Ricevo da un lettore che, si firma Bruno V., un saggio critico della prima enciclica di papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, pubblicata il 15 maggio dell’anno 2026. Dopo la sua lettura, ritengo che il testo sia consistente, anche se su alcuni punti si può essere non perfettamente in accordo. Per tale motivo, volentieri pubblico.

Precisazione importante, soprattutto nella prima parte, ho effettuato delle verifiche e fatto delle osservazioni che troverete tra parentesi con un testo che si conclude con “,ndr”.

 

Magnifica Humanitas enciclica
Magnifica Humanitas enciclica

 

Sommario

Premessa 2

Utopia dell’inesorabile progresso o sano realismo cattolico? 5

La Chiesa primariamente dialoga oppure insegna? 8

La verità deve essere difesa? 14

Il dialogo che trasforma la pluralità di voci in risorse per giustizia e fraternità 18

La sinodalità è la migliore ricetta per la Chiesa di oggi? 22

L’evoluzione della Dottrina sociale in Leone XIV 26

Intelligenza umana e Intelligenza artificiale 31

 

Premessa

Questo modesto testo non intende affatto disconoscere che l’enciclica Magnifica Humanitas (d’ora in poi MH) contenga molte parti ed affermazioni pregevoli e preziose per il cammino del popolo di Dio, e anche per l’umanità in generale. Semplicemente, ci si è voluti limitare a toccare solo quegli aspetti e quelle affermazioni che, in coscienza, si ritengono problematiche, avvalendosi anche di contributi di autorevoli pastori della Chiesa e studiosi, senza alcuna pretesa di esaustività di analisi di un’enciclica peraltro alquanto lunga e non priva di complessità.

Una prima, preliminare considerazione che riteniamo di dover fare su MH, riguarda l’urgenza della promulgazione della stessa rispetto ai temi trattati, nell’attuale situazione della Chiesa, considerando anche che, generalmente, la prima enciclica di un papa viene considerata come una sorta di manifesto del pontificato, ciò che il nuovo successore di Pietro considera centrale o particolarmente importante. 

In quest’ottica peraltro, Leone XIII, che nella vulgata è passato alla storia come il pontefice della Dottrina sociale della Chiesa, occorre ricordare che scrisse la famosa Rerum novarum ben tredici anni dopo la sua elezione e solo come sua trentottesima enciclica (la prima fu l’Inscrutabili Dei consilio, rivolta a tutti i successori degli Apostoli, “a sostenere insieme con Noi l’odierna lotta per la Chiesa di Dio e per la salute delle anime”). Dunque anche per Leone XIII, le questioni inerenti il lavoro, le problematiche connesse alla cosiddetta “rivoluzione industriale”, i temi sociali,… più in generale, i temi attinenti al miglioramento della vita terrena, pur importanti, non furono da lui considerati i più importanti ed urgenti rispetto alla salus animarum. Ne consegue che un conto è dire “Leone XIII ebbe particolarmente a cuore le questioni sociali”, che è un affermazione corretta, ben diverso è dire “Leone XIII ebbe a cuore le questioni sociali più di ogni altra cosa” che è un’affermazione falsa, manipolatoria e, in ultima analisi, quasi irriverente per Papa Pecci. Di conseguenza anche le frasi piuttosto ricorrenti in molti commenti all’indomani della pubblicazione dell’enciclica MH, del tipo: “Papa Leone XIV ha voluto nella sua prima enciclica mettere al centro le questioni sociali sulle orme dell’altro Papa Leone che l’ha preceduto”, è da respingere poiché Leone XIII, lo ripetiamo, non ha mai pensato che le questioni sociali terrene fossero più importanti della salvezza delle anime, anche se poi è rimasto famoso per aver quasi fondato, o ri-fondato la Dottrina Sociale della Chiesa.   

Nella Chiesa di oggi, per riportare giusto qualche esempio, sono recentemente accaduti i seguenti fatti: 

  • Il vicepresidente della CEI Mons. Savino, nell’ottobre dell’anno scorso, in una intervista sul canale YouTube (qui) si è pronunciato apertamente a favore dei rapporti carnali omosessuali, quindi di quella che la Chiesa, fino a poco tempo fa, aveva sempre chiamato sodomia (uno dei quattro peccati che gridano verso il cielo), così come ha fatto, sia pur indirettamente, il Gruppo di Lavoro 9 del Sinodo sulla Sinodalità (qui).
  • Il Gruppo del Guado, associazione pro-LGBT, ha organizzato una Messa il 12 giugno scorso presieduta dall’allora arcivescovo di Milano Mario Delpini presso la Chiesa di San Carlo al Lazzaretto a Milano. Delpini durante l’omelia, ha detto: «Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete il popolo più numeroso, siete anzi i più piccoli, ma perché vi ama».
    Uno dei partecipanti ha mostrato su Instagram la maglietta con cui si è presentato a ricevere la comunione. Sulla maglietta era rappresentato Gesù vestito nei colori arcobaleno con sopra la scritta «Ah Men». Si tratta di un gioco di parole tra il termine “amen” della liturgia, della preghiera, e l’espressione inglese che significa “Ah gli uomini!“, ovvero un chiaro  riferimento all’attrazione omosessuale. Lo stesso partecipante si è premurato di far sapere, sempre tramite Instagram, che quando ha ricevuto la comunione ha pronunciato la medesima espressione davanti all’arcivescovo: «Ah Men» (qui). 
  • Il 13 giugno scorso nella Chiesa dei Santi Apostoli a Londra è stata celebrata una «Messa di ringraziamento per 50 anni di amicizia, collaborazione e impegno nella ricerca della giustizia» in onore della “coppia” di omosessuali Julian Filochowski e Martin Pendergast, cui è seguita la benedizione della stessa. La Messa è stata celebrata da padre Jim O’Keefe, amico della coppia, e concelebrata dal vescovo John Patrick Crowley, emerito della diocesi di Middlesbrough, dal vescovo John Rawsthorne, emerito della diocesi di Hallam e dal canonico Chris Vipers della parrocchia dei Santi Apostoli. L’omelia è stata tenuta, in parte dal cardinale Timothy Radcliffe, che ha affermato: “ogni amicizia vera, fedele e vissuta appieno è una condivisione della vita di Dio”, in parte da suor Jeannine Gramick, SL, co-fondatrice di New Ways Ministry, la principale organizzazione statunitense di “cattolici LGBT”. In tutta la celebrazione il termine “amicizia” è stato utilizzato (a parere dell’autore di questo testo, ndr) a copertura della sodomia  (qui; qui). (Gramick, a quanto mi risulta, non tenne in parte l’omelia, partecipò invece a una «dialogue proclamation of the Gospel», insieme a James Alison, Pat Jones e Anne Smith., ndr)
  • A fronte dell’avvenuto sacrilegio da parte di alcuni parrocchiani di Zurigo che hanno dato parti della Santa Eucarestia in pasto ai propri cani, il vescovo svizzero Bonnemain non avendo ravvisato “intento sacrilego” (sue parole)… non ha confermato la prevista scomunica latae sententiae, e neppure ha ritenuto necessaria una Messa di riparazione.
  • Il 22 maggio 2025, Papa Leone ha approvato l’apertura del processo di beatificazione del  vescovo spagnolo Mons. Alejandro Labaka. Recentemente è stato reso pubblico il suo diario autobiografico Crónica Huaorani (qui), in cui il vescovo confessa di aver praticato, presso gli indigeni verso i quali svolgeva la sua missione di evangelizzazione, nudismo [soppresse alcune parole che sono nel testo in quanto andrebbero meglio verificate, ndr). Ad oggi non si ha notizia di una revisione del processo di beatificazione.
  • L’ ex arcivescovo di Milano Delpini, quando era in carica, ha trovato opportuno annullare la processione del Corpus Domini, adducendo tra le motivazioni il cosiddetto overtourism.
  • Il 22 luglio scorso, nella chiesa di San Michele a Monaco di Baviera, per commemorare il decimo anniversario della dichiarazione di papa Francesco che, in qualche modo, equipara Maria Maddalena agli apostoli (qui), oltre 400 donne si sono riunite per un flashmov e una Messa celebrativa nel corso della quale il vescovo ausiliare Bischof assieme a una donna, Theresia Reischl, responsabile della Commissione per le donne dell’arcidiocesi, che indossava una sorta di stola (o che almeno così appare, ndr), hanno tenuto un’”omelia dialogica” (?). Non sono mancati “danze liturgiche” e lancio di palloncini.
  • L’arcidiocesi di Monaco e Frisinga ha reso pubbliche fotografie di una “liturgia della Parola” (?) celebrata nella cappella sullo Zugspitze, la montagna più alta della Germania, in cui si vedono due donne, incaricate della pastorale, dietro quello che dovrebbe essere un altare. Davanti a loro candele,  pane azzimo e una ciotola d’uva. L’arcidiocesi ha tenuto a precisare che le donne hanno benedetto pane e uva e acceso una candela dedicata a Maria Maddalena. Poi pane e uva sono stati condivisi in un rituale simbolico. La particolare attenzione alla Maddalena, da parte della Chiesa sinodale tedesca, si spiega in ottica di rivendicazione femminista: se gli apostoli furono i primi vescovi e Maria Maddalena è stata riconosciuta come apostola, dunque ella sarebbe stata anche vescova, di conseguenza la Chiesa dovrebbe decidersi ad ammettere le donne al sacerdozio e all’episcopato…    (qui). (Mi corre l’obbligo di precisare che l’affermazione di Valli è sostanzialmente coerente con quanto mostrato e descritto dalla stessa arcidiocesi (presenza di pane e uva sull’altare, benedizione e accensione della candela), ma la formula “la diocesi ha tenuto a precisare che le donne hanno benedetto pane e uva e acceso la candela” attribuisce alla fonte diocesana un’affermazione esplicita sulla benedizione di pane e uva che, nel testo che ho trovato (qui), non compare testualmente — è più una sua sintesi/interpretazione della scena fotografata che una citazione letterale della diocesi, ndr)
  • Una danza pagana denominata “Messa azteca” si è tenuta nella cattedrale di Nostra Signora degli Angeli a Los Angeles, con tanto di danzatori in succinti costumi aztechi, che hanno danzato attorno all’altare e dinanzi al Crocifisso (questo viene desunto da un video? questo è da chiarire, ndr). Il giornale diocesano ha descritto gli artisti come “interpreti della storia di Nostra Signora di Guadalupe” e ha elogiato l’opera per “la sua capacità di fondere la fede cattolica con la cultura indigena messicana” (qui).
  • Monsignor Stefan Hesse, vescovo di Amburgo, ha approvato un progetto di educazione sessuale per scuole cattoliche il cui motto è: “Maschile, Femminile, Diverso”, ispirato alla teoria del Gender. Nonostante Mons. Hesse si dichiari grande sostenitore della sinodalità, i genitori degli studenti hanno appreso dell’esistenza di tale documento soltanto a cose fatte e nemmeno dalle scuole. Non c’è stato alcun confronto. Sebbene le famiglie, organizzatesi in una «Rete per la tutela e la prevenzione dell’infanzia», abbiano ripetutamente protestato, l’Arcidiocesi di Amburgo ha deciso di andare avanti appellandosi a un documento del Cammino sinodale tedesco (qui).
  • Il 13 e 14 agosto si è tenuto a Cusco (Perù) l’Incontro Macroregionale Sud «Intrecciando Voci per la Dignità: per i diritti umani e il bene comune», che ha riunito rappresentanti di organizzazioni sociali, comunità indigene e collettivi di nove regioni del sud del Perù. L’iniziativa che è stata presentata da Vatican News come parte della preparazione della visita di Leone XIV in Perù, ha visto la partecipazione di monsignor Jordi Bertomeu, ufficiale del Dicastero per la Dottrina della Fede e commissario pontificio, e di due vescovi: Mons. Lizardo Estrada Herrera, segretario generale del CELAM, e Mons. Miguel Ángel Cadenas, vescovo di Iquitos. L’incontro che cadeva nei giorni del triduo dell’Assunzione di Maria Santissima, si è aperto senza nessuna preghiera cattolica, bensì con un rituale pagano di invocazione alla Pachamama, che contemplava offerta di foglie di coca, esercizi di respirazione ed offerte di cibo (qui).
  • Il 20 agosto scorso, presso la chiesa di San Martino a Rebbio (Como), si è tenuto l’ultimo addio, ovvero un ricordo, della buddista Marta Pezzati. Due monaci buddisti hanno pregato un mantra dall’ambone (che per la Chiesa è riservato alla proclamazione della Parola di Dio). Erano presenti il parroco don Giusto Della Valle e un altro sacerdote che indossavano paramenti liturgici. Oltre al “momento buddista”, nel corso della cerimonia, vi è stata anche una breve esposizione del vangelo della risurrezione di Lazzaro

(qui; qui).

Ora, in una Chiesa come quella attuale dove, oltre al verificarsi di fatti come quelli sopra elencati, le funzioni religiose vengono disertate da gran parte della popolazione, gli abusi liturgici all’ordine del giorno e molte chiese e conventi vengono chiusi… francamente, si fa un po’ fatica a cogliere come “urgente” priorità pastorale, la trattazione delle problematiche connesse all’Intelligenza artificiale…          

Ma soffermiamoci su alcuni temi e, in particolare, su alcune affermazioni dell’enciclica MH.



Utopia dell’inesorabile progresso o sano realismo cattolico?

 

“Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile” (MH, Introduzione, 1). 

Questa affermazione del Pontefice appare piuttosto perentoria, quasi apodittica… insomma priva di sfumature che possano farla intendere come un tendere verso un ideale. Con l’impegno di ogni generazione si può – indubbiamente ci sta dicendo il Papa – realizzare un “luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile”. 

Ora, un conto è dire che ogni generazione ha il compito di tentare di costruire, di tendere verso la costruzione di un mondo il più possibile giusto, dove il maggior numero possibile di persone venga rispettata nella sua dignità ma, sottolinenando o sottointendendo che sempre si è trattato e sempre si tratterà, di un tendere verso, un tentare di… per quanto nelle nostre possibilità, nell’ottica di un miglioramento della condizione umana in questa vita, ma senza alimentare l’illusione di poter davvero realizzare una sorta di paradiso in terra, come se la storia, nel suo complessivo procedere, fosse lanciata, ineluttabilmente, verso un continuo progresso materiale e spirituale… Si rischia di ricadere, ancora una volta, nell’utopia delle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità, di cui parlò nel XIX secolo il filosofo liberale Terenzio Mamiani, e che Giacomo Leopardi riprese, con sapiente sarcasmo, ne La Ginestra o il fiore del deserto. Quante volte nel corso della storia ci si è illusi che fosse arrivato il momento di un mondo finalmente pacificato, contrassegnato ormai solo dal benessere, dalla pace e dalla giustizia. Per limitarsi all’età contemporanea: 

  • all’indomani della fine dei conflitti tra stati europei successiva al 1870, fiorì l’ottimismo spensierato della Belle Epoque… ma poi seguì la Prima Guerra Mondiale (15-17 milioni di morti che, con la conseguente pandemia spagnola, salirono ad almeno 40 milioni); 
  • alla nascita della Società delle Nazioni che avrebbe dovuto impedire nuovi conflitti in Europa, seguì… la Seconda Guerra Mondiale e l’Olocausto; 
  • alla nascita dell’ONU in cui si riponevano grandi speranze, seguì… la guerra fredda, i conflitti di Corea e Vietnam, le feroci repressioni in Cina e Unione sovietica (queste ultime peraltro iniziate oltre un decennio prima); 
  • la caduta del muro di Berlino nel 1989 e, un paio d’anni dopo, la fine dell’URSS, furono festeggiate da folle gioiose in tante parti d’Europa, cui seguirono… la guerra fratricida nella ex Jugoslavia, l’”11 settembre”, le due guerre in Iraq e poi in Afghanistan, il terrorismo islamico internazionale di Al-Qaeda e dell’Isis, i conflitti nel Medio Oriente, la guerra Russia-Ucraina. 

Ma, oltre ai fatti che sempre hanno smentito le pretese delle visioni utopistiche di una storia sempre proiettata in un continuo progresso, da cristiani, non possiamo dimenticare che l’ultimo libro che conclude la Sacra Scrittura, quell’Apocalisse di Giovanni così poco citata dai papi del post-Concilio, ci preannuncia un futuro che precederà la seconda venuta del Salvatore, non certo idilliaco di pace e giustizia e fratellanza:

“Poi uno degli anziani mi rivolse la parola, dicendomi: «Chi sono queste persone vestite di bianco, e da dove sono venute?» Io gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». Ed egli mi disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione” (Ap 7,13-14).

La quale “grande tribolazione” cioè il regno dell’Anticristo, il quale muoverà contro la Chiesa la più terribile persecuzione che mai si sia avuta, era stata preannunciata già da nostro Signore Gesù Cristo, come riportano i tre sinottici:

“Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi; ma tutto questo è solo l’inizio dei dolori. Allora vi consegneranno ai supplizi e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome. Molti ne resteranno scandalizzati, ed essi si tradiranno e odieranno a vicenda. Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà […] 

Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall’inizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà” (Mt 24,7-11;21).

“[…] quei giorni saranno una tribolazione, quale non è mai stata dall’inizio della creazione, fatta da Dio, fino al presente, né mai vi sarà” (Mc 13,19).

“Quando udrete parlare di guerre e di sommosse, non siate spaventati, perché bisogna che prima avvengano queste cose, ma la fine non verrà subito dopo”. Allora disse loro: “Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno grandi terremoti e, in diversi luoghi, pestilenze e carestie; vi saranno fenomeni spaventosi e grandi segni dal cielo. Ma prima di tutte queste cose, vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e mettendovi in prigione, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Ma ciò vi darà occasione di rendere testimonianza. Mettetevi dunque in cuore di non premeditare come rispondere a vostra difesa, perché io vi darò una parola e una sapienza alle quali tutti i vostri avversari non potranno contrastare né contraddire. Voi sarete traditi perfino da genitori, da fratelli, da parenti e da amici; faranno morire parecchi di voi e sarete odiati da tutti a causa del mio nome, ma neppure un capello del vostro capo perirà” (Lc 21,9-18).

Dunque Gesù Cristo e San Giovanni apostolo nell’Apocalisse preannunciano la “grande tribolazione”, di cui non sappiamo la durata temporale (i “milleduecentosessanta giorni” di Ap 11,3 che riprendono i tre anni e mezzo di cui parla il profeta Daniele, vanno letti come simbolici). Comunque, non sarà ancora la fine del mondo, perché precederà la parusia, la seconda e definitiva discesa del Salvatore e il giudizio finale. 

Non è corretto interpretare le suddette parole evangeliche come riferentesi alle sole persecuzioni dei cristiani dei primi secoli, e non anche a una condizione costante per la Chiesa di ogni tempo, come non è corretto dire che Giovanni, nell’Apocalisse, descriva la situazione della Chiesa limitatamente alla sua epoca. Le sue visioni, ispirate dallo Spirito Santo, formano un grande quadro che abbraccia tutta la storia, quindi la situazione della Chiesa di sempre, delineandola come una battaglia contro le forze ostili che ora sembra attenuarsi e ora di nuovo riprende vigore (corsi e ricorsi direbbe Vico). Verrebbe da dire, altro che progresso continuo…

Come è scritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica:

“675 Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti.  La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il « mistero di iniquità » sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne. 

676 Questa impostura anti-cristica si delinea già nel mondo ogniqualvolta si pretende di realizzare nella storia la speranza messianica che non può essere portata a compimento se non al di là di essa, attraverso il giudizio escatologico; anche sotto la sua forma mitigata, la Chiesa ha rigettato questa falsificazione del regno futuro sotto il nome di millenarismo,  soprattutto sotto la forma politica di un messianismo secolarizzato « intrinsecamente perverso ».  

677 La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che attraverso quest’ultima pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e risurrezione.  Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male che farà discendere dal cielo la sua Sposa. Il trionfo di Dio sulla rivolta del male prenderà la forma dell’ultimo giudizio dopo l’ultimo sommovimento cosmico di questo mondo che passa”.

La storia dell’umanità ha conosciuto continuamente un alternarsi di progressi e di regressi, di personaggi famosi positivi, illuminanti come i grandi santi, e personaggi altrettanto famosi ma decisamente negativi, offuscanti la bontà della creatura umana così come l’aveva concepita il Creatore, tra i quali certamente i grandi sterminatori di popoli, Hitler, Stalin, Pol Pot, ecc…                   Filosofie, dottrine, ideologie nefaste, nonostante nel corso dei secoli fossero state più volte confutate e smascherate, si sono periodicamente ripresentate, magari con alcuni mimetici cambiamenti, come la gnosi (rimane fondamentale la lezione di Emanuele Samek Lodovici, Metamorfosi della gnosi. Quadri della dissoluzione contemporanea, Ares, 1979) tuttora presente fuori e dentro la Chiesa. È anche in questo che vediamo ben confermata la tesi dei corsi e ricorsi storici di cui parlava Giambattista Vico.

Lo stesso Leone XIV, immediatamente dopo le parole citate, che nella loro perentoria assertività senza sfumature e distinguo, sembrerebbero sconfinare nell’utopia del continuo “progresso ascendente”, si rende conto che deve almeno parzialmente ridefinirle, e così recupera il sano realismo cattolico per aggiungere, giustamente:

“Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto […] possiamo contribuire con impegno a tutte quelle iniziative che costruiscono un mondo più giusto, e possiamo chiamare altri a collaborare con noi nella promozione dello sviluppo integrale di ogni essere umano” (MH, 1).

E tuttavia, in altri punti della MH, Leone XIV sembra di nuovo assumere toni, se non proprio utopici, quantomeno esageratamente ottimisti, rispetto alle reali possibilità, in questa vita, che gli uomini riescano a edificare una società dove regni giustizia e fratellanza. In certe frasi dell’enciclica, Leone XIV giunge ad esaltare a tal punto le capacità creative dell’uomo di edificazione della giustizia e della fratellanza, che sembra quasi oscurare o sottovalutare la necessità della Grazia, il che ha allarmato taluni commentatori sul rischio di cadere così nel pelagianesimo, come ha paventato il filosofo Gaetano Masciullo (qui). Francamente, questa preoccupazione mi sembra eccessiva; peraltro sarebbe davvero paradossale che un pontefice di formazione agostiniana possa avvicinarsi all’eresia di Pelagio, strenuamente combattuta e confutata proprio da Sant’Agostino. 

Resta che al di là delle proiezioni ottimiste sul futuro dell’umanità, questa diventa davvero magnifica se si converte a Cristo, e questo naturalmente comporta il portare la propria croce, sin anche a patire la persecuzione. Questo dovrebbe esser detto e ribadito dal Magistero con estrema chiarezza tanto ai credenti che al mondo, perché propinare una fede cattolica che prometta una vita, su questa terra, di sola gioia e felicità, significa ingannarsi ed ingannare. Purtroppo, anche su questo punto, non ci sentiamo di dire che MH brilli per radicalità cattolica.           

 

La Chiesa primariamente dialoga oppure insegna?

 

Un punto importante della Magnifica humanitas riguarda la possibilità che la Chiesa, dialogando col Mondo, possa trovare un’intesa per il progresso dell’umanità. Scrive Papa Leone: 

“Desideriamo entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, insieme ai quali prendiamo parte agli avvenimenti, alle domande e alle aspirazioni dell’umanità. Vogliamo individuare, insieme con loro, nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti. Tale attitudine al dialogo è parte integrante della vocazione della Chiesa, perché essa, costituita «in Cristo, in qualche modo il sacramento […] dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano», riconosce nella storia il luogo in cui il Vangelo interpella e accompagna l’esperienza umana” (MH, 2).

Soffermiamoci su queste espressioni: “Entrare in dialogo con tutti”, “individuare, insieme con loro, nuove strade per il bene comune”, “tale attitudine al dialogo è parte integrante della vocazione della Chiesa”. 

Che gli uomini tra di loro, sia come singoli che come rappresentanti di gruppi, associazioni, partiti, Nazioni, ecc… possano e debbano dialogare è pacifico. Che la Chiesa, dinanzi ai conflitti militari in corso, si prodighi per favorire il dialogo tra le parti, è altrettanto pacifico.

Ma approfondiamo alcuni aspetti fondamentali caratterizzanti un vero dialogo, o meglio che oggi comunemente, caratterizzano quello che viene considerato un dialogo autentico. 

Nel momento in cui, tra due interlocutori, che su una determinata questione sostengano posizioni diverse, si accetta di entrare in dialogo l’uno con l’altro, si accetta preliminarmente, quasi alla stregua di una regola non scritta ma parimenti vincolante, di riconoscere che nessuno dei due interlocutori possa porsi come l’unico depositario della verità oggettiva, ma ciascuno riconosca alla posizione dell’altro almeno qualcosa di positivo, di apprezzabile, quantomeno nell’intenzione.          Se così non fosse, se mancasse questo minimo reciproco riconoscimento della posizione dell’altro, ovvero se ciascuno degli interlocutori ritenesse che la propria posizione, sia completamente e assolutamente quella giusta, mentre quella dell’interlocutore totalmente ed assolutamente errata, allora più che un autentico dialogo, si darebbe luogo evidentemente a un inutile… “dialogo tra sordi”. Ciò comporta che affinché un dialogo autentico possa avviarsi e sperare in un qualche progresso, deve configurarsi, nel reciproco rispetto, come un confronto tra pari, un confronto tra due opinioni, nella speranza che si possa addivenire a un punto d’intesa. Ripeto: senza la condivisione di questo presupposto, il “dialogo” si traduce per lo più in una perdita di tempo, anche perché inevitabilmente l’orgoglio di ciascuno dei dialoganti si ribellerà nel momento in cui l’altro pretenderà porre la propria posizione come assoluta e completa verità sull’argomento in oggetto. 

Ne segue, peraltro, che tra un insegnante e i propri alunni, non si dovrebbe parlare propriamente di dialogo, rispetto alla materia di cui il primo è docente, poiché i secondi non possono pretendere di porsi sullo stesso piano di specifica competenza rispetto a colui che è preposto all’insegnamento di quella disciplina. La modalità d’insegnamento può sì avere un tono dialogante, amichevole, piuttosto che autoritario, potrà magari cercare con apposite domande di suscitare le risposte giuste come conquista da parte dell’allievo, alla maniera della maieutica socratica… ma in definitiva, se l’allievo si incaponisse a sostenere una tesi errata secondo l’insegnante, quest’ultimo non potrà concludere l’interrogazione limitandosi a dire “non sono d’accordo con te, però rispetto la tua opinione”, come invece potrebbe avvenire in un vero dialogo tra interlocutori alla pari, ma necessariamente dovrà, richiamandosi alla propria autorità, riaffermare definitivamente la sua tesi ed eventualmente sanzionare l’ostinazione dell’allievo con un voto di insufficienza. 

Si comprende allora facilmente che insegnamento e dialogo non solo non possono essere sinonimi, ma che anche quando si usa l’espressione “insegnare tramite il dialogo”, ciò possa esser vero solo fino a un certo punto, perché potrà sempre presentarsi il momento in cui chi insegna, si troverà nel dovere di concludere autoritariamente “basta discutere ancora, è così. Punto”, altrimenti il dialogo entrerebbe in un circolo vizioso potenzialmente infinito, ove l’allievo solleva sempre nuove obiezioni alla tesi del maestro.     

Ora, dobbiamo porci la seguente domanda: la Chiesa che è corpo mistico del Signore Gesù Cristo, nella misura in cui resta fedele all’insegnamento dell’unico Figlio di Dio, come rivelato dalla Scrittura e dalla Tradizione ed accolto da Magistero, può porsi in dialogo con il mondo, come un interlocutore alla pari? In generale, no. 

Innanzitutto la Chiesa non può accettare la prospettiva di alcun tipo di compromesso su ciò di cui ha, per così dire… competenza esclusiva: il kerigma e tutto ciò che ne è derivato, grazie anche al Magistero ispirato dallo Spirito Santo (l’esistenza di Dio, il destino dell’anima, le azioni buone e quelle cattive, la natura dell’uomo, ecc…). E parimenti non può accettare alcun compromesso riguardo i principi non disponibili (sacralità della vita umana, libertà religiosa (correttamente intesa), libertà di educazione). Ne consegue che su tutto ciò che possa avere un chiaro riferimento con la Dottrina cattolica e i principi non disponibili, nel momento in cui la Chiesa accettasse il dialogo con l’interlocutore-mondo, dovrebbe con estrema sincerità chiarire sin da subito, che qualunque cosa l’interlocutore possa dire in contrasto con quanto dice la Chiesa, sarà totalmente ininfluente, nel senso che non farà spostare neppure di un millimetro la posizione della Chiesa, in quanto Essa non sta proponendo una semplice opinione in dibattito con quella del mondo. Dietro e all’origine di ciò che la Chiesa sta dicendo, c’è sempre Cristo, vero Dio e vero uomo, la cui Parola non è opinione, ma Verità. Certo a quel punto l’interlocutore-mondo potrebbe replicare “ma allora non è vero che volete dialogare!”, e in realtà avrebbe ragione, perché in questi casi la Chiesa non può realmente dialogare, ma solo insegnare. Per questo è importante che la Chiesa sia sincera e corretta sin dall’inizio, senza far intendere che su determinate questioni, si possa avere un reale dialogo col mondo, cosa che porterebbe ad ipotizzare di poter raggiungere un possibile compromesso.    

Diverso è quando la Chiesa decide di entrare su specifici argomenti, per lo più legati alle esigenze pratiche, materiali della vita terrena, che in realtà esulano dal suo Magistero, per esempio se pretende di indicare soluzioni tecniche particolari per contrastare la crisi climatica. In questi casi sì, la Chiesa si pone, in qualche modo, alla pari del mondo, e le sue posizioni in proposito, peraltro non necessariamente definitive, possono anche non essere condivise dal singolo cattolico (ma forse è lecito domandarsi se sia davvero auspicabile che la Chiesa entri nel dettaglio di soluzioni tecniche o pratiche, che possano nel tempo essere smentite).

 Ma c’è di più. La Chiesa, quando invece tratta dei problemi fondamentali dell’uomo su cui ha davvero competenza in base al Vangelo, non può limitarsi a ciò che si può dire tramite la sola ragione, come farebbe (o riterrebbe erroneamente di fare) un interlocutore agnostico o ateo. La Chiesa, pur non rinnegando nulla di quanto di vero sia possibile affermare, da parte di chiunque, tramite il dono della ragione correttamente usata, non può e non deve rinunciare a immensamente arricchire il proprio discorso col portato del dono della fede nella SS. Trinità, unico vero Dio, nel Vangelo proclamato dal Signore Gesù Cristo, che ha ricevuto e di cui è testimone, e del Magistero infallibile ispirato dallo Spirito Santo. La Chiesa, non dovrebbe, neppur provvisoriamente o metodologicamente, mettere tra parentesi la propria fede per venire incontro, nel dialogo, agli uomini di diversa fede o di nessuna fede.

 “Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).

 Se Gesù è la verità, la Chiesa, nella misura in cui testimonia le parole e le opere di Gesù, è depositaria della verità più importante per l’uomo, perché attiene alla sua salvezza eterna (Salus animarum suprema lex). Il Depositum fidei è deposito di verità che la Chiesa custodisce. 

Ecco allora perché espressioni del Papa, apparentemente del tutto condivisibili, come: “Entrare in dialogo con tutti”, “individuare, insieme con loro, nuove strade per il bene comune”, “tale attitudine al dialogo è parte integrante della vocazione della Chiesa”, riflettendoci, appaiono non prive di problematicità. La Chiesa non può porsi sullo stesso piano del mondo (se non appunto su questioni tecniche, o di soluzioni pratiche a specifici problemi materiali), e dunque bisognerebbe riconoscere, con coraggio da parte degli attuali vertici della Chiesa, che, in molti casi, non può propriamente dialogare con il mondo. La Chiesa ha piuttosto e primariamente il dovere di insegnare al mondo, e da buon insegnante non può mai accondiscendere all’errore, o tentare dei compromessi che annacquerebbero la verità, ma deve sempre correggere l’errore, per rispetto a Dio e per amore dell’errante, suo interlocutore, la cui salvezza eterna deve stare veramente a cuore della Chiesa.  

Ciò non deve minimamente far pensare, ovviamente, che la Chiesa pretenda che le proprie persone siano più intelligenti o più sapienti, in qualsiasi campo, di coloro che non si riconoscono nella stessa Ecclesia. La verità di cui la Chiesa è portatrice non è l’esito di una propria umana costruzione dottrinale, ma l’ha ricevuta come dono da Dio. Se la Chiesa non fosse certa che quanto viene da Cristo sia verità, difetterebbe sostanzialmente nella fede, verrebbe meno alla sua propria funzione, come un arto che non risponde più alla testa, che tradisce quanto la testa gli comanda.

Nel decreto conciliare sull’Ecumenismo Unitatis Redintegratio (1964) si afferma che “pienezza della grazia e della verità […] è stata affidata alla Chiesa cattolica”, e che la Chiesa cattolica è stata “arricchita di tutta la verità rivelata da Dio e di tutti i mezzi della grazia”.

Riprendiamo ancora la frase dell’enciclica sull”attitudine al dialogo” riportando altre successive parole:

“Tale attitudine al dialogo è parte integrante della vocazione della Chiesa, perché essa, costituita «in Cristo, in qualche modo il sacramento […] dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano», riconosce nella storia il luogo in cui il Vangelo interpella e accompagna l’esperienza umana”.

La citazione «in Cristo, in qualche modo il sacramento […] dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano», è estratta dalla Costituzione dogmatica Lumen gentium del Vaticano II, ma se leggiamo questa frase nella sua interezza, dobbiamo riconoscere che essa non enfatizza la necessità del “dialogo” come costitutivo della vocazione della Chiesa:

“questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa. E siccome la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano, continuando il tema dei precedenti Concili, intende con maggiore chiarezza illustrare ai suoi fedeli e al mondo intero la propria natura e la propria missione universale” (LG, 1).

Dunque, la Costituzione dogmatica conciliare afferma la necessità di “illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo”, di “illustrare ai suoi fedeli e al mondo intero”, la natura della Chiesa sul cui volto risplende “la luce del Cristo”, ma non propriamente di “dialogare” col mondo.

Vengono alla memoria le parole del compianto cardinal Biffi, che già più di dieci anni fa si era profeticamente accorto dello spazio sempre più esagerato che il dialogo andava occupando nella pastorale della Chiesa:  “il dialogo non è un dogma”.

Certamente la forma, la modalità, il tono con cui la Chiesa deve rivolgersi al mondo può essere rispettoso, cordiale, persino umile, e usiamo pure il participio presente dialogante…, ma con la piena consapevolezza che ciò non debba in alcun modo offuscare la sostanza della sua autorità di magistra oltre che di mater, anzi potremmo dire che quanto più la Chiesa è magistra tanto più e veramente mater.    

Ha scritto il filosofo Stefano Fontana (qui):

“Non si comincia dal dialogo, perché allora si dialogherebbe solo per dialogare. Si comincia da una conoscenza di principi e fini che poi, semmai, si sottopone anche al dialogo per difenderne la verità, per proporla in modo più argomentato, per migliorarla se possibile tramite le osservazioni e i consigli degli esperti o dei saggi, specialmente quando il dialogo riguarda le scelte da compiere in situazioni non chiare. Un dialogo che cominci da sé stesso sarebbe “chiacchiera” che perfino Martin Heidegger in Essere e tempo condanna come inautentica.”

E fu proprio uno dei discepoli di Heidegger, Hans Georg Gadamer, a fare del dialogo un punto centrale del suo pensiero. Rinnovando profondamente l’ermeneutica, sino a trasformarla, da metodologia o scienza dell’interpretazione, a sistema filosofico totalizzante, le tesi di Gadamer hanno influenzato, a partire dagli anni Sessanta, svariati ambiti del pensiero contemporaneo, tanto che l’ermeneutica, anche nelle varianti sviluppate da Paul Ricoeur, Jurgen Habermas, Jacques Derrida, Karl Otto-Apel, Mircea Eliade (nell’ambito della storia e antropologia delle religioni), per citare alcuni degli esponenti più importanti, costituisce un oggetto di studio imprescindibile per chi desideri approfondire il pensiero, non solo filosofico, dal secondo Novecento ad oggi. Vale la pena, anche per la nostra riflessione sul tema del dialogo all’interno dell’enciclica, soffermarsi brevemente su Gadamer.  

Nella principale opera gadameriana Verità e metodo (1960-1965), il fenomeno del comprendere viene indagato e definito, come il modo d’essere dell’esistenza stessa, come dimensione che “impronta di sé tutti i rapporti dell’uomo con il mondo” (Gadamer, Verità e metodo, Bompiani, 1983, p. 19). Per questo l’ermeneutica viene ad indicare “il movimento fondamentale dell’esistenza che la costituisce nella sua finitezza e nella sua storicità e che abbraccia così tutto l’insieme della sua esperienza del mondo” (ibid. p. 8).  Così ogni identità si costituisce all’interno di un orizzonte storico di significati, ai quali si apre in un rapporto dialogico che segna la storicità della stessa coscienza umana, costitutivamente finita e dipendente da una tradizione. L’esperienza della fusione di orizzonti, rappresenta, dal punto di vista individuale, il momento in cui la coscienza si apre e modifica le proprie opinioni abituali. Dunque, nell’analisi della storicità del comprendere, l’ermeneutica si configura come la più importante situazione esperienziale, di natura dialogica, contraddistinta dall’interazione tra “domanda” e “risposta”. E se il dialogo è il modello essenziale in cui può accadere l’esperienza di verità, il primato, nell’interazione di domanda e risposta, secondo il pensatore di Marburgo, spetta alla prima: la domanda conserva l’eredità più autentica del sapere di non sapere socratico in quanto ne mantiene il carattere di problematicità radicale che ne garantisce la non esaustività, l’incompiutezza, l’autentica dimensione esperienziale:

“L’arte del domandare è l’arte stessa […] del pensare” (ibid. p. 424). “Condurre un dialogo significa mettersi sotto la guida dell’argomento che gli interlocutori hanno di mira […] Ciò che viene in luce nella sua verità è il logos stesso, che non è né mio né tuo, e che perciò sta al di là di ogni opinare soggettivo degli interlocutori, al punto che anche colui che guida il dialogo rimane sempre uno che non sa” (ibid., p. 424-425).

Il dialogo è un evento in cui accade la verità: non sono gli interlocutori che posseggono l’esito, ma è piuttosto la verità che viene alla luce e si impone. Ma attenzione, quando Gadamer parla di verità che può essere raggiunta nel dialogo, questa non è mai definitiva su nessuna questione, ma sempre provvisoria, suscettibile di ulteriore aggiornamento, a fronte dei nuovi orizzonti storici che nel tempo, successivamente subentrino, atti a permettere di riconsiderare, a vecchi o nuovi interlocutori, le provvisorie conclusioni precedentemente raggiunte. 

Nel dialogo autentico, secondo Gadamer, ciascuno degli interlocutori cerca di sospendere i propri pregiudizi per aprire il proprio orizzonte ed accogliere altre possibilità di senso: 

“L’orizzonte del presente è sempre in atto di farsi, in quanto noi non possiamo far altro che mettere continuamente alla prova i nostri pregiudizi” (ibid., p. 356). “Noi facciamo esperienza […] solo in virtù dell’urto rappresentato da ciò che non si adatta pienamente all’opinione già esistente” (ibid., p. 423).  “Il dialogo è un processo di comprensione […] La comprensione che si attua nel dialogo presuppone una disponibilità da parte degli interlocutori, che devono sforzarsi di riconoscere pienamente il valore delle opinioni altrui. Quando ciò si verifica da entrambe le parti e ognuno degli interlocutori, mentre mantiene ferme le proprie ragioni, pondera insieme anche quelle dell’altro, si può alla fine arrivare, attraverso un impercettibile e involontario scambio dei punti di vista […] a un linguaggio comune e a una enunciazione comune” (ibid.).

Già da queste poche citazioni tratte dal capolavoro gadameriano, si può evincere quanto certi concetti non solo abbiano influenzato la riflessione filosofica accademica contemporanea, ma siano profondamente penetrati anche nel pensiero comune dominante, nel politically correct, e quanto abbiano condizionato un diffuso sentire comune rispetto al dialogo:

  • L’idea che ogni giudizio, anche quando non formulato per adesione acritica a un “sentito dire” ma scaturito come risultato di un’analisi, di una riflessione seria, sia comunque un pre-giudizio, che quindi, come tale, possa sempre inficiare negativamente la ricerca della verità.
  • L’idea che ogni essere umano, nella finitezza della sua esistenza, non possa mai elevarsi, in una certa misura, al di sopra o in contrasto all’orizzonte storico dei significati che ha ereditato e in cui si trova immerso.
  • L’idea che in qualsiasi dialogo autentico, dunque chiunque siano gli interlocutori che si confrontano (perciò anche la Chiesa e il mondo), sia preliminarmente necessario che ogni dialogante riconosca pieno valore alla posizione dell’altro, e si sforzi di accogliere quanto più possibile, all’interno della propria visione, le tesi dell’altro. La fusione degli orizzonti appare sempre vantaggiosa.
  • L’idea che la cosa più auspicabile come esito del dialogo, sia che si arrivi comunque a un punto d’intesa, di compromesso, a una “enunciazione comune” tra i due interlocutori, esclude, a priori, che una delle due tesi possa essere in partenza valida sostanzialmente in ogni sua parte, tale che un eventuale, malaugurato accomodamento si risolverebbe solo in annacquamento della verità.
  • L’idea che, in fondo, il raggiungimento di una risposta adeguata alla questione oggetto del dialogo, non sia necessariamente ciò che conta di più, perché la domanda è ancora più importante della risposta, perché il domandare è il vero valore aggiunto di un’esistenza che si pone e si esalta come “continua ricerca”… senza però, sia ben chiaro, mai approdare a una qualche certezza, avendo ripudiato ogni possibilità di metafisica. E così, tra l’altro, l’ermeneutica, si rivela essere una particolare versione di relativismo o di scetticismo, certo aggiornata, evoluta, ma non troppo distante, nei suoi esiti, da quella della filosofia classica di Pirrone, Timone, Arcesilao. L’ennesimo ricorso, di vichiana memoria, di qualcosa di regressivo nel cammino dell’umanità.

E di nuovo la domanda da porsi è: può la Chiesa accettare di dialogare col mondo con queste modalità? Può la Chiesa, preliminarmente al dialogo, mettere in qualche modo tra parentesi le proprie convinzioni che le provengono da Cristo, considerandole, sia pur provvisoriamente, dei pre-giudizi per “aprirsi” massimamente alle posizioni diverse dalla sua? Può la Chiesa cercare a tutti i costi una qualche forma di intesa, di compromesso coi propri interlocutori, pur di scongiurare il dover condannare il peccato e l’eresia, al fine di raggiungere comunque una “unità”, all’insegna della fratellanza universale? Può la Chiesa accettare l’idea dell’infinito circolo ermeneutico delle domande, del dialogo, del… oserei dire, dibattito sinodale sulla sinodalità, senza che si giunga necessariamente a definizioni e giudizi precisi?       

Tutti i maggiori problemi dell’uomo, ieri, oggi e domani possono essere ricondotti, in ultima analisi, al rifiuto di Dio e della sua volontà, ovvero al peccato. E l’umanità è ferita sin dall’inizio dal peccato originale. Ebbene, nell’intera enciclica MH, che consta di ben 245 capitoli correlati da 224 note, la parola “peccato” ricorre appena tre volte: due come «strutture di peccato», con riferimento a quanto scrisse San Giovanni Paolo II sui rischi delle strutture economiche e politiche, e soltanto una, come peccato anche del singolo, per affermare che “nessun peccato […] può intaccare il valore profondo di una vita umana che Lui ha voluto e chiamato all’essere” (MH, 52). Quante volte invece nella stessa enciclica ricorre la parola “dialogo”? Trentatré volte. Questo dato oggettivo, sia pur di tipo quantitativo, è abbastanza eloquente.

Inoltre è proprio nostro Signore ad insegnarci che dialogare non è sempre cosa buona e giusta. Non sempre si deve assecondare, ovvero rispondere a chi, (magari apparentemente) vorrebbe dialogare con noi:

“Allora vennero i farisei e incominciarono a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. Ma egli, traendo un profondo sospiro, disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato alcun segno a questa generazione»” 

(Mc 8,11-12).

“E, accusato dai capi dei sacerdoti e dagli anziani, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse: «Non senti quante cose testimoniano contro di te?» Ma egli non gli rispose neppure una parola; e il governatore se ne meravigliava molto” (Mt 27,12-14).

“Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla” (Lc 23,9).

Consideriamo infine queste altre parole di Cristo nel Vangelo di Matteo:

«Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente» (Mt 28,19-20).

Nostro Signore non dice “andate e dialogate con tutti i popoli”; le sue parole, non enfatizzano, come metodo o approccio per giungere alla conversione, il dialogo, ma piuttosto l’insegnamento di ciò che Lui stesso ha comandato per arrivare a convertire i popoli, o meglio ad essere strumenti per la loro conversione che è sempre Grazia di Dio, e quindi a battezzarli nella SS. Trinità. 

 

La verità deve essere difesa?

 

La Chiesa deve proclamare la verità di Cristo, e deve difenderla, oggi più che mai dagli assalti che riceve dall’esterno e, purtroppo talvolta anche dall’interno. In quest’ottica appare assai problematica la seguente frase di Leone XIV:   

“la Chiesa «non vuole alzare la bandiera del possesso della verità», perché la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere” (MH, 25).

Il Pontefice riferendosi al tema della verità enfatizza l’aspetto pastorale dell’auspicio che possa essere condivisa, auspicio giustissimo, ma al contempo sembra dissuadere la Chiesa dall’affermare pubblicamente di possederla la verità, come se, così facendo, ciò potrebbe risultare sgradito o indisponente all’interlocutore-mondo. E proprio queste parole del Santo Padre vanno purtroppo ulteriormente a confermare quanto sostenuto nel precedente paragrafo: per entrare davvero in dialogo con il mondo, la Chiesa si trova costretta a sminuirsi, a nascondere il fatto che è stata “arricchita di tutta la verità rivelata da Dio e di tutti i mezzi della grazia” (Unitatis Redintegratio), si trova costretta, in qualche modo, ad abbassarsi alla pari del mondo. All’interno del recinto dell’Ecclesia, la Chiesa può ancora dirsi, a voce alta, portatrice della verità che è Cristo, ma nel momento in cui esce da quel contesto e decide di dialogare col mondo, inevitabilmente si ritrova ad ammainare la bandiera della verità. Ma questo comporta che nello sforzo di dimostrarsi disponibile, aperta, inclusiva e di trovare comunque qualcosa di buono e apprezzabile nelle tesi del mondo, facilmente finisca per esserne condizionata e a scendere a compromessi, che è una delle cause della grave crisi in cui versa ormai da decenni la Chiesa.

“La verità non è un territorio da difendere”… ma come si può negare che la verità cattolica debba essere difesa, quando giornalmente assistiamo a tentativi di demolizione, da fuori e anche da dentro la stessa Chiesa? Non vi è dubbio che precipuo compito della Chiesa sia adoprarsi per contribuire alla salus animarum, ricordando, naturalmente, che la salvezza viene da Cristo, dall’iniziativa d’amore di Dio per noi poiché «è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati (1 Gv 4,10) ». «È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo» (2 Cor 5,19)”.

E come il numero 126 del CCC ribadisce:

“La Chiesa ritiene con fermezza che i quattro Vangeli, di cui afferma senza esitazione la storicità», trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, effettivamente operò e insegnò per la loro salvezza eterna, fino al giorno in cui ascese al cielo”.

“Ritiene con fermezza … afferma senza esitazione”, non sono queste… parole della Chiesa che proclamano la verità, che la difendono?

Se la salvezza eterna resta il fine ultimo, lo scopo più importante per tutti gli uomini e tutte le donne di ogni epoca, qual’è, principalmente, il ruolo della Chiesa per contribuire alla salvezza delle anime?

Al numero 95 del CCC è scritto:

“È chiaro dunque che la sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che non possono indipendentemente sussistere e che tutti insieme, ciascuno secondo il proprio modo, sotto l`azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime” (Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum, 10: AAS 58 (1966) 822).

Dunque, accanto alla Tradizione e alla Scrittura, il Magistero della Chiesa contribuisce alla salvezza delle anime.

È evidente che quanto più gli uomini si allontanino dalla verità, di cui è portatrice il Magistero, tanto più rischiano di mettere a repentaglio la propria salvezza eterna. Ma allora, andrebbe ribadito che compito della Chiesa sia proprio la difesa della verità cattolica, il che purtroppo non sembra proprio risaltare dalle citate parole di Leone XIV nella MH.

Ai tanti primi martiri cristiani, a cui i pagani chiedevano di sottomettersi a falsi dei, e che invece si preparavano a versare il proprio santo sangue, sbranati, lapidati, dati alle fiamme, crocifissi… avrebbe Leone XIV ripetuto “la verità non è un territorio da difendere”? 

Io penso di no, li avrebbe abbracciati, commuovendosi sino alle lacrime, e pregato per loro, che sino all’estremo, testimoniarono (e quindi difesero) la verità che solo Cristo è il Signore, vero Dio e vero uomo.       

Salvezza eterna e miglioramento della vita terrena

Negli ultimi decenni, si è assistito sempre più a interventi magisteriali su questioni che non riguardano, almeno direttamente, la salvezza eterna, quanto il miglioramento, anche materiale, della vita terrena. Papa Leone ne è ben cosciente, al punto che nella sua enciclica centrata sull’I.A. sembra in qualche modo mettere le mani avanti:       

“E quando alcuni obiettavano che la Chiesa non doveva sprecare energie in questioni mondane, ma preoccuparsi di comunicare un messaggio di vita eterna, egli [Leone XIII] rispondeva con realismo e sapienza che l’annuncio del Vangelo non può dimenticare la vita concreta dei popoli” (MH, 3).

La frase del suo predecessore a cui Leone XIV si riferisce è la seguente:

“Né si creda che le premure della Chiesa siano così interamente e unicamente rivolte alla salvezza delle anime, da trascurare ciò che appartiene alla vita morale e terrena” (Leone XIII, Rerum novarum, 23).

Per la verità, il tono, l’enfasi delle suddette frasi dei due pontefici sono leggermente diverse: Leone XIII conferma che le premure, l’attenzione pastorale della Chiesa devono naturalmente essere in primis rivolte alla salvezza delle anime, ciononostante non bisogna trascurare anche, quindi secondariamente, ciò che riguarda la vita terrena; Leone XIV afferma invece che ogniqualvolta si annunci il Vangelo (in pratica quasi tutte le volte che la Chiesa si pronunci) si debba sempre fa riferimento alla vita terrena concreta dei popoli. Dunque il riferimento a Leone XIII, che l’attuale Papa fa a sostegno della propria posizione, risulta un po’ forzato, e si deve riconoscere che c’è stato un consistente sviluppo in merito al rapporto tra centralità della salvezza eterna e miglioramento della vita terrena, intercorso tra gli ultimi due pontefici che hanno preso il nome di Leone.

In Mt 6,33 così ci parla nostro Signore Gesù:

“Cercate innanzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più“.

Gesù ci esorta a cercare, prima di qualsiasi altra cosa di cui sentiamo il bisogno, “il regno di Dio”, cioé la presenza operante e salvifica di Dio in mezzo al suo popolo e anche dentro la vita di ciascuno di noi, luoghi in cui Dio regna sovrano e, di conseguenza, ad osservare la sua parola, la sua legge. Tutte le altre cose di cui l’uomo sente il bisogno, se davvero utili alla sua vita e al suo destino, gli saranno date dal Padre amorevole:

“Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro?” (Mt 6,26). 

Ciononostante non si può far a meno di notare che da anni, da decenni ormai, la pastorale della Chiesa appare incentrata assai più su temi che riguardano il miglioramento della vita terrena, come: la lotta alla fame nel mondo, la ricerca della pace per le guerre in atto, il salvataggio e l’accoglienza dei migranti, gli appelli a soccorrere le vittime di calamità, ecc…, che non sul cercare il Regno di Dio. Basta anche limitarsi ai discorsi del Pontefice durante gli Angelus domenicali, per constatare una schiacciante preponderanza dei temi relativi al miglioramento della vita su questa terra.

Ma così la Chiesa, anche se facilmente incontra il plauso del mondo, rischia di presentarsi come una sorta di grande ONG o di succursale dell’ONU, più che come il corpo mistico di Cristo. 

Si finisce, anche se non è nelle intenzioni, per trasmettere il messaggio che ci si debba occupare primariamente della salvezza e salute dei corpi durante questa esistenza, perché poi alla salvezza eterna dell’anima, anzi di tutte le anime, peccatrici e non, provvederà Dio, infinitamente misericordioso. E così si rischia di offuscare quel che dovrebbe invece essere ribadito fermamente: la salvezza è offerta a tutti, ma occorre liberamente corrispondere alla Grazia, non solo a parole ma con gli atti, per ottenere la salus aeterna animae. 

Il dialogo che trasforma la pluralità di voci in risorse per giustizia e fraternità 

    

“Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità” (MH, 10). 

In queste parole dell’enciclica il Papa, dopo aver paragonato le molte voci e visioni del mondo alla Babele delle tante lingue che favoriscono la dispersione, apre alla speranza di poter progredire in giustizia e fraternità, insieme a questo mondo, tramite l’ascolto dell’altro, “trasformando la diversità in una risorsa”. In che modo? Indoviniamo un po’… tramite il dialogo. 

Ma oggi il mondo, nonostante le tante voci e visioni discordanti su varie questioni, il mondo occidentale in particolare è in larga parte concorde su determinati disvalori che contrastano nettamente i principi indisponibili a cui pure Leone XIV ha fatto riferimento nel suo magistero.    Il mondo occidentale (e non solo) in maggiornza ritiene principi indiscutibili: 

  • l’aborto volontario (già elevato addirittura a diritto costituzionale in Francia, in Lussemburgo e prossimamente anche in Spagna e forse anche nell’Unione europea), a protezione del quale vengono stabilite delle zone-cuscinetto in prossimità delle strutture ove si praticano gli aborti, nelle quali zone-cuscinetto non solo non si può manifestare contro l’aborto, ma si può essere arrestati per il solo fatto di esservi presente in atteggiamento di raccoglimento o di preghiera; 
  • l’eutanasia e il suicidio assistito; 
  • la maternità surrogata; 
  • il matrimonio omosessuale, assieme all’adozione di minori da parte di coppie dello stesso sesso; 
  • la transessualità, e il sostegno anche verso minori (talvolta anche senza il consenso dei genitori) di “percorsi di transizione” che prevedono farmaci che bloccano la pubertà, bombardamenti ormonali ed infine interventi chirurgici di mutilazione di organi sani ed impianto di protesi; 
  • diritto alla prostituzione (purché senza sfruttamento da parte di terzi); 
  • educazione sessuale obbligatoria sin dall’asilo infantile (che prevede nelle linee guida dell’OMS la masturbazione infantile come passo necessario di auto-conoscenza), impone l’ideologia del gender, e comincia a guardare con favore anche al cosiddetto poliamore e al progressivo abbassamento dell’età per il consenso ai rapporti sessuali in ottica pro-pedofilia.

Questo è diventato in gran parte il pensiero unico dominante nel mondo occidentale (e non solo) contemporaneo, più che “pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue”. E con questo mondo, con un mondo ridotto così, il Papa intravede addirittura “una possibilità luminosa”, che si realizzerebbe “facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità”. Francamente, rimaniamo parecchio perplessi dall’invincibile ottimismo, se così vogliamo chiamarlo, del Santo Padre. 

Certo che la Chiesa non deve mai rinunciare alla speranza, ma questa va riposta innanzitutto nel Redentore, e poi, molto, molto secondariamente negli uomini di buona volontà… Del resto, quante volte la Chiesa ha tentato, tramite più voci autorevoli, di dialogare su questi temi con il mondo? E qual’è stato il risultato? In generale, il mondo laicista, progressista, liberal… ha forse modificato qualche sua posizione su tali temi, andando incontro alla Chiesa? No.

E allora, vogliamo ancora illuderci che senza convertirsi a Cristo, ma tramite la sola ragione dialogante, chi è sotto il dominio del principe di questo mondo possa approdare alle posizioni cattoliche? 

E pensare che nell’introduzione all’enciclica, Leone XIV aveva chiaramente fatto riferimento a Cristo come l’unico vero centro a cui guardare:

“Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo»” (MH, 1 ).

“Fondati su Cristo, pietra viva, facciamo esperienza della potente e misteriosa azione dello Spirito Santo, e crediamo che ogni autentico sforzo umano di cooperare con Lui per il bene sarà benedetto dal Padre celeste, nel quale riponiamo la nostra speranza” (MH, 2).

A partire da queste parole, ci si sarebbe aspettata un’enciclica al 100% Cristo-centrica, e invece nel prosieguo dell’opera, lo sviluppo dell’enciclica tende alternativamente a spostare il suo centro da Cristo verso l’uomo, verso l’umanità, esaltando, come abbiamo visto, il dialogo, l’accoglienza della diversità e la sinodalità, più che il Vangelo annunciato da nostro Signore, come le soluzioni a cui si deve guardare, e così l’enciclica finisce, nel complesso, per risultare assai più antropo-centrica che Cristo-centrica.

Ha scritto il vescovo Joseph Strickland (qui) commentando l’enciclica:

“La dignità umana è affermata proprio perché l’uomo è creato da Dio, redento da Cristo, e ordinato alla eterna comunione con Lui.
La dignità dell’uomo deriva da Dio e rimane subordinata a Dio.
Tuttavia, in questo documento l’enfasi sembra spesso invertita.
A più riprese, il linguaggio si concentra sulla fioritura umana, la vulnerabilità umana, la solidarietà umana, la fraternità umana, la comunione umana, le relazioni umane, la partecipazione umana e la preservazione della stessa umanità.
[…] questa insistenza ripetuta dà l’impressione che la crisi principale del mondo moderno starebbe nella «disumanizzazione» piuttosto che nel peccato contro Dio […]
Questa tendenza è rivelata da come è trattato Cristo[…] Benché questo documento faccia effettivamente riferimento a Cristo, all’Incarnazione, alla grazia e all’Eucarestia, Cristo vi è spesso presentato come: la rivelazione dell’autentica umanità, il modello della comunione, Colui che rivela la dignità umana, il compimento della relazionalità umana […] 

Cristo non rivela solo l’autentica umanità, Egli salva l’umanità decaduta con la Sua Passione, la Sua Morte e la Sua Resurrezione.
Invece, in questo documento accade che Cristo sembri quasi più importante come compimento dell’umanità che come Salvatore dal peccato. Il che dà l’impressione di una teologia antropocentrica – una teologia in cui la persona umana diventa il centro di interpretazione.”.

C’è un altro punto importante della MH in cui il dialogo riceve un ulteriore esaltazione, da parte di Leone XIV, come ricetta fondamentale per la realizzazione della fraternità tra i popoli e della pace intesa come risoluzione dei conflitti militari. È quando, ricollegandosi a un discorso di San Paolo VI in occasione della festa di Pentecoste del 1970, Papa Leone riprende l’espressione “civiltà dell’amore”:

“Quando San Paolo VI introdusse l’espressione “civiltà dell’amore”, il mondo era segnato dalla Guerra fredda, dalla corsa agli armamenti e da forti squilibri economici. In quel contesto, la Chiesa indicava una via alternativa all’opposizione ideologica tra sistemi, immaginando un ordine sociale in cui giustizia e carità si intrecciano e l’amore diventa principio di organizzazione della vita economica, politica e culturale. Oggi dobbiamo recuperare con forza questa visione: la civiltà dell’amore non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente. Essa consiste nel tradurre la carità in strutture di giustizia, nel dare corpo istituzionale alla fraternità e nel considerare l’altro – sia esso persona o popolo – come un alleato necessario per la costruzione del bene comune” (MH, 186).

Ancora una volta ci sentiamo di ribadire che: se si pensa che prima della parusia questo mondo possa riuscire a realizzare “la civiltà dell’amore”, si coltiva un’utopica illusione.                                                       Di nuovo, possiamo e dobbiamo impegnarci a tendere, per quanto ci sarà possibile, verso una civiltà meno dominata da guerre e odio, quindi maggiormente contraddistinta da amore e fraternità, ma senza mai dimenticare che Satana sarà operante su questa terra, nei limiti d’azione che Dio gli permette, sino alla fine dei tempi, e l’umanità, ferita dal peccato originale, rimarrà sino all’ultimo libera, in quanto creata a immagine e somiglianza divina, di scegliere tra Dio e il demonio.

Quali metodi, quali strade percorrere per giungere, o meglio per avvicinarsi alla “civiltà dell’amore”? Papa Leone propone di seguire: 

«cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo» (MH, 213).

Soffermiamoci sulla quarta: quella del dialogo, come antidoto alla guerra. Scrive Leone XIV:

 “Per costruire la civiltà dell’amore dobbiamo esercitare il dialogo. Esso è lo strumento principale della convivenza tra le persone e tra i popoli, ed è l’alternativa al conflitto aperto. Lo ricordava già Pio XII alla vigilia della Seconda guerra mondiale, quando affermava che con la pace non si perde nulla, mentre con la guerra si può perdere tutto, e che gli uomini devono tornare a parlarsi, perché un confronto sincero e perseverante apre sempre la possibilità di una soluzione onorevole” (MH, 219).

Apparentemente, da queste parole, sembrerebbe che tra il Venerabile Pio XII e Leone XIV vi sia, su questo tema, una perfetta continuità di visione. In realtà, le cose non stanno proprio così. Anzitutto, Papa Pacelli non parte dal “dialogo” ma da un “insegnamento”:

«perché a traverso la Nostra, ascoltiate la voce di quel Cristo da cui il mondo ebbe alta scuola di vita e nel quale milioni e milioni di anime ripongono la loro fiducia in un frangente in cui solo la sua parola può signoreggiare tutti i rumori della terra» (Pio XII, Radiomessaggio “Un’ora grave” , 24 agosto 1939: AAS 31 (1939), 334).

E ciò ancora una volta conferma che la vocazione della Chiesa sta nell’insegnare piuttosto che nel dialogare. Inoltre Pio XII si premura di premettere che egli parla armato «non d’altro che della parola di Verità, al disopra delle pubbliche competizioni e passioni». Dunque Pio XII rivendica, senza alcuna remora, che egli parla a nome della Verità che ha ricevuto, quindi ponendosi inevitabilmente su un piano superiore rispetto al suo interlocutore mondo/umanità, e solo dopo queste premesse, invita gli uomini a ragionare, a cercare di capirsi gli uni con gli altri, a rinunciare a comizi turbati dalle passioni. Nonostante la postura da maestro, quale perfettamente conviene al successore di San Pietro, egli si mantiene del tutto alieno da toni di superbia, anzi con autentica umiltà cristiana si impegna a «supplicare», ma attenzione … non per presentare un’opinone, ma «per il sangue di Cristo», nel «nome del genio cristiano» e dell’amore comandato da Nostro Signore, concludendo «che le umane industrie a nulla valgono senza il divino aiuto» e senza «volgere lo sguardo in Alto».

È evidente allora che il radiomessaggio di Papa Pio XII, in cui peraltro la parola “dialogo” risulta assente, è decisamente, direi assolutamente Cristo-centrico, a differenza, in una certa misura, del testo di tutta la MH, che, attenua l’importanza di rivolgersi al Salvatore, spendendo assai più parole per proporre la necessità del dialogo interreligioso, del multilateralismo e della diplomazia. 

La domanda impellente diventa allora: questa attenuazione del Cristo-centrismo a favore di un maggior antropocentrismo, rappresenta un’evoluzione positiva, di reale progresso per la Dottrina Sociale della Chiesa? In coscienza e con rispetto per il Santo Padre, a nostra modestissima opinione, non ci sentiamo di rispondere positivamente.

    

 

   

La sinodalità è la migliore ricetta per la Chiesa di oggi?

 

Prosegue Leone XIV:

 “E, dentro questa opera condivisa [quella che trasforma, tramite il dialogo, la pluralità di voci e di visioni in risorse per far crescere giustizia e fraternità], i cristiani trovano la loro forma propria di costruire: orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo” (MH, 10).

“Concretamente, la partecipazione dei battezzati ai processi decisionali e la corresponsabilità nella missione passano attraverso organismi di partecipazione reali, non nominali” (MH, 87).

Ma proprio se orientano davvero “l’agire a Dio”, i cristiani si rendono conto che, con il mondo attuale, su molte delle questioni veramente importanti, come abbiamo visto, si verifica costantemente un “dialogo tra sordi”, e di conseguenza, quale “opera condivisa” diventa possibile tra due interlocutori che restano saldamente sulle proprie posizioni? Il mondo si contrappone in modo radicale alla Chiesa, su questi temi. Il mondo rinnega le “fondamenta” dell’umanità di cui parla la Chiesa e rinnega quello che è il “fine ultimo” dell’umanità per la Chiesa. Per il mondo il fondamento dell’umanità è la libertà assoluta di fare tutto ciò che si vuole sin anche al libertinismo; il mondo rifiuta l’idea che esista un ordine creato e quindi una natura umana che non coincida con quella animale; il mondo rifiuta a priori che esista una verità oggettiva, se non quella scientifico-positivistica. Per il mondo, il fine ultimo dell’umanità è il benessere su questa terra: prolungare al massimo, grazie alla scienza e alle tecnologie, la lunghezza di questa vita e la cosiddetta “qualità della vita”… nulla a che vedere con quanto concerne i novissimi, di cui peraltro la Chiesa parla sempre più di rado.

Inoltre, Papa Leone coglie qui l’occasione per fare, ancora una volta (come in molti suoi interventi sin dall’inizio del suo pontificato), un richiamo alla “pratica della sinodalità”, quasi come una panacea per la risoluzione dei tanti problemi che attraversano oggi l’Ecclesia. 

Un antico detto che si fa risalire alla filosofia scolastica e al Diritto medioevale recita: “Contra factum non valet argumentum”. Ebbene se guardiamo ai fatti (e sottolineo fatti, non opinioni) relativi alla sinodalità, non abbiamo motivi per essere ottimisti. 

Il cammino sinodale tedesco che è iniziato ben prima degli altri cammini sinodali, e dunque ha fatto, da laboratorio di prova per gli altri, se non da modello, è giunto costantemente, ormai in molteplici documenti sinodali da esso prodotti, a conclusioni apertamente in contrasto con la Dottrina e con il Magistero della Chiesa: ordinazione delle donne, abolizione del celibato obbligatorio dei ministri ordinati, revisione della condanna degli atti omosessuali, benedizioni indiscriminate delle coppie dello stesso sesso (oltre i limiti concessi da Fiducia supplicans), accesso dei divorziati risposati alla Santa Eucarestia, ecc… E la Chiesa da decenni, almeno sin dal pontificato di Benedetto XVI, si trova in gravissima difficoltà con i vescovi tedeschi (che in teoria dovrebbero guidare, da pastori, il cammino sinodale in Germania, ma in realtà non è proprio così perché i laici nel Sinodo sono in gran numero e hanno diritto di voto), non usa la mano pesante (come forse dovrebbe), perché sotto il ricatto, da parte dei sinodali tedeschi, di un possibile scisma e quindi distacco da Roma, di una Chiesa come quella tedesca che peraltro, commentano i maligni, costituisce una delle più ricche in termini economici.

Per citare un altro fatto recente relativo alla sinodalità già accennato nella premessa, il Gruppo di studio numero 9 del Sinodo sulla sinodalità ha pubblicato il 5 maggio scorso la sua relazione finale, intitolata “Criteri teologici e metodologie sinodali per il discernimento condiviso delle questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti”, in cui si afferma, a proposito dell’omosessualità, che “il peccato, alla sua radice, non consiste nella relazione di coppia (omosessuale)” bensì in una “mancanza di fede in un Dio che desidera la nostra realizzazione”. Il documento afferma di basarsi sulle testimonianze dell’”esperienza vissuta” di due persone di orientamento omosessuale, le cui testimonianze vengono definite “esperienze di bontà”, allo scopo di “favorire la promozione del discernimento pastorale”. Il documento rileva la presunta “scoperta da parte del protagonista della prima testimonianza che il peccato, alla sua radice, non consiste nella relazione di coppia (omosessuale)”. Il Gruppo di studio presenta il matrimonio come una questione aperta riguardo alle relazioni tra persone dello stesso sesso e afferma che le risposte agli interrogativi morali “non possono essere anticipate con formule prestabilite”, ma “ascoltando la Parola di Dio vissuta nella Chiesa”, è “necessario affrontare con parresia la questione, tuttora ricorrente, se si possa parlare di matrimonio in relazione a persone con attrazioni omosessuali”. Dunque, il Gruppo di lavoro sinodale, ci sta dicendo che non si può affermare in assoluto che il matrimonio tra due omosessuali sia incompatibile con la Dottrina, ma bisogna vedere, con discernimento, caso per caso, in attesa di nuovi sviluppi…

Il Documento ovviamente, si guarda bene dal riportare testimonianze di persone che si siano liberate dall’omosessualità, oppure di persone che la vivano castamente, come nel cammino proposto dalla meritoria associazione Courage, ispirata nel 1978 dal cardinale Terence Cooke, arcivescovo di New York, la quale viene invece attaccata e vergognosamente coperta di fango dallo stesso documento sinodale perché l’approccio di Courage avrebbe “l’effetto di separare la fede dalla sessualità”. No, le uniche testimonianze di ”esperienza vissuta” su cui si basano le conclusioni del Gruppo di studio, sono le suddette due delle quali, peraltro, si è poi venuto a sapere che sono state procurate al Gruppo di lavoro proprio da James Martin, il famoso gesuita che da molti anni si adopera scandolosamente per sdoganare l’omosessualità nella Chiesa, ricevendo purtroppo incoraggiamento a proseguire nel suo “apostolato” dai due ultimi pontefici. Ed anche alcuni degli sconcertanti eventi citati nella premessa del presente testo, che hanno per protagonisti vescovi (tedeschi e non solo), possono indubbiamente essere considerati frutti della “pratica della sinodalità”.

Eppure gli esiti, in particolare del cammino sinodale tedesco, nonché il suddetto documento del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo sulla sinodalità, che costituiscono fatti e non pregiudizi anti-sinodali, non sembrano esser stati sufficienti per suggerire al Santo Padre almeno qualche prudente distinguo, prima di raccomandare tout court la pratica sinodale.

Nonostante, peraltro, più di una voce tra i vescovi e i cardinali si sia alzata per consigliare il Papa di porre un “freno” al cammino della sinodalità. Una delle ultime è quella del vescovo olandese Rob Mutsaerts, che nella “Lettera aperta a Sua Santità Papa Leone XIV” (qui) scrive con semplicità e chiarezza:

“Permettetemi di porre la scomoda domanda: cosa ha prodotto tutto questo in concreto? Non: quanti incontri sono stati organizzati? […] Ma: la fede si è rafforzata? Cristo è stato annunciato con maggiore chiarezza? […] L’insegnamento morale della Chiesa è diventato più chiaro? […]  Quando ci si pone tali domande, è impossibile considerare il Sinodo un successo […] Al Sinodo sulla Sinodalità, il processo stesso diventa oggetto di discussione. Si potrebbe paragonarlo a una riunione che si ripete all’infinito per discutere di come si tengono le riunioni d’ora in poi […]                                                                                                                                         

Cristo non ha istituito un gruppo di discussione, ma ha chiamato gli apostoli, conferendo loro autorità e inviandoli a predicare, battezzare e insegnare: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» […] La fede non nasce dal fatto che la Chiesa prima faccia un bilancio di ciò in cui le persone credono e poi distilli una convinzione comune da tutte quelle esperienze […]                                                                                     

La Chiesa possiede la Rivelazione non perché l’abbia concepita, ma perché l’ha ricevuta. Ciò significa che il cristianesimo non può, in sostanza, essere democratico. […] Se l’80% rifiuta una certa dottrina morale, quella dottrina non diventa automaticamente falsa. La verità non si produce per consenso […] La Chiesa non esiste principalmente per affermare le persone in ciò che già sono. Esiste per condurle a Cristo […] La Chiesa dei Martiri non ha cambiato il mondo romano organizzando incontri di ascolto sulla questione di come i Romani potessero vivere la comunità cristiana in modo più inclusivo. Essa ha annunciato Cristo […] Indubbiamente hanno ascoltato le persone. Ma l’ascolto non è mai stato il fine ultimo. Il fine ultimo era la conversione a Cristo”.

Anche il cardinale Raymond Burke, il 28 giugno scorso, in una intervista rilasciata a The College of Cardinals Report (qui) si è pronunciato in modo critico sulla sinodalità:

«Non esiste una definizione di sinodalità. Non c’è una sua storia nella Chiesa […] qualunque cosa sia, deve essere completamente fedele a ciò che insegna la Chiesa e alla santità della vita della Chiesa […] dobbiamo quindi insistere affinché tutta questa storia della sinodalità si fermi e venga condotto uno studio molto serio sull’intera questione, perché stiamo parlando della vita stessa della Chiesa e della salvezza delle anime […] Sono fiducioso che il Signore proteggerà la Chiesa, ma noi dobbiamo fare la nostra parte per dire: “No, questo concetto di sinodalità, pur avendo una buona motivazione, ovvero quella di voler affrontare la fede dei tempi contemporanei, è fondamentalmente errato”».

E riguardo alla relazione del Gruppo 9 del Sinodo sulla Sinodalità che, come già si è detto, diffama l’apostolato di Courage, il cardinale Burke ha aggiunto: 

«Come ha potuto la Chiesa, in un rapporto diffuso in tutta la Chiesa, non verificare se quanto affermato da quel testimone, o chiunque fosse, riguardo a Courage fosse vero? Ma non l’hanno fatto».

Ma forse la voce più critica sulla sinodalità è stata quella del cardinale Robert Sarah che in un’intervista del 29 giugno 2026 alla giornalista cattolica Dianne Montagna, con grande sincerità () ha detto:

« […] questa novità non si trova né nel modo in cui la Chiesa ha sempre parlato di sé, né in alcun documento, compresi quelli del Concilio Vaticano II – non hanno mai parlato di “sinodalità”. Si parlava del Sinodo – il Sinodo dei Vescovi […] la Chiesa non è un’assemblea di tutti i cristiani che devono votare, che devono dare la loro opinione. La Chiesa deve insegnare, e sono i vescovi che insegnano, i sacerdoti che insegnano  […] Questo non è un compito che ci siamo assunti da soli; lo abbiamo ricevuto da Cristo. […] E naturalmente il Papa ha il compito di confermare la fede dei fratelli. Non un sinodo qualsiasi, un’assemblea qualsiasi. No, il Papa, insieme ai vescovi uniti a lui. […] una dottrina non è qualcosa su cui si vota, non può essere votata. Un insegnamento morale non può essere votato; è un insegnamento ricevuto da Dio. Non è vero che, siccome la maggioranza dice che l’omosessualità è una cosa buona, questa sia giusta, quando è scritto chiaramente nella Sacra Scrittura, nel Catechismo, che è qualcosa di disordinato […]                                                                                                                                       “Chiesa sinodale”: cosa significa? Nulla».

Ed anche sul paganesimo che, come abbiamo visto da alcuni casi citati nella premessa, col pretesto di promuovere il rispetto e la valorizzazione delle culture indigene, sta progressivamente facendosi spazio nella Chiesa, nonché su certi esiti dell’attuale ecumenismo, il cardinale Sarah è stato molto esplicito e coraggioso:

« […] quando abbiamo tenuto il Sinodo sull’Amazzonia, mi sono chiesto: […] Perché non hanno portato la Madonna di Guadalupe a presiedere il Sinodo sull’Amazzonia? Invece, hanno portato un idolo Inca, e questo idolo è entrato nella Basilica di San Pietro. L’abbiamo portata in processione dalla Basilica all’Aula Paolo VI, ed è rimasta davanti a noi per tutta la durata del Sinodo […] Un mio connazionale, un catecumeno, fu ucciso dai suoi parenti perché voleva abbandonare gli idoli. La sua famiglia gli disse: “No, non devi abbandonarli”. Ma lui rispose: “Sono cristiano”, e lo uccisero. E ora portiamo la Pachamama nella Basilica […].                                      In secondo luogo, quando Papa Francesco è andato a Singapore, ha detto che tutte le religioni sono uguali, che sono come sentieri, come lingue, come dialetti diversi. Tutte conducono a Dio. Ma allora qual è il senso dell’Incarnazione? […] Qual è il senso dell’amore di Cristo, se tutte le religioni possono condurre a Dio? Allora Cristo mente quando dice “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me, io sono la porta“. Cioè, il puro paganesimo è entrato nella Chiesa».

Possiamo solo immaginare quanta sofferenza deve aver sperimentato il Cardinale Sarah per arrivare a pronunciare queste parole…

L’evoluzione della Dottrina sociale in Leone XIV 

“Il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, da un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa” (MH, 15).

Ma vi sono questioni che impongono al cristiano di far risaltare proprio ciò che ci divide dal mondo (“Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo”, Gv. 17,16), perché è proprio lì che si oggettiva l’offesa a Dio, e dunque è proprio lì che possiamo aiutare il nostro prossimo a non perdersi. 

“[…] la Dottrina sociale rischierebbe di apparire come un’ingerenza indebita in questioni temporali o come un codice etico esterno da applicare dall’alto. In realtà essa scaturisce da una Chiesa che cammina con l’umanità, riconosce l’autonomia delle realtà terrene e la distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica e, proprio per questo, ambisce a servire il bene comune” (MH, 18).

La Chiesa cammina (o dovrebbe camminare) nella direzione di edificare il regno di Dio, e in questo solo una parte dell’umanità la segue. Alla parte di umanità che non la segue, che cammina verso un altra direzione, e oggi è maggioritaria nel mondo, non si può riconoscere autonomia, nella misura in cui tale autonomia confligga con l’ordine voluto dal Creatore. Con tale parte maggioritaria dell’umanità la Chiesa non può camminare insieme nel senso di accompagnarla nella direzione sbagliata, ovvero assecondarla nell’errore, nel male, ma al contrario deve saperla ammonire, dicendole chiaramente: “fermati! Non proseguire il cammino in questa direzione!”, e deve invece insegnarle quale sia la retta via. Ancora una volta, la Chiesa deve saper insegnare, più che dialogare. 

“[la Chiesa] non può considerarsi estranea ai dinamismi che configurano il volto della società. Anzi, partecipa con impegno ai percorsi attraverso cui la società stessa cresce e si organizza, e offre il proprio contributo al raggiungimento di una convivenza più giusta e fraterna” (MH, 19).

Qui sembra ritornare, ancora una volta, l’immagine di una società civile incamminata verso l’inesorabile progresso, sui cui percorsi deve inserirsi la Chiesa per dare il proprio contributo.             In queste parole, non traspare, con assoluta evidenza, l’obbligo morale per la Chiesa non già di contribuire ma di opporsi strenuamente, anche a costo del martirio, a quei cammini della società che offendono Dio e quindi nuocciono all’uomo.  

“la Dottrina sociale della Chiesa appare nel suo volto più autentico: non un prontuario di principi e norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario. Essa nasce dall’incontro tra la verità eterna del Vangelo e le domande della storia, si lascia interrogare dai segni dei tempi; si alimenta del contributo delle scienze, delle culture e delle esperienze umane ” (MH, 27).

Qui si vede abbastanza esplicitamente, quanto la visione della Dottrina sociale della Chiesa dell’attuale Pontefice, si discosti da quella dei suoi predecessori. Per questi ultimi, il Vangelo era il centro propulsore, il principio ispiratore fondamentale e inderogabile da cui scaturiva la Dottrina sociale… per Leone XIV la Dottrina sociale semplicemente “incontra” il Vangelo (ma non se ne lascia determinare), così come incontra le esigenze dei tempi, e “si alimenta del contributo delle scienze, delle culture e delle esperienze umane”. Non si può non avvertire in queste parole un certo riduzionismo del valore della Parola di Dio, rispetto ai suoi predecessori, nell’affrontare i problemi sociali del nostro tempo. Definendo la Dottrina sociale come “un cammino di discernimento comunitario”, si accentua, ancora una volta… per l’ennesima volta, la dimensione del “dialogo” all’interno della Comunità ecclesiale, della sinodalità, del lasciarsi “interrogare dai segni dei tempi” come fattori ormai prepoderanti rispetto alla fedeltà alla via di salvezza indicataci da nostro Signore. Eppure, vengono in mente le parole di Sant’Ireneo di Lione, riprese dal Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 174:

«Infatti, se le lingue nel mondo sono varie, il contenuto della Tradizione è però unico e identico. E non hanno altra fede o altra Tradizione né le Chiese che sono in Germania, né quelle che sono in Spagna, né quelle che sono presso i Celti (in Gallia), né quelle dell`Oriente, dell`Egitto, della Libia, né quelle che sono al centro del mondo» (Sant`Ireneo di Lione, Adversus haereses, 1, 10, 2: SC 264, 158-160 (PG 7, 531-534). «Il messaggio della Chiesa è dunque veridico e solido, poiché essa addita a tutto il mondo una sola via di salvezza» (CCC, 174).

Inoltre, come ha scritto il filosofo Stefano Fontana (qui), con ottima sintesi:

“è un vero peccato che nell’enciclica non si parli esplicitamente di diritto naturale e di legge naturale (concetti implicati in quello di creazione), nemmeno tra i fondamenti della Dottrina sociale (nn. 48-50) 

[…] rispetto a Giovanni Paolo II […] le novità ci sono e possono essere riassunte nel passaggio da “corpus dottrinale” a “discernimento comunitario”. Papa Wojtyla aveva detto nella Centesimus annus (1991) che la Chiesa stabilisce un “paradigma permanente … formula una vera dottrina, un corpus, che le permette di analizzare le realtà sociali, di pronunciarsi su di esse e di indicare orientamenti” (n. 5) […] Si tratta di definizioni forti, in quanto si assegna alla Dottrina sociale il carattere di una vera e propria disciplina capace di conoscenza e di giudizio alla luce del proprio sapere. La Chiesa, come Chiesa, formula, analizza, si pronuncia, indica…

[…] i paragrafi dal 19 al 27 [della MH] che contengono la definizione della sua natura come “discernimento comunitario” […] In questo quadro per discernimento non si intende più la decisione prudenziale di come agire in coscienza alla luce dei principi primi (che rimangono immobili nella loro forma sistematica), ma il rinnovamento degli stessi principi alla luce delle esigenze delle situazioni nuove che la storia ci propone. Discernere non è più applicare, seppure con creatività, ma produrre una norma aggiornata, nella apertura a quanto il Signore sta già facendo nella storia: “il popolo di Dio riconosce nelle trasformazioni culturali e sociali sia i segni della presenza del Cristo che viene e guida la storia verso il suo compimento, sia quelle derive che ne offuscano il volto” (MH, 22). La norma fa tutt’uno con la vita. L’aggettivo “comunitario” completa poi il quadro, indicando che la verità si cerca insieme in un unico processo da non limitarsi alla Chiesa, ma in comunione con le altre religioni e con l’umanità intera. La Chiesa, quindi, non formula, non analizza, non si pronuncia, non indica… ma compartecipa ad un processo”.

 

Questo invece il commento di Don Alberto Strumia, fisico, ricercatore scientifico e teologo, nel corso di una diretta sul canale YouTube (qui):

“[Nella MH] il messaggio sulla sinodalità è ambiguo, è ereditato da Francesco, va bene, ma rischia di essere ambiguo. Alla fine non si sa dove si va a parare. Ed anche la nota sul fatto che tutte le religioni convergeranno verso una verità che sta all’infinità, una sorta di tendenza asintotica… No, la verità è Cristo subito, non è che dobbiamo aspettare dei tempi… Io ho bisogno di una concezione [metafisica] dell’uomo [antropologia] che è già vera e buona. Deve esserci una base riconoscibile per tutti. Non posso aspettare la fine della storia per avere un accordo che non si sa fino a che punto è veramente un accordo o è solo una specie di miscela di tutte le idee, di tutte le concezioni, a maglie così larghe che dentro ci può stare tutto e il contrario di tutto. La dottrina sociale deve quindi fondarsi su una concezione dell’uomo, e di conseguenza della realtà, della società e di tutto il resto […] E qui entra in gioco l’esemplarità dell’umanità di Cristo unico Salvatore. Lì c’è l’uomo nel suo modello, nella sua origine e nel suo fine ultimo. […]                                                                                                                                      

In tutta questa enciclica manca una cosa, che non è secondaria: manca la nozione di peccato originale, come rottura del rapporto di giustizia tra l’uomo e il suo Creatore  […] L’uomo per essere divinizzato deve lasciarsi salvare, divinizzare da Cristo. Lo si vede quando si parla di come venir fuori da questa situazione: ci si limita a rilevare che una cosa è integrare queste tecnologie in una visione umana relazionale, un’altra è lasciarsi guidare da un immaginario che svaluta il limite e promette una salvezza puramente tecnica (Numero 117). Qui si parla di superamento di ogni fragilità, ma il probema dell’uomo non è solo la fragilità, che qui intende come limite ontologico, limite strutturale, limite dell’essere. La salvezza non è semplicemente un superamento della fragilità. La salvezza è la ricostruzione del rapporto autentico tra l’uomo e Dio, e quindi è la riparazione del peccato originale”.

Ha scritto ancora il vescovo Strickland (op. cit.), con viva preoccupazione:

“In questo modo, le radici del male cominciano ad apparire principalmente come strutturali, piuttosto che spirituali. Ora, la dottrina cattolica insegna che il disordine nella società deriva in ultima analisi dal disordine del cuore umano ferito dal peccato originale. La tecnologia non è l’elemento più grave della crisi; la vera crisi sta nell’uomo separato da Dio.
Questa preoccupazione appare più particolarmente nei ripetuti appelli del documento a costruire una «civiltà dell’amore». Tale espressione è autenticamente cattolica e fu usata da Papi come Paolo VI e Giovanni Paolo II […]
In questa nuova presentazione, la «civiltà dell’amore» può apparire talvolta meno il frutto della conversione a Cristo, e più un progetto umano mondiale centrato sulla fraternità, la solidarietà, l’inclusione e la pace […]
La Chiesa ha messo in guardia molte volte contro le forme di umanesimo religioso che pur conservando un linguaggio cristiano spostano progressivamente il centro del cristianesimo da Dio verso l’uomo. Quando la dignità umana è staccata dalla sovranità di Dio, quando la trasformazione sociale oscura la salvezza, e quando il linguaggio della comunione rimpiazza quello del pentimento e della santificazione, il cristianesimo rischia di essere ridotto ad una visione etica o umanitaria […]
Quando la stessa umanità diventa la griglia principale di interpretazione della teologia, perfino i bei discorsi sulla fraternità, la pace, la comunione e la dignità possono progressivamente scivolare verso una forma di umanesimo religioso che non mette più Dio in primo piano”.


Se il dialogo con la società e, sinodalmente, anche all’interno della Chiesa stessa, è così centrale, è abbastanza inevitabile che si giunga infine a compromessi, ed infatti come scrive lo stesso Leone XIV:

“È evidente che tra le diverse persone ci sono molte differenze ideologiche e pragmatiche, ci sono interessi diversi e frequenti contrasti, ma ciò non vuol dire che sia impossibile un percorso di dialogo per configurare una base di consenso che permetta di costituire un progetto per tutti e di camminare insieme” (MH, 62).

Cosa significa infatti, “tra le diverse persone” che presentano “molte differenze ideologiche e pragmatiche […] interessi diversi e frequenti contrasti ”, trovare “un percorso di dialogo per configurare una base di consenso”, se non trovare un compromesso? Che cosa ha fatto in Italia, la Chiesa davanti all’infame Legge 194 che ha consentito e consente l’uccisione di tantissime creature umane innocenti? Dopo averla strenuamente combattuta sotto il pontificato di San Giovanni Paolo II, ha finito in qualche modo per accettarla, pur se a livello di documenti magisteriali continua a condannare l’aborto volontario. Basta ricordare le parole dell’arcivescovo Paglia, nominato da Papa Francesco a presidente della Pontificia Accademia della vita, “per noi la legge 194 è una pietra miliare”, o anche le parole del cardinale Zuppi, presidente della CEI “nessuno pensa di metterla in discussione […] la 194 è una legge «dolorosa», ma che garantisce una «traduzione laica importante». Sembrano ormai lontani i tempi del pontificato di San Giovanni Paolo II (eppure sono passati solo alcuni anni), durante i quali alla marcia per la vita partecipavano molte decine, se non centinaia di migliaia di persone da tutta Italia, con l’adesione di molti vescovi, e i sacerdoti ne parlavano nelle parrocchie e organizzavano i pullman per Roma… nella marcia del 2026 erano presenti sì e no qualche migliaio di persone con la presenza del solo vescovo di Ventimiglia-Sanremo Antonio Suetta. Quello stesso vescovo che dal 28 dicembre 2025 fa suonare ogni sera alle ore 20 una campana, per invitare alla preghiera contro l’aborto e sollecitare una riflessione sulla Legge 194. Nessun altro vescovo si è unito al suo progetto, la grande maggioranza dei membri della CEI ha taciuto, qualcuno ha detto addirittura che “l’iniziativa rischia di risultare divisiva”. Oggi molti laici abortisti vengono invitati come relatori in convegni presso il Vaticano, altri occupano posti rilevanti all’interno della stessa Santa Sede. Papa Francesco ha definito “una grande italiana”, colei recentemente scomparsa, che ha dedicato gran parte della sua vita politica a promuovere l’aborto volontario e si vantava di averlo procurato ad altre donne con una pompa di bicicletta.            Lo stesso Leone XIV il 28 agosto 2025 ha ricevuto in udienza privata la suora domenicana Lucia Caram, abortista dichiarata (qui), verso la quale non risulta che sia stato preso, almeno finora, alcun provvedimento disciplinare. Lo stesso Papa Leone si è rivolto alla signora Sarah Mullally, abortista dichiarata anch’essa, nonché “arcivescovessa” anglicana di Canterbury, adoperando gli aggettivi “Reverendissima e Onorevolissima” e assicurando la sua preghiera affinché “sia guidata dallo Spirito Santo nel servire le sue comunità” (non si capisce, peraltro, come lo Spirito Santo potrebbe guidarla a svolgere un servizio che lo stesso Spirito Santo ha ispirato fosse svolto solo da uomini e solo nell’unica Chiesa fondata su Pietro). La Chiesa nei documenti magisteriali continua formalmente a condannare l’aborto volontario, ma poi, fuori da quell’ambito, mi si perdoni… non senza un po’ d’ipocrisia, lascia capire a chi è favorevole, che in fondo ciò non costituisce un grosso problema.   

Sono purtroppo questi alcuni degli amari frutti del “camminiamo insieme in dialogo col mondo”.     

“Il bene comune, in ambito ecclesiale, prende il volto di uno stile sinodale per la missione a servizio del Regno. La Chiesa, infatti, è il «soggetto comunitario e storico della sinodalità e della missione» (MH, 86). 

Non si può che ribadire che la Chiesa come “soggetto… della sinodalità” è un concetto non presente né nella Professione di fede (“credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica”… non sinodale), né nel Catechismo che al n. 752 afferma: 

“Nel linguaggio cristiano, il termine « Chiesa » designa l’assemblea liturgica,  ma anche la comunità locale o tutta la comunità universale dei credenti. Di fatto questi tre significati sono inseparabili. La « Chiesa » è il popolo che Dio raduna nel mondo intero. Essa esiste nelle comunità locali e si realizza come assemblea liturgica, soprattutto eucaristica. Essa vive della Parola e del Corpo di Cristo, divenendo così essa stessa corpo di Cristo.”

Prosegue Papa Leone:

“Le diverse sensibilità presenti nella Chiesa, le convinzioni forti che animano ciascuno, sono ricchezza se restano ancorate alla certezza dell’unità come dono ricevuto e come compito da assumere. Ogni potere è al servizio della comunione e della missione. Ogni autorità è al servizio del popolo di Dio” (MH, 88).

Non tutte le “diverse sensibilità presenti nella Chiesa” possono essere messe sullo stesso piano di fedeltà a Cristo. Occorre riconoscere che, da sempre, vi sono “sensibilità” e “convinzioni forti”, all’interno dell’Ecclesia, che errano, anche pesantemente, talvolta addirittura cadono in eresia, anche se poi l’autorità preposta, manchevolmente, non prende provvedimenti al riguardo. In questi casi, non basta che tali “diverse sensibilità” perseguano “l’unità come dono ricevuto”… devono essere corrette da chi possiede l’autorità all’interno della Chiesa. L’unità nella Chiesa non è un bene da perseguire a qualsiasi costo… l’unità è un bene solo nella verità, altrimenti è compromesso, e il compromesso genera un mero consenso opportunistico e quindi conserva le fratture esistenti seppur nascoste sotto il velo dell’accomodamento. Purtroppo la frase appena citata dell’enciclica non sottolinea adeguatamente questa imprescindibile conditio per un’unità che sia davvero gradita a Dio.

 “Ogni autorità” nella Chiesa dovrebbe essere, innanzitutto al servizio di Dio, e solo in via subordinata “al servizio del popolo di Dio”, perché se, in una qualsiasi comunità cattolica, piccola o grande che sia, si verifica una devianza da quanto insegna da sempre la Chiesa nel Magistero, l’autorità può servire quel popolo di Dio, solo redarguendolo, ammonendolo, ordinando provvedimenti discipinari, ecc… ma per poter adempiere a tale compito, l’autorità deve prima di tutto mettersi in ascolto, a servizio e in sequela del Cristo della fede cattolica, la vera luce che deve illuminare l’agire dell’autorità, anche che se ciò potrebbe risultare, alle orecchie del “popolo di Dio”, tutt’altro che al servizio… di quello stesso popolo.

Intelligenza umana e Intelligenza artificiale

 

Afferma Papa Leone XIV: 

“Non è possibile dare una definizione univoca e completa dell’IA. Ciò che possiamo affermare è che occorre evitare l’equivoco di equiparare questa “intelligenza” a quella umana. Questi sistemi imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana. Nel farlo, spesso la superano per velocità e ampiezza di calcolo, offrendo benefici concreti in numerosi campi. E tuttavia, questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati: le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente. Anche quando tali strumenti vengono presentati come capaci di “apprendere”, il loro modo di farlo è diverso da quello della persona umana. Non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà; è piuttosto un adattamento statistico a partire da dati e riscontri, che può essere molto efficace, ma non implica una crescita interiore” (MH, 99).

Queste parole pur essendo condivisibili, risultano tuttavia incomplete, rivelando, con rispetto parlando, una carenza sul piano della metafisica, tale da inficiare la profondità d’analisi dell’enciclica sul rapporto tra intelligenza umana e I.A. Eppure la metafisica dovrebbe stare particolarmente a cuore alla Chiesa, erede della grande filosofia del Doctor angelicus et communis San Tommaso D’Aquino. Lo ha messo in luce, magistralmente, lo storico Roberto De Mattei (qui):

“Il Papa ha ragione a sollevare il problema, ma la sua risposta non chiarisce perché 

l’equiparazione tra intelligenza umana e artificiale sia impossibile. Per la filosofia tomista, il motivo non consiste principalmente nel fatto che l’IA non prova emozioni, non ha relazioni o non possiede memoria incarnata, ma nel fatto che essa manca di un’anima razionale spirituale, principio intrinseco delle operazioni intellettive. L’enciclica formula invece la distinzione fra uomo e IA in termini puramente fenomenologici, sul piano dell’esperienza, dell’affettività e della relazionalità, dimenticando o ignorando che la distinzione decisiva è ontologica. 

[…] L’intelletto umano non si limita a elaborare informazioni o riconoscere schemi, ma conosce l’universale (Summa Theologiae, I, q. 79, a. 6) ed è capace di astrarre dalle immagini sensibili concetti immateriali come il bene, la giustizia, Dio stesso. Analogamente, la volontà non è un meccanismo di selezione programmata, ma è un appetito razionale capace di deliberazione e libertà (Summa Theologiae, I, q. 82, a. 1; ST, I, q. 83, a. 1). 

L’intelligenza artificiale, invece, non possiede un principio intrinseco di conoscenza e di volontà, ma agisce in forza dell’intelligenza umana che l’ha progettata. Perciò la differenza tra uomo e macchina non è quantitativa ma ontologica: l’uomo conosce perché possiede un intelletto spirituale e vuole perché possiede una volontà libera; la macchina invece produce risultati perché è stata costruita per farlo. Anche l’intelligenza artificiale più avanzata, dunque, non potrà mai essere veramente umana, perché le manca ciò che, per san Tommaso, costituisce il principio stesso del conoscere e del volere autenticamente umani: l’anima razionale spirituale”.  

lettore di nome Bruno V.

 

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