Elaborazione grafica di un graffito del noto artista e writer Bansky

 

 

di Giovanna Ognibeni

 

È una notizia comparsa sul cellulare tra le tante inutili e non richieste. Devo precisare che si riferisce ad un fatto tragico, la morte di un ventenne per emorragia cerebrale: sul fatto in sé e sul dolore dei suoi familiari deve calare il silenzio. Ciò su cui invece si deve parlare è il modo in cui in questo tempo il dolore emerge e trova voce.

L’articoletto riportava l’annuncio fatto dalla madre sul suo profilo Facebook: “Nonostante il dolore della perdita ti assicuro che ripercorrerei tutto il viaggio assieme a te: è stato un vero onore e privilegio conoscerti”. 

È vero, io non ho mai avuto uno straccio di profilo su Facebook, non ne ho mai sentito la mancanza e penso proprio che tra i tanti rimpianti che potrò avere nel momento fatale non sarà annoverato quello. Un profilo è per sempre, ma non ho mai gustato il frutto proibito. Un modo contorto per dire che non conosco neppure la grammatica del mezzo e per me ha lo stesso significato del fare segnali di fumo. 

Tuttavia e proprio per questo, l’idea che una madre, il cui figlio muore del tutto inaspettatamente, trovi l’energia a neppure ventiquattr’ore dal fatto, di entrare nel proprio profilo per comunicare la tragedia mi lascia sgomenta. Solitamente l’annuncio viene dato ai più intimi e si diffonde poi come le onde di risacca. 

La fisicità del tempo, le incombenze che forzano in qualche modo la mente e la distolgono dall’enormità del fatto, rallentano la percezione della cosa. Sono come una terra di nessuno che divide il prima dal dopo, la normalità dall’indicibile. Qui invece tutto avviene, e subito, sulla piazza virtuale della propria cerchia di amici, conoscenti, via via allargatasi a comprendere i compagni delle elementari o il fornaio di fiducia.  Il dolore e la compassione diventano seriali, le formule di partecipazione sembrano Made in Taiwan, “Che la terra ti sia lieve” un evergreen.

Così una madre esprime quella che immagino un’angoscia straziante con un comunicato – nonostante il dolore della perdita, un vero onore e privilegio conoscerti! Poi l’immagine sempre nuova del viaggio! Un figlio si fa fatica a farlo, doglie prima e poi lo sfiancamento e l’agitazione del parto, cordone ombelicale, porca miseria cresce poco, primo sorriso, e tutto questo compresso nel “vero onore e privilegio”. Ma questo lo si dice di un collega, dell’impiegato che se ne va definitivamente in pensione. Anzi no, in quelle situazioni si è più sobri; queste sono le tipiche espressioni che riguardano persone di riguardo conosciute da altre persone di riguardo, un giornalista, un manager, almeno un presidente di bocciofila.

Non intendo essere cinica, la dimensione spirituale e psicologica va rispettata e, come dire, protetta con silenzio riverente, ma il fatto stridente è che non conosciamo più le parole per esprimere la realtà che viviamo, non le abbiamo proprio. 

Un ricordo: parecchi anni fa partecipavo in Calabria ad una veglia funebre di non so assolutamente chi, probabilmente un’anziana parente di un’altra anziana parente ed aspettavo pazientemente che qualcuno desse il segnale “tolgo il disturbo”, quando mia suocera assestandosi il fazzoletto in testa e sospirando forte disse “ah, mannaja!”. 

Il fatto mi mise di buon umore per il contrasto tra l’occasione solenne e l’esclamazione popolare. Epperò di fatto essa esprimeva, come un’eco rifratta da innumerevoli specchi, lo stesso sentimento e direi lo stesso pensiero del salmo 89 sul destino degli uomini: “Sono come l’erba che germoglia al mattino: / al mattino fiorisce, germoglia, /alla sera è falciata e dissecca”  e poi: “Gli anni della nostra vita sono settanta, /ottanta per i più robusti, / ma quasi tutti sono fatica, dolore; / passano presto e noi ci dileguiamo”. 

Non c’è chi non veda l’abissale differenza tra questi versetti, ed altri consimili che si possono rintracciare nella Bibbia o nella poesia di ogni tempo: “E la morte vien dietro a gran giornate” (Petrarca, sonetto 272), e la triviale espressione di cui sopra, ma la scaturigine è la medesima, il compianto sulla vita di tutti e di ognuno di noi. 

La tradizione, la trasmissione del sapere e del giudizio sulle cose si è bruscamente interrotta, le numerose sorgive, i ruscelli, i torrenti che alimentavano il corso dei fiumi tra diramazioni e secche verso il mare sono interrotti, al loro posto dei funzionali canali di irrigazione.

In questo sventurato periodo storico, non c’è solo il problema riguardante “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” (Walter Benjamin), ma anche il sentimento e il pensiero stesso devono affrontare questo scontro fatale. 

Sono pochissimi coloro che possono possedere un Raffaello, o un dipinto di scuola raffaellesca; molti possono ambire a copie o dipinti originali venduti in gallerie d’arte, in mostre allestite sui marciapiedi, i più forse possono appendere i fogli del calendario della Venere del Botticelli comprato agli Uffizi. È il merchandising, bellezza. Che ci riempie le case di portacenere, tovagliette e tazze con la Vergine delle Rocce

E così beviamo il caffelatte tra le ninfe della Primavera botticelliana, ci puliamo la bocca con l’Annunciazione del Beato Angelico o spegniamo il mozzicone sulle natiche delle Tre Grazie. E siamo convinti di possedere l’arte, il bello. Ci sono poche frasi più abusate di quella di Dostoevskij, “la bellezza salverà il mondo”, poiché la bellezza è l’epifania del volto di Dio. Si offre solo alla contemplazione, e noi possiamo vederla “solo come in uno specchio, in maniera confusa” (S.Paolo, I Corinzi, 13,12). Come aveva già capito Platone.

In un cesto di vimini ben lavorato, di armoniose proporzioni c’è più imitazione del bello, dei canoni policletei che non in centinaia di foto artistiche che scattiamo col cellulare. Eliminato il problema della messa a fuoco ci sentiamo tutti Cartier Bresson.

In chiesette di campagna si possono vedere sculture o dipinti di mediocrissima fattura della Vergine con le sette spade infilate nel corpo. Anche qui distanza siderale con le Pietà di Michelangelo o il Compianto di Giotto a Padova, eppure una madre, abbia o meno avuto un figlio morto (e solo cent’anni fa accadeva spesso), può vedere espresso lo strazio indistinguibile delle carni e dell’anima che ha vissuto o teme di poter vivere.

Facebook invece ti dà come modello, exemplum, il comunicato aziendale. E intanto siamo sotto l’ipnotica illusione di essere più protagonisti della nostra vita

In fondo abbiamo a che fare con un fenomeno uguale e contrario alla leggenda dei vampiri, che non verrebbero riflessi negli specchi: ora siamo noi che appariamo solo negli specchi ma non siamo più vivi tra i vivi sotto il sole di Dio, e non sentiamo neppure di esistere se non l’abbiamo fatto stampare su una maglietta.

Benedetto e i suoi ripresero il cammino della civiltà dissodando i campi aridi ed incolti d’Europa: forse ad alcuni di noi spetterà metter mano all’aratro e dissodare le anime aride ed incolte. 

 


 

Sostieni il Blog di Sabino Paciolla

 






 

 

 

Facebook Comments