“L’idea pseudo-politica di uno stato mondiale che abbatte ogni muro non è affatto un’idea basata su tolleranza, fratellanza e solidarietà. È un’idea basata sulla indeterminazione. Indeterminazione dell’essenza dell’uomo. E, almeno nel pensiero gnostico-cabalistico, persino di Dio. Da cui dipende l’attuale sincretismo e l’idea di fratellanza cosmica.”

 

Caduta del Muro di Berlino, 1989

 

 

di Pierluigi Pavone

 

Il confine, il limite, il muro evoca protezione, identità, determinazione. Rispetto al Caos, alla indeterminazione anarchica. Ordine e diritto, rispetto al Nulla. Lo Stato mondiale politicamente parlando è questo Nulla. È una realtà senza confini, nel senso di senza identità. Allo stesso modo si può dire di una generica (e di massonica eco) fratellanza, considerando – da una prospettiva cattolica – che la fratellanza universale è semmai una comune eredità della colpa di Adamo, alla luce di cui senza Sacrificio espiatorio, senza Chiesa, senza sacramenti non è possibile diventare figli di Dio.  

C’è un solo muro che evoca pubblicamente la prigione. C’è un solo muro che fu costruito per mostrare la prigione sociale di una ideologia. O meglio, una prigione a cui una ideologia – retoricamente detta popolare  e democratica – costringeva i propri cittadini. Il muro di Berlino (1961-1989). Dalla sua caduta la Germania determinò, dopo la Guerra Fredda, l’unificazione politica, di cui ricorre in queste settimane il trentennale: 1990-2020. La Germania è stato l’unico paese a uscire sconfitto da entrambi i conflitti mondiali, dopo essere stata accusata, ovviamente per specifici motivi storici e politici, di essere responsabile diretta dell’inizio delle ostilità, in entrambi i casi. Ed è stata l’unico paese a non subire una dissoluzione politica e geografica (a differenza dell’impero asburgico o turco). Conservò sia nei trattati di Versailles, sia quando fu spartita, nel 1945, in quattro zone di competenza alleata, la sua integrità sostanziale, in quanto Germania. Al netto delle colonie, dell’Alsazia e Lorena (che contendeva con la Francia dai tempi di Bismarck e Napoleone III) e di Danzica (il noto “corridoio polacco” rivendicato da Hitler, dopo Austria e Sudeti). Anche nel lungo processo di unificazione moderna, che si concluderà con la proclamazione del Secondo Reich, proprio a Versailles, la Germania – a differenza del caso italiano – ha sempre potuto vantare una uniformità politica, culturale e linguistica. Dalla translatio imperii di Carlo Magno alla casa di Sassonia nel X secolo, il Sacro Impero – che proprio con Ottone I avrebbe acquisito il nome significativo di romano-germanico – avrebbe conosciuto sia nei secoli medievali, sia in quelli moderni un forte e irreversibile processo di germanizzazione. Questo, nonostante le velleità del Barbarossa contro i comuni italiani o le “preferenze residenziali” di Federico II. Dalla Bolla d’oro nel 1356, l’elezione imperiale fu di fatto un caso tedesco, e dalla metà del 1400 con una continuità dinastica degli Asburgo, fino al conflitto con la Prussia: proprio per valutare nel 1800 – con la diplomazia o con “ferro e sangue” come sentenziò Bismarck – a quale trazione si sarebbe realizzata l’unificazione. Unica vera e sostanziale distinzione fu quella religiosa, provocata da Lutero, che ristabilì in un certo senso l’antico confine romano tra Baviera e Austria cattoliche e terre a nord luterane (come lo era il regno di Prussia). 

Yalta nel febbraio del 1945 ruppe in parte questa continuità. Ma formalmente restavano una Germania a ovest e una Germania a est. Stalin impose che tutte le terre d’Europa, liberate (si fa per dire) dall’Armata Rossa, sarebbero restare sotto il giogo sovietico. Dove questo fu più duro e fedele a Mosca fu proprio nel governo di Ulbricht (leader del partito comunista tedesco e irreprensibile fautore delle direttive di Mosca) in Germania Est, che assunse il paradossale nome di Repubblica democratica, con capitale Berlino. Quella metà ad est, perché la frazione occidentale fu assegnata al controllo americano: un’isola di libertà. La stessa che Stalin nel 1948 – per ritorsione contro la dottrina Truman e del piano Marshall di ricostruzione economica dell’Europa – provò a isolare dai rifornimenti (che arrivarono comunque con un incredibile ponte aereo). Non bastò. Il partito comunista dispose, nel 1961, lungo la linea che separava le due zone di Berlino, di costruire un muro. Non per proteggere i propri cittadini. Per impedire loro di fuggire! Quel governo che nasceva dalla rivoluzione proletaria e socialista, popolare e democratica, costruiva un argine per imprigionare un popolo che avrebbe dovuto – stando alla retorica comunista – essere ben felice di vivere secondo quella economia e quel modello politico. Kennedy – da lì – si rivolse a tutti gli scettici circa la preferenza del modello liberale contro quello socialista, invitando a visitare Berlino e vedere direttamente quella sorta di vergognosa dichiarazione di fallimento da parte del totalitarismo comunista. Un totalitarismo che paradossalmente stava già conoscendo un processo di destalinizzazione e accettazione di sfida aperta con gli USA secondo una logica di coesistenza competitiva. Eppure, costruiva una palese costrizione, dietro pena di morte, a restare per vincere la sfida. Sfida che ovviamente – e per ragioni ideologiche e strutturali – perse, lasciando dietro di sé solo macerie, povertà e ingiustizie. Dalla macerie del muro la Germania occidentale, non senza difficoltà e contro i pareri sia di Mitterand sia Margareth Thatcher, guidò la riunificazione immediata, forte della politica di Kohl, determinata da ben cinque mandati governativi tra anni ottanta e novanta.

L’unificazione determinò l’inserimento, nel blocco libero, di regioni storicamente tedesche, da sempre prussiane, ma sottoposte per mezzo secolo alla spietatezza dittatoriale del partito comunista e alla precedente depredazione bellica sovietica. Si trattava – a tutti gli effetti – del primo effettivo parlamento federale di tutta la Germania, dal tempo dei Sassoni conquistati e convertiti da Carlo Magno. Il Reichstag imperiale, eletto a suffragio universale, che esistette tra il 1871 e il 1919 (anno in cui si dette vita alla Costituzione di Weimar) era solo consultivo. Solo il Cancelliere rispondeva al Kaiser. E dopo Bismarck, il nuovoKaiser guidò il paese ad una poco lungimirante politica internazionale e coloniale di potenza, fino all’aperto conflitto con Francia e Inghilterra. La socialdemocratica Weimar sarebbe sopravvissuta al pericolo comunista degli spartachisti di Rosa Luxemburg (uccisa all’inizio del 1919); al debito umiliante e assurdo dei trattati di …pace (anche qui, si fa per dire) e alla provocazione e ingerenza militare francese nella Ruhr. Ma non ad una crisi internazionale come nel 1929. E a partire dall’unico paese creditore, di quelli coinvolti nella I Guerra Mondiale, cioè l’America. Il Regime nazista non aveva certo velleità democratiche e, se è per questo, rettificò anche la struttura federale prevista dalla Repubblica, per il totalitarismo su ogni ambito. Le due Germanie divise avevano – di Weimar – i colori della bandiera, rimasti poi anche nel 1990, in modo analogo al caso russo, dopo il Natale del 1991 (giorno e anno in cui venne ammainata la bandiera rossa).  

Terminavano decenni di divisione e dittatura comunista, rappresentati proprio in Germania da un muro… Tuttavia non tutti i muri sono simbolo di oppressione. Anzi, il muro, salvo il muro della opportuna reclusione punitiva, ha sempre rimandato, di per sé, ad un’idea di protezione. Il muro delimita, determina. È condizione di vita. È in fondo il nido, l’orizzonte di significato. Oltre il muro non c’è il mondo della libertà. C’è il mondo del caos. Come la legge non è ostacolo alla libertà, ma sua condizione; come le regole di un qualsiasi gioco non sono ostacoli, ma il modo stesso che permette, dà la possibilità di giocare, così il limite non è in questo caso una mancanza, ma al contrario identità, specificazione, senso. In termini metafisici il muro, in queste nostre considerazioni, svolge un ruolo analogo a ciò che l’essenza realizza con l’essere. L’essenza delimita l’essere, lo determina. Non a caso per i greci non esiste nulla che non sia determinato, che non abbia essenza data: ad essere precisi san Tommaso, infatti, descrive un insieme di enti, cioè “esseri” gerarchicamente ordinati, ma ognuno, in sé, uno, vero e buono. Ovvero, ogni cosa che esiste è in sé comprensibile, logica, indivisa in sé e separata dal resto, buona.

L’idea pseudo-politica di uno stato mondiale che abbatte ogni muro non è affatto un’idea basata su tolleranza, fratellanza e solidarietà. È un’idea basata sulla indeterminazione. Indeterminazione dell’essenza dell’uomo. E, almeno nel pensiero gnostico-cabalistico, persino di Dio. Da cui dipende l’attuale sincretismo e l’idea di fratellanza cosmica. 

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