Duccio di Buoninsegna: L’Apparizione di Cristo agli apostoli a porte chiuse
Duccio di Buoninsegna: L’Apparizione di Cristo agli apostoli a porte chiuse

 

IV Domenica di Pasqua

(Anno B)

(At 4,8-12; Sal 117; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18)

 

Dal giorno di Pasqua in poi la liturgia è tutta concentrata nell’insegnarci, documentandola, la “centralità” di Cristo Risorto nella storia, non solo dell’uomo ma di tutta la creazione, di ciò che è nel tempo e di ciò che è nell’eternità. Una “centralità” di Cristo che deriva dalla Sua “unicità”.

– Nella prima lettura dice, infatti, l’Apostolo Pietro, a nome di tutta la Chiesa, di ogni tempo e in ogni luogo: «In nessun altro c’è Salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati». Qualunque sia mediante un mezzo “ordinario” o uno “straordinario”, la Grazia che salva viene sempre e solamente da Lui e per mezzo di Lui. Non dal solo nostro impegno (illusione “volontaristica”), non da tutte le forme di religione (illusione “sincretista”), ma solo da Gesù Cristo. Perché solo Lui è Dio, il Verbo, e solo Lui ha potuto ricostruire la “giustizia originale” tra l’uomo e Dio Creatore. Solo il vero Dio e un vero uomo, era nelle condizioni di poterlo fare. Pietro lo dice con chiarezza e senza ombra di ambiguità: «sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato». Questo mendicante, infermo, che chiedeva l’elemosina alla porta bella del Tempio di Gerusalemme (cfr., At 3,1-10), è il rappresentante dell’umanità intera. La sua guarigione miracolosa rappresenta la guarigione di ogni essere umano dal “peccato originale”, dalla perdita del suo “giusto rapporto” con Dio Creatore, con la condizione di infermità che ne deriva: l’essere reso “storpio” («Qui di solito veniva portato un uomo, storpio fin dalla nascita», At 3,2), fin dalla nascita, nell’anima e infermo in un corpo condannato a soffrire e a morire. A questa Grazia che “ripara” la condizione dell’uomo chiunque può accedere se lo domanda al Signore attraverso i ministri della Chiesa, come a quell’elemosina che gli è necessaria per vivere («Questi, vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, domandò loro l’elemosina», At 3,3). Anche noi, forse, come questo povero mendicante, siamo portatati a domandare molto di meno, accontentandoci di un’elemosina per sopravvivere; Cristo ci dà molto di più volendo farci “partecipare” alla Sua vita, alla Sua Gloria.

– La seconda lettura lo spiega molto chiaramente, dicendo: «Noi fin d’ora siamo figli di Dio [in forza del Battesimo], ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come Egli è».

– Nel Vangelo l’unicità di Cristo, come Salvatore, è riaffermata poi esplicitamente da Gesù stesso, che si presenta come «il buon pastore». Non dice che ce ne possano essere altri parallelamente a Lui. Anzi, spiega che se degli altri si presentassero come pastori, questi sarebbero, in realtà dei “mercenari”, cioè della gente “pagata” dal potere di turno per prendere il controllo del gregge – cioè della Chiesa e dell’umanità intera – dandola in pasto a lupo, cioè a Satana, che per primo, si è illuso di essere dio e illude chi lo segue di diventare come Dio senza di Lui.

Le pecore, cioè gli uomini che hanno dentro la “domanda” di verità della vita, prima o poi, sanno riconoscere la realtà, capiscono che «è un mercenario e non gli importa delle pecore». E sanno riconoscere, prima o poi, che solo in Cristo c’è la “risposta” alla “domanda” («conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me»). Perché tutto il resto finisce per deluderli.

Infine, nel Vangelo, si parla anche di quelli che oggi vengono chiamati “ecumenismo” (ovvero unità nella Chiesa) e “dialogo” tra le religioni («E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare»). Questi non si realizzano con i compromessi e con i cedimenti di parti di verità in cambio di errori. Né, tantomeno, con l’elaborazione di una religione mondiale che metta insieme elementi presi da ciascuna religione, indipendentemente dalla Verità. Perché un “sincretismo” del genere è una costruzione umana e non serve a restituire all’uomo la “giustizia originale” tra lui e il Creatore, che è stata perduta.

Alla pienezza della Verità, che è Gesù Cristo, nella Chiesa Cattolica, si arriva “per nostalgia”, avvertendo ciò che ancora manca a ciò in cui si è creduto. Quando questa nostalgia di pienezza diviene irresistibile, si arriva alla conversione. È la storia di tutti i veri convertiti a documentarlo. Tutto questo sembra essere proprio racchiuso nelle parole di Gesù:   «Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore».

– Il Salmo responsoriale mette sulle nostre labbra le parole di ringraziamento a Dio che ci fa comprendere la Via della Verità della Vita, che è Cristo («Io sono la Via, la Verità e la Vita», Gv 14,6): «Rendete grazie al Signore perché è buono, perché il suo amore è per sempre. È meglio rifugiarsi nel Signore [perché è l’unico Salvatore] che confidare nell’uomo. È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nei potenti [i poteri del mondo che illudono]».

Affidandoci alla Vergine Maria e a san Giuseppe, che hanno custodito in casa loro il Figlio di Dio fatto uomo, come il Tesoro della loro vita e della vita dell’umanità intera, non solo saremo Figli di Dio, in forza del Battesimo («noi fin d’ora siamo figli di Dio»), ma saremo pronti ad accogliere ciò che ci attende nell’Eternità e, la cui grandezza non siamo neppure in grado di immaginare («ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come Egli è».

 

Bologna, 25 aprile 2021

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

fonte: albertostrumia.it

 

 

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