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di Roberto Allieri

 

Epistemologia, deontologia, bias e presupposti di lealtà metodologica della ricerca: riprendiamo il discorso interrotto, sviluppato nel mio precedente articolo (qui).

Bene, con questo esordio masochistico e con il titolo mi sono giocato il 95,6% dei potenziali lettori, che hanno ormai cliccato ad altri siti, allarmati dalla minaccia di dover prestare troppe energie e concentrazione.

Spero che la restante parte, i lettori di nicchia, non siano di quelli che nicchiano cioè di quelli che indugiano, assaliti da peraltro giustificati tentennamenti in merito alla prosecuzione della lettura.   

Al netto dei nicchiatori fuggitivi della settima riga che si sono aggiunti al gruppone di quelli scappati in massa alla seconda, mi rivolgo al pugno di fedeli lettori rimasti, quattro poveri gatti spelacchiati, sperando di non tradire la loro curiosità.

Dove eravamo arrivati nella precedente puntata?… Senza fare riassunti (perché i miei selezionati seguaci, che sono pochi ma tenaci e avidi di informazioni, hanno già letto, riletto e cogitato il testo) ripartiamo da una domanda cruciale: ha senso definire nella ricerca scientifica protocolli di verifica, ‘buone pratiche’, riduzione dell’impatto soggettivo? Oppure è tutto vano, dal momento che la ragione è legata al sentimento e quindi ne è inesorabilmente succube.

La posizione di partenza è dunque l’affermazione dantesca ‘affetto intelletto lega’ (Paradiso, canto 13°, v. 120): ovvero, l’attaccamento alla propria opinione vincola l’intelletto. Aveva ragione Dante? Oppure aveva sentimento? (Non so che cosa vuol dire, ma lo dico…).

Nel pensiero di Don Giussani il problema viene delineato, affrontato e risolto in modo piuttosto convincente e brillante. Seguiamolo allora nell’esposizione contenuta nel volume ‘Il senso religioso’. Qui Giussani osserva:

‘Nella nostra esperienza, quando conosciamo qualcosa siamo inevitabilmente influenzati dallo stato d’animo che abbiamo. Siamo dunque condizionati dal sentimento. Lo stesso oggetto può essere percepito in modo diverso da varie persone, a seconda del loro specifico temperamento. La ragione, per conoscere l’oggetto, deve quindi fare i conti con il sentimento’.

INTERFERENZA DEL SENTIMENTO

  • L’oggetto della conoscenza (v) suscita uno stato sentimentale (s) e questo condiziona la capacità conoscitiva (r) [v > s > r]
  • Se il sentimento influisce sulla conoscenza, come può questa definirsi oggettiva?
  • Inoltre, quanto più un valore è vitale, importante, tanto più potente sorge una reazione di antipatia/simpatia: ovvero una valutazione soggettiva fondata su impressioni che non possono essere pienamente condivise allo stesso modo da tutti.

DUBBI

  • Ma allora con un certo tipo di oggetti (nell’ambito morale) una certezza obiettiva non si può raggiungere: troppo incide il fattore sentimento; troppa soggettività nuoce alla ricerca.
  • Per raggiungere una maggiore conoscenza occorrerebbe forse eliminare questo fattore (s)?
  • La passione, l’impressionabilità, le emozioni (s) ci sviano dalla verità (v) o, perlomeno, impediscono il suo pieno raggiungimento.

TENTAZIONE

  • Non sarà dunque il caso di eliminare un fattore in gioco (s)? Data la sua variabilità, il sentimento è più utile o dannoso nella ricerca?
  • Risposta: sarebbe un grave errore eliminare il sentimento. Se una teoria per stare in piedi deve eliminare uno o più fattori vuol dire che è una teoria sbagliata o incompleta (il fisico sa che una teoria è accettabile solo se rispetta tutte le leggi fisiche, non alcune sì ed altre no).
  • Infatti, senza l’aiuto del fattore s non potremmo capire, per fare un esempio, il significato dell’amore e, in genere, dei moti emotivi, che pure sono realtà concrete.
  • Se la natura ha fatto l’uomo così, non è ragionevole sacrificare l’elemento sentimento (s) per far quadrare la spiegazione della verità (v).
  • La vera soluzione è quella che non solo non elimina nessuno dei fattori in gioco ma li esalta tutti, li valorizza.

PUNTI DI VISTA

  • Immaginiamo di essere in vacanza in Val Gardena, sul passo Sella. E’ una stupenda giornata. Prendo il cannocchiale, provo a guardare ma non vedo nulla. Tutto è oscuro e opaco. Metto a fuoco la lente e mi si presenta un panorama eccezionale.
  • La lente del cannocchiale non è fatta per impedire la vista ma per renderla più facile. Essa porta, per così dire, la Marmolada più vicina alla pupilla dell’occhio rendendola più percepibile.
  • La natura ha messo il cristallino dentro l’occhio come strumento per consentire al nervo ottico di ‘afferrare’ meglio gli oggetti.
  • Il cristallino si adegua all’oggetto in modo duttile: non ostacola la vista ma la rende più facile.

ANCHE IL SENTIMENTO VA VISTO NELLA STESSA OTTICA

  • Analogamente, il sentimento va immaginato come una lente: l’oggetto inquadrato viene condotto più vicino all’energia conoscitiva dell’uomo. La ragione può comprenderlo più facilmente e sicuramente.
  • Il sentimento è un fattore essenziale per la conoscenza: la bontà di tua madre la puoi sentire con il sentimento ma non puoi dimostrarla con test e misurazioni di laboratorio.
  • Se il cristallino è troppo inclinato e rende miope la vista, il problema non è strappare il cristallino dall’occhio ma che la lente sia a fuoco. In ambito di ricerca morale, la soluzione non è eliminare il sentimento ma metterlo al posto giusto.

COME METTERE IL SENTIMENTO AL SUO POSTO?

  • Nell’uomo, per la sua stessa struttura, l’incidenza del fattore s non diminuisce ma aumenta là dove l’oggetto si fa più carico di significato. Quanto più un valore è vitale, tanto più la natura dà a chiunque l’intelligenza per conoscere e giudicare.
  • L’atteggiamento corretto per conoscere a fondo è quello di mantenere una tensione di ricerca, un desiderio di voler conoscere l’oggetto per ciò che veramente è. Amare la verità dell’oggetto più delle opinioni o pregiudizi che ci siamo fatti su di esso.

*          *          *

Ecco il punto, finalmente, al quale ci ha condotto Don Giussani: amare la verità dell’oggetto più delle opinioni o dei pregiudizi che ci siamo fatti su di esso. In questo senso acquista pienezza di significato il versetto del Vangelo di Giovanni 8,32 ‘conoscerete la verità e la verità vi farà liberi’.

La verità è qualcosa che esiste, è concreta ed afferrabile. Essa è un dono che attende di essere scoperto. Nella ricerca scientifica infatti non esistono invenzioni, esistono scoperte.

Cito la mistica Maria Valtorta: ‘Per trovare la Verità bisogna unire l’intelletto con l’amore e guardare le cose non solo con occhi sapienti, ma con occhi buoni. Colui che ama giunge sempre ad avere una traccia verso la Verità’.

Dunque, la ricerca del vero deve unirsi alla bontà. Lo scienziato che ama la verità più di se stesso e della propria carriera e la ricerca con amore e occhi buoni ha una marcia in più. La verità è come una sposa fedele che si concede a chi la ama. A chi la cerca con mente e cuore puro la verità si offre nitida in tutta la sua evidenza, ‘chiara e lampante come una cagata su un lenzuolo bianco’ (Stephen King, ‘It’).

Ehm… scusate, quest’ultima non è una citazione molto azzeccata. E’ un po’ ardita, anche se a suo modo rende bene l’idea…

Forse è bene chiudere qui il discorso sulla verità che rischia di sviarci e virare invece sull’altro argomento oggetto del presente articolo: il bias.

Riprendo quindi la definizione del bias che avevo dato nel precedente articolo: errore sistematico di giudizio, sviluppato sulla base di informazioni in possesso. Elemento distorsivo del campione che altera un valore di riferimento.

Bene, permettetemi ora un excursus tafazziano (qui):

tra le mie esperienze passate di lavoratore bancario, c’è stata quella di promotore finanziario (oggi si chiama consulente finanziario). Un’esperienza del tutto ingloriosa: dopo aver superato un feroce esame di ammissione ed essermi iscritto all’albo, mi sono trovato ad avere come unico cliente me stesso (cliente molto di nicchia, oltretutto molto nicchiante). Ogni tanto mi davo dei consigli di investimento titoli (inascoltati). Sei mesi dopo l’iscrizione mi sono cancellato dall’albo: il mio cliente non aveva più fiducia in me. Se assegnassero il Pallone di cacca per premiare le peggiori performance di consulente finanziario potrei avanzare per quell’anno la mia autorevole candidatura, sbaragliando facilmente tutti i miei poco agguerriti rivali.

Detto questo, devo però ammettere che la preparazione all’esame mi ha portato in dote un arricchimento culturale. In particolare, ho studiato con interesse le diverse declinazioni di BIAS elaborate in ambito finanziario, tutte attinenti la propensione del risparmiatore ad effettuare scelte sulla scorta di valutazioni soggettive, oggettivamente erronee.

Mi piace dunque in questa occasione mettere a fattor comune un campionario di definizioni: valgono in economia, ma possono essere considerate ed applicate anche in vari ambiti scientifici e, perché no?, nelle scelte quotidiane che ognuno fa.

  • Errore di conferma (o confirmation BIAS): tendenza a dare eccessivo peso alle evidenze che confermano il proprio punto di vista e troppo poco a quelle che lo contraddicono
  • Giudizio retrospettivo (hindsight BIAS): tendenza a pensare che l’esito di un determinato evento fosse ovvio e prevedibile a priori (prima dell’evento) mentre era giustificabile e comprensibile solo a posteriori
  • Eccessivo ottimismo o pessimismo (unrealistic optimism): tendenza a sopravvalutare probabilità di eventi positivi/negativi e sottovalutare eventi opposti
  • Status quo BIAS: tendenza ad essere riluttanti a cambiare la propria situazione o convinzione corrente
  • Euristica della disponibilità: le persone tendono a fare più affidamento sulle informazioni che sono maggiormente e più facilmente reperibili
  • Euristica della rappresentatività: le persone spesso ragionano su base intuitiva e associano un evento osservato ad uno stereotipo.

Non è questo un elenco fine a se stesso. Riconoscere tali approcci mentali favorisce una ricerca più equilibrata, razionale e ragionevole.

*          *          *

A questo punto del mio discorso, vorrei avviarmi alla conclusione. Non prima però di un’ultima precisazione. Sin qui cercato di mostrare la fallibilità di certi metodi di ricerca e i correttivi auspicabili per ridurre l’impatto soggettivo, fazioso o ideologico.

Un elemento è rimasto però fuori dal discorso: la prospettiva di fede. Un luogo comune che viene spesso riproposto è quello di mettere in contrapposizione scienza e fede. La falsità dello stereotipo, introdotto dal positivismo del diciannovesimo secolo, è storicamente dimostrata dal fatto che un’alta percentuale dei più prestigiosi scienziati che in passato hanno dato avvio a vari ambiti di ricerca scientifica erano religiosi o consacrati. La loro ricerca sperimentale non era disgiunta da una visione che riconosceva l’impronta del Creatore nelle leggi di natura che via via venivano scoperte.

La prospettiva di fede, infatti, nulla toglie al rispetto del valore scientifico di un esperimento. La scienza è, in ultima analisi, la conoscenza della logica usata dal Creatore dell’Universo ovvero delle leggi che regolano il creato.

L’esperimento è una forma di domanda al Creatore se quello che si chiede è vero e la riuscita dell’esperimento è la risposta alla domanda.

La scienza, intesa come anelito di conoscenza e non orientata ad un uso strumentale delle scoperte, non può essere caricata di valori morali negativi. Essa porta alla conoscenza pura della Logica di Creatore e quindi conduce a Dio. Le leggi che Dio creatore ha scritto nella materia e negli esseri del creato sono ‘Parola di Dio’. Così come Dio si è espresso in parole che sono confluite in testi sacri che formano la Parola di Dio, altrettanto si può dire per quella manifestazione divina che avviene con il linguaggio di leggi fisiche, chimiche e matematiche. La scienza per un credente è dunque ‘Parola di Dio’.

Quest’ultimo ragionamento, mi porta a concludere – e lo faccio veramente – che tra i presupposti più leali della ricerca scientifica trovano spazio la bontà, l’amore della verità e la fede.  Sono tutti requisiti soggettivi che sembrerebbero ostacolare la scienza ma in realtà concorrono a darle una connotazione più oggettiva. Aiutano infatti la messa a fuoco del cristallino nell’occhio del ricercatore del vero…

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