maschera-per-guerra-nucleare

 

 

di Autore Vario

 

 

Gli ambientalisti vedono lontano, si sa. Si preoccupano perché troppe emissioni di CO2 potrebbero fra cinquant’anni aumentare di oltre un grado la temperatura media (eppure gli studiosi della storia del clima definiscono quell’innalzamento di temperature avvenuto più volte nel passato ‘optimum climatico’, sempre propizio allo sviluppo della civiltà).

Ecco allora che, per esempio, secondo loro occorre mangiare insetti perché per produrre carne bovina c’è troppo spreco di energie e quindi di anidride carbonica. E anche di metano, che è un altro gas serra che dovrebbe farci inorridire. Dunque, lotta anche alle flatulenze bovine. Quanta lungimiranza!

Strano però che nessun ambientalista si batta nei salotti televisivi o nelle piazze per fermare un altro genere di emissioni: quelle radioattive che sarebbero prodotte da un possibile conflitto nucleare. Eppure, i verdi sono quelli che hanno sempre fermato le centrali nucleari: se sono così pericolose, perché allora non porre come prioritario l’impegno per la pace nel conflitto ucraino per scongiurare possibili minacce atomiche?

Viene da pensare che forse per loro le emissioni radioattive non siano così preoccupanti, anche se potrebbero essere imminenti e innalzare di parecchio la temperatura di vasti territori, bruciandoli e azzerando molte forme di vita. Essi sono ossessionati dal pericolo di aumento di emissioni di gas serra e così preferiscono salvare il mondo cominciando a fare guerra alle scoregge delle mucche piuttosto che combattere contro la minaccia di venti radioattivi.

 

Insomma, se davvero amano il pianeta e l’ambiente, vorrei vedere i verdi più attivi nel contrasto ai guerrafondai e all’invio e uso di armi in Ucraina. Non si rendono conto che una ulteriore escalation verso la guerra atomica porterebbe ad un collasso della civiltà che si ripercuoterebbe inesorabilmente anche sull’ambiente?

La strada da percorrere è in salita, eppure c’è una via di uscita. Per fermare l’escalation ci vuole una de-esclation, ovvero un percorso contrario a quello della reciproca esasperazione. È non solo auspicabile ma anche possibile che se l’Europa facesse un passo anche simbolico in direzione contraria all’inasprimento del conflitto, tale segnale verrebbe favorevolmente raccolto dalla Russia, che ha molto interesse ad un disimpegno e ad una via di uscita. La Russia non è come il Vietnam o l’Afghanistan o la Libia o la Siria: è come quelle società o banche che, in ambito economico, sono troppo grandi per fallire; quelle che, se saltano, trascinano nella rovina tutto il sistema.

Come può l’Occidente procedere nella de-escalation prudentemente, onorevolmente e senza perdere la faccia? Basterebbe forse sospendere qualche sanzione, per esempio. Dovrebbe però essere una iniziativa unilaterale accompagnata dall’invito ad una risposta significativa dall’altra parte. Qualunque essa sia, senza diktat, senza pretendere di imporre quale debba essere.

La via della pace potrebbe essere questa: piccoli passettini per disinnescare pericolose mosse della disperazione (che tutti ben sappiamo quali possono essere). Consolidato questo passaggio, finalizzato in primis a non andare oltre, si potrebbe poi tratteggiare una via di uscita, diversa da quella ottusa che hanno avuto in mente sinora i belligeranti, cioè quella della cieca distruzione e dell’annientamento del nemico. Una via, a mio avviso, percorribile potrebbe essere la finale costituzione in Stati indipendenti, sia dall’Ucraina che dalla Russia, dei territori contesi del Donbass. Una soluzione che salvaguarderebbe l’autodeterminazione dei popoli di quei territori, sino ad oggi soffocati e stritolati sia dalle ingerenze ucraine che russe. Finalizzata inoltre a tenere fuori da quelle terre chi ha procurato – per il loro bene, ovviamente – soltanto danni e distruzioni (e parlo di entrambi i contendenti, mettendoli sullo stesso piano di brutalità).

Come mai i giovani e meno giovani seguaci di Greta Thunberg (e non solo) non si impegnano in questa che è la più importante battaglia ambientale per la salvaguardia del pianeta, cioè la pace nel conflitto in Ucraina? Cos’è più importante e urgente: limitare il CO2 o le radiazioni atomiche?

 

Oltre ad opporsi all’energia nucleare impiegata per scopi civili, gli ambientalisti tengono poi duro su un’altra lotta: quella contro fonti di energia fossile. Eh sì: largo all’elettrico, alle pale eoliche e alle energie pulite. Stop all’energia puzzona e inquinante. Bene, sembra che la crisi negli approvvigionamenti energetici fossili stia facendo anticipare fra pochi mesi quello che sarebbe un obiettivo europeo del 2050: cioè l’utilizzo massiccio di sole energie rinnovabili, con limitazioni massime per quello di combustibili fossili. Quando saremo al freddo e con le industrie ferme senza gas apprezzeremo meglio questo traguardo della transizione ecologica: ringrazieremo l’Europa per la sua gestione delle opzioni energetiche e per l’imposizione della decrescita felice. La decrescita della popolazione, dei suoi diritti, delle libertà e delle risorse disponibili renderà forse felici i nostri governanti attuali, ma non le persone che dovranno subirla.

È oltretutto di lampante evidenza la superbia e tracotanza di una classe politica che pretende di prevedere e governare il clima o il fabbisogno energetico che ci sarà nel 2050 e non sa nemmeno gestire oggi gli approvvigionamenti di energia, fissare il loro prezzo o prevedere le dinamiche del prossimo mese. I frutti tossici della globalizzazione che stiamo raccogliendo e la loro mancata previsione dovrebbero indurci ad una certa umiltà e a diffidare di molti esperti. Ma a quanto pare non è così…

 

Concludendo, auspico che le martellanti parole d’ordine della sostenibilità, del consumo responsabile di risorse, e quelle sul ricircolo, il rispetto dell’ambiente, la lotta all’inquinamento – che pure sono tutti obiettivi condivisibili – vengano al più presto riconsiderate, mettendo al centro l’uomo e le sue necessità concrete, non l’ideologia o l’utopia.

L’Europa dei migliori con le migliori intenzioni ci sta portando nel baratro. Siamo nell’orlo dell’abisso e secondo una certa cultura progressista indietro non si torna, perché la civiltà deve sempre andare avanti. Quindi dobbiamo precipitare. Eppure, il buon senso dice che se in montagna ad un bivio scelgo un percorso sbagliato che invece di condurmi alla cima mi fa perdere nella boscaglia, devo avere l’umiltà di ripercorrere il cammino indietro sino a quel bivio dove ho imboccato la strada sbagliata. E percorrere l’altra via. Questa è la scelta migliore, quella che l’Europa dei migliori, degli esperti e dei buonisti è incapace di comprendere.

 


 

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