Papa San Giovanni Paolo II

 

 

di Pierluigi Pavone 

 

È appena uscita un’inchiesta del Pew Research Center, sull’ignoranza dei cattolici americani circa l’Eucarestia. Anche tra i nostri banchi c’è chi ignora che la Messa sia la rinnovazione non cruenta del Sacrificio di Cristo sulla Croce, chi valuta il pane e il vino dei simboli e chi è convinto di partecipare ad una festa di preghiera.

Certo, se la Messa fosse davvero una allegra riunione di fedeli e l’Eucarestia un prendere parte alla condivisione fraterna di cibo, sarebbe pur logico e coerente ammettere altra materia per la consacrazione, alternativa al pane e al vino. I simboli di solidarietà alimentare sono molti. E potrebbero soddisfare anche ogni più che opportuna esigenza ecologica!

Il punto è se questi fedeli siano diventati ignoranti per proprio demerito o se siano stati educati a credere a queste novità dottrinali. Anzi, a quanto sembra, non sembra neppure un problema di fede, quanto proprio di pura conoscenza dei fondamentali.

È interessante notare uno scacco tra il credere e il sapere. La fede – con buona pace dei luterani e dei loro amici – non è una esperienza spirituale, un affascinante mix tra “mistica” e “abbandoni” paradossali: è piuttosto la libera e razionale adesione al fatto che Gesù di Nazareth – che per alcuni è un profeta, per altri un comunista, per altri ancora un Socrate giudeo (e voi chi dite che IO sia?) – è Dio. Non solo Gesù ha rivendicato questa divinità, superiore alla stessa messianicità attesa dagli ebrei, durante la vita pubblica (prima che Abramo fosse IO SONO dice ai farisei scandalizzati), ma – e questo è il fatto dei fatti – è risorto dopo la Passione. E non è che sia risorto nella fede dei discepoli, nell’affetto dei suoi cari, nel ricordo della sua morale o nell’utopia del mondo nuovo. Non è neppure risorto sulla modalità del fantasma. È proprio risorto dalla morte: mangia con i suoi, asseconda Tommaso nel mostrare il segno dei chiodi e Lui stesso invita a porre il dito. Naturalmente avere fede in questo non è un atto di sola ragione: il mistero nascosto agli angeli è un mistero così immenso che è necessaria la Grazia. A maggior ragione dopo il peccato, dal momento che la ragione – questa volta con tanti saluti alla maieutica socratica – è ferita e incapace persino di comprendere pienamente e lucidamente ciò che è alla sua portata.

Ma a chi ha fede non basta: è anche convinto che il Signore abbia scelto, nella fondazione del sacerdozio, di rinnovare il sacrificio sull’Altare. L’azione che viene compiuta sull’Altare non è semplicemente un simbolo, un ricordo, un memoriale fraterno. E neppure un rendimento di grazie, nel senso umano. È un atto sacrificale: un atto che prevede concretamente il rinnovo di quell’unico atto di sacrificio che Cristo compie tra il giovedì e il venerdì santo. Padre Pio spiegava con estrema chiarezza, quella dei semplici, che assistere alla Messa significa porsi come Maria e Giovanni ai piedi della Croce.

L’analfabeta e l’intellettuale, il credente e l’ateo, se potessero essere posti concretamente ai piedi della Croce di quel Venerdì sarebbero indecisi su cosa credere. Esattamente come, infatti, è avvenuto: uno si inginocchia e salva la sua anima, un altro insulta il Cristo, un altro lo sfida a non compiere ciò che il Padre aveva disposto, un altro ancora passa e si commuove per sentimento umano, altri poi si sentono smarriti perché hanno da sempre cercato la sapienza o la Legge, e ora che la Verità stessa si rivela, non la riconoscono o non la accettano, pur di non rinnegare i propri pensieri o attese. Eppure, quegli stessi – analfabeta e intellettuale, credente e ateo – sarebbero concordi nel valutare che sono di fronte ad una uccisione. Lo stesso ladrone di sinistra – pur rinfacciandolo in modo blasfemo e provocatorio – non nega il fatto della morte di quel Cristo, che avrebbe potuto salvarsi e salvarli.

Tutti sanno ciò che sta accadendo, almeno nella forma materiale. Chi crede è colui che ha fede che quella morte sia il Sacrificio dovuto a Dio, l’espiazione richiesta dalla Giustizia divina, il prezzo del riscatto, il sangue offerto per la liberazione dello schiavo. E solo allora capisce cosa significhi davvero – e non per retorica – l’amore di Dio. Quando vede, insieme all’ateo, l’ultima goccia di sangue cadere da quel corpo inchiodato, crede che se per Giustizia era sufficiente una sola goccia del Cristo, quello stesso Cristo volle versarle tutte per misericordia infinita, e assistendo a quella morte infamante, medita sull’opera di redenzione prevista da Dio, a causa del peccato di Adamo: capisce la misura della sua colpa, la non efficacia delle opere indicate dalla Legge di Mosè. Se capisce davvero qualcosa, non capisce tanto il suo radioso destino, quanto la gravità della sua colpa: una colpa tale che, se anche tutta l’umanità si fosse offerta in sacrificio di espiazione, non sarebbe stato sufficiente. Dio stesso doveva offrirsi come Sacrificio.

Il punto è che questo lo sanno e lo credono persino i demoni. Come si legge nella Lettera di Giacomo – che Lutero considerava di paglia, perché contraddiceva le sue eresie – non c’è identità tra sapere, credere e agire. Giacomo insisteva sulla necessità meritoria delle opere, contro il pericolo di una fede sterile. Infatti per i demoni il problema non è di fede. Il paragone è di quelli forti. Si attribuisce a Lucifero il non serviam, che indica un atto di volontà. Non tanto il non credam, che indica un atto di fede e ragione.

E desta stupore che proprio i cattolici siano tra coloro che non sanno e non credono. Non tanto che non agiscono.

Per quanto oggi molti credano nella salvezza anonima e universale, Cristo con l’opera di redenzione ha in verità restituito la possibilità del Paradiso, non il diritto, né la necessità, né la certezza. Cristo stesso chiarisce la Sua Legge e ciò che è necessario compiere. Il compito che affida ai discepoli è battezzare e insegnare ciò che lui ha comandato. E il comando di Cristo, in riferimento al Sacrifico, è quello di fare altrettanto: l’azione che Cristo compie il giovedì santo non è la zuppetta con gli amici, ma l’atto sacrificale. Nel caso della Messa c’è Cristo stesso: presente in anima, corpo, sangue e divinità. E dal trono della Croce: ragion per cui, sull’Altare (e dico altare, non mensa) è posto il crocifisso!

Eppure, noi durante la Messa partecipiamo con chitarre e tamburi a gridare a più non posso, ci uniamo intorno alla mensa come una fraterna e conviviale festa in cui si prega, balla e danza…! E se nel Vangelo ci scappa qualche riferimento esplicito all’inferno, al giudizio, al fatto che nessuno può andare al Padre se non per mezzo di Cristo, perché solo Lui è la Via, la Verità e la Vita, si fa di tutto nelle omelie per misconoscere quei passi, in nome della tolleranza, del dialogo e del sincretismo. Infine, per non correre rischi che qualcuno, fosse anche l’analfabeta di cui prima, capisse con gli occhi dell’anima che la Messa è la rievocazione del Sacrificio di Cristo, hanno pure girato gli altari – che prima erano posti in alto, come sui gradini del Golgota, verso cui tutti erano ovviamente rivolti, sacerdote e fedeli – per addobbarli con la tovaglia della festa o della pace.

Dunque, perché ci risulta così choc la notizia sull’ignoranza dei cattolici? Se la lex orandi è in continuità con la lex credendi, quanto nella liturgia – specie nelle sue più moderne evoluzioni o riforme – ci aiuta e ci educa a credere nella presenza reale di Nostro Signore e nella rinnovazione del Sacrificio? Non è mostrato né agli occhi della fede, né a quelli della semplice ragione.

Sarà un paradosso: dicevano che la Chiesa era chiusa al mondo, eppure si era mossa per ogni dove, dalle Americhe alla Cina, lasciando scie di sangue di martiri, che offrivano loro stessi per le anime. Ora, invece, si apre al mondo per non evangelizzare più. E non basta: oltre alla trasformazione di radice luterana del sacrificio eucaristico in una festa mondana e profana, i cristiani, a causa della sostituzione del culto a Dio con la religione dell’Uomo, rischiano di diventare «gnostici anonimi» (altro che cristiani anonimi!), caduti in una forma di ignoranza di cui probabilmente non hanno neppure colpa, perché sono stati dis-educati così.

 

 





 

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