Stimolata da un articolo apparso sul quotidiano Avvenire, ho scritto al direttore di quel giornale una lettera che propongo alla riflessione dei lettori di questo blog.

 

feto
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Gentile direttore,

vorrei fare alcune riflessioni sulla Ru486 e l’applicazione della legge 194 che ‘Avvenire’ ci sta giustamente proponendo, sollecitata, in particolare, dalla lettera di Angelo Moretti (27 agosto) «Superare i residui ideologici. La solida regola del dialogo di fronte all’inedito-Ru486». Nel volantino distribuito dopo la sconfitta referendaria sull’aborto da Comunione e Liberazione si leggeva: «Ci è capitato in questi giorni di sperimentare con evidenza la verità e quindi anche la razionalità della posizione umana che nasce dalla fede. Questa è la nostra vittoria: il successo infatti lo dà il numero di voti, la nostra vittoria è il cambiamento del nostro cuore e della compagnia attorno a noi, generato dall’obbedienza alla verità che abbiamo incontrato». E nel 1981 don Giussani incontrando noi, allora giovani universitari, ci diceva: «Ecco, questo è un momento in cui sarebbe bello essere solo in dodici in tutto il mondo. Vale a dire, è proprio un momento in cui si ritorna da capo, perché mai è stato così dimostrato che la mentalità non è più cristiana». E ancora «Occorre ripartire dalla fede: essere certi di alcune grandi cose».

Credo che in questi nuovi momenti di confusione piuttosto che parlare di «solida regola del dialogo» cristianamente dovremmo parlare di testimonianza. Può il cristiano dire ancora qualcosa rispetto alla deriva antropologica devastante (aborto, eutanasia, identità di genere) dei nostri tempi? La certezza di base, la radice più profonda della difesa della vita umana da parte del Magistero della Chiesa è che l’esistenza di ogni uomo è sempre e comunque un bene. La difesa del valore di ogni vita umana è sempre implicata nella confessione del primo articolo della fede cristiana: Dio Creatore e la Sua glorificazione (Evangelium vitae 34 e 36). L’aborto non solo come pratica ma, soprattutto, come giustificazione, come ‘nobilitazione’, l’aborto come ‘diritto’, mai accaduto prima nella storia dell’umanità, prima radicale affermazione di un progetto di liberazione fatta coincidere con lo sradicamento della persona dall’essere – ha detto il cardinale Caffarra –, costituisce il compimento di un percorso che nasce dalla decisione di consegnare l’uomo esclusivamente a se stesso. Una decisione alla base di un altro drammatico fenomeno dei nostri tempi, quello dell’eutanasia. La legittimazione dell’aborto e dell’eutanasia hanno infatti lo stesso significato, perché hanno la stessa origine: sradicare il Mistero dalla vita dell’uomo.

Cosa minaccia infatti oggi la persona umana, molto più del coronavirus? La proposta di un’esistenza umana personale e sociale dalla quale è stata espulsa l’idea di una verità della persona (relativismo) e di una libertà che è solo il perseguimento di ciò che è utile (utilitarismo). Tutto ciò porta come conseguenza il trionfo della menzogna e del sentimentalismo sull’uso della ragione. Alla Chiesa e ai cristiani l’urgenza di testimoniare il contenuto essenziale della nostra fede: Gesù è il Signore che morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ci ha ridonato la vita. Da qui la contrarietà alle nuove linee guida del Ministero della Salute sull’aborto farmacologico con la Ru486, proprio perché, al pari della 194, legittima l’uccisione di una persona innocente. Di conseguenza, la nostra responsabilità di cattolici richiede oggi un lavoro soprattutto culturale, che non esclude affatto quello politico, a qualsiasi livello, che con estremo realismo (non abbiamo ora certamente i numeri per abrogare la 194) nel mentre affronta la questione della vita con professionalità e competenza, entrando nel merito dei meccanismi e delle specifiche procedure e contribuendo a fare emergere l’intrinseca menzogna.

In agosto abbiamo ragionato su passi di opere di san Tommaso riportati nell’Evangelium vitae: «La legge umana in tanto è tale in quanto è conforme alla retta ragione e quindi deriva dalla legge eterna. Quando invece una legge è in contrasto con la ragione la si denomina legge iniqua; in tal caso però cessa di essere legge e diviene piuttosto un atto di violenza». E ancora: «Ogni legge posta dagli uomini in tanto ha ragione di legge in quanto deriva dalla legge naturale. Se invece in qualche cosa è in contrasto con la legge naturale allora non sarà legge bensì corruzione della legge» (Evangelium vitae 72). Ci siamo chiesti: in un Occidente così secolarizzato è ancora possibile testimoniare tale verità? Ci siamo trovati d’accordo sul fatto che prima di tutto sono necessari testimoni credibili, appassionati della verità, culturalmente e professionalmente preparati, che imparino il valore dell’unità, non ammalati di ‘protagonismo’. È la santità l’unica vera risposta, a cui tutti siamo chiamati.

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