Sono molti gli articoli pubblicati in occasione della morte di Benedetto XVI.

Qui ne riportiamo uno, magistrale, pubblicato il Primo gennaio, immediatamente dopo l’annuncio della morte sul blog di John Waters, giornalista già noto ai lettori del nostro blog, tradotto da Annarosa Rossetto

 

Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI

 

Joseph Ratzinger ci aveva avvertito che l’Occidente si trovava di fronte a una nuova era oscura, emanata dai laboratori scientifici, dai media mendaci, dalla corruzione della democrazia e dall’influenza dell’ONU e di altri organismi simili.

 

 

C’è un aneddoto buffo – forse apocrifo, forse no – che girava nell’interregno tra l’annuncio del ritiro di Papa Benedetto XVI e l’elezione del suo successore. Si diceva che il Papa fosse stato intervistato da un giornalista e che stesse discutendo del processo con cui sarebbe stato eletto il nuovo Papa. Il giornalista si era fissato sul conclave imminente e sulle relative dinamiche politiche interne. Il Papa, spazientito da questa sfilza di domande, intervenne per reindirizzare la conversazione.

“Naturalmente – ha detto – è lo Spirito Santo che elegge il Papa”. A questo punto fece una pausa prima di continuare: “E lo Spirito Santo sbaglia solo ogni tanto!”.

Ci sarebbe piaciuto che fosse vero, perché confermerebbe in modo ancora più definitivo ciò che già sappiamo sulla capacità di intuizione, preveggenza, schiettezza, ironia e intelligenza di quest’uomo, il card. Joseph Ratzinger/Papa Benedetto XVI – un messaggio laconico per il mondo come se ad una vittima di un rapimento fosse stato ordinato di trasmettere una dichiarazione sulla volontà dei suoi rapitori e avesse colto l’occasione per trasmettere un messaggio in codice nella speranza di comunicare la vera situazione. Aggiungerebbe, inoltre, un tocco di umorismo nero, derivante dalla possibilità che Papa Benedetto sapesse già cosa stava per accadere, sottintendendo che la sua partenza era stata in qualche misura involontaria, che ciò che una volta aveva chiamato “sporcizia” della Chiesa lo aveva alla fine raggiunto, costringendolo a ritirarsi dal campo di battaglia che aveva onorato con una capacità linguistica e un’intelligenza senza precedenti da almeno mezzo secolo.

Un altro episodio a caso dalla prima linea della guerra mediatica di Ratzinger: All’epoca dell’annuncio di Benedetto XVI, nel 2013, che si sarebbe dimesso da papa, scrivevo per l’Irish Times, un giornale ancora ragionevolmente dignitoso e rispettabile. Un giorno, stavo parlando al telefono con uno dei miei redattori – alla cui ambivalente attenzione avevo affidato più di qualche robusta difesa di Papa Benedetto XVI – quando improvvisamente si ricordò di avere qualcosa di importante da dirmi: aveva parlato con un alto diplomatico italiano che gli aveva confidato il vero motivo delle dimissioni del Papa.

“Davvero?”, chiesi.

“Oh, sì – rispose. – È perché non crede più in Dio”. Si era fermato un attimo prima della battuta finale: “È troppo intelligente per questo!”. Un messaggio in codice neanche troppo velato: La fede è incompatibile con l’intelligenza e ora il vostro eroe lo ha tacitamente ammesso. E ora cosa farete?

L’episodio è emblematico di diverse sindromi. Naturalmente, dà un’idea del tipo di conversazioni che possono avvenire tra giornalisti e alti diplomatici italiani, ma dà anche un’idea dell’ostilità dei media nei confronti di Papa Benedetto. In realtà, la cosa che più infastidiva i commentatori di Ratzinger/Benedetto era che era così assolutamente, innegabilmente brillante, ogni sua parola così coerente e inconfutabile. La sua genialità non era solo una minaccia al loro programma, ma anche un’accusa: “Vi manca qualcosa, forse addirittura tutto!”. Le sue dimissioni sono state quindi un grande sollievo: ora non avrebbero più dovuto lavorare così duramente per corrompere ogni parola del Papa prima della pubblicazione, o passare ogni momento della giornata ad aggiustare la narrazione per assicurare una coerenza negativa.

L’ideologia che gli editori e i giornalisti contemporanei sono tenuti a diffondere rende questa mentalità indispensabile. La missione stabilita è quella di rendere il mondo libero per il desiderio umano inteso nella sua forma più rozza, attraverso la costante insinuazione di ciò che Benedetto XVI, in una delle sue frasi cristalline, aveva definito “falsi infiniti”. Una tale precisione verbale fa sì che non sia sorprendente che quasi tutte le sue parole venissero stravolte prima di essere riportate al grande pubblico. In questi giorni di ipnosi di massa dovuta a insensatezze e mendacità, le calunnie e le diffamazioni viaggiano più lontano e più velocemente delle parole di bellezza e di speranza. Così, per i nostri media, Ratzinger è stato il “truce esecutore”, il “Panzer-Cardinal”, il “Poliziotto del Papa”, il “Rottweiler di Dio”, un “progressista” rinnegato che era diventato un nemico implacabile del “progresso”, l’ “Uomo che non sapeva ridere”. Papa Benedetto, avendo trascorso la sua vita a scrutare la cultura di cui tale cattiveria era un elemento centrale, non si era lasciato intimorire. Non c’è condizione esistenziale dell’età moderna – scetticismo, relativismo, positivismo, irragionevolezza, disperazione, nichilismo, noia – che egli non abbia messo a nudo con la massima tenerezza e ragione.

In un’epoca in cui Tommaso l’Incredulo potrebbe plausibilmente essere considerato il santo patrono, Ratzinger/Benedetto parlava in due lingue, a volte intrecciate: la lingua dell’aldilà e quella del “quaggiù”. Abbiamo visto il giovane Joseph Ratzinger, snello e sorridente nella sua uniforme nera da sacerdote, con i capelli imbiancati dal calore della sua mente, parlare agli abitanti di un mondo fatto dagli uomini in un linguaggio che sembrava tradurre senza sforzo la Parola della città divina nell’idioma della metropoli e della baraccopoli terrena. Questo corpo fragile è stato nel nostro tempo come il filamento incandescente di un faro della ragione che a volte è sembrato capace di ri-illuminare il mondo. La maggior parte delle volte, ha generato intensamente senza mai muoversi dal suo divano, orizzontale come un santo.

Nella sua prefazione all’Ultimo Testamento, l’ultimo del suo dialogo in quattro parti con Peter Seewald, il suo interlocutore ha definito Papa Benedetto “il filosofo di Dio”.

Sì, ma era anche il teologo dell’umile cercatore umano, porgendo la Parola di Dio al mondo moderno, spiegando, illuminando, sintetizzando, sforzandosi sempre di riconciliare il desiderio e il ragionamento alterati dell’umanità con la Parola che era sempre la sua pietra di paragone. Il suo adattamento della teologia come strumento di impegno con il mondo moderno lo colloca accanto a figure singolari come Václav Havel e Aleksandr Solzhenitsyn come operatore del pensiero e curatore della coscienza pubblica, anche se Joseph Ratzinger era un dissidente di tipo diverso: gli altri, cacciati in clandestinità da regimi la cui tirannia era diventata incontrovertibile, sono diventati, almeno per un certo periodo, eroi inequivocabili dei loro popoli e dei loro tempi. Ratzinger sembrava appartenere a un establishment – è diventato Papa, dopo tutto – ma in realtà era la voce della dissidenza rispetto ad un futuro oscuro, un radicale libero prima del tempo. Anche in “pensione”, è rimasto la voce più eloquente di Dio nel mondo.

In una serie di conferenze radiofoniche tenute nel 1969, quando era un giovane professore di teologia a Ratisbona, Joseph Ratzinger aveva parlato del futuro della Chiesa come di un’operazione marginale e snella, con un numero molto inferiore di membri e di chiese – ignorata, umiliata e risentita, socialmente irrilevante, da cui ripartire. Egli ha previsto che questa Chiesa sarebbe sopravvissuta e, nella sua marginalità, sarebbe diventata più forte e vitale, ma lungo il percorso avrebbe subito molte prove. La conferenza fu pronunciata in un momento di fermento senza precedenti nella Chiesa e nella società europea – dopo il Concilio Vaticano II, subito dopo le rivolte studentesche del ’68. Ratzinger aveva già iniziato il suo esilio dal centro degli affari della Chiesa, dopo essersi allontanato dai colleghi teologi, tra cui Hans Küng e Karl Rahner, per le loro interpretazioni pubbliche delle deliberazioni del Concilio. Ha avvertito che la Chiesa sta attraversando un’epoca simile alla Rivoluzione francese o all’Illuminismo, paragonando il momento all’incarcerazione di Papa Pio VI, rapito dalle truppe francesi e gettato in prigione, dove morì nel 1799. Siamo”, ha detto, “a un punto di svolta nell’evoluzione dell’umanità”. La Chiesa, avvertiva, si trovava ora di fronte a un avversario simile, altrettanto determinato a distruggerla, a confiscare le sue proprietà e a criminalizzare i suoi sacerdoti e le sue suore. La Chiesa sarebbe diventata più piccola e avrebbe dovuto ricominciare tutto da capo. Non avrebbe più potuto utilizzare le strutture costruite negli anni della prosperità. La riduzione del numero di fedeli l’avrebbe portata a perdere una parte importante dei suoi privilegi sociali… “Sarà una Chiesa più spirituale, e non pretenderà un ruolo politico, flirtando ora con la destra e ora con la sinistra. Sarà povera e diventerà la Chiesa degli indigenti”. Questo processo, ha previsto, durerà a lungo. “Ma quando tutte le sofferenze saranno passate, una grande potenza emergerà da una Chiesa più semplice e spirituale”. Questo momento sarebbe arrivato quando la gente dal di fuori si sarebbe resa conto che, avendo perso di vista Dio, viveva in un mondo di “indescrivibile solitudine”, avrebbe riconosciuto “l’orrore della propria povertà” e avrebbe visto il “piccolo gregge di fedeli” come qualcosa di completamente nuovo: “lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto ”.

Di conseguenza, uno dei tanti e stucchevoli luoghi comuni progressisti su Joseph Ratzinger è che egli sia stato un modernizzatore che si è “trasformato”, diventando un arci-tradizionalista, che si richiama al passato. Questa falsità risale al Concilio Vaticano II, quando il giovane professor Ratzinger, che partecipava come consigliere teologico del cardinale Josef Frings di Colonia, fu considerato per la prima volta un “progressista”. Non ha rigettato l’etichetta ma ha spiegato a Peter Seewald che, all’epoca, aveva un significato diverso da quello che avrebbe assunto in seguito: “non si usciva dalla fede, ma si voleva capire meglio, e più accuratamente, come essa vive dalle sue origini”. Il cambiamento di significato era già rilevabile al tempo del Concilio Vaticano II, ma “cominciò a delinearsi chiaramente solo con il passare degli anni”. Un aspetto interessante di queste controversie è il modo in cui interpretazioni selettive del Concilio Vaticano II sono state utilizzate per dipingere la Chiesa come una sorta di partito politico, interessato all’amministrazione delle questioni terrene. Tali interventi, osservava spesso Ratzinger, si basavano sul rifiuto di leggere i testi del Vaticano II, o – peggio – sulla sua calcolata divisione in due parti: una parte progressista “accettabile” e una parte “inaccettabile”, antiquata. Egli non voleva nulla di tutto ciò. Il Vaticano II deve essere letto, insisteva, nel contesto di ciò che lo ha preceduto. Una delle più grandi minacce per la Chiesa, ricordava costantemente ai fedeli, è la pressione pubblica per un cristianesimo annacquato e accomodante. E, come ha detto a Peter Seewald per il loro secondo libro di interviste, Dio  e il Mondo (2002), “Penso che ora la situazione possa assolutamente svilupparsi in modo tale da richiedere una resistenza contro la dittatura di questa apparente tolleranza, che elimina lo scandalo della fede dichiarandola intollerante”.

Il “mestiere” di Ratzinger potrebbe essere definito la scienza dell’ignoto, il regno al di là del tridimensionale, che – per quanto non si possa penetrare – definisce comunque la struttura e la natura del mondo e la fattualità in carne e ossa della nostra umanità. Egli ha presto riconosciuto che eravamo entrati in una nuova epoca, in cui l’uomo aveva dato ossigeno a una cultura del tutto nemica verso la pulsione religiosa. Si accorse che, sebbene la fede sia incessantemente esposta all’influenza della cultura, questa aveva smesso di funzionare al contrario. E poiché tutte le culture sono necessariamente fondate su idee religiose, l’eclissarsi di Dio nella cultura apriva inevitabilmente alla distruzione. Appartenere a Dio, scriveva in Teologia della Liturgia, “significa uscire dallo stato di separazione, di apparente autonomia, di esistere solo per se stessi e in se stessi. Significa perdere se stessi come unico modo possibile per ritrovarsi”. Il problema non è semplicemente la crescente lontananza dell’umanità da Dio, ma che, diventando “dissimile” da Dio, l’umanità diventa “dissimile da se stessa”, da ciò che è veramente l’essere umano”.

Il problema centrale che aveva identificato è la mutilazione della ragione nel suo distacco dalle questioni trascendenti. Fede e ragione, insisteva, hanno bisogno l’una dell’altra per diventare veramente se stesse. Senza la purificazione reciproca che forniscono, uno dei due elementi rischia di diventare patologico.

Quando la fede non usa la ragione, diventa fanatica, squilibrata; ma la ragione senza fede perde le sue stesse radici, poiché la vera ragione è più della logica o della dimostrabilità tecnocratica. “Senza la fede – scriveva in Fede, verità, tolleranza – la filosofia non può essere intera, ma la fede senza la ragione non può essere umana”.

Sebbene ci fossero pochi dubbi sulla sua determinazione a riportare la Chiesa ai suoi fondamenti, Papa Giovanni Paolo II è stato una figura altamente carismatica e condiscendente, il cui moralismo intransigente è stato ampiamente compensato dalla sua immagine populista e dal suo viaggiare in tutto il mondo. Sebbene la maggior parte dei commentatori delle questioni della Chiesa abbia respinto il suo messaggio, ha anche accolto con favore il suo populismo e ha celebrato il suo carisma, abbracciandolo come una venerabile rockstar un po’ scorbutica, la cui occasionale crudezza poteva essere trascurata in virtù del suo successo al botteghino. Papa Benedetto, invece, offriva una proposta diversa. Da sempre fedele luogotenente di Papa Giovanni Paolo, il fatto che fosse ampiamente considerato come il più brillante teologo del suo tempo gli ha fatto riservare poca simpatia da parte dei commentatori dei media. In realtà, i giornalisti lo consideravano come il peggiore dei papi possibili: tradizionalista, riservato, che parlava sottovoce, con frasi lunghe e complesse, e assolutamente contrario alla loro visione del mondo. Benedetto era, secondo l’analisi dei media laicisti, un ripiego e un ritorno al passato, un reazionario, un “uomo di destra”, un oscurantista. Ma ciò che emerse, a dispetto degli scribacchini, fu ciò che era già implicito nei suoi scritti magisteriali da diversi decenni: un sommo intelletto installato in un’umanità altamente vivace, un uomo che durante la sua vita aveva visto l’umanità oscillare tra il grande bene e il più grande male, e che aveva cercato nella sua testimonianza e missione di riconciliare queste osservazioni con le verità che aveva ereditato nel più grande deposito di comprensione del mondo.

All’inizio della primavera del 2013, molti commentatori prevedevano che il nuovo Papa sarebbe stato scelto tra gli innumerevoli protetti di Joseph Ratzinger, che egli aveva fatto crescere nella rivista teologica Communio, da lui fondata molti anni prima insieme a teologi con idee simili come Hans Urs von Balthasar e Henri de Lubac.

Tra i nomi citati, l’italiano Angelo Scola, il boemo Christoph Schönborn e il canadese Marc Ouellet. Invece, l’uomo che si è affacciato al balcone è stato il tutt’altro che sconosciuto gesuita argentino Jorge Bergoglio, che col tempo sarebbe diventato famoso come ama definirsi “vescovo di Roma” che ha cercato di cambiare la Chiesa in base alle richieste del mondo. Subito dopo l’elezione di Bergoglio, i media hanno parlato molto dello stile diverso del nuovo Papa: la sua insistenza a prendere l’autobus o a guidare la sua vecchia Ford Focus, a indossare le sue vecchie scarpe nere invece dei mocassini rossi papali e a vivere non nell’appartamento papale ma nella foresteria, Santa Marta, dove vengono ospitati gli ecclesiastici in visita quando hanno affari in Vaticano. Si è avuta la subdola impressione che Bergoglio fosse più “umile”, cioè più simile a Cristo, del suo predecessore. Il nuovo Papa, ci è stato assicurato, stava “aprendo” le porte della Chiesa per invitare gli “altri” – tutti coloro che, era implicito, la Chiesa aveva escluso fino ad allora. Nulla di ciò che era stato detto da colui che era appena stato eletto papa – come cardinale, vescovo o sacerdote – aveva fatto pensare che fosse un progressista, tanto meno un neo-pagano. Al contrario, aveva combattuto i politici della sua Argentina per la loro decisione a promuovere le leggi che prevedevano l’aborto e il matrimonio gay. Ciò che si è verificato può essere compreso solo in termini di infiltrazione della Chiesa negli anni centrali del XX secolo e dell’influenza della corruzione dei media mondiali – le loro richieste, i loro interessi personali e la loro filosofia guida. Per ragioni ideologiche e di vantaggio commerciale, i media richiedevano che il Papa offrisse, in effetti, il “cristianesimo annacquato e accomodante” da cui Papa Benedetto aveva messo in guardia, e c’era un’abbondanza di attori all’interno della Chiesa – in particolare in Vaticano – pronti a dare agli scribacchini ciò che desideravano. È innegabile che Bergoglio abbia permesso a se stesso e alla sua occupazione del soglio di Pietro di diventare strumento di entrambe le fazioni.

Incastrato, quindi, tra due papi populisti, Papa Benedetto XVI, delicato e schivo, potrebbe sembrare a rischio di obliterazione storica. San Giovanni Paolo Magno parlava alle folle, come fa anche l’attuale titolare. Benedetto parlava alle persone. Giovanni Paolo, il grande papa populista, attirava moltitudini di curiosi e affamati per essere edificati e affascinati; Benedetto era l’inviato, l’interprete, il diplomatico, il persuasore, colui che attirava le persone, una alla volta, ad approfondire i suoi libri nella fiduciosa speranza di avere una risposta alle loro domande. Wojtyla è stato la finestra attraverso la quale abbiamo sbirciato per vedere come potrebbe essere Dio.

Ratzinger è stato il pompiere che è salito sul cornicione per convincere lo scettico a scendere dal baratro della disperazione. Ogni sua parola era un tentativo di chiarire le cose. Gli esseri umani, ha sottolineato, sono per loro natura essenziali sia trascendenti che dipendenti, e il fatto che abbiamo generato una cultura che nega queste realtà non le rende meno vere.

La “narrazione” sul pontificato di Benedetto, fin dall’inizio, ha raccontato di una regressione rispetto ai giorni di Giovanni Paolo. Sebbene quasi ogni settimana Papa Benedetto pubblicasse analisi erudite sulla natura della realtà umana nel momento attuale, il messaggio diffuso dai giornalisti era che la Chiesa era scivolata ancora più indietro verso il Medioevo. Dimenticate le sue rigidità, Papa Giovanni Paolo è stato “ricordato” come una figura gentile e benevola, mentre il suo successore è stato presentato come un dispotico intransigente, ossessionato dal male e dal peccato. Pochi di coloro che lodavano Giovanni Paolo e cercavano di seppellire Benedetto avrebbero potuto citare un solo punto di differenza teologica tra i due, ma questo non ha impedito i commenti che avrebbero accompagnato il suo pontificato. Egli fu quasi l’opposto di ciò che questa narrazione suggeriva. Fin dall’inizio della sua attività di Papa, egli ha guardato alla cultura del tempo e le sue prime due encicliche hanno affrontato le due questioni più urgenti del nostro tempo: l’emorragia dal linguaggio pubblico, rispettivamente, dell’amore e della speranza. “In un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza … In questa mia prima Enciclica desidero parlare dell’amore di cui Dio ci ricolma e che da noi deve essere comunicato agli altri”, ha scritto nella Deus Caritas Est.

Il progetto principale di Benedetto era la restituzione alla cultura occidentale di un concetto integrato di ragione, la ri-separazione del metafisico dal fisico. Nel libro ‘Ultime Conversazioni’, Papa Benedetto ha raccontato come abbia seguito il percorso tracciato da Sant’Agostino nel cercare una sintesi tra rivelazione e filosofia, tra il Dio abramitico e vivente e il Dio dei filosofi. “Sono giunto alla conclusione: naturalmente abbiamo bisogno del Dio che ha parlato, del Dio che parla, del Dio vivente. Il Dio che tocca il cuore, che mi conosce e mi ama. Ma deve essere accessibile in qualche modo alla mente. L’essere umano è un’unità. E ciò che non ha nulla a che fare con la mente, ma che anzi scorre accanto ad essa, non sarebbe integrato nella mia intera esistenza, rimarrebbe una sorta di elemento separato”.

L’importanza suprema di Benedetto è stata quella di aver portato un rigore intellettuale al centro del cristianesimo nella piazza pubblica, esponendo e illuminando le connessioni – e le disconnessioni – tra il cristianesimo e la cultura moderna, inserendo così nel mondo come, in un certo senso, una voce laica dell’urgenza della fede. Ratzinger/Benedetto è stato abile nel riportare i legalismi cattolici al loro significato centrale, nel raggiungere le generazioni di giovani istruiti che ora, come ha giustamente individuato, avevano fame di qualcosa che trasformasse l’apatia indotta in loro da una cultura che vendeva sensazioni e libertà, ma nulla che si avvicinasse al tipo di soddisfazione che desideravano. Nonostante i persistenti tentativi di insinuare che ogni discorso e dichiarazione di Papa Benedetto XVI riguardasse l’omosessualità, la contraccezione o l’aborto (argomenti che ha toccato direttamente con sorprendente infrequenza, obbligando così i giornalisti a inventare sottotesti e significati nascosti per le sue parole), le parole chiave del pontificato di Papa Benedetto XVI sono state: amore, carità, speranza, fede, ragione e bellezza. I commentatori hanno fatto del loro meglio per ergerlo a capro espiatorio della piaga ecclesiale degli abusi sessuali da parte di sacerdoti corrotti, insinuando che fosse stato negligente nelle sue responsabilità quando era Prefetto della Congregazione della Fede – mentre è stato lui a modificare le procedure canoniche per rendere possibile la rimozione dei non-sacerdoti problematici che usavano il sacerdozio per predare – per lo più – ragazzi adolescenti, un fattore raramente menzionato dai giornalisti omosessualisti. Papa Benedetto ha cacciato dal sacerdozio centinaia di persone di questo tipo, ma questo è stato ricordato raramente.

Non poteva essere incasellato in nessun modo. Sebbene sia stato perseguitato dalla sua immeritata reputazione di tradizionalista teologico, per certi aspetti è stato il più intelligente lettore del modernismo, a volte anche come qualcuno che comprendeva l’impulso post-modernista meglio di molti dei suoi aderenti. Spesso dando per morti i più moderni e radicali tra gli altri pensatori – di ogni colore – ha presentato il messaggio cristiano per quello che era: l’insieme di idee più rivoluzionarie mai incontrate nel cammino umano.

La sua preoccupazione è sempre stata per l’anima della società. Ha affrontato un’epoca in preda a una crisi d’identità e ha cercato di mostrarle la via d’uscita. Mentre le ideologie del progetto di “libertà” degli anni Sessanta si infrangevano sugli scogli della realtà; mentre i sostenitori di queste ideologie cominciavano a percepire che, dopo tutto, non avevano risposte ai dilemmi più fondamentali dell’umanità; mentre ci avviavamo verso quello che si profilava sempre più chiaramente come il suicidio della civiltà occidentale, Ratzinger/Benedetto continuava a sussurrare, nel suo modo silenzioso, le riflessioni più urgenti e scintillanti sul perché tutto questo stava accadendo e su ciò che dovevamo fare per ristabilire le cose.

Lontano dalla figura di orco della mitologia dei media più diffusi, Benedetto XVI sommessamente si è rivelato come un tipo di voce totalmente nuovo nella cultura moderna, parlando con chiarezza ed enorme profondità della costituzione dell’uomo in un mondo che cerca di vivere senza Cristo. Il suo grande dono è stata la capacità di analizzare la condizione profonda del mondo moderno, di descrivere con straordinaria facilità come le sue derive e le sue tendenze si ripercuotessero sulla persona umana nei recessi più autentici del cuore.

Tra le qualità che lo rendevano così poco simpatico ai giornalisti c’era quella che spesso sembrava la sua determinazione quasi ossessiva a portare avanti le argomentazioni dall’inizio alla conclusione, attraverso molti passaggi di ragionamento attento, esponendo il suo caso come se ogni parola dovesse essere ascoltata sia da Dio che dagli uomini. Con ferma insistenza, ricordava all’umanità i pericoli di un fraintendimento del desiderio umano, di una definizione troppo ristretta della libertà, di un uso improprio della ragione che avrebbe reso inevitabili tali errori. Ha sempre caratterizzato la condizione della società moderna come definita da una futile ricerca di cose che non esistono. Ma la sua adesione ai contenuti fondamentali del cristianesimo e le sue critiche dettagliate della realtà moderna erano, a dir poco, di nessun interesse per coloro che propongono le stesse agende distruttive che egli cercava di nominare e rendere pienamente visibili al mondo.

Le sue parole, taglienti come stalattiti di ghiaccio, penetravano nei paradossi della realtà e ne estraevano i segreti ridotti in poltiglia. L’uomo può comprendere il mondo, diceva, solo come incomprensibile: sia Mistero della Luce che mistero delle tenebre. Eppure, paradossalmente, la realtà è anche costruita per essere intelligibile all’uomo lungo un percorso di ragione rivelato da Cristo. L’uomo ha la libertà di scegliere: conoscere Dio in Cristo e diventare una cosa sola con il Mistero, oppure rifiutarlo e far sì che la realtà si trasformi in un enigma indecifrabile. La posta in gioco, egli aveva capito, era una preoccupazione molto laica: il meccanismo stesso di propulsione della specie umana. Le risposte offerte dal mondo, insisteva sempre, non sarebbero state adeguate a soddisfare i bisogni della persona umana. I “falsi infiniti” avrebbero portato l’umanità fuori strada. Dopo tutti i piaceri, le emancipazioni e le speranze che vi abbiamo riposto, rimaneva, come scriveva in Cantate al Signore un canto nuovo, un “troppo poco”. La fede e la ragione, spiegava, hanno bisogno l’una dell’altra per diventare ciò che dovrebbero essere – ciascuna è purificata dall’altra. La fede è una quantità non espandibile della struttura umana, e senza la vera ragione la fede è impossibile. Ogni elemento, senza l’altro, diventa patologico. Dove la fede non ha la ragione, la fede può diventare distruttiva e scardinante; ma la ragione senza la fede non è ragione. La vera ragione è più della logica o della dimostrabilità positivistica. Senza la fede”, scriveva in Religioni, fede, verità e tolleranza, “la filosofia non può essere completa, ma la fede senza la ragione non può essere umana”.

Ogni sua parola era come pensata per trasportarci oltre l’immediato e l'”ovvio”, oltre le nostre prime impressioni e risposte, oltre il nostro senso di noi stessi e del mondo, verso un nuovo modo di vedere e ragionare. Come sacerdote, teologo e infine come Papa, ricordava sempre che il suo compito era quello di stare al limite della realtà umana e di puntare verso l’esterno, oltre. Così, ci ricordava costantemente, anche la Chiesa è in definitiva un segno piuttosto che un’istituzione. La Chiesa “non è la nostra istituzione, ma è l’irruzione di qualcosa di diverso”, scriveva in La comunione nella Chiesa (2002), e ne consegue che “non possiamo mai semplicemente costituirla noi stessi”. Invece preghiamo e ci inchiniamo e aspettiamo e diventiamo disponibili.

Per otto gloriosi anni Papa Benedetto XVI è stato nostro padre e nostro fratello: il padre che ci insegna ad aderire, a capire più a fondo, a rimandare, a rinunciare, a obbedire in tutti i sensi più profondi; un fratello che accompagna più dolcemente, permettendosi di essere empatico e di persuadere. L’autorità del padre richiede un tipo di affetto più profondo: quello che ama il destino più dell’approvazione immediata del figlio. Tuttavia, Ratzinger non parlava tanto come un leader quanto come uno tra i pari, scegliendo il più delle volte le parole dal vocabolario dei suoi ascoltatori, le sue parole facevano condensare il tempo e lo spazio per consentire una chiara visione dell’infinito. La sua missione era quella di portare la verità così come l’aveva scoperta nelle condizioni più rigorose alla mente moderna di “quaggiù” e così facendo penetrare più veramente l’umano e il suo mistero.

Ha sempre caratterizzato la condizione della società moderna come definita da una futile ricerca di cose che non esistono. Nel suo folgorante discorso “sul bunker” al Bundestag nel settembre 2011, ha descritto una “ecologia dell’uomo”, in contrapposizione al concetto più familiare di ecologia del mondo naturale.

I due elementi devono andare insieme, ha dichiarato, se si vuole realizzare pienamente la libertà umana. Anche l’uomo ha una natura che deve rispettare e che non può manipolare a suo piacimento”, spiegava. L’uomo “non è solo libertà che si crea da sé. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana”. Ma invece di aderire alla sua natura, l’uomo vive cercando di fingere di non essere una creatura ma il proprio padrone, come se avesse creato lui stesso le condizioni della vita umana. E tuttavia, in questo mondo che si suppone fatto dall’uomo, egli attinge ancora velatamente alle materie prime di Dio, negandone l’origine.

Papa Benedetto stava parlando soprattutto del trionfo nella cultura pubblica del pensiero positivista – l’insistenza sul fatto che solo ciò che è dimostrabile può essere attendibile o creduto. La concezione positivista della natura e della ragione, ha detto, è accettata in modo quasi universale, con l’effetto di ridurre la natura a qualcosa che attende il trionfo totale dell’uomo su di essa. La natura diventa funzionale, non data. La logica privilegiata è quella che riconosce come vero solo ciò che è misurabile, comprovabile, dimostrabile, e non sono ammesse altre forme di ragionamento o di visione. In una simile visione, il “progresso” è possibile solo in senso materiale. L’uomo sembra avanzare e si convince di procedere inesorabilmente verso il dominio della natura. Ma questo è illusorio, perché la sua capacità di raggiungere la coerenza tra sé e l’ambiente non è soggetta alla stessa qualità di progresso che definisce la sua auto-dichiarata ascesa. La libertà dell’uomo si rinnova in ogni istante, per cui egli è chiamato ad affrontare ogni nuovo momento da un punto di inizio.

L’ecologia dell’umano è definita da limiti e conseguenze che diventano le linee blu del quaderno dell’esistenza, leggi infallibili e costanti con cui l’umano si definisce rispetto alla realtà. Nel mondo moderno tendiamo a dimenticarlo, permettendoci di immaginare che i limiti siano posti arbitrariamente dalla tradizione o da una tirannia immaginaria, in cui le conseguenze possono essere patologicizzate o riattribuite, e nuovi panorami plasmati come se il Dio “morto” li avesse trascurati.

In tempi recenti, le minacce più inquietanti verso l’ecologia dell’umano sono venute dai movimenti che promuovono l’aborto, dalla teoria del gender e dalle iniziative volte a cambiare il significato del matrimonio adattandolo alle coppie gay su una base simile a quella delle relazioni uomo/donna – tentativi degli uomini di diventare i guardiani della vita e della morte per l’essere umano all’inizio e alla fine. In questi fenomeni possiamo osservare un tentativo globalizzato determinato a sfidare i limiti che definiscono l’umano e a negare le conseguenze che derivano dal fatto che l’uomo si arroghi la ridefinizione e il rimodellamento della propria natura. L’obiettivo non dichiarato è quello di insinuare una nuova metafisica in cui l’uomo diventa non solo padrone di se stesso ma, di fatto, creatore di se stesso. Negando la sacralità di ogni vita umana, dal concepimento alla morte naturale, o la differenza e la complementarietà tra uomo e donna, l’uomo si rivolge contro se stesso, attaccando la propria umanità e le basi stesse del funzionamento umano. Questo non può che portare alla catastrofe.

In quello straordinario discorso al Bundestag – forse il più importante pronunciato da un Papa a memoria d’uomo – abbiamo ricevuto la descrizione più cruda e accurata di dove ci ha portato quello che chiamiamo “progresso”. Benedetto ci ha mostrato che, nella sua ricerca dell’onnipotenza, l’uomo ha perso di vista ciò che potrebbe servire a comprendere i suoi desideri e a proteggerlo dalla sua stessa incapacità di soddisfarli. In altre parole, ha perso di vista la sua stessa struttura, l’intrinseca sproporzione tra ciò che la persona umana desidera veramente e ciò verso cui lo porta il suo sogno. I sogni, come ha detto Papa Benedetto, sono buoni – portano l’uomo a scoprire grandi cose del mondo – ma il desiderio che spinge l’uomo a perseguirli è molto più grande di qualsiasi cosa l’uomo stesso possa concepire o comprendere. Così, più cerca di gestire il proprio destino, più tende a diventare insoddisfatto. L’uomo era diventato troppo “intelligente” per Dio, rendendosi “senza creatore”, senza alcuna base ragionevole per comprendere la propria origine. Ma, lungi dall’essere più intelligente di chi ci ha preceduto, l’uomo moderno si è indebolito intellettualmente proprio nel processo di rivendicazione dell’autosufficienza, rendendosi incapace di fare quel tipo di collegamenti che potrebbero consentire alla specie di proteggersi dalle proprie smodate illusioni.

Quel discorso era la sintesi di una intera vita riguardo il progetto pubblico, che avvertiva con forza rispetto all’eclissarsi del Mistero nella cultura moderna, il declino in norme e  illusioni relativiste e positiviste che ci rinchiudono nei nostri errori – e poi l’antidoto: spalancare le finestre affinché Dio possa essere nuovamente riconosciuto dal Suo popolo.

Forse unico tra le grandi menti della Chiesa attraverso i secoli, Benedetto riconobbe che eravamo entrati in una nuova epoca, in cui l’uomo aveva dato vita a una cultura che, per la prima volta, era del tutto ostile al senso religioso. Coloro che rivendicavano una continuità terrena con il passato sono stati smascherati dalle sue parole nel loro aggrapparsi a una continuità spuria, nella loro cecità di fronte alla rottura della moderna tecnocrazia. Soprattutto, egli riconosceva la necessità di riconoscere che la fede era incessantemente esposta all’influenza della cultura, ma che non succedeva più il contrario. E poi, venendo al dunque: tutte le culture sono necessariamente fondate su idee religiose, per cui il tentativo di sradicarle da qualsiasi cultura invita inevitabilmente alla distruzione.

Il pontificato di Benedetto XVI, dunque, ha avuto due temi chiave: la crisi che sta travolgendo l’umanità nella cultura moderna e la possibilità di riscoprire l’antidoto: Gesù Cristo. Crisi e Cristo – o, forse, crisi in un mondo cristiano in apparente assenza di Cristo. Questi due filoni si intrecciano praticamente in ogni dichiarazione pubblica e frase scritta di questo straordinario testimone del dilemma umano. Il suo fascino per i giovani risiedeva in un intelletto manifestamente situato nel cuore; il suo carisma – che è indubbio – derivava dalla sua reticenza, dalla sua timidezza e dalla sua umiltà del tutto genuina. “Non potevo essere un Giovanni Paolo III – disse a Peter Seewald in ‘Ultime Conversazioni’ – Avevo un altro tipo di carisma, o piuttosto un non-carisma”.

Non era vero. Un amico spagnolo mi ha descritto gli eventi straordinari che si sono verificati nell’estate del 2011 alla base aerea di Cuatro Vientus, a Madrid, dove Papa Benedetto ha celebrato la Messa davanti a due milioni di giovani per la Giornata Mondiale della Gioventù. Per tutto il giorno, nonostante le temperature vicine ai 40 gradi, le moltitudini di giovani hanno cantato e ballato in attesa del Papa, mentre i pompieri li spruzzavano con l’acqua per contenere il calore.

Più tardi, mentre il Papa iniziava l’omelia, la pioggia è arrivata in grandi scrosci orizzontali che non hanno lasciato nulla o nessuno al riparo. Il Papa ha sospeso l’omelia; non era chiaro se l’evento potesse continuare. Poi Benedetto ha ricominciato a parlare. Disse che il Signore aveva mandato la pioggia come dono. Disse ai giovani che nella loro vita avrebbero incontrato prove ben peggiori di questa, ma che non avrebbero dovuto temere perché sarebbero stati sempre accompagnati. “La vostra fede è più forte della pioggia”, disse. Poi, con la tempesta ancora in corso, il Papa si è inginocchiato davanti al Santissimo Sacramento e due milioni di giovani sono caduti in silenzio.

Poliziotti di lungo corso hanno poi detto che se una tempesta del genere avesse colpito un concerto rock o una partita di calcio, avrebbe causato una enorme catastrofe. Qui c’era silenzio, immobilità, davanti a qualcosa di immenso e apparentemente incommensurabilmente attraente. Per sette anni la Spagna è stata nelle grinfie del regime socialista di José Luis Rodríguez Zapatero, che ha cercato con determinazione di espungere il mistero dalla realtà civile. Tuttavia, quel fine settimana a Madrid il mondo vide che i figli di quell’epoca riconoscevano qualcosa di più speranzoso di ciò che i politici chiamano progresso, più bello di ciò che i giornalisti chiamano libertà. La mattina seguente, una squadra di giornalisti di El Pais, uno dei principali quotidiani spagnoli, è scesa a Cuatro Vientus per frugare tra ciò che restava dopo gli avvenimenti del giorno precedente. Cercavano lattine di birra, preservativi usati, prove dell’uso di droghe tra i giovani che si erano riuniti per salutare il Papa. Non hanno trovato nulla che desse loro soddisfazione.

Quando incontrò per la prima volta il cardinale Ratzinger, Peter Seewald era un credente non praticante e nella prefazione al loro primo libro-dialogo, Il sale della terra, sembrava riassumere la situazione generale insieme alla propria: “Avevo lasciato la Chiesa molto tempo prima; per molte ragioni. Una volta bastava sedersi in una chiesa per essere bombardati da particelle di fede caricate nel corso dei secoli. Ma ora ogni certezza era diventata opinabile e ogni tradizione sembrava incredibilmente vecchia e stantia. Alcuni erano dell’idea che il cristianesimo dovesse adattarsi alle esigenze della gente. Altri pensavano che il cristianesimo avesse superato la sua utilità, fosse obsoleto e non avesse più diritto di esistere. Non è del tutto facile lasciare la Chiesa. Ma è meno facile ritornarci. Dio esiste davvero? E, se è così, abbiamo bisogno anche di una Chiesa? Come dovrebbe essere e come la si può riscoprire?”.

In occasione della pubblicazione del terzo volume delle loro conversazioni, Luce del mondo, nel 2010, Seewald ha dichiarato a un intervistatore del settimanale francese Pèlerin: “Oggi, dopo aver rifiutato la Chiesa e aver trascorso un periodo da comunista, ritrovo – nei Vangeli – gli ideali della mia giovinezza. Il cristianesimo non è reazionario, è rivoluzionario. È questo che dobbiamo riscoprire”.

L’aspetto più intrigante del dialogo in quattro parti Ratzinger/Seewald è come documenta l’amicizia tra questi due uomini provenienti dalla terra della Riforma, l’ex comunista tedesco e il cardinale/Papa Emerito tedesco. Questa relazione, tra le più improbabili, si sarebbe rivelata straordinariamente fruttuosa per mettere in luce le questioni più complesse sulla fede cristiana nel mondo moderno, e in un modo che svela molto della personalità e delle intenzioni di Papa Benedetto XVI: il suo impegno a interfacciarsi con i dubbiosi in quest’epoca di scetticismo; la sua insistenza su una semplicità di linguaggio affinché le vecchie verità vengano rinnovate.

Seewald è un intervistatore superbo, che sembra aver immerso tutto il suo essere nelle sue domande prima di porle. Come un grande maestro di scacchi, segue una serie di mosse prevedibili, per poi passare con nonchalance a quelle più semplici: “C’è mai stato un secondo nella sua vita in cui si è chiesto se tutto ciò che crediamo su Dio sia solo un’idea?”, interrompe. “Un giorno in cui possa essersi svegliato e dire: ‘Sì, ci siamo sbagliati’?”. La risposta di Benedetto: “La domanda: ‘È davvero dimostrato?’ si ripropone continuamente. Ma poi ho avuto così tante esperienze concrete di fede, di presenza di Dio, che sono pronto per questi momenti e non possono schiacciarmi”.

In un’intervista pubblicata nel numero di gennaio-febbraio 2016 della rivista Faith, Seewald ha detto che Ratzinger “è sempre stato una persona molto moderna, anche se la gente non lo vedeva così; moderno nel senso che fa cose che nessuno ha fatto prima, perché sono necessarie, esaminando quei passi come nessun altro. Li esamina non solo con la mente, ma naturalmente anche con la preghiera”.

Un esempio eclatante si verifica nelle Ultime Conversazioni, l’unico momento del libro in cui Papa Benedetto si abbandona al ruolo di “filosofo di Dio”, quando Seewald gli chiede dove si trovi effettivamente il Dio della speranza e dell’amore, spingendo il Papa emerito a rivisitare un tema che aveva già toccato in precedenza, in particolare nella sua seconda enciclica, Spe Salvi: l’atemporalità e l’assenza di luogo di Dio. Nella sua risposta possiamo osservare l’ampiezza dello sguardo di Benedetto che riconosce le difficoltà di confrontarsi con un mondo positivista con una proposta che, per certi aspetti, è concettualmente e linguisticamente fuori sincrono. Non è forse vero, si chiede Seewald, che il cielo non si trova da nessuna parte in ciò che vediamo come realtà? E allora dove potrebbe essere intronizzato Dio? Il Papa ride: “Sì, perché non c’è qualcosa, un luogo dove Egli siede. Dio stesso è il luogo al di là di tutti i luoghi. Se si guarda al mondo, non si vede il cielo, ma si vedono tracce di Dio ovunque. Nella struttura della materia, in tutta la razionalità della realtà. Anche quando vedi gli esseri umani, trovi tracce di Dio. Si vedono i vizi, ma anche la bontà, l’amore. Questi sono i luoghi in cui Dio è presente.

“Dobbiamo abbandonare queste vecchie nozioni spaziali perché non funzionano più. Perché il tutto non è certamente infinito in senso stretto anche se è così vasto che noi umani possiamo definirlo infinito. E Dio non può essere trovato in un luogo interno o esterno; piuttosto, la sua presenza è qualcosa di completamente diverso”.

La traduzione della teologia e della fede nel linguaggio del tempo presente “presenta enormi lacune”, continua. “Abbiamo bisogno di “nuovi schemi concettuali”, di rinnovare il nostro pensiero su molti aspetti di Dio, di “cancellare completamente queste cose spaziali e di comprendere le cose da capo”. Dio è la realtà che sostiene tutta la realtà. E per questa realtà non ho bisogno di alcun tipo di “dove”. Perché il “dove” è già una limitazione, già non è più l’infinito, il creatore, che è il tutto, che spazia su tutto il tempo e non è lui stesso tempo, perché crea il tempo ed è sempre presente”.

Con l’annuncio delle sue dimissioni, Papa Benedetto ha dato ai suoi critici e alla loro mendace narrazione la risposta definitiva, dimostrando nel modo più drammatico che la sua vita di Papa è stata vissuta al servizio – non al potere – e che per tutto il tempo è stato nelle mani di un Altro. Nel suo gesto di resa, il più radicale degli uomini ci ha ricordato che il radicalismo definitivo non risiede nell’essere umano che lo esibisce, ma nel “radicalismo” trascendente ed eterno del Creatore di tutte le cose e del Redentore che è entrato nella storia per salvare l’umanità.

Ratzinger/Benedetto si è sempre impegnato per mettere “a terra” le sue osservazioni nelle modalità del mondo, pur senza un accenno di compromesso con queste modalità alla deriva rispetto all’eterno. A Parigi, nel 2008, tenendo una conferenza al Collége des Bernardins, ammoniva in conclusione: “Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi. Ciò che ha fondato la cultura dell’Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura.” In questo consiste il riassunto del progetto di tutta la sua vita: rendere evidente la necessità di questa sintesi e diagnosticare i sintomi della sua rottura nel mondo moderno: il declino in un relativismo assolutista, le illusioni positiviste, la separazione tra fede e ragione – cercando di ripristinare i circuiti attraverso i quali il Dio ragionevole potesse essere nuovamente riconosciuto dal suo popolo.

In occasione della festa dell’Immacolata Concezione, nell’ultimo anno del suo pontificato, il Papa ha attraversato Roma per recarsi in Piazza di Spagna, dove ha parlato in modo acuto della “città” e ha contrapposto l’esempio amorevole della Beata Vergine al persistente rullo di tamburi della negatività dei media. Con “la città”, invocava ancora una volta la realtà totale creata dall’uomo, che, nonostante tutta la sua bellezza e le sue qualità utilitarie, conteneva molte trappole per il desiderio umano. La città diventa la nostra casa, ma ci ruba anche la capacità di guardare in profondità. “Le persone diventano corpi e questi corpi perdono la loro anima, diventano cose, oggetti senza volto che possono essere scambiati e consumati”, ha detto. Ci lamentiamo dell’inquinamento che rende irrespirabile l’aria in alcune parti della città. “Ma c’è un altro tipo di contaminazione, meno percepibile ai sensi, ma altrettanto pericolosa. È l’inquinamento dello spirito; ci fa sorridere di meno, rende i nostri volti più cupi, meno propensi a salutarci o a guardarci negli occhi”.

L’ultimo anno del suo pontificato ha visto anche l’uscita di un film, Campane d’Europa, che tratta del rapporto tra il cristianesimo, la cultura europea e il futuro del continente, e che include estratti di una serie di interviste con importanti leader religiosi, culturali e politici. Il suo contributo al film, tanto notevole quanto breve, permette di comprendere molto meglio ciò che quest’uomo ha rappresentato rispetto alle migliaia di ettari di carta stampata che sono stati prodotti su di lui durante la sua vita. In poche frasi, è arrivato al cuore delle difficoltà dell’uomo moderno. In pochi tratti, ha fornito sia rassicurazione che guida, indicando sia un antidoto all’appropriazione indebita della ragione da parte del positivismo che un metodo per vedere veramente.

“Il primo motivo della mia speranza – dice – consiste nel fatto che il desiderio di Dio, la ricerca di Dio, è profondamente inscritto in ogni anima umana e non può scomparire. Certamente, per un certo tempo, si può dimenticare Dio, accantonarlo, occuparsi di altre cose, ma Dio non scompare mai. È semplicemente vero quanto dice sant’Agostino, che noi uomini siamo inquieti finché non abbiamo trovato Dio. Questa inquietudine anche oggi esiste. È la speranza che l’uomo sempre di nuovo, anche oggi, si ponga in cammino verso questo Dio.”

I giovani, dice in quell’intervista filmata, “I giovani hanno visto tante cose – le offerte delle ideologie e del consumismo –, ma colgono il vuoto in tutto questo, la sua insufficienza. L’uomo è creato per l’infinito. Tutto il finito è troppo poco. E perciò vediamo come, proprio nelle nuove generazioni, questa inquietudine si risveglia di nuovo ed essi si mettono in cammino, e così ci sono nuove scoperte della bellezza del cristianesimo; un cristianesimo non a prezzo moderato, non ridotto, ma nella sua radicalità e profondità. Quindi, mi sembra che l’antropologia come tale ci indichi che ci saranno sempre nuovi risvegli del cristianesimo e i fatti lo confermano con una parola: fondamento profondo. È il cristianesimo. È vero, e la verità ha sempre un futuro.”

Nel 1986, Joseph Ratzinger scrisse che “è quasi impossibile sfuggire alla paura di essere gradualmente spinti nel vuoto e arriverà il momento in cui non avremo più nulla da difendere e nulla dietro cui nasconderci”. In un’intervista rilasciata al quotidiano francese Le Monde nel 1992, il cardinale Ratzinger parlò del “terribile pericolo del nichilismo”. Vedeva arrivare il “cattolicesimo stanco”, il “messianismo secolarizzato”, il “legislatore tiranno”, il crollo della rivoluzione del ’68, il risorgere opportunistico dell’Islam contro l’Occidente decadente”.

Ora, in questi primissimi giorni del neonato 2023, dopo la dipartita di questo grande uomo, le sue parole non suonano tanto profetiche quanto piuttosto un riconoscimento in tempo reale del nostro dramma contemporaneo. Egli aveva previsto la decadenza della Chiesa cattolica fin dall’indomani del Concilio Vaticano II e aveva diagnosticato le malattie e le patologie esterne che avrebbero accelerato questo processo, consegnando la civiltà occidentale a una posizione di abietta e inconsapevole dipendenza da ciò che rimaneva di quello che la Chiesa aveva lasciato in eredità molto tempo prima. Molto prima che questi sintomi diventassero visibili, Joseph Ratzinger aveva avvertito l’invasione del “Nuovo Mondo” ideologico inaugurato dalle Nazioni Unite, dal Forum Economico Mondiale, dal marxismo culturale, e l’addio dell’Europa al cattolicesimo senza lacrime o nostalgia o anche solo consapevolezza, l’avvento di una “Europa post-europea”, un’Europa senza Cristo, la crisi del relativismo con i suoi tentacoli intorno alla cultura occidentale, l’esplosione di un Islam rinvigorito, le scosse di assestamento del ’68, la sommossa neo-comunista nelle zone più intime dell’esistenza umana, e il paradosso di un Occidente che, al massimo della sua potenza materiale, ha raggiunto anche l’apice dell’insicurezza e della fiacchezza culturale.

L’egemonia politica occidentale dopo il 1989, la sua arroganza incarnata dalla dichiarazione trionfale di Francis Fukuyama sulla “fine della storia”, era per Ratzinger un’illusione. In Occidente, così come sotto il comunismo, egli ha individuato una sorta di totalitarismo, per quanto questo venga presentato come seducente e apparentemente benevolo. Aveva capito che i grandi successi dell’Occidente contenevano i semi del suo futuro declino. Oggi, essendo diventati troppo “intelligenti” per il nostro bene, non abbiamo più nulla in cui credere, perché non abbiamo “bisogno” di credere. Eppure, con il passare del tempo, possiamo vedere sempre più chiaramente l’esattezza della diagnosi di Václav Havel, secondo cui la tirannia sovietica non era altro che “un’immagine a specchio convesso” del capitalismo occidentale e dei suoi sistemi di protezione, una versione leggermente esagerata di qualcosa che riguardava fondamentalmente una perversione del desiderio umano e un profondo fraintendimento della libertà umana. Il Ratzinger che aveva definito il comunismo “la vergogna del nostro secolo” era preoccupato dalla possibilità che l’Occidente cadesse in un nuovo periodo oscuro emanato dai laboratori scientifici, dai media mendaci, dalla perversione dell’istruzione universitaria, dalla corruzione della democrazia parlamentare, dalla crescita insidiosa dell’influenza ideologica delle Nazioni Unite e di altri organismi sovranazionali – tutti quei pilastri della “dittatura del relativismo” contro cui questo piccolo gigante aveva combattuto per mezzo secolo. Tutte queste cose accadevano mentre questo grande uomo stava morendo.

Joseph Ratzinger è stato, e rimane, un pellegrino nel territorio alieno della post-modernità e dei resti del vecchio mondo europeo, segnato da respiro corto, vuoto, derisione, desiderio di morte. Prima di diventare Benedetto XVI, in mezzo secolo di interviste, conferenze e saggi, ha compiuto uno spettacolare pellegrinaggio attraverso la modernità e il vecchio mondo europeo, quasi ogni sua parola è stata accolta da disconoscimento, vuoto, derisione. Il suo genio è stato fin dall’inizio una minaccia per il programma della cultura postmoderna, la barbarie liquida e dolce delle società post-culturali. Le sue dimissioni sono state un grande sollievo per i molti che continuano a negare l’evidenza, troppi dei quali all’interno della Chiesa cattolica. La sua presenza era intollerabile per la nuova cultura, dilaniata com’è da un’idea collettiva di suicidio. Il suo genio e la sua intelligenza costituivano una minaccia per le nuove “libertà”, per cui era fondamentale ignorarlo. Ma quasi subito fu chiaro che l’orlo del precipizio era esattamente così vicino come aveva detto Joseph Ratzinger.

Joseph Ratzinger è stato un colosso che alla fine è stato “sconfitto” nei suoi sforzi per salvare la civiltà occidentale dal precipizio, ma ha lasciato dietro di sé i codici che potrebbero ancora consentire all’umanità di invertire la rotta. Ha visto il crollo e lo ha descritto con una chiarezza che nessun altro aveva raggiunto, e ha anche indicato l’antidoto. Dopo essersi offerto come scudo vivente contro la secolarizzazione, il relativismo, l’islamizzazione e il nichilismo strisciante, alla fine si è sentito costretto a ritirarsi quando il pericolo si avvicinava al suo punto peggiore. Nel corso di mezzo secolo, aveva presentato al mondo un insieme unico di idee sulla sua situazione, rivolte non solo ai cattolici/cristiani, ma anche ai laici e persino agli atei. Ha viaggiato in ogni angolo d’Europa per cercare di fermare il crollo, ma non è servito a nulla perché la sua voce è stata distorta dai megafoni dei suoi nemici.

Verso la fine del suo pontificato, nel 2012, anticipando l’occasione della 46a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, Papa Benedetto ci ha chiesto di considerare l’importanza del silenzio. Le parole hanno bisogno del silenzio, ha detto, e i due fenomeni non sono opposti, ma elementi diversi dello stesso, due aspetti della comunicazione che devono essere mantenuti in equilibrio, alternarsi e integrarsi l’uno con l’altro se si vuole ottenere un dialogo autentico e una vicinanza profonda tra le persone”. Lo chiamava “il silenzio di Dio”: il silenzio che diventa contemplazione, da cui nasce una nuova Parola, la Parola redentrice.

E ora, il più grande dei papi si è ritirato nel “silenzio di Dio”. Ma, come per la sua discesa dal soglio di Pietro, non si tratta di un ritiro, ma semplicemente di un’altra fase dei diversi modi che Joseph Ratzinger ha avuto per accompagnarci e parlarci. Quelli di noi che capiscono quanto siamo stati benedetti dalla sua presenza continueranno ad avere, con le sue parole di testimonianza, accesso alla presenza del nostro amato Papa di tutti i Papi, inginocchiato da qualche parte nelle vicinanze, che ci ricorda sempre la novità promessa – che Colui Che Ci Fa regna supremo su ogni cosa terrena e ogni essere della terra, e che il Padre Celeste ci parla attraverso le parole e i silenzi di uomini che sono tra di noi e come noi, ma che sono stati incaricati e cambiati dalla pesante responsabilità di condurci a ciò che ci aspetta, per quanto gli intrusi e i predatori possano tentare di ostacolare questa realtà cercando di rivendicare per sé il trono di Dio agli occhi degli altri uomini.

Tra mille anni, quando ogni singola persona che scrive oggi sui media irlandesi, italiani, britannici, tedeschi e americani sarà ormai dimenticata, il nome di Ratzinger/Benedetto XVI risuonerà nel mondo come uno dei grandi profeti delle ere cristiane. Quando il mondo crollerà, come rischia di accadere di nuovo, nei giorni del suo risveglio, è dalle parole di questo dissidente impenitente che l’umanità avrà le migliori possibilità di rimetterlo insieme.

Che Dio sia buono con lui.

John Waters

 


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