranza, forti nella tribolazione» (Rm 12,12). L’umanitarismo orizzontale, invece, svuota la speranza di Dio, dopo averne annullato la fede. È la fede nell’uomo, nelle sue opere, in un’utopica e contraffatta terra promessa da cui persino Dio mise in guardia Mosè: «Non adorerai l’opera delle tue mani» (Mic 5,12). Se ci pensiamo, l’arcobaleno proposto sembra rappresentare proprio questo. Nelle fiabe, l’arcobaleno termina con una pentola piena d’oro, preziosa come gli idoli che serviamo al posto dell’unico Dio: denaro, ma anche successo, potere, sesso. Ma del resto, ogni buon rivoluzionario sa che per distruggere bisogna anche sostituire: il culto delle creature per oscurare in noi l’immagine del Creatore. Come non vedere, allora, in questo, la sintesi dei due peccati contro la speranza: presunzione e disperazione.

Capiamo finalmente che quel lenzuolo arcobaleno è in realtà una coperta, che nasconde la nostra immaturità emotiva e spirituale. Copriamo la nostra incapacità di riconoscere che alla situazione che sta vivendo l’Italia e che sta attraversando ognuno di noi, non possiamo dare risposta con le sole forze umane: non è mettendo un po’ di color arcobaleno sul grigio che troveremo pace; questo non è colorare, questo è “metterci una pezza”.

Lasciamoci alle spalle questi valori e ideali umani e diventiamo figli di Dio! (F.Sheen, Sette parole alla Croce) E soprattutto diamo questa possibilità anche ai nostri figli: lasciamo che i bambini vengano a Lui (Mc 10,14).

Osservo i miei bambini, cerco di memorizzare tutte le loro espressioni, le linee del loro viso, la tonalità del colore dei loro capelli, che nessuna tinta di un parrucchiere riuscirebbe a riprodurre. E più li guardo e più capisco che ciò di cui hanno bisogno è che la loro mamma si faccia “scala” come fece la Vergine Maria, non per far scendere il Figlio dalla Croce, come diceva santa Caterina da Siena, ma per aiutarlo a salire. È quella la via per il Cielo, non l’arcobaleno. «È Dio che ci dà la Croce ed è la croce che ci dà Dio (F.Sheen, Sette parole alla Croce)»; la Croce non deriva da nessun talismano, dal Cielo stesso è venuta la Croce. E noi, invece, vogliamo far scendere Cristo dalla quella Croce tutte le volte che sostituiamo la fede con valori umani facendo “impazzire le virtù”, come direbbe Chesterton, tutte le volte che ci copriamo gli occhi davanti alla sofferenza, tutte le volte che ci tappiamo le orecchie per sentire la domanda esistenziale che fa eco dentro di noi.

No, ai bambini va detta la verità. Una verità prudente, carica di quella pace che deriva dall’incontro sacramentale e personale con Cristo, commisurata alla loro capacità di capire; una verità che potrà farli sentire liberi di fidarsi di mamma e papà, liberi di chiedere l’aiuto che viene dall’alto.

E la verità è che non sappiamo se “tutto andrà bene”; ma sappiamo che «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28).

 

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