Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto dall’Arciv. Fulton Sheen e pubblicato su The Catholic Thing. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione curata da Occhi Aperti! (pseudonimo). 

 

Foto: arciv. Fulton Sheen
Foto: arciv. Fulton Sheen

 

La soddisfazione per i peccati, o ciò che a volte viene chiamata “penitenza”, è distinta dal dolore. Pochi riflettono sufficientemente sulla differenza tra essere perdonati ed espiare per il peccato che è stato perdonato.

Supponiamo io ti abbia rubato la borsa nel corso di una conversazione, e poi fra me e me io dica: “Che scandalo sono per questa persona. Dovrei portare la giustizia e l’amore di Dio e invece ho violato la legge di Dio sulla giustizia, ho sfidato la Sua misericordia e L’ho inchiodato alla Croce rubando la borsa. Quindi ti dico: “Mi perdonerai?” Nella tua gentilezza, diresti certamente: “Ti perdono”. Ma diresti anche qualcos’altro, non ti pare? Non diresti: “Dammi indietro la borsa?” Potrei davvero dire di essere dispiaciuto se non restituisco la borsa?

C’è una storia che si racconta, di pura fantasia e senza alcun fondamento nei fatti, a proposito di un uomo che era andato a confessarsi da un sacerdote. Nel corso della confessione, costui aveva rubato l’orologio al sacerdote. Alla fine della confessione disse al sacerdote: “Oh, Padre, mi sono dimenticato di dirvelo. Ho rubato un orologio”. Il sacerdote, sottolineando la necessità della soddisfazione, disse: “Devi restituire l’orologio al proprietario”. Il penitente rispose: “Lo darò a lei, Padre”. Il prete disse: “No, non lo voglio. Riportalo al proprietario”. Il penitente disse: “Il proprietario non lo vuole”. Il sacerdote gli disse: “Bene, in questo caso, puoi tenerlo”.

Immediatamente saltano all’occhio alcune falsità. In primo luogo, non c’era vero dolore nella confessione; altrimenti, il penitente non avrebbe aggiunto un peccato mentre confessava gli altri. In secondo luogo, c’era inganno nella sua soddisfazione. Ci deve sempre essere soddisfazione per il peccato, perché ogni peccato disturba l’ordine di Dio. Il peccato sconvolge un equilibrio. Non ha molto senso dirsi: “Non piangere sul latte versato”, visto che ci capita di aver versato il latte di qualcun altro. Visto che non riusciamo a raccogliere il latte versato, possiamo almeno pagare la bottiglia o comprare dell’altro latte.

Alla fine della confessione, il sacerdote dà al penitente ciò che viene chiamata “penitenza”, che può consistere in un certo numero di preghiere da dire, o nel fare un digiuno, l’elemosina, atti di mortificazione, una Via Crucis o un Rosario. Tutto ciò è per “riparare” al peccato e per dimostrare che il dolore era sincero. Questo è ciò che i cattolici chiamano “dire la mia penitenza” o “fare la mia penitenza”.

Arcivescovo Fulton J. Sheen

 

 

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