Intervento al Convegno per la 45° Giornata per la Vita, svoltosi a Lucca il 13 febbraio 2023

 

di Rachele Sagramoso

 

Mossa n°1. Si educa la donna a sentirsi incapace e l’uomo all’irresponsabilità già tra i banchi di scuola e con progetti pitturati di colori arcobalenati e petalosi, promossi direttamente da quelle ricche cornucopie definite PTOF o Piani Triennali per l’Offerta Formativa. Indirettamente, ovviamente, i PTOF sono nutriti abbondantemente da tutto il movimentato carrozzone delle disposizioni sovranazionali che, lo ricordiamo, nel 2015 promossero le pornografiche Linee Guida per l’educazione sessuale, edite dalla procace agenzia OMS e dal non meglio identificato Federal for Health Education e redatte in collaborazione direttamente dall’agenzia abortista Planned Parendood Federation (sì, quella che organizza gli aborti per nascita parziale per poter conservare e vendere i tessuti fetali di nascituri oltre i 5 mesi di sviluppo intrauterino),  e che attualmente promuovono l’aberrante e astuta Agenda 2030. Questo enorme carro di carnevale sta invadendo i libri di Scuola: tale istituzione già sofferente da anni per delle politiche scellerate attente a questo ente solo per la diffusione di ideologie che stanno giungendo all’amputazione diretta dei caratteri sessuali primari e secondari nei giovani adolescenti, è giunto alla declamazione del proprio epitaffio che purtroppo non è ancora funebre ma sta certamente dando segnali di spegnimento cerebrale. Partendo dalla necessità d’inculcare, in quelli che saranno uomini e donne, alcuni principi saldi che la società ritiene opportuni ma magari la famiglia no, si espropria primariamente con chirurgica precisione il diritto dei genitori di decidere cosa impartire ai figli e inducendo tali genitori a credere che i figli siano dello Stato: questo attento e abile gioco di prestigio avviene distraendo i genitori con difficoltà economiche da affrontare, carriere da gestire e relazioni di coppia che definire fragili e narcisistiche è un eufemismo. Partendo dall’invenzione dei Progetti che le scuole organizzano in quanto stanche di promuovere la geografia e la letteratura italiana e poiché divenute delle aziende che debbono incamerare clientela, i mezzi migliori per giungere alle giovani menti considerate spesso banali barattoli da riempire, sono la promozione di attività che non hanno nulla a che fare con le discipline. Dai corsi di padel, agli incontri per prevenire la violenza di genere – che, faccio notare, è sempre quello femminile ma mai quello maschile – i giovan (asterisco) student (asterisco) acquisiscono, grazie a disponibili operatori sanitari, ogni tipo di direttiva volta unicamente al far giungere due messaggi chiarissimi, uno alle femminucce e uno ai maschietti, quando va bene. Quando va male, invece, i messaggi riguardano le giovani persone che s’identificano con uno dei 54 generi previsti da facebook, al di là del sesso assegnato alla nascita da quelle fasciste delle ostetriche.

Quello alle femminucce o a chi si sente tale, roseo e dai colori pastello, riguarda prettamente il messaggio che suona più o meno così: «Siccome sei una povera scioccherella incapace di tenere buoni gli ormoni, e poiché abbiamo deciso che per te sia meglio attendere quando sarà lo Stato a dirti che è il momento giusto di figliare, sarà il caso che venga deciso da altri cosa devi fare. Prima di tutto cancelliamo la tua fertilità, non si sa mai che magari vieni a conoscere l’esistenza della fisiologia del ciclo ovarico e non ci consumi qualche prodotto che serve a noi operatori sanitari per guadagnare qualche credito formativo obbligatorio attraverso la frequenza di qualche convegno sponsorizzato da chi produce sex toys. In seconda istanza togliamo di mezzo anche la tua possibile salute riproduttiva prevenendo patologie che ti potrebbero rendere infertile come le conseguenze date dalle infezioni sessualmente trasmissibili, l’endometriosi, l’ovaio policistico e altri, promuovendo l’uso del preservativo che oramai si sa che non previene la diffusione né di HIV né di HPV ma tanto siamo occidentali per cui si può ricorrere a un vaccino (quello dell’HPV) che ha una serie di effetti collaterali infiniti o ricorrere, per quanto riguarda l’HIV, alla somministrazione di antiretrovirali costosissimi, ma noi siamo l’occidente per cui ne abbiamo diritto. In terzo luogo ti informiamo con attenzione e in completa ottemperanza con le disposizioni neomaltusiane e ambientaliste secondo le quali siamo troppi e troppo poveri sul nostro pianeta, che hai l’assoluto diritto a sopprimere tuo figlio o a vendere il tuo corpo per produrre i figli di altri. Il tuo diritto è solo ed esclusivamente quello di corrispondere a dei canoni riproduttivi che ti definiscono funzionale o meno, alla produzione di esseri umani per te stessa o per altri, lautamente paganti». Ai maschietti o a chi si definisce tale, al contrario, i saggi promotori della salute insegnano la soppressione a ogni responsabilità nei confronti della possibilità di essere virili. Anzi, tale fondamentale caratteristica che più di ogni altro uomo ha caratterizzato la vita di Gesù Cristo e di tanti santi noti e meno noti nella vita del cattolicesimo, va del tutto soppressa marchiandola a fuoco con la definizione di “mascolinità tossica”. Questo sta a significare che ai giovani virgulti della nostra società che trabocca di uomini che scappano di fronte a ogni difficoltà, è suggerito con commovente serenità il fatto di essere forti coi deboli, deboli coi forti, laddove i deboli sono certamente gli ipotetici frutti dei rapporti sessuali pseudomasturbatori, che prendono l’indifferente nome di “prodotti del concepimento”, mentre i forti sono tutti quei mezzi tramite i quali si impartiscono lezioni di violenza sulle donne. Mi riferisco, se non si fosse capito, a tutto il parterre di siti pornografici la cui frequentazione è quasi obbligatoria per chi possiede uno smartphone e una famiglia che confonde il valore della privacy dei ragazzini, con l’assoluta assenza della presenza di un educatore che vigila, spiega, interviene.

A maschi e femmine, quindi, s’insegna a non conquistarsi alcun valore morale, ma al contrario si agevola la più completa acquisizione di precetti creati da tutta una serie di idealisti. I nomi di costoro sono più che conosciuti come conosciuti sono i versamenti cospicui alle case cinematografiche che producono pornografia e alle agenzie per la “genitorialità pianificata” altrimenti definite Planned Parenthood. Tali profondi e ricchi valori, sono surrettiziamente trasmessi attraverso l’uso di termini positivi, tra i quali troviamo “sostenibilità”, “globalità” e la nuova materia scolastica che è stata denominata “nuova educazione civica” ovvero il vero pseudonimo di Agenda ONU 2030. Quest’ultima è il grande carro dentro cui vengono trasportate le ideologie in voga, per addomesticare fin dalla culla il cosiddetto “cittadino globale”. Lo si fa affinché tali nuove generazioni possano promuovere l’ambientalismo, l’antispecismo, il veganismo e l’alimentazione tramite farine derivate da insetti, per far sì che si trasmetta il valore di un modernismo che utilizza termini cari alla dottrina cristiana e allo sguardo cattolico sulla vita del creato, stravolgendoli per far passare il messaggio che l’essere umano è la rovina del mondo senza soluzione se non la riduzione mirata attraverso i diritti riproduttivi classici, come la contraccezione e l’aborto, o più sottili, come la promozione di farmaci per ridurre la fertilità maschile e femminile.

 

Mossa n°2. Si convince la società che la maternità sia una patologia dalla quale la donna debba ben guardarsi. La medicalizzazione tentacolare di ogni tratto della vita femminile, che va dall’inizio al termine della fertilità della donna e attraversa, soprattutto, la gravidanza, è il modo che lo Stato usa per controllare la donna. Non può farlo, non deve farlo, tutto ma non madre sino a che lo Stato e la società, non dichiarino apertamente che quella donna può mettere al mondo un figlio. Lo abbiamo visto chiaramente con le disposizioni sovranazionali che le femministe italiche agognano per ogni donna già nata. Perché già nata? Perché quelle che vivono uno status embriofetale fanno parte del mondo che ha diritto di vivere solo se qualcuno glielo consente, solo se invitate da qualcuno in modo specifico, solo se pretese da qualcuno attraverso la stessa medicalizzazione che cancella la fertilità a seconda delle situazioni: per quella donna no, allora le tolgo la salute riproduttiva, per quella donna sì, allora per lei si smuova la scienza. Anzi, rendendo legale lo sfruttamento di gameti o di uteri di altre donne, lo Stato condanna la femminilità a essere qualcosa che comunque si può vendere o acquistare, in un liberismo eretto a regola di vita.

Le femministe italiche, dicevo, applaudono alla definizione di “diritto riproduttivo” solo per quello che riguarda la possibilità d’interrompere una gravidanza o di pretendere una, ma mai quando a una intera popolazione di donne, è stata imposta la somministrazione ricattatoria di un farmaco sperimentale di dubbia produzione creato per tenere sotto controllo una pandemia, ben sapendo che quel farmaco non era garantito per la somministrazione né sulle donne in età fertile, né in gravidanza: i risultati di questo li vediamo empiricamente e scientificamente oramai quotidianamente. Non solo la fisiologia del ciclo ovarico risulta alterata o distrutta per tante donne, ma il dover assistere alla nascita di nascituri malformati o deceduti durante la gravidanza, sta diventando un’abitudine di diverse colleghe ostetriche. Come se l’esperienza del Talidomide e dei bambini focomelici non avesse insegnato nulla alla comunità medica nazionale e internazionale. Non vi è differenza morale tra le varie disposizioni partorite, è il caso di dirlo, durante la sua preziosa presenza al dicastero alla Salute del popolo italiano, di chi governava in quel del 2020. Non c’è differenza tra il via libera alla vendita senza controllo medico della “pillola dei cinque giorni dopo” anche alle minorenni non tenendo in considerazione gli effetti epatici del principio attivo del farmaco; oppure quella di alzare il tetto della distribuzione della pillola abortiva RU486 alle 9 settimane di gestazione, causando dei veri e propri parti emorragici a tante donne chiuse nei loro appartamenti e silenziate da un mondo profemminista sicuro che una donna abbia il diritto di abortire ma non abbia il diritto di non farlo; di trattare le donne gravide come cavie da laboratorio senza valutare che nessuna ditta farmaceutica garantiva l’assenza di effetti nocivi sui feti, e imponendo un “vaccino” la cui distribuzione era stata approvata con una semplice Autorizzazione Condizionata al Marketing facendola passare come necessaria in assenza di terapie (cosa che poi – lo stiamo vedendo a oggi – è stata ampiamente dimostrata falsa) oppure negando le cure di base alle partorienti che non si piegavano alle disposizioni ministeriali, condannandole spesso all’assenza di ogni tipo di assistenza se non quella di interrompere la gravidanza che, lo ricordo, era una delle poche prestazioni ospedaliere garantite in lookdown. La priorità dello Stato, quindi, è la soppressione dei nascituri e non certo la cosiddetta “Salute pubblica” – come dice la nostra Costituzione più volte denigrata e violata negli ultimi tre anni – che è un diritto per chiunque, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Ci sono tante storie di donne abbandonate in camerette ricavate dagli armadi delle scope che avrebbero avuto il diritto di accedere alla partoanalgesia, alla presenza di una persona cara per affrontare i dolori di una nascita o di una morte del proprio figlio, l’assoluta aggressività subita dalle donne da parte di operatori sanitari che hanno abdicato al loro ruolo manifestando anche sui social o sui sagrati delle nostre chiese, lo spregio assoluto per chi – indegno possessore di un habeas corpus oramai dimenticato – aveva compiuto scelte differenti ma era obbligato a chiedere assistenza sanitaria.

Mossa n°3. A livello sociale la donna deve essere meritevole di essere madre. Le madri che rinunciano a fare il terzo figlio, per esempio, sono tantissime: se lasciate libere tante donne non vorrebbero altro, per loro stesse, che la possibilità di fare le mamme con serenità. Tuttavia questo non è possibile perché non riescono a livello mentale e organizzativo: tra un mondo del lavoro che è disturbato anche solo dal fatto che la donna possieda fisiologicamente degli ormoni che influiscono sul suo stato fisico e mentale in modo diverso durante il mese, o dal fatto che – molto banalmente – la donna custodisca in sé la possibilità di rimanere gravida, la regia che amministra la sceneggiatura della vita di tante donne, rende impossibile la maternità. La pressione sulle madri è enorme, sia quella che le donne riservano a loro stesse, sia quelle del mondo del lavoro che ha demolito del tutto il vantaggio femminile nel diventare madre. Giorni fa ci siamo dovuti sorbire, tramite canali di Stato – guarda un po’ che coincidenza – un monologo stanco, vuoto, stantìo di una di quelle donne diventate famose per aver venduto il proprio corpo, la propria maternità e la conseguente progenie, al mondo intero per la sola gioia di accumulare ricchezze. Costei, il cui nome è Chiara, ha rilasciato alcune dichiarazioni meritevoli di attenzione per il solo fatto di essere il simbolo di una società che crea delle ideologie e le spaccia per verità. La starlette del niente, la influencer del nulla, ha dichiarato con candore: «…La nostra società ci ha insegnato che quando diventi madre sei solo una mamma. Ti fa sentire in colpa…». Che strana affermazione in una società che prevede il fatto che ai colloqui di lavoro venga indagato lo status coniugale della donna, il desiderio o l’intenzione di fare figli e la quantità di figli già esistenti, per decidere se quella donna sia in grado di occupare il posto per il quale si candida. Fantasiosa asserzione in una cultura nella quale alle donne non è consentito di scegliere in tutta serenità se fare per sempre o momentaneamente la madre o se tornare a lavorare quando lo ritengono opportuno. Particolare asseverazione in una società dove tutte le donne vengono controllate a ogni pié sospinto quando sono in attesa, per validarne la capacità di produrre figli dello Stato che non siano portatori di handicap imbarazzanti per un mondo del lavoro che predilige schiavi da stipendiare con cifre ridicole. Enunciazione bizzarra in una cultura che costringe le donne a programmare il momento di diventare madri come se fosse un capriccio personale che nulla possiede di effetti sulla società, in quanto il dramma che i cittadini devono sopportare quotidianamente è il pagamento delle tasse che servono a quelle disgraziate di donne che ancora non rinunciano a fare figli, per essere assistite al parto e per consentire la formazione scolastica di quei figli che sono un peso sociale per chi si fa sterilizzare in quanto consapevole che la rovina del pianeta sia da imputare all’uomo. Ed ecco che si torna alla petalosa Agenda ONU 2030, concepita dalla medesima Agenzia per la quale la incipiente assenza di bambini appare come la conquista di una medaglia al valor civile.

Non chiediamoci quindi cosa una madre possa fare per la politica, ma cosa la politica possa fare per la madre. Sempre che alla politica delle madri interessi ancora.

 

Non avere paura, mamma. Sfide a vincita certa, Tau ed., Todi2022

 

 

 


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