Lorenzetti, Il cattivo governo, Siena
Lorenzetti, Il cattivo governo, Siena

 

 

di Mattia Spanò

 

Proviamo a tracciare un bozzetto sudaticcio di quello che ci attende nei prossimi mesi a partire da alcuni elementi attuali, sperando che non si avveri e temendo che lo faccia.

Il tiro al piccione sulle compagini extra-parlamentari antisistema è già cominciato, con il contorno di sberleffi sarcastici, insulti gratuiti, reductio ad hitlerum, cacca nel ventilatore eccetera. Bisogna essere molto netti su un punto, e non farsi illusioni: questi partiti, o rassemblements di associazioni e movimenti spontanei di scopo (no green pass, no vax, filorussi e complottisti vari, per semplificare), perderanno, e perderanno malamente.

Le ragioni sono due. La prima è che non si governa un paese per negazione, ma con la forza. Che questa forza sia spirituale, ideale, culturale, economica o politica dipende dalla scelta di fondo dei leader, e dalla loro capacità di attrarre consenso su un’idea di comunità insieme alta e bassa. Alta, perché occorre un’immagine bella, potente e solida da seguire e alla quale conformarsi. Bassa, perché questa immagine va declinata in strategie e trame di risposte coerenti a bisogni minuziosi. Trame squisitamente pratiche e per nulla affascinanti, per lo più basate su compromessi indigesti al cittadino comune, notoriamente animato da alto sentire e specchiata moralità, il quale o non pecca o è già stato assolto in saecula saeculorum, amen. L’ultimo peccato grave rimasto in Italia, è fare politica.

Gli elementi a sfavore – il poco tempo,  divergenze fra i leader che fatalmente verranno al pettine, la mancanza di soldi e il carattere pulviscolare del movimento, qualche scandalo o menzogna che seppellirà questo o quello – non si possono ignorare. Nonostante questo, è chiaro che la battaglia vada combattuta, e se necessario anche persa.

La seconda ragione, tragicamente ovvia, è che il mainstream ha ancora un potere esorbitante sulle menti e sulla cultura di una popolazione inguaribilmente vecchia da un lato, e selvaggiamente giovane dall’altro: se i vecchi non cambiano nemmeno da morti, altrettanto i giovani i cui interessi gravitano a distanza siderale dalla politica. Questo riduce lo spazio politico contendibile alle persone fra i 35 e i 49 anni di età, i veri “esclusi”, quelli pienamente produttivi e vessati, che sono poco più di 12 milioni di persone.

Attenzione: contendibile. Almeno la metà di costoro sono assolutamente organici alla narrazione preponderante. Se consideriamo che altrettanti dissidenti sono distribuiti nella fascia di età superiore o inferiore, si può effettivamente tornare alla cifra tonda di 12 milioni, cioè meno di un terzo degli aventi diritto. Di questo 30%, una parte non andrà a votare (la metà, ritengo), un’altra – circa il 10% – esprimerà un “voto utile” votando, ad esempio, Lega e Fratelli d’Italia. Tutte le forze antisistema, oggi, non valgono il 5% del totale. Difficilmente tutte insieme supereranno lo sbarramento.

Nel campo avverso, chiamiamolo per semplicità “il sistema”, i partiti giocano a ciapanò. Letta si chiede se Putin abbia fatto cadere Draghi e attacca Salvini mentre il Pd si angoscia per il pericolo fascista rappresentato da Meloni. Imbarazza che a starnazzare come oche al Campidoglio siano gli stessi che lodavano il nazismo dal volto umano, financo kantiano e necessario, del battaglione Azov, secondo la fortunata definizione dell’Omero di via Solferino, Massimo Gramellini.

La Lega, che alle europee superò la soglia non soltanto psicologica del 30%, lancia programmi surreali come l’azzeramento dell’Iva su pane, pasta, frutta e verdura (è una percentuale: il problema è il costo base che rischia di esplodere). Berlusconi, in puro stile Mondialcasa, promette 1000 lire al mese (che nel 1939 erano un bel mucchio di lilleri) ai pensionati, e un milione di alberi piantati all’anno. Passare da promettere un milione di posti di lavoro a un milione di cipressi che ombreggiano le urne, sfiora il lapsus freudiano.

I 5S capitanati dall’avvocato del popolo, Giuseppi Winston Conte da Volturara Appula, l’ex movimento apriscatolette di tonno tumultuosamente mutato in tonnara e di lì al nulla sifonato, sconterà la favola di essere stato il sicario di Draghi, ma comunque difenderà il fortino: gli italiani non negano mai a nessun ottuso del quartierino una seconda possibilità, una terza, una quarta. In fondo, anche oggi andrà meglio domani.

Il tema è che le clientele di questi partiti, le categorie, gli ordini professionali, i giornalisti, gli industriali, i boiardi, i cacicchi, l’esercito di consulenti parassitari, i beneficati, i sussidiati, sono ancora milioni. A nessuno di questi partiti interessa mutare un quadro generale sostanzialmente immutabile. Taccio dei vari Calenda e Renzi, al momento destinati a fare da sherpa al Pd, lucrando vantaggi minimi, nella migliore delle ipotesi corporativi.

Ecco il punto: a nessuno di loro interessa prendere o perdere voti fra quei 12 milioni. Anche qui, si tratta di percentuali da stabilirsi su una torta dal diametro variabile, ma che anche molto ridotta – ad esempio dall’astensionismo – sempre intera è.

Ad elezioni avvenute riproporranno una coalizione all-in, tutti dentro. A quel punto Mattarella, come già prima di lui fece Napolitano, potrebbe dimettersi, e il parlamento eleggerebbe il Migliore di tutti: Mario Draghi. Il quale meditava di lasciare già dopo le elezioni alla presidenza della Repubblica. La presidenza della Repubblica, oltre all’immunità, gli garantirebbe sia il controllo della magistratura che quello dell’esercito. Sia chiaro: non è vero che il presidente della Repubblica in Italia non conti nulla, sia il nonno degli italiani e altre facezie. Questo scenario gli darebbe quei poteri che chiese nel suo penultimo intervento al Senato, con evidente intento provocatorio. In questo caso, saranno i partiti a offrirglieli.

I posti disponibili per il Migliore – alla Nato potrebbe andare Johnson, difficile che gli USA appoggino un Arlecchino servitore di due padroni, loro e la UE: gli rimane la Banca Mondiale o la direzione del Fondo Monetario Internazionale, e sono partire molto complesse e incerte, specie nel quadro geopolitico attuale – non sono molti. La vera, profonda ossessione di Draghi è quella per i processi irreversibili, che sia l’euro o la dismissione del patrimonio pubblico italiano. Il pilota automatico, il regno della macchina.

Draghi sarà entro la fine del 2022 il nuovo presidente della Repubblica. Poi certo, l’irreversibile deve sempre fare i conti con l’imponderabile, come ad esempio l’esplosione imminente dei prezzi dell’energia. E allora all’uomo del Britannia, il manipolatore antimercatista, il pi eich dì all’em ai tì che pretende di imporre un tetto al prezzo d’acquisto del gas, qualcuno potrebbe chiedere il conto prima del dessert.

Una cosa è certa: le “riserve della Repubblica”, i turbo-tecnici chiamati a salvare l’Italia dagli italiani, sono finite. A meno di non pensare a costruire a tavolino un nuovo stregone bianco che gli italiani non meritano, che so: un Calenda o un Bini-Smaghi. Non mi sembra probabile.

 


 

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