In questi giorni, prima e dopo la morte del piccolo Alfie, si sono succedute prese di posizione e comunicati che, in un modo o nell’altro, hanno mancato di evidenziare una questione centrale: il diritto naturale gravemente violato.  

Foto: papa Benedetto XVI

Foto: papa Benedetto XVI

Perché i vescovi inglesi e gallesi hanno emesso il famoso comunicato (qui) in cui sostenevano le ragioni dell’ospedale Alder Hey piuttosto che quelle della famiglia Evans? Perché l’arcivescovo di Liverpool, mons. Malcolm Patrick McMahon, ha affermato (qui) che nel caso di Alfie è stato fatto tutto quanto umanamente possibile, una frase che a molti è sembrata un beffa? Perché il card. Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster, Londra, nonostante il piccolo Alfie fosse stato sottratto ai genitori con la forza pubblica per farlo morire, domenica scorsa, proprio il giorno dopo la morte del bambino, ha affermato (qui): “È molto difficile agire nell’interesse del bambino quando questo non è sempre come vorrebbero i genitori – ed è per questo che un tribunale deve decidere cosa è meglio non per i genitori, ma per il bambino”? Perché mons. Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, in un comunicato (qui) nel quale, piuttosto che chiamare per nome la violenza perpetrata, afferma semplicemente: “Date le soluzioni comunque problematiche che si prospettano nell’evoluzione delle circostanze, riteniamo importante che si lavori per procedere in modo il più possibile condiviso. Solo nella ricerca di un’intesa tra tutti – un’alleanza d’amore tra genitori, famigliari e operatori sanitari – sarà possibile individuare la soluzione migliore per aiutare il piccolo Alfie in questo momento così drammatico della sua vita”? Perchè queste posizioni, ma anche altre che abbiamo letto, e che ci hanno lasciato l’amaro in bocca, non menzionano per nulla il fatto che quel bambino era stato “imprigionato” in un ospedale col fine di farlo morire nel nome del suo “miglior interesse”?

La risposta, ci sembra, stia nel fatto che questa faccenda non ha a che fare, o quanto meno non primariamente, con la commozione umana, con la compassione, con “l’intesa” tra gli attori, ma ha a che fare con il semplice, basilare, diritto naturale che è stato violentemente calpestato. Quel diritto naturale, dato dal Creatore, che è “come una chiamata a realizzare fedelmente l’universale progetto divino inscritto nella natura dell’essere umano(Benedetto XVI, qui).  

E’ questa dimenticanza che fa passare in secondo piano, se non perdere completamente di vista, la completa irrazionalità della vicenda. Una irrazionalità, degna di un regime, che si è manifestata platealmente nel fatto che lo “Stato-Padrone” ha sottratto un bambino, un innocente, ai genitori per farlo morire per mancanza di ossigeno, cibo e acqua. Uno Stato-Padrone che, attraverso le sue articolazioni (medici, giudici, ecc.), si arroga il diritto di definire quale sia il bene oggettivo, il miglior interesse, di una persona.

È questa dimenticanza che fa apparire le parole di mons. Paglia, quelle che invocano “la ricerca di un’intesa tra tutte le parti”, piene di ragionevolezza. E lo sarebbero, ma solo se a monte fosse affermato che “tutte le parti” NON sono sullo stesso piano. Infatti, nessun giudice o medico può avere per un figlio la stessa “preoccupazione” di un genitore. Il coinvolgimento delle “ALTRE parti” è stato previsto dalla legge solo nelle situazioni in cui i genitori non siano in grado o non riescano a trovare un accordo sul modo migliore di prendersi cura del proprio figlio. Certo, non sempre i genitori hanno ragione se dicessero che il sostegno alla vita deve essere continuato contro ogni consenso medico e fatti oggettivi. Ma non era certamente questo il caso di Tom Evans e Kate James.

E’ stato papa Benedetto XVI, nel discorso al parlamento tedesco del 2011 (qui), a mettere in evidenza che: “nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico cambiamento della situazione. L’idea del diritto naturale è considerata oggi una dottrina cattolica piuttosto singolare, su cui non varrebbe la pena discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine”.

Purtroppo, alla luce degli eventi e delle dichiarazioni sopra riportate, si ha come la sensazione che ci si vergogni a parlare di diritto naturale persino nell’ambito cattolico stesso.  

Ed è stato ancora Benedeto XVI, in quello stesso discorso, a dire: “‘Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?’ ha sentenziato una volta sant’Agostino (nel De civitate Dei IV, 4, 1, ndr). Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico”.

La giustizia, infatti, non deve essere intesa come la concessione di un’autorizzazione allo Stato a prendere decisioni sul bene e sulla vita delle persone, ma ad aiutare le persone a vivere la loro vita in una società giusta, secondo il bene comune.

Per questo, Benedetto XVI, nel concludere quel discorso, dice qualcosa che, alla luce di questa tristissima vicenda, diventa un richiamo alla nostra responsabilità, un richiamo a portare il nostro contributo perché la cultura e la società siano più umane, ad intervenire perché certe leggi siano cambiate o non siano affatto approvate: Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro (tra Gerusalemme, Atene e Roma, ndr) ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico”.

di Sabino Paciolla

 

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