obiettivi di sviluppo sostenibile ONU agenda 2030

 

 

di Autore vario

 

Storicamente da sempre, le Banche hanno assolto a funzioni sociali che vanno al di là della asettica gestione di servizi finanziari. Erogare credito o gestire patrimoni significa anche poter indirizzare l’economia e la ricchezza dei cittadini. Un tempo i banchieri decidevano le sorti di popoli negando o concedendo finanziamenti a sovrani in guerra. Sostenevano anche politicamente un leader a scapito di altri.

Nel secolo scorso, per fare un altro esempio, in Italia il credito cooperativo e sociale emancipò i contadini e la piccola borghesia, offrendo opportunità che le altre banche controllate dalla massoneria non concedevano. Fecero quindi da contrappeso a politiche liberali molto clientelari che umiliavano la massima parte della popolazione.

E’ normale poi che le banche si adeguino alle politiche monetarie espansive o restrittive decise dai governi. Non stupisce dunque che anche oggi gli Istituti Bancari e la finanza operino in sinergia e strumentalmente alle politiche decise a livello nazionale o mondiale.

Un problema piuttosto serio, oggi come ieri, si pone però quando la Banca si sente investita di una questione etica che va al  di là di aspetti di politica monetaria o ragioni finanziarie e pretenda pertanto di imporre un modello o scelte di vita, ostacolando opzioni diverse.

In certi casi infatti, la finalità può essere condivisibile come nel caso di ‘lotta alla povertà e al sottosviluppo’ ‘ricostruzione o riqualificazione di un territorio’ etc. Ma accade sempre più di riscontrare un’acritica sottomissione ad un’agenda globalista, o di Grande Reset, con risvolti e ricadute sempre più asfissianti sul cittadino e sul mondo corporate.

Insomma, la banca etica può avere una giustificazione se opera di nicchia (come ad esempio avviene nel terzo settore), ritagliandosi uno spazio e lasciando operare gli altri istituti con diversi obiettivi etici. Ben più preoccupante è invece la situazione quando tutte le maggiori banche convergono verso obiettivi comuni, secondo un’agenda politica dettata a livello planetario. Il rischio di arrivare ad un soffocante modello di indirizzo e controllo ‘stile cinese’ (QUI) o di ineludibile dirigismo centralizzato dovrebbe creare qualche allarme.

 

Ma veniamo al concreto: cosa deve preoccuparci oggi, come clienti privati o aziendali, quando una banca insiste nel condizionare la concessione di credito o la vendita di servizi di investimento al rispetto di criteri di ‘sostenibilità’ o dei canoni ESG?

Bene, cominciamo dalla parola sostenibilità o sviluppo sostenibile. Essa rimanda a vecchie concezioni in cui si saldano il neo-malthusianesimo (ovvero limitazione delle nascite o favore per l’aumento dei decessi perché siamo in troppi) e tutti gli ecologismi che vedono l’uomo come una minaccia da estirpare, magari perché produce troppo CO2. Il concetto di ‘sostenibilità’ collegato alla limitatezza delle risorse, introdotto politicamente a livello europeo con il rapporto Bruntland del 1987 (QUI), riprende le teorie del libro cult per gli ambientalisti ‘I limiti dello sviluppo’, (QUI) pubblicato nel 1972 dalla potente lobby del Club di Roma.

 

 

Il miglior modo per squalificare i sostenitori della sostenibilità (mi piace chiamarli così) sarebbe quello di metter loro in mano con obbligo di lettura quel libro, redatto quasi due generazioni fa.

‘I limiti dello sviluppo’, rapporto avallato dal MIT (Massachusetts Institute of Technology) e finanziato dalla Fondazione Volkswagen per il progetto del Club di Roma sui dilemmi dell’umanità, fu tradotto in venti lingue e venduto in nove milioni di copie; diventò un testo base a livello mondiale, l’agenda di molte ONG per lo sviluppo di azioni a sostegno di aborto, contraccezione e riduzione delle nascite. Le previsioni spacciate da quegli esperti come inevitabili, collegate alla crescita della popolazione mondiale, erano quelle di un rapido esaurimento delle risorse, che riecheggia ancor oggi: secondo un indice statico (cioè a consumi invariati rispetto al 1972) lo zinco sarebbe finito nel 1985, il petrolio entro il 1993, il piombo nel 1998, il gas naturale entro il 2010 etc. E tutte queste risorse sarebbe finite molto prima secondo un indice di consumi esponenzialmente crescenti (vedi dettagli alle pagg. 52/54 dell’edizione originale del 172 – Biblioteca della EST). Ancor più imbarazzanti i modelli e le previsioni sulle risorse alimentari; dopo aver dipinto un quadro drammatico e catastrofista (sempre sul presupposto del dogma troppe persone, risorse limitate) sconfessato nei decenni successivi dell’impietosa realtà, gli esperti arrivarono a pontificare: ‘…anche supponendo che la produzione di generi alimentari divenisse l’obiettivo principale, in breve tempo la crescita della popolazione e la legge dei costi crescenti provocherebbero una situazione tale per cui tutte le risorse della Terra dovrebbero essere impegnate per produrre alimenti, senza ulteriori possibilità di espansione’ (op. cit. pg. 51).

Nei primi anni 2000 il concetto di sostenibilità si collegò a quello della misura dell’impronta sociale, ovvero dell’impatto ambientale dell’uomo. Sul presupposto che ogni essere umano viene inquadrato come mero consumatore di risorse (anzi, sprecatore di risorse, considerate limitate o non rinnovabili), si è voluto calcolare l’unità di misura di tali consumi, ricondotta ad unità di territorio necessari per soddisfarla. Secondo questa concezione e le statistiche del Global Footprint Network, l’optimum delle condizioni di vita, il modello da imitare a basso deficit ecologico, si realizzerebbe in Paesi come la Corea del Nord, il Bangladesh, l’Africa Sub-sahariana, Cuba: cioè territori a basso impatto di industrializzazione e in cui lo spreco di risorse naturali è minimo. Proporrei a tutti i sostenitori della sostenibilità un bel viaggio premio di dieci anni in questi paradisi.

In merito al dibattito della sostenibilità dovrei parlare anche della successiva scuola di pensiero capeggiata da Latouche che sosteneva la ‘decrescita felice’, virtuosamente conseguita con stili di vita sobri e di consumo responsabile: un po’ come durante il periodo del lock-down. La faccio breve: la decrescita occupazionale in termini di rapporto tra ore lavoro e tempo libero può magari rendere felice chi è agiato; non altrettanto la classe medio-bassa che stenta a trovare remunerazioni dignitose.

Spero che queste concise precisazioni possano far capire che quando qualcuno tira in ballo teorie sulla sostenibilità spesso o è un ideologo che le utilizza in modo funzionale agli scopi che ha in mente oppure è uno che ripete quello che tutti dicono senza prendersi la briga di capire cosa c’è dietro. Spero anche di aver chiarito che se la lotta agli sprechi di risorse può mettere d’accordo tutti, ben diversa è la concreta messa a terra del concetto di ‘sostenibilità’ che si traduce in prescrizioni non sempre accoglibili acriticamente.

E veniamo ai famigerati criteri ESG, ovvero Environmental Social Governance (sviluppo, ambito sociale e conduzione aziendale). Qui il discorso si fa più insidioso e delicato.

Questi criteri si traducono in indici per l’attribuzione di punteggi o pagelle alle aziende e tendono, in una prospettiva neanche tanto mascherata, alla creazione di una sorta di Corporate Green Pass.

Che significa? Vuol dire che si vogliono valutare le aziende con il bastone e la carota: un bel premio in termini di punteggi ESG se si adeguano a criteri etici di cui parleremo in seguito; una emarginazione dall’accesso al credito o le peggiori condizioni se non superano gli standard; tutto ciò in aggiunta a penalizzazioni fiscali o burocratiche che lo Stato ci metterà di suo. (QUI)

 

In sostanza, per le aziende non allineate agli standards etici c’è il rischio di essere esposti a rating negativi e giudizi trancianti, magari amplificati dai social. Ma non solo: anche i fornitori e molti altri che entrano in rapporto con le banche devono sottostare ad arbitrari codici di condotta, altrimenti rimangono fuori dal giro.

Tali indici sono poi presi a riferimento anche nella proposizione dei prodotti di investimento. I clienti investitori già oggi sono indotti ad abbracciare i criteri ESG (senza capire cosa ci sta sotto) sin dalla compilazione dei questionari periodici e dei contratti preventivi all’investimento. Poiché le Banche puntano a promuovere i loro investimenti targati ESG, diventa routine che il cliente debba esprimere preferenze per questo comparto di prodotti.

E quali sono le condotte premianti? Ovviamente quelle decise dalle agenzie globaliste: innanzitutto obbedienza cieca all’indottrinamento su cambiamento climatico e riduzione maniacali delle emissioni di CO2 e di utilizzi di fonti fossili. Anche il consumo di acqua viene monitorato. Mi chiedo però come mai in genere gli esperti debbano sempre prendersela con il consumatore o l’azienda che produce: perché non viene usato il bastone anche contro le amministrazioni pubbliche che non investono risorse per sistemare o fare manutenzione alla rete di distribuzione idrica?

Tra le pratiche e condotte che l’agenda ESG mette all’indice cercando di limitarle troviamo pure l’utilizzo di carni animali e l’abuso degli imballaggi (su quest’ultimo punto concordo).

Ma è in ambito sociale e di governance che si spalancano subdolamente le porte per i diritti civili, per qualcuno ‘non negoziabili’: già ora si promuovono aziende con alte quote di donne manager (invece il numero dei figli non è per niente premiante) e quelle che rispettano le normative sull’inclusività, ritagliate in buona parte sulle pretese del mondo LGBT. Per non parlare delle misure contro la discriminazione, premianti solo se in linea con il pensiero politicamente corretto.

Non è difficile immaginare che a breve anche inclusione di servizi abortivi per le dipendenti (come nel pacchetto previdenziale dell’Obamacare) diventi un’occasione di vantaggio, in termini di punteggi ESG, per le aziende che li concedono. Come magari pure il riconoscimento di diritti eutanasici o sussidi per il suicidio assistito. Insomma, una volta aperto il canale ci può passare di tutto…

Le banche si candidano dunque ad applicare nuovi tipi di rating di tipo etico che non lasciano spazio a scelte consapevoli di segno opposto. E il paradosso è che, mentre creano categorie di buoni e cattivi (questi ultimi da emarginare), poi pretendono di dare giudizi negativi (agli altri) in casi di discriminazioni e non inclusività!

L’aspetto inquietante di questo modello che avanza è che non è affatto una pianificazione isolata, ma fa parte di un disegno globalista che mira all’accentramento, all’accesso e al controllo in tempo reale di tutte le informazioni personali. Il punto di arrivo (o forse di partenza) sarebbe l’adozione di un sistema  di controllo come il Social Credit cinese quello che, se non sei in linea con i parametri di comportamento ‘sociali’, ti mette in lock-down, ti chiude l’accesso al credito e ti toglie tutti i diritti.

Poiché quando si mette in guardia da queste minacce scattano subito i bavagli, i discrediti e i soliti epiteti di odio (complottista, negazionista, o i sempreverdi insulti prezzemolo ‘fascista’ e ‘omofobo’), sarà bene analizzare questa notizia dell’Ansa del marzo scorso (QUI),

Si parla qui di una piattaforma, chiamata IDPay, per l’erogazione di tutti i servizi sociali. Sembrerebbe architettata per il nostro bene, per fornirci tanti benefici, favorire pagamenti e transazioni varie. Scavando nelle informazioni relative ai progetti portati avanti dal ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale Vittorio Colao si scopre però che a questa piattaforma aderiranno via via le pubbliche amministrazioni: Agenzia delle Entrate, Anagrafe, Ministero dell’Interno Inps, etc. Qualche complottista teme che anche il fascicolo sanitario sarà in futuro accessibile e monitorabile da remoto dai gestori della piattaforma; per cui, ad esempio, in caso di emergenza sanitaria, chi non si mette in regola con i vaccini sarà subito identificato e non potrà usufruire di qualche servizio. Magari rimarrà anche automaticamente sospeso dal lavoro e con la carta di credito bloccata. E c’è chi denuncia che la diffusione dell’identità digitale altro non è che l’evoluzione del Green Pass, cioè di uno strumento di ricatto e di controllo (QUI)

Tutto ciò può succedere ancorando i diritti e l’accesso a servizi (tanto più l’accesso ai propri rapporti bancari) ad una tessera controllata centralmente da un onnisciente Grande Fratello.

E’ tipico delle dittature condizionare la libertà al possesso di una tessera e quello di fissare le condizioni per concederla o toglierla. Vigiliamo ed opponiamoci a che questo accada.

Green Pass, criteri ESG, IDpay, Social Credit cinese: tanti strumenti, un comune obiettivo finale: omologare, controllare, emarginare e punire.

 


 

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