Uomo e robot
Uomo, robot e Macchina

 

 

di Mattia Spanò

 

Si è appena concluso in Vaticano il primo simposio ecumenico sull’algoretica, ovvero l’etica che dovrebbe presiedere l’intelligenza artificiale e i suoi impieghi.

Dritto al punto: mi pare che da qualche anno in qua sia invalsa la tendenza ad appiccicare l’attributo “etica”, e derivati, a qualsiasi pinzillacchera “nuova” ponga “problemi”.

La stessa definizione di “intelligenza artificiale” è posticcia: si tratta di una metafora campata in aria. Il limite fondamentale della macchina è che non è in grado di trascendere se stessa, a differenza dell’uomo.

Diceva un illustre luminare fiorentino di architettura che l’intelligenza artificiale spesso serve al cretino naturale.

La battuta nasconde una verità ben più prosaica: vale a dire che un codice macchina è intelligente meno di quanto sia stupido chi l’ha programmata. Questo sarebbe l’approccio olistico consigliabile nell’avvicinare il problema, ma tant’è: pervasi da un accecante ottimismo, brancoliamo nella luce del progresso.

Prima di sparare certe bellurie, bisognerebbe leggere il libro di Federico Faggin, uno dei massimi esperti al mondo di AI, Irriducibile, il quale non a caso non parla né di etica, né men che meno di intelligenza, ma di coscienza. Che è, appunto, la capacità di trascendere se stessi e il mondo.

Invece la religione in particolare, vittima dell’incapacità sorniona di far valere le proprie ragioni, si accontenta di dire sì a tutto, a patto che sia fatto “eticamente”. Cosa significa? Qualsiasi cosa, anche la necrofilia e la pedofilia, ha un fondamento etico, vale a dire ammissibile, praticabile.

L’ethos è uso, consuetudine. Il divorzio, l’aborto sono perfettamente etici: nessuno ormai ne dubiterebbe. Nell’antica Roma era etico detenere schiavi. Nemmeno Aristotele, forse l’uomo più intelligente mai esistito, per quanto sia lecito affermare una cosa simile, arriva a mettere in discussione la schiavitù. Un qualcosa che oggi – almeno all’apparenza – perfino un bambino delle elementari sarebbe in grado di dimostrare pur dovendo farlo, consapevole o meno che sia, su presupposti aristotelici.

Questo esempio banale dovrebbe essere sufficiente a dimostrare quanto bislacca sia l’idea di problematizzare aspetti della realtà isolati come monadi dal resto, e quanto per farlo ci si debba allontanare da alcuni presupposti inconfutabili come ad esempio il fatto che, sul piano epistemologico, non può esistere un “approccio etico” positivo all’“intelligenza artificiale” per il semplice fatto che essa non esiste, se non come desiderio riflesso dell’intelligenza umana che disprezza e ignora se stessa.

Infatti il bambino può dimostrare in base aristotelica che la schiavitù è una cosa disumana ricorrendo a strumenti stabiliti da un uomo che, per un motivo o per l’altro, non ha nemmeno preso in considerazione l’ipotesi. Il bambino cioè trascende e supera lo Stagirita, perché una conoscenza s’imbatte in una coscienza. La macchina questo non può farlo. 

Ma facciamo pure finta che l’AI esista, che sia “qualcosa”.

L’intelligenza artificiale, come una pistola o una bottiglia, non è né bene né male. Non pone in sé alcun problema. La sua non è ex-sistenza, uscire da ciò che è, ma cum-sistenza, relazione possibile solo con ciò che c’é. Si riduce a “funziona-non funziona”.

Anzi, nel momento in cui ponesse problemi, possiamo star tranquilli che si intende farne un uso largamente improprio, come ad esempio spaccando la bottiglia sulla testa a qualcuno.

Insomma, il bene ideale che esprimono la religione e la spiritualità – che con l’etica centra solo marginalmente – sembra diventato a malapena un mitigatore dell’uso improprio, maligno che si può fare delle cose. Spacca pure la bottiglia sulla testa di qualcuno, ma piano. Il che presuppone a sua volta un dominio di sé: l’unica cosa davvero virtuale che esista.

Con rispetto parlando, l’intelligenza artificiale non è affatto “un dono di Dio”. La ragione, il cervello, le mani, perfino le chiappe sono un dono di Dio (provate a sedervi senza), non l’intelligenza artificiale, che è cosa umana, e come tale transitoria e tutto sommato trascurabile.

È lasciando le cose umane sul piano che compete loro che ci garantiamo un uso corretto, etico, delle medesime. Ciò è possibile se la coscienza che ci trascende resta su un piano separato. Dire al contrario che l’intelligenza artificiale è un dono di Dio significa collocare il manufatto sullo stesso piano della coscienza, o persino superiore.

Due legnetti incrociati, anche casualmente, sono due legnetti incrociati: è la coscienza che mi fa dire “sono una croce, rappresentano una croce”. È su un altro piano, quello della trascendenza, che avviene il miracolo del significato. Ed ogni significato è anche eticamente circoscritto, ma in base coscienza, non in base vaniloquio di intelligenze umane talmente rarefatte da intimidirsi di fronte ad un codice macchina che compila se stesso, senza passioni, bene o male poco conta.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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