Dal Catechismo all’esperienza cristiana
Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Dal Catechismo all’esperienza cristiana, Amazon 2022. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaA
Puntata n. 2 – La coscienza della creaturalità (II)
Abramo
La storia di Abramo è descritta come fatta interamente da Dio e così egli la riconosce e la comprende: egli pensa a se stesso come uno che è continuamente fatto da Dio. Noi occidentali moderni siamo eredi di un certo meccanicismo settecentesco che, al massimo, accetta un concetto di creazione che vede Dio intervenire solo all’origine dell’universo, o all’origine della vita, mentre l’atto creativo, come ci insegna anche la teologia medioevale e in particolare san Tommaso d’Aquino, è l’atto di Dio che oltre a dare origine mantiene nell’esistenza (Cfr., Summa Theol., I, q. 104, a. 1).
A questo proposito il Catechismo dice: «Dopo averla creata, Dio non abbandona a se stessa la sua creatura. Non le dona soltanto di essere e di esistere: la conserva in ogni istante nell’essere, le dà la facoltà di agire e la conduce al suo termine. Riconoscere questa completa dipendenza in rapporto al Creatore è fonte di sapienza e di libertà, di gioia, di fiducia: “Tu ami tutte le cose esistenti, e nulla disprezzi di quanto hai creato; se tu avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza? Tu risparmi tutte le cose, perché tutte sono tue, Signore, amante della vita” (Sap 11,24-26)» (n. 301).
Coscienza della creaturalità, dunque, è anche coscienza della “conservazione nell’essere” e quindi della storia della mia persona e dell’universo intero come voluto nell’esistenza. Questo dato oggettivo ha una conseguenza soggettiva anche psicologicamente rilevabile, poiché è completamente diverso concepirsi come autosufficienti oppure concepirsi come continuamente donati a se stessi da un Altro. La vita di una persona entra, in tal modo, in una diversa dimensione esistenziale (spirituale): tutto viene visto e vissuto non appena materialisticamente, ma in un rapporto continuo e consapevole con Dio Creatore, del quale si avverte la presenza “provvidente”.
Così la vocazione di Abramo si realizza nello “stare in compagnia di Dio”, nell’andare là dove Dio gli dice che sarà con lui. Il rapporto di Abramo con Dio è una vera e propria “Alleanza”.
«Il Signore disse ad Abram: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra”. Allora Abram partì come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. Abram, dunque, prese la moglie Sarai, e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso il paese di Canaan. Arrivarono al paese di Canaan e Abram attraversò il paese fino alla località di Sichem, presso la Quercia di More. Nel paese dove si trovavano allora i Cananei. Il Signore apparve ad Abram e gli disse: “Alla tua discendenza io darò questo paese”. Allora Abram costruì in quel posto un altare al Signore che gli era apparso» (Gen 12,1-7).
Non sappiamo la modalità di queste apparizioni che il testo ci descrive come “fisiche”, come veri e propri “incontri”, tanto sono avvertite in modo concreto. Tuttavia è indiscutibile che, comunque si sia manifestata la presenza del Signore, il testo sembra autorizzarci ad identificare due elementi:
- l’assoluta inequivocabilità del fatto che “è Dio a manifestarsi”, confermata da dei “segni”;
- a profonda “attrattiva” della sua presenza e del Suo messaggio.
Questi dati, nell’Antico Testamento, caratterizzano qualsiasi “incontro dell’uomo con Dio”, in qualsiasi forma esso avvenga e in ogni tempo e sono anche gli elementi propri di qualsiasi “vocazione”.
Un altro aspetto caratteristico della “familiarità con Dio” che nasce in conseguenza della coscienza di appartenergli è il fatto che Dio promette di costellare la vita di colui che è chiamato, di segni in qualche modo straordinari, cioè di fatti tali che si possono comprendere adeguatamente solo se Dio ne è la causa. Dal “punto di vista soggettivo” questo comporta che occorre imparare a riconoscere nelle “circostanze della vita” quegli elementi, quegli indizi, che rivelano la propria “vocazione”, il compito affidato da Dio.
«Dopo tali fatti, questa parola del Signore fu rivolta ad Abram in visione: “Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande”. Rispose Abram: “Mio Signore, Dio, che mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Eliezer di Damasco”. Soggiunse Abram: “Ecco a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede”. Ed ecco gli fu rivolta questa parola dal Signore: “Non costui sarà il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede”».
Quante volte noi non abbiamo fantasia sufficiente nemmeno per immaginare quello che Dio vuole fare attraverso la nostra storia, la nostra persona, le nostre capacità a volte povere; invece Dio può renderci fecondi, nonostante il nostro giudizio, il nostro progetto di compromesso, la nostra logica dell’accontentarci della mediocrità pur di non dover ammettere che è Dio che fa le cose.
«Poi lo condusse fuori e gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”. Egli credette al Signore che glielo accreditò come giustizia. E gli disse: “Io sono il Signore che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questo paese”. Rispose: “Signore, mio Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?”. Gli disse: “Prendimi una giovenca di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un piccione”. Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calavano su quei cadaveri, ma Abram li scacciava. Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco un oscuro terrore lo assalì. Allora il Signore disse ad Abram: “Sappi che i tuoi discendenti saranno forestieri in un paese non loro; saranno fatti schiavi e saranno oppressi per quattrocento anni. Ma la nazione che essi avranno servito, la giudicherò io: dopo, essi usciranno con grandi ricchezze. Quanto a te, andrai in pace presso i tuoi padri; sarai sepolto dopo una vecchiaia felice. Alla quarta generazione torneranno qui, perché l’iniquità degli Amorrei non ha ancora raggiunto il colmo”. Quando, tramontato il sole si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram: “Alla tua discendenza io darò questo paese dal fiume d’Egitto al grande fiume, l’Eufrate; il paese dove abitano i Keniti, i Kenizziti, i Kadmoniti, gli Hittiti, i Perizziti, i Refaim, gli Amorrei, i Cananei, i Gergesei, gli Evei e i Gebusei”» (Gen 15,1-20).
Non accettare questa prospettiva sarebbe stato per Abramo come rifiutare di vivere. La vocazione si presenta sempre come una “possibilità attrattiva” che viene da Dio, non prendere in considerazione la quale rappresenterebbe uno “sminuire il proprio essere”, la propria vita.




















Scrivi un commento