Che la contemplazione della Passione di Cristo e del suo Corpo Mistico ci risvegli dal torpore, ci strappi dalla schiavitù del peccato e ci sproni all’eroismo della santità; che il Sangue versato per noi non cada su di noi come una condanna, ma come una fonte salutare che conferisce la grazia.

Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog la meditazione di Mons. Carlo Maria Viganò e pubblicata su Lifesitenews. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’omelia nella mia traduzione. 

 

Mons. Carlo Maria Viganò, Arcivescovo
Mons. Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

 

Improperium exspectavit cor meum, et miseriam: et sustinui qui simul mecum contristaretur, et non fuit: consolántem me quæsivi, et non inveni: et dederunt in escam meam fel, et in siti mea potaverunt me aceto.

Il mio cuore si aspettava rimprovero e miseria: Ho cercato chi si addolorasse con me, ma non ho trovato nessuno: Ho cercato chi mi consolasse, ma non ho trovato nessuno: Mi hanno dato fiele come cibo, e per la mia sete mi hanno dato aceto da bere – Sal 68,21-22

 

“Israël es tu Rex, Davidis et inclyta proles: Tu sei il Re d’Israele, la nobile stirpe di Davide“. In queste solenni parole dell’antico inno a Cristo Re, troviamo la Santa Chiesa identificata con Israele, il popolo di Dio con il popolo eletto. “Plebs Hebræa tibi cum palmis obvia venit: cum prece, voto, hymnis, adsumus ecce tibi: il popolo ebraico ti è venuto incontro con le palme: ecco che anche noi stiamo davanti a te con preghiere, voti e canti”.

Dovrebbe suscitare sgomento il fatto che il trionfo di Cristo, accolto a Gerusalemme come Figlio di Davide e salutato come Colui che viene nel nome del Signore, abbia potuto trasformarsi in poche ore nel tumulto violento della folla che stava fuori dal Pretorio, in grida e insulti, nei tormenti della Passione e infine nella morte del Re dei Giudei sul legno della Croce.

Uno sgomento che nasce dalla considerazione di quanto la folla sia mutevole nella sua propensione a lasciarsi manipolare dal Sinedrio e dagli anziani del popolo, nella sua facilità a dimenticare – come se non fosse mai accaduto – il tributo di onori, i rami di ulivo e di palma, le vesti stese lungo la strada per il passaggio del Signore.

Non sappiamo se tra i pueri Hebræorum ci fossero anche coloro che in seguito derisero il Salvatore mentre moriva sulla croce. Ma sappiamo che erano Giudei, così come erano Giudei i sommi sacerdoti, gli scribi e le guardie del tempio, così come coloro che gridavano “Crocifiggilo!” quando Gesù stava davanti a loro flagellato e coronato di spine.

E gli apostoli che fuggirono erano ebrei, così come era ebreo Simon Pietro che rinnegò Cristo per tre volte, erano ebree le pie donne che piansero per Lui, era ebreo Simone di Cirene ed era ebreo Giuseppe d’Arimatea.

Ma se una parte del popolo ebraico, nonostante le profezie e gli interventi di Dio sotto la vecchia legge, arrivò a mettere a morte il Messia promesso, dovremmo chiederci se questo tradimento non possa ripetersi in una parte del nuovo Israele, la Chiesa, quando vediamo fedeli cattolici e persino membri della gerarchia che, come i farisei e i capi del Sinedrio al tempo di Cristo, ancora oggi gridano il loro Crucifige, o ripetono il quia non novi di San Pietro. Pietro quia non novi hominem (non conosco l’uomo – Mt 26,72).

Il popolo, non nel senso latino di populus – una società che si dà delle leggi e le osserva – ma piuttosto nel senso di vulgus – cioè un popolo senza identità, che non ha coscienza dei diritti e dei doveri, che è manovrabile, ignaro di quale sia il suo patrimonio e il suo destino, profanum, insensibile al sacro.

Se guardiamo a ciò che sta accadendo nella Chiesa, alla crisi che la affligge, all’apostasia che corrompe la gerarchia e i fedeli, gli eventi della Domenica delle Palme sembrano dimenticati, mentre viviamo sotto i nostri occhi gli orrori della Passione e della Crocifissione. La Chiesa, che in passato celebrava i trionfi di Cristo e predicava il suo Vangelo, oggi sembra essere stata eclissata dal Sinedrio che accusa il Figlio di Dio di blasfemia e dai sommi sacerdoti che ne chiedono la morte.

La società che un tempo era cristiana ora grida il suo “Portatelo via, portatelo via”, sputa sul volto del Salvatore, deride i suoi aguzzini e chiede la sua cancellazione. Gli scribi e i farisei di oggi sembrano decisi a mettere delle guardie a guardia del sepolcro in cui giace la Chiesa, come per evitare la sua risurrezione, che li smaschererebbe come bugiardi.

Gli stessi discepoli del Signore fuggono, si nascondono, negano di averlo mai conosciuto per non essere esclusi ed emarginati, per non sembrare controcorrente, per non contraddire i potenti. E, allo stesso tempo, tante pie donne, tanti Cirenei, tanti Giuseppe d’Arimatea, derisi e insultati, aiutano la Chiesa a portare la sua croce, restano ai suoi piedi con la Vergine Maria e San Giovanni, cercando un luogo in cui deporre quel corpo mistico, in attesa della sua resurrezione.

Il tradimento di oggi non è meno grave di quello che ha dovuto subire nostro Signore; la passio Ecclesiæ non è meno dolorosa di quella del suo Capo; la desolazione e lo scoraggiamento di chi contempla la Domina Gentium esposta al disonore dei suoi stessi ministri non è meno straziante della sofferenza della Mater Dolorosa; l’odio che muoveva i carnefici di allora è lo stesso che muove i carnefici di oggi, e l’amore dei buoni ebrei che riconobbero il Messia di allora è lo stesso dei buoni cristiani che vedono la sua agonia perpetuarsi ancora oggi.

“Vi ho liberato dalla schiavitù in Egitto e voi avete ripagato il vostro Salvatore crocifiggendolo”, cantiamo nei Rimproveri. Vi ho dato la Messa e voi l’avete sostituita con un rito che mi disonora e allontana i fedeli. Vi ho dato il sacerdozio e voi lo profanate con ministri eretici e fornicatori. Vi ho reso saldi contro i vostri nemici, e voi spalancate le porte della cittadella, correte verso i vostri nemici e li onorate mentre si preparano a distruggervi. Vi ho insegnato le verità della fede e voi le adulterate o le tacete per compiacere il mondo. Vi ho mostrato la via regale del Calvario e voi seguite la via della perdizione, dei piaceri e della perversione.

“Popule meus, quid feci tibi? aut in quo contristavi te? responde mihi!”: Popolo mio, che cosa ti ho fatto? O come ti ho offeso? Rispondimi!”. Non sono forse queste parole applicabili a tanti cattolici, a tanti prelati, a tante anime a cui il Signore, come al popolo ebraico, ha mostrato migliaia e migliaia di volte il suo ardente amore?

Non dovremmo forse tremare al solo pensiero di poter essere complici del tradimento di Cristo e della sua Chiesa, che perpetua il sacrificio incruento di Cristo sui nostri altari? Lei che è ministrante e dispensatrice dei suoi meriti infiniti fino alla fine del mondo? Colei che è testimone dei suoi miracoli, predicatrice della sua Parola e custode della sua Verità?

Meditiamo, cari amici, su dove si colloca la nostra anima immortale in questa feroce battaglia che scuote il mondo fin nelle sue fondamenta. Se siamo tra i furfanti che torturano la carne più sacra del Redentore o se invece mettiamo il nostro cuore a disposizione per accogliere quel Corpo adorabile. Se ci stracciamo le vesti alla proclamazione della Sua Divinità o se invece ci inchiniamo come il Centurione davanti al Salvatore che muore per noi. Se siamo tra coloro che incitano la folla contro il Figlio di Dio, o se invece siamo tra coloro che testimoniano la sua gloriosa risurrezione.

Perché questa nostra anima, per la quale Nostro Signore ha versato il suo sangue e dato la sua vita, rimarrà immortale, o nella beatitudine eterna del paradiso o nel tormento eterno dell’inferno.

Che la contemplazione della Passione di Cristo e del suo Corpo Mistico ci risvegli dal torpore, ci strappi dalla schiavitù del peccato e ci sproni all’eroismo della santità; che il Sangue versato per noi non cada su di noi come una condanna, ma come una fonte salutare che conferisce la grazia. E così sia.

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

2 aprile 2023

Dominica II Passionis seu in Palmis

 

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