La vicenda del Card. George Pell condannato per abusi sessuali su due minori e di cui vi abbiamo più volte parlato su questo blog vede oggi nuovi sviluppi. Leggiamoli insieme nella traduzione dell’articolo del CNR di oggi.
La traduzione è a cura di Annarosa Rossetto.

 

Card. George Pell

Card. George Pell

 

AGGIORNAMENTO del 14.11.2019 delle ore 17.30

L’Alta Corte australiana ha annunciato mercoledì che la richiesta del cardinale George Pell di un permesso speciale in appello è stata rinviata alla corte nella sua pienezza dei componenti per la decisione. Pell sta cercando di appellarsi a una decisione della Corte d’Appello di agosto nel Victoria.

La sua domanda sarà ora esaminata da tutti i membri della più alta corte australiana, e una decisione è prevista per marzo o aprile.

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L’Alta Corte australiana ha annunciato martedì che il Card. George Pell è stato autorizzato a presentare ricorso contro la decisione della
Corte d’Appello di Victoria che in agosto ha confermato la condanna per abusi sessuali su minori.

L’appello di Pell all’Alta Corte di Canberra, la corte suprema dell’Australia, è l’ultima via legale percorribile per ribaltare una condanna che ha diviso l’opinione pubblica nel paese e a livello internazionale.

Il cardinale è stato condannato l’11 dicembre 2018, in base a cinque accuse di aver abusato sessualmente di due ragazzi del coro dopo la messa domenicale quando era arcivescovo di Melbourne nel 1996 e nel 1997.

È stato condannato a sei anni di prigione, e deve scontare almeno tre anni e otto mesi prima di poter richiedere la condizionale.

Il cardinale, 78 anni, che rimane arcivescovo e membro del Collegio cardinalizio, è stato rimandato in prigione immediatamente dopo l’aggiornamento della corte. È tenuto in isolamento e non gli è permesso di celebrare la Messa in prigione.

Pell è stato condannato per aver esposto i genitali e aver costretto due ragazzi del coro a commettere atti sessuali su di lui benché fosse completamente vestito con i paramenti della messa domenicale, quasi immediatamente dopo la celebrazione nella sagrestia della Cattedrale di San Patrizio nel 1996. Pell all’epoca era arcivescovo di Melbourne. È stato anche condannato per aver palpeggiato uno dei ragazzi in un corridoio nel 1997.

L’accusa si basava sulla testimonianza di una delle presunte vittime: quella che riferiva di aver subito due casi di abuso da parte di Pell. L’altra vittima è morta nel 2014 e non è stata in grado di testimoniare, ma nel 2001 aveva negato alla madre di aver subito abusi mentre era membro del coro.

Pell ha continuato a sostenere la sua innocenza, con il suo collegio difensivo che riteneva centrale l’argomentazione secondo cui i presunti crimini sarebbero stati “semplicemente impossibili” i quelle date circostanze.

I difensori del cardinale hanno sostenuto che le accuse di abuso in sagrestia non erano possibili dato il grande andirivieni dopo la messa e il vero e proprio ostacolo costituito dai paramenti della messa.

Pell aveva presentato ricorso alla Corte d’appello di Victoria. Tre giudici hanno esaminato il suo caso e respinto il ricorso in appello. I giudici si sono divisi sul principale motivo d’impugnazione di Pell, secondo cui la decisione della giuria era stata“irragionevole”.

In particolare la questione era se la giuria che aveva condannato Pell avesse correttamente soppesato tutte le prove presentate in sua difesa, o avesse raggiunto la determinazione della colpa nonostante la dimostrazione di un chiaro “ragionevole dubbio” sull’aver commesso i crimini di cui era accusato .

Il giudice supremo Anne Ferguson e il presidente della Corte Chris Maxwell hanno costituito la maggioranza che ha rifiutato l’appello di Pell che sosteneva che il verdetto della giuria fosse irragionevole rispetto agli elementi di prova presentati, trovando che era possibile per la giuria trovare oltre “ogni ragionevole dubbio la verità del racconto del denunciante “.

In forte dissenso dalla constatazione della maggioranza, il giudice Mark Weinberg ha osservato che la totalità delle prove contro Pell consisteva nella testimonianza di un singolo accusatore, mentre erano stati prodotti più di 20 testimoni per testimoniare contro la sua ricostruzione dei fatti.

“Anche solo la  ‘ragionevole possibilitàche ciò che i testimoni avevano dichiarato su queste questioni potesse essere stato vero avrebbe dovuto inevitabilmente portare ad un’assoluzione”, ha scritto Weinberg, concludendo che Pell, in effetti, era stato impropriamente chiesto di dimostrare “l’impossibilità” della sua colpevolezza e non solamente un ragionevole dubbio in merito.

A tutti e tre i giudici è stata concessa un’ulteriore possibilità di presentare ricorso per irragionevolezza della condanna della giuria.

I commentatori dei media e i membri della comunità giuridica australiana hanno espresso preoccupazione circa le motivazioni dell’opinione dei due giudici di maggioranza e le implicazioni più ampie che le loro argomentazioni potrebbero avere per gli standard di prova nei processi penali.

Il direttore dell’ufficio stampa della Santa Sede Matteo Bruni ha risposto alla decisione della Corte d’appello affermando che La Santa Sede prende atto della decisione dell’Alta Corte australiana di accogliere la richiesta di appello presentata dal Card. George Pell” e ha confermato “la propria fiducia nella giustizia australiana.” In attesa di conoscere gli eventuali ulteriori sviluppi del procedimento giudiziario, ricorda che il cardinale ha sempre ribadito la sua innocenza. E che è suo diritto ricorrere all’Alta Corte”, aveva detto Bruni all’epoca.

 

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