Prosegue la serie di articoli suscitati dal tweet del Ministro della Salute Roberto Speranza sul traguardo di civiltà raggiunto, secondo lui, con un aborto realizzato con la pillola RU486 presa in day hospital e fino alla nona settimana. Di seguito il parere del prof. Leonardo Lugaresi che riprendo dal suo sito.

 

Feto

 

Il tweet con cui l’altro giorno il ministro della salute (sic!) ha annunciato festante che gran conquista sia il fatto che ora la donna che vuole abortire deve solo passare al consultorio a prendere una pillola e poi viene mandata a casa a farsi gli affari suoi  ha posto ufficialmente fine ad una retorica che teneva campo nel discorso pubblico da almeno cinquant’anni.

Tale rappresentazione, che potremmo chiamare dell’etica pubblica dell’aborto, affermava il dovere dello stato di prendersi in carico un grande male sociale occultato nel privato e farlo venire alla luce pubblica per ridurlo, ordinarlo e gestirlo nel modo migliore possibile, a maggior tutela soprattutto (ma non solo) delle donne. Era una retorica che si imperniava su un argomento apparentemente forte (il solo che apparisse tale, a dire il vero): l’aborto in Italia c’è già, a dispetto della legge che lo proibisce; è diffuso e mal praticato e lo stato deve perciò uscire dall’ipocrisia di far finta che il problema non esista, tirarlo fuori dalla clandestinità, cioè dal privato, in cui alligna, e delineare un perimetro pubblico entro il quale esso sia, a determinate condizioni, consentito e “protetto”, nella prospettiva di ridurne l’incidenza e comunque di tutelare per quanto possibile i soggetti coinvolti. La forza di tale argomento stava evidentemente nel fatto che è vero che l’aborto è sempre stato praticato, anche se nessuno può dire in quale misura: di un fenomeno clandestino, infatti, è per definizione impossibile dare una misura attendibile e il milione di aborti annui strombazzati dalla propaganda radicale degli anni settanta era ovviamente un numero “a cazzo” (come quasi tutto ciò che i radicali hanno detto e fatto nella loro vita); però è molto probabile che la riprovazione sociale dell’aborto, anche prima del 1978, fosse in realtà molto minore di quello che tanti osservatori allora ritenevano, come l’esito del referendum abrogativo appena tre anni dopo dimostrò platealmente.

Sul presupposto di quell’etica pubblica dell’aborto si costruì tutta la rappresentazione del problema che è andata in scena dagli anni settanta fino ad oggi e nella quale alla legge 194 del 1978 fu affidata la parte principale, cioè quella di interpretare il ruolo di «Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza». Va sottolineato che in tutto quel discorso era di cruciale importanza la discriminazione tra pubblico (o sociale, come recita il titolo della legge) e privato. Pochi rammentano, infatti, che la legge 194 lascia del tutto intatta la repressione penale dell’aborto fuori dal percorso pubblico in essa stabilito, per cui chi volesse abortire “per conto suo” commetterebbe un reato, anche se si trovasse nelle condizioni che legittimano tale scelta ai sensi di quella stessa legge. La discriminante infatti è che l’aborto, in sé considerato ufficialmente un male, diventa una pratica socialmente accettabile solo se e nella misura in cui si sottopone alla gestione pubblica e alle sue regole. Tale capacità “redentiva” del pubblico, a sua volta, deriva da una sua presunta superiorità etica quale è quella solennemente enunciata sin dal titolo della legge 194.

Oggi, dopo mezzo secolo di repliche sempre meno convinte e convincenti, si smonta il tendone, si tira giù lo schermo e si cambia radicalmente scenario. La nuova retorica (assai più miserabile e rozza della precedente) ha ben poco su cui appoggiarsi, ma forse non ce n’è più neppure bisogno: il pubblico (inteso questa volta come la massa degli spettatori a cui siamo ridotti) ormai manda giù qualsiasi cosa.  Ora il perno del dicorso è la cosiddetta “autodeterminazione della donna”, cioè il massimo di individualismo e di privatizzazione pensabile.

Se c’è un solo aspetto positivo nel feroce decorso dei nostri tempi è che ormai sono caduti tutti gli orpelli ideologici e, tolto di mezzo ogni infingimento, le cose appaiono per quello che sono. E queste sono, messe in fila e contate:

  1. L’aborto è, indiscutibilmente, l’uccisione di un individuo appartenente alla specie umana. Evito di parlare di persona, per definire l’embrione e il feto, non perché ritenga di non poterlo fare, ma solo perché non ne ho bisogno e non desidero complicare il discorso con dispute fuorvianti sul concetto di persona. Anche chi avesse da obiettare sulla definizione di persona applicata all’embrione e al feto non può negare che siano individui appartenenti alla specie umana.
  2. La ragione – che stavolta avrei voglia di scrivere con la maiuscola, come se fossi Robespierre – obbliga tutti gli uomini a ritenere che uccidere un individuo appartenente alla specie umana non è mai moralmente indifferente e che non è mai lecito farlo se non in un solo caso, quello della legittima difesa, cioè quando l’uccisione di quell’essere umano è il solo mezzo per salvare un altro o più esseri umani che egli minaccia di uccidere. Ripeto. La Ragione. Obbliga. Tutti. Perché se non si afferma il principio che non è mai lecito uccidere un individuo appartenente alla specie umana (salvo il caso di legittima difesa), è giocoforza lasciare il campo al principio opposto, cioè che è sempre lecito ucciderlo, poiché non esiste alcun punto intermedio in cui piantare il paletto che segna il limite.
  3. L’attuale discorso pubblico sull’aborto, che si è ormai diffuso in tutto il mondo compresa l’Italia, pretende invece di affermare l’esistenza di quel punto intermedio, cioè un discrimine che individua una categoria di individui appartenenti alla specie umana che invece è lecito uccidere e lo colloca, con arbitrio del tutto irrazionale, nel momento della fuoriuscita del feto dall’utero. Perciò, mentre l’aborto è un diritto individuale di cui è esclusiva titolare la gestante, l’infanticidio è un crimine.
  4. Perché embrione e feto sono i soli individui appartenenti alla specie umana che è  ormai universalmente considerato lecito uccidere? La ragione è molto semplice, brutale e tutt’altro che “moderna”: è la stessa per cui anche una volta l’aborto era meno socialmente riprovato di quanto le anime belle credessero: perché l’embrione e il feto sono gli esseri umani più deboli che ci siano. La causa principale della loro peculiare debolezza è che non si vedono. Un neonato è debolissimo, altrettanto poco autonomo di un feto (autonomia respiratoria a parte) e lasciato a se stesso muore nel giro di poche ore, ma è visibile nella sua forma umana, appositamente conformata dalla natura per suscitare negli altri esseri umani un forte senso di responsabilità nei suoi confronti. Può essere ucciso o abbandonato, come purtroppo accade, ma non è facile farlo e soprattutto è forte la reazione avversa degli altri individui nei confronti di chi compie questo genere di atti. Il feto non si vede finché è vivo nell’utero materno (ecografia a parte) e non si vede quando viene ucciso a meno che qualcuno non lo mostri. Cosa che, infatti, oggi è il vero crimine imperdonabile, la mostruosa oscenità contro la quale si leva immediatamente una reazione violentissima e forsennata, che forse sarebbe più appropriato chiamare assatanata. L’embrione poi, anche se lo vedessimo, a molti non sembrerebbe neanche un uomo. Dunque non c’è discussione possibile: non esiste alcun individuo umano che sia tanto debole quanto lo sono l’embrione e il feto. Gli “ultimi” al mondo sono loro.
  5. Gli ordinamenti giuridici di quasi tutto il mondo hanno ormai inserito al loro interno un principio, il più anti-giuridico che ci sia, che afferma che è lecito uccidere gli individui umani più deboli, precisamente in quanto sono così deboli da non aver titolo ad alcuna difesa. Il diritto alla vita, perciò, è relativo e proporzionato alla forza del soggetto che ambisce a goderne. Gli stolti legislatori che hanno legiferato in questo modo hanno tagliato il ramo su cui stavamo tutti seduti, e sempre di più ce ne accorgeremo in futuro.
  6. Per questi motivi il problema dell’aborto viene prima di tutti gli altri, in una visione cristiana del mondo. (Come madre Teresa di Calcutta, che di cristianesimo e in particolare di carità cristiana qualcosa sapeva, non si è mai stancata di ripetere per tutta la sua vita). Ci sono tante questioni importantissime di cui i cristiani è giusto che si occupino, ma questa viene prima. Aver derubricato l’aborto al livello di un tema fra i tanti dell’agenda, tra il cambiamento climatico e i “migranti”, è uno dei più gravi errori di una certa mentalità oggi diffusa anche tra i cristiani.
  7. In un mondo in cui moltissime persone sono regredite ad un livello mentale così basso da non rendersi conto dell’irrazionalità dei loro comportamenti, il compito della chiesa è anche, e forse prima di tutto, educativo e culturale: la prima carità da fare agli uomini è aiutarli a tornare a pensare.

Facebook Comments
image_pdfimage_print
1