III Domenica del tempo ordinario (Anno A) – 25 gennaio 2026
Is 8,23b-9,3; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23
don Ambrogio Clavadei
“Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono”.
Come si fa a seguire un uomo mai visto né conosciuto con una prontezza tale da lasciar perdere il proprio lavoro, le proprie consuetudini, i propri progetti, i propri famigliari? Insomma, come si fa a convertirsi a questo uomo, cioè a stravolgere tutto il precedente percorso della propria vita per seguire questa diversa Via? Questo può accadere solo in forza di un’esperienza riconosciuta come eccezionale e irripetibile, con caratteristiche che sono normalmente attribuite a Dio: Cristo guariva “ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo”; altrove dimostrerà di scacciare i demoni, di compiere miracoli, di perdonare i peccati, di placare il mare in tempesta, di avere insomma ogni forma di autorità sul maligno, sull’uomo e sulla creazione.
Una eccezionale singolarità, dunque, che corrisponde alle attese più profonde e vere del cuore, conducendole a vette altrimenti irraggiungibili se non per una “grazia” (cfr. Ef 2, 8). Un’esperienza che si presenta con una caratteristica di universalità tale per cui corrisponde a me, a te, a lui e al cuore di ogni altro uomo che possa incontrare questa esperienza lungo il tempo della storia. Un’esperienza capace di travalicare ogni cultura e ogni altro slancio religioso, assumendone in sé gli eventuali frammenti di vero e di bene per valorizzarli oltre loro stessi nella misura in cui, allo stesso tempo, ne giudica le parzialità e le distorsioni: “Perché è facile riconoscerlo? [Riconoscere Cristo]. Per una eccezionalità, per una eccezionalità senza paragone. Io ho davanti una eccezionalità, un uomo eccezionale, senza paragone. Cosa vuol dire eccezionale? Cosa vorrà dire? Perché ti fa colpo l’eccezionale? Perché senti ‘eccezionale’ una cosa eccezionale? Perché corrisponde alle attese del cuore tuo, per quanto confuse e nebulose possano essere. Corrisponde d’improvviso, d’improvviso! alle esigenze del tuo animo, del tuo cuore, alle esigenze irresistibili, innegabili del tuo cuore come mai avresti potuto immaginare, prevedere, perché non c’è nessuno come quell’uomo” (L. Giussani, Il tempo e il tempio).
Quel giorno i primi discepoli incontrarono proprio un uomo così, un uomo con tale eccezionale e singolare statura, ma nelle vesti tranquille di uno come loro, capace di accompagnarli nella loro quotidianità di pescatori ma per spingerli poi liberamente verso il largo di una diversa pesca il cui frutto sarebbe stato (ed è stato) la possibilità di comunicare ad altri uomini la straordinarietà della loro personale esperienza.
Fu così che “il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse …”. La luce dell’Eccezionale!
La Chiesa è la depositaria di questa unicità di Cristo che pure si offre nella quotidianità del percorso umano. Ed anche oggi è più che mai necessario testimoniare questa singolarità di Cristo che solo corrisponde alle attese vere del cuore.
Sembra però che ci sia da troppo tempo nella Chiesa (certo non in tutta) la tentazione di edulcorare questa posizione fortemente identitaria con cui Cristo si è offerto a noi per convertire la nostra vita, ritendendola contrappositiva e superata dall’evoluzione della storia e della scienza (o pretesa tale), dimenticando che “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre!” (Eb 13, 8). A sant’Agostino viene attribuito un famoso motto riguardo alla fede: “In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas”, “nelle cose necessarie unità, in quelle discutibili libertà, in tutto la carità”. Il campo di ciò che è necessario e immutabile è costituito proprio dai tratti di eccezionalità che si sono rivelati in Cristo. I dogmi della fede, per es., sono questa singolarità riconosciuta e affermata dalla Chiesa una volta per tutte, una singolarità che a partire dal Dio Uno e Trino e dalla divina umanità di Cristo investe poi aspetti decisivi della fisionomia della Chiesa, come per es. il fatto che il sacerdozio nei suoi vari gradi, a partire dal diaconato, possa essere attribuito solo a persone di sesso maschile. Ebbene, c’è da tempo una ben nota insistenza da parte di grossi personaggi ecclesiali che si intestardisce sul diaconato femminile per aprire poi la strada al sacerdozio e all’episcopato, facendo quindi passare questa caratteristica del ministero sacerdotale nel campo dei “dubiis”, cioè nel campo di aspetti che possono variare con la mutata percezione della vita di oggi.
Così facendo si pensa di offrire al cristiano di oggi qualcosa a cui sia più facile e conveniente aderire, ma il nostro cuore è fatto per l’eccezionale e non per il banale! Naturalmente questo è un esempio tra i tanti. Se si dovesse accettare sistematicamente questo metodo di spostamento dei tratti dell’immutabile nel campo del variabile, vincerebbe a mani basse il progressismo che già tante vittorie ha accumulato; pensiamo per es. alla deriva vera e propria della Chiesa tedesca e al suo imminente tentativo di istituire una Conferenza Sinodale permanente dove i laici finiscono per avere la maggioranza rispetto ai vescovi, e dove si pensa di poter votare a maggioranza per stabilire nuovi aspetti dottrinali o morali. Peccato che tale Conferenza Sinodale sia incompatibile con la costituzione sacramentale della Chiesa. Però si proclama: “a Roma non possono dirci cosa fare a Berlino”. Davvero eccezionale!
Corrisponde alle profonde attese del cuore una tale Chiesa che pretende di agire in nome di Cristo? Temo proprio di no, visto il crollo della fede cattolica in Germania. Del resto, “se il sale perde il suo sapore …” (cfr. Mt 5, 13-16)! San Paolo scriveva alla Chiesa di Corinto: “Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire”. Dunque già allora era importante richiamare all’unità nelle cose decisive della fede. Chissà quale lettera fulminante scriverebbe oggi l’Apostolo delle genti alla Chiesa tedesca, anche se lo farebbe certamente con tanta carità: “in omnibus caritas”!





















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