padre Gaetán junto a Iñaki Gallego, cappellani

padre Gaetán junto a Iñaki Gallego, cappellani

 

di Stefania Marasco

 

Qualche giorno fa leggevo un articolo della Catholic News Agency, vedi qui, un’intervista a don Cèsar Pluchinotta, sacerdote italo-argentino, uno dei cappellani in forza al Covid Hospital 1 di Roma, e mi veniva da pensare alla diversa percezione che in questi giorni oscurati dalla pandemia di Covid-19 il popolo di Dio ha della figura dei sacerdoti, di cosa secondo le nostre opinioni dovrebbero o non dovrebbero fare in questo frangente, delle chiese chiuse, insomma della “cattolicità in tempo di pandemia”.

Inutile dire che le ricette proposte sono le più variegate, tante quante sono le vare opinioni in questo momento riguardo alla gravità del momento attuale. La realtà posta sotto i miei occhi è disarmante. Tutti noi leggiamo del numero crescente di vite mietute dal virus, abbiamo negli occhi la colonna di feretri in uscita da Bergamo sotto scorta militare, eppure abbiamo anche sotto il naso uomini e donne di ogni età dediti alla spesa giornaliera “Perché, che vuoi fare? Le scorte le ho fatte ma bisogna uscire a comprare le cose di tutti i giorni”.

Questo modo di vivere “gli arresti domiciliari” coinvolge inevitabilmente la Chiesa, che, tanto per rispettare il tempo corrente, ancora una volta si divide in due fazioni, quella secondo la quale “mai Dio permetterà la trasmissione del virus attraverso l’Eucarestia” quindi le celebrazioni religiose senza fedeli sono sacrileghe, stiamo mettendo in dubbio l’onnipotenza divina; l’altra che trova folle ed altrettanto sacrilego sfidare Dio, mettendo a repentaglio la vita dei fedeli. A queste due visioni corrispondono, in maniera non proprio “matematica”, da un lato i fan dei sacerdoti “in prima linea”, categoria che annovera i cappellani sanitari certamente ma anche qualche sacerdote “ribelle” che ha continuato a distribuire l’eucarestia o a confessare “di nascosto”, a celebrare a porte chiuse con tutti i parrocchiani chiusi in chiesa con lui (Striscia la notizia docet), arrivando ad alcuni vescovi tra USA e Polonia che hanno apertamente protestato, invocando la memoria di processioni e celebrazioni per invocare la fine delle pestilenze; dall’altra parte i tanti sacerdoti che stanno celebrando, obbedienti, a porte chiuse, moltiplicando la propria presenza sui social media per raggiungere parrocchiani, amici, familiari, a distanza con la preghiera, la liturgia, il rosario e le altre pie devozioni.

Cosa ci dice questa situazione alquanto strana?

A voi non so, a me viene da pensare che non può esserci momento migliore di questo per capire che fintanto che penseremo le due cose come distinte e separate non riusciremo ad imparare una importante lezione. Abbiamo bisogno di entrambi gli aspetti: dell’azione e della contemplazione, del coraggio di fare e di quello di stare, ciascuno a seconda della situazione che vive. Senza questo necessario equilibrio non avremo imparato nulla. Non avremo imparato che i sacerdoti coraggiosi come don Cèsar, come don Fabio Stevenazzi – vocazione adulta che ha rimesso il camice bianco di medico di Pronto Soccorso per “fare la sua parte” a Busto Arsizio, con la benedizione di Mons. Delpini -, come l’anziano Fra’ Aquilino – missionario ottantaquattrenne, ammalato di tumore al pancreas, che assiste i morenti all’ospedale Giovanni XXIII della martoriata Bergamo -, come padre Iñaki Gallego – uno dei tanti cappellani ospedalieri di Madrid e di tutta la Spagna – , come Fr. John Anderson – in forze a New York -, come ogni singolo cappellano di cui neppure conosciamo i nomi ora (e forse mai li conosceremo) hanno bisogno dei tanti anonimi, sconosciuti, parroci di città e curati di campagna, diaconi e monsignori di curia, vescovi e cardinali che in questi giorni duri stanno alzando le loro invocazioni al Cielo perché questa terribile pandemia cessi, perché i bambini possano tornare a correre per le strade, i fanatici salutisti alle loro corse nei parchi, i nonni a godere la compagnia dei propri nipoti, i figli ai genitori, i genitori ai loro figli.

Mentre scrivo, ascoltando “L’isola che non c’è” – il Presidente del Consiglio Conte ha da poco annunciato ulteriori strette, sulla scia delle delibere del Governatore Lombardo Fontana – non posso fare a meno di pensare che la Quaresima 2020 non la dimenticheremo mai. Per la mia generazione, così lontana dalla Seconda Guerra Mondiale, resterà quel momento della vita che avrà costituito lo spartiacque tra chi eravamo e chi saremo da domani in poi. Nel frattempo cerchiamo di trovare un senso giornaliero a tutto questo, divisi tra l’istinto di fuggire – dove poi? – e la paralisi che ci tiene qui; tra l’istinto vitale umano, che non vuole cedere alla paura, e lo sconforto impaurito; tra quel “tutto andrà bene” ed un mesto “ma davvero andrà tutto bene?”.

È da questa mia incertezza che volgo gli occhi verso gli ospedali, le cappelle, le parrocchie, gli episcopi, le sagrestie, le case canoniche, a questi uomini che nell’operare e nel pregare mi accompagnano – ci accompagnano – rammentandoci che quel Dio silenzioso che spesso non riusciamo a decifrare oggi ci dice la Sua vicinanza attraverso di loro. Posso solo dire grazie e sperare, napoletanamente, “adda passa’ ‘a nuttata”, che questa notte oscura passi presto.

 

 

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