di Giovanna Ognibeni

 

I profani delle colture sono naturalmente portati a pensare che i mesi invernali siano propizi solo a girare la polenta nel paiolo o poco più.

Invece, seppure con cadenza più blanda proseguono i lavori, potature, concimazioni arature riparazioni e manutenzioni.  E nei campi del Signore non si è certo oziato: solo a spigolare distrattamente tra tutte le notifiche che mi giungono, rischio di riempire un silo.

La prima, la più celebrata, è quella del Cucù per Gesù. Ora, è vero che l’idiozia non ha sesso, anche se bisogna ammettere che le donne, nella fattispecie le maestre della scuola elementare pietosamente già dimenticata, spesso ci mettono quel tantino di diligenza in più nell’esercizio della scemenza che potrebbe indurre a considerazioni sessiste. Se bisogna includere e non offendere, bene, si includa e non si offenda. Costi quel che costi.

Non so poi se la laida malizia di quel Cucù al posto di Gesù sia venuta in mente autonomamente al bardo cui è stato affidato l’incarico o se è frutto della voluttà dello sberleffo che distingue il Berlicche di turno:

certamente sostituire Gesù con Artù poteva aprire squarci avventurosi ma anche criptici alla canzoncina, ma perché non affidarsi per esempio all’evergreen orsù? Orsù cantiam, orsù festeggiam orsù qualunque cosa.

Ma la spigolatura non riguarda la cretineria laica ben presente nelle programmazioni di inizio anno, bensì quella clericale sorretta da anni di studi in Seminario del parroco locale, che si barcamena (il classico: prof. non c’ero quando l’ha spiegato) e alla fine tira fuori il nonsense del “bisogna essere ospitali”.

Cielo, Reverendo! Forse che l’ospitalità prevede il dare chiavi, comprese quelle di scorta, all’ospite che il terzo giorno incomincia a spostare divano e sedie. Sbaglio, qui non si tratta di spostare poltrone o cambiare la tinta delle pareti. Qui si tratta di ritrovarsi in men che non si dica sul pianerottolo di casa; e non si tratta solo di lasciare le proprie cose in balia di chi generalmente non le capisce e quindi le distrugge, ma anche la memoria di sé.

O forse ha interiorizzato così bene la parabola dell’amministratore disonesto (Luca, 16,1-8) “Zappare non ho forza, mendicare mi vergogno.”? E pensa di sfangarla sino alla pensione? Il calcolo è un po’ azzardato, perché ai ritmi attuali in una manciata di anni rischia di trovarsi su un non simbolico pianerottolo. I lacchè servono solo appunto sinché servono.

Alla Padania risponde in un afflato unitario la Campania col tenero quadretto della Madonna lesbica; anche qui le spiegazioni di rito, sull’inclusività e dove tutti sono accolti perché love is love.

Qui siamo non troppo lontani da Via San Gregorio Armeno, dove alle figure consuete di pastori si aggiungono ogni anno i Maradona, Pippo Baudo Barack Obama, per ragioni essenzialmente commercial-turistiche.

È vero che il presepe ha ben presto inserito i lavori tipici (ciabattino, fornaio, la donna con l’oca) per rendere visibile che Gesù in un preciso punto della storia habitavit in nobis e che da allora, non prima non dopo, entra e cambia la vita di ognuno di noi in ogni nostra giornata.

Come spesso avviene, come la fede si indebolisce, le si sostituisce il gusto della novità, il capriccio. Resta una vaga appiccicosa nostalgia, un horror vacui che deve essere sempre acquietato distratto. 

Il punto è che il sensus fidei del popolo cristiano non va in automatico come la Tesla; il crinale tra fede semplice e superstizione è molto sottile.

Ora, tolta la componente della smania da Tiktoker del parroco di turno (Il presepe? Famolo strano), rimane comunque il fatto che il parroco ha, coscientemente o meno, operato alla rappresentazione di un mito.

Non c’è più la fede in un evento storico, la cui straordinarietà la Chiesa non ha mai moralisticamente sottaciuto, la nascita di un bambino in una giovane famiglia la cui eccezionalità è scolpita nelle parole dell’Angelo; o peggio ancora non si percepisce più in che cosa e per che cosa questa vicenda sia unica.

Allora la Sacra Famiglia viene ridotta al modello archetipico di ogni famiglia e quindi, se i tipi di relazioni mutano, cambiano anche i modelli.

Ma badiamo bene che se si è arrivati alla scemenza cosmica della Madonna lesbica, si è partiti dalla Sacra Famiglia nel barcone dei migranti.

Nella relazione circolare tra realtà e mito, tra individualità e modello, anche una cretinata del genere (mi domando cosa farò esauriti gli epiteti normali) ha conseguenze che vanno ben al di là del fatto. Come un bubbone che può essere sintomo di un’infezione interna oppure essere esso stesso il fomite di un’infezione futura.

L’esito immediato di un episodio è strettamente correlato alla cubatura mentale del soggetto coinvolto, e qui non siamo poi troppo lontani dal film di Verdone citato sopra, ma il processo di corrosione, la ruggine, si estende anche alle parti ancora coperte da un sottile strato di vernice. E non a caso il nostro amabile parroco si è giustificato tirando in ballo gli argomenti così come li richiede il protocollo:” L’avvenire della Chiesa è nell’inclusione”, in linea, ça va sans dire, con gli insegnamenti di Papa Francesco.

Qui l’argomentare è rozzo, ma come dicono i francesi c’est la sauce qui fait passer le poisson, vale a dire puoi rigirare quanto vuoi gli argomenti e impreziosirli ma rimangono sempre tossici.

Ora un’ultima qualificazione mi è rimasta a commento di una tale azione: lasciamo da parte i benevoli attributi prima utilizzati, bisogna invece rendersi conto che senza una guida salda e ragionevole, scomparsa dai radar, da parroci siffatti (una minoranza? Speriamo ma è un attimo che diventi maggioranza) ci si può aspettare qualsiasi nefandezza.

Infine è singolare e a suo modo sorprendente che quando Bergoglio scelse il nome di Francesco si levarono alti nitriti di esultanza: finalmente un Papa ha preso il nome del Poverello di Assisi: Piace tutto di San Francesco, tranne il suo presepe, quello fa venire il mal di pancia.

Per ultimo, un fuggevole titolo letto distrattamente: un missionario da quarant’anni in Brasile comunica entusiasta che per gli indigeni piante, animali acque, tutto è sacro.

Ora reverendo, padre, reverendo padre; di fronte alla sua ammirazione mi verrebbe da chiederle perché in questi quarant’anni anziché farsi insegnare dagli indios ad accendere il fuoco coi legnetti, non si è mai messo a ripassare qualcosa di elementare di teologia e biblistica. Sarebbero bastate alcune lezioni del Prof. Ratzinger (io avevo un libretto col testo di alcune conferenze sul tema. Prestato per pochi giorni e perso per sempre è stato tutt’uno) sulla narrazione biblica dell’origine del mondo. Ratzinger sottolineava il fatto che la Bibbia per prima avesse desacralizzato la realtà naturale: Il sole era il primo luminare, la luna il secondo, non più un dio e una dea dai molti nomi e dalle molte storie. Così anche l’ultimo torrente, l’ultimo albero o volpe divennero cose create, creature. Solo l’uomo venne partecipato del soffio divino.

Già da almeno 3600 anni, mese più mese meno, la Terra, il Pianeta se preferite, venne scagliato nella sua dimensione puramente naturale.

Dalle Nereidi tra le onde del mare Egeo ai troll delle caverne scandinave, tutti vennero per così dire scossi, precipitati a terra: rimasero solo nei sogni di un passato lontano, intuizione di un possibile significato delle cose oltre le cose.  

Certamente la natura riverbera l’Essere, ne è l’impronta. Ma tutto finisce qui.

Invece accusiamo con foga l’atteggiamento violento e colonialista dell’uomo occidentale battendo furiosamente sui tasti dei nostri cellulari – frutto del coltan e della stessa volontà predatoria –  ci rifugiamo in un rimpianto melanconico del buon selvaggio e non facciamo abbastanza caso al fatto che tra Rinascimento e ‘600 il pensiero tecnico scientifico nacque anche per strani commerci col pensiero magico, astrologia alchimia cabala. Il lato oscuro della forza, per così dire, ha sempre camminato a fianco dei cavalieri della ragione e dell’experimentum.

All’alchimia si dedicarono non pochi filosofi illustri e grandi scienziati: il fine più pubblicizzato era la ricerca della pietra filosofale che non pochi dichiararono di essere riusciti ad ottenere: le virtù della pietra erano quelle di mutare i metalli vili in oro, la perfetta conoscenza e l’immortalità. Né più né meno di oggi, mutatis mutandis.

È la magia la vera e più profonda molla della manipolazione della natura ed è ciò che si ritrova nel magma oscuro al fondo di molta ricerca scientifica; potrei persino coglierla nell’esasperata ricerca del vaccino universale: già sono a buon punto con quello per il cancro! Come a dire che la medicina non esiste come rimedio alle malattie ma è la promessa del perfetto affrancamento dal male e dal limite.   

In qualche modo si è creata una singolare e stretta alleanza contro Cristo tra persistenze di un mondo precristiano e un umanesimo postcristiano, stupisce dolorosamente che sgomitino per esserne i corifei i nostri parroci e, visto che non abbondano, anche i missionari di ritorno.

A tutti loro vorrei chiedere: senza scervellarci troppo sull’affollamento dell’Inferno, ma quale vita minimamente decente qui ed ora ci state preparando?

Parlate allo sfinimento di pace, accoglienza, dialogo, ascolto tra i popoli, all’unisono con tutti i grandi della Terra. Guardatevi un attimo intorno in questo inizio 2024.

Leggete un po’ i blog e vedete come la gente si ama.

Peace and Love come gli Hippies anni 70. Almeno quelli erano strafattoni, e veramente spero che almeno questo vizio non stia dilagando tra voi.

Per tacere della querelle sull’ora di religione. Tranne pochi casi, storicamente l’ora di religione è servita per giocare a battaglia navale (ai miei tempi) o copiare l’espressione di algebra per l’ora seguente. E non credo proprio che impostare il tutto su criteri antropologici e storici attirerà frotte di studenti. Un’altra ora di storia e sociologia?

Tra droghe, vite solo virtuali, e famiglie sfasciate ai ragazzi si offre un’ora settimanale di pensoso confronto tra le diverse culture? Se poi verrà introdotta l’ora di educazione all’affettività che bei giovinetti avremo tra pochi anni, con il ciuffo al vento e lo stendardo in mano!

E i bambini? Quelli cui “ maxima debetur reverentia”? Ho idea che la sorte di moltissimi tra loro non sia migliore dei bambini di 7/8 anni che durante la rivoluzione industriale e per tutto l’Ottocento lavoravano in fabbrica (e si durò molta fatica a diminuirgli le ore da 12 a 8). Allora, i medici di leva lamentavano le pessime condizioni fisiche con cui si presentavano alla visita i futuri difensori della Patria!

A quei tempi molte madri operaie prima di andare in fabbrica erano costrette a dare ai troppo piccoli, da lasciare quindi a casa, dei bei biberon con del laudano.

Oggi mammine affettuosissime e apprensive all’atto di sedersi su un bus o al tavolo di ristorante mollano al bimbetto di neanche un anno il loro smartphone; così sta tranquillo. E per ironia della sorte saranno affetti non solo da qualche tabe ereditaria (allora i medici parlavano così) di natura spirituale ma anche dal punto di vista puramente fisico e psicologico non se la passeranno troppo bene.

Ma siccome il cretino einsteiniano (quello per intenderci che si ostina a ripetere l’esperimento già fallito ogni volta, nella speranza che prima o poi riesca) è molto diffuso, la strada maestra è ancora quella di fare presepi sempre più inclusivi.

Oppure, ma qui entriamo nel campo di opere di alta ingegneria idraulica, promulgare dichiarazioni come la Fiducia Supplicans, così ardentemente attesa da tutta l’ Ecumene cattolica, così imprescindibile così improrogabile.

Così chiara infine.

Per inciso, il giorno in cui è uscita, mi è capitata un’orribile influenza: non voglio certamente stabilire analogie improprie, ma i fatti sono fatti…

 

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.


 

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