Roberto Speranza, ministro (foto Afp)
Roberto Speranza, ministro (foto Afp)

 

di Miguel Cuartero Samperi

 

Ha dell’incredibile la decisione del ministro della salute Speranza (LEU dopo dieci anni di militanza nel PD) di mettere mano sul delicato tema dell’aborto mentre il paese è ancora alle prese con una pandemia che dovrebbe vederlo impegnato in maniera totale ed esclusiva. Le recenti e roventi polemiche che lo riguardano per la leggerezza con cui ha affrontato il covid-19 ignorando la potenzialità dei contagi per poi disattendere le indicazioni dello stesso Comitato Tecnico Scientifico chiamato a consigliarlo in sede politica avrebbero chiesto maggiore prudenza e meno effervescenza mediatica.

Per lo più tutto avviene in agosto quando solitamente il paese di ferma per prendere fiato lontano da casa e presta meno attenzione alle manovre dei palazzi del potere. Eppure il giovane ministro, che pure ha vantato un presunto “modello italiano” nel fronteggiare la pandemia, ha lanciato sui social (canale preferenziale per la comunicazioni importanti in questo governo Conte-Casalino) la sua decisione di modificare le procedure previste per l’aborto chimico tramite la pillola RU486.

Così in piena pandemia e in pieno agosto ci ritroviamo bell’e fatta una decisione che qualcuno diceva di aspettare da trent’anni. Un tempismo perfetto. Perché non si è legiferato sull’argomento in questi ultimi anni in cui la sinistra ha governato ma lo si fa in “stato di emergenza” ed in piena estate è presto detto: chi appartiene alle tenebre opera nelle tenebre e non certo alla luce del sole, sotto lo sguardo degli elettori (seppur minoranza) e con procedure democratiche che garantiscano un dibattito civile e una decisione collegiale. Ma per i più ingenui e pragmatici bastino le motivazioni politiche e soprattutto economiche che hanno motivato l’improvvisa accelerata sui temi etici sensibili.

Le nuove linee guida annunciate su Twitter, oltre ad elevare da sette a nove settimane il limite massimo per uccidere il bambino (in futuro potranno senza dubbio alzare sempre più la soglia a piacimento), sdoganano l’uso della pillola abortiva senza obbligo di ricovero riducendo di fatto l’aborto a un fatto privato da consumare a casa tra il wc e il bidet. Il tutto vantando presunte e non specificate “evidenze scientifiche”

Per questo traguardo esulta la sinistra italiana. Quella sinistra che all’occorrenza si è presentata come paladina degli ultimi e dei poveri, dell’accoglienza degli stranieri nel nome del Vangelo ma che ora, dimenticato il messaggio di Gesù Cristo, promuove il “diritto di omicidio”. Così definiscono senza alcun pudore, “conquista di civiltà” una normativa che promuove e semplifica la pratica soppressione di innumerevoli vite umane, lasciando le donne italiane da sole di fronte a un dramma che mette a dura prova il loro corpo e la loro psiche. Chiamano “conquista di civiltà” una normativa che è in realtà un passo indietro nel tempo, dotando le donne degli strumenti per tornare alla clandestinità e ridurre nuovamente l’aborto a un fatto privato e segreto. Insomma, un ritorno a ciò che radicali e democratici post-comunisti, dicono di voler combattere da decenni.

Persino la signora Laura Boldrini, esponente di spicco del cattolicesimo democratico, festeggia la norma “a nome delle femministe” senza rendersi conto che a pagare saranno milioni di donne: quelle a cui non sarà concesso di venire alla luce e quelle che nell’ombra delle loro abitazioni affronteranno l’orribile pratica per poi sciacquarsi le mani e sporcarsi la coscienza.

Mentre molti si chiedono dove siano finiti i politici cattolici e come mai la CEI, nella persona del suo Presidente o tramite l’organo preposto alla bioetica non abbia ancora fatto sentire la sua voce a farlo sono i soliti noti, solitamente etichettati, nel migliore dei casi, come cattolici integralisti o esagerati allarmisti.

A rompere il fragoroso silenzio è don Antonello Iapicca, sacerdote missionario in Giappone che senza mezzi termini, parla “di linee guida assassine”, di “nazismo in guanti bianchi”, di “ideologia satanica”, e definisce il ministro Speranza un “serial killer ideologico di sconfinata ignoranza” che ha innescato una “strage di stato” per i prossimi decenni. Inoltre Iapicca lega le riforme attuate dal governo “giallorosso” sui temi etici, in piena emergenza Covid-19, agli aiuti economici ricevuti dall’Europa: un ricatto, quello economico, utile per accelerare su aborto, eutanasia e omofobia, come dimostra il caso eclatante della Polonia. “Sarebbe buono sapere che, per avere dall’Europa anche un solo euro, tra le condizioni non negoziabili ci sono la legge Zan, l’implementazione dell’eutanasia e l’attuazione delle linee guida sull’aborto sino alla nona settimana. Come far ripartire l’economia sui cadaveri dei più deboli  e la dissoluzione della famiglia e della persona”.

Sul fronte vescovi ad alzare la voce è il (solito) mons. Giovanni D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno che esprime tutto il suo disappunto con l’usuale fermezza (e coraggio, visto che ancora una volta è l’unico della categoria a far rumore). “Ministro Speranza non ho mai visto pace nel cuore di donne che hanno abortito. Solo chi come noi sacerdoti ascolta e confessa conosce questo dramma per cui tante mamme non riescono a trovar ragione. Altro che conquista di civiltà!”. Si fa attendere, ma arriva a distanza di una settimana, un altro pronunciamento dalla gerarchia cattolica italiana (e sono due tra i circa 225 vescovi in tutto il paese). Si tratta del vescovo di Reggio Emilia mons. Massimo Camisasca: «Esprimo la mia tristezza e la mia totale contrarietà, sulla base di molte considerazioni (…). La depenalizzazione dell’aborto ha portato ad una cultura di morte in cui la decisione della donna di interrompere la gravidanza è sempre più banalizzata e presentata all’opinione pubblica come un qualunque intervento farmacologico». Con le nuove norme, sottolinea il vescovo, «invece di scegliere la strada dell’aiuto alla maternità» la donna viene lasciata da sola «con il proprio dolore e le possibili conseguenze negative sulla sua salute».

Sul fronte laico sono molti gli scrittori, attivisti e professionisti cattolici ad esprimere il loro dissenso. «L’aborto non è un anticoncezionale. Essere incinta non è una malattia e l’aborto non è una cura», ricorda lapidario Jacopo Coghe di Pro Vita e Famiglia, mentre il dottor Massimo Gandolfini (Family Day) che definisce le nuove norme un «attentato alla vita e alla salute della donna».

«Facilitare e promuovere l’aborto fai da te», in un paese dalle “culle vuote”, continua Gandolfini, «significa infatti allontanare le ragazze che stanno vivendo una gravidanza difficile dai consultori e dai Centri di Aiuto alla Vita, dove possono ricevere sicuramente un sostegno concreto per poter scegliere per la vita e non per la morte». L’unica evidenza scientifica su cui dovrebbe riflettere il ministro, ma di cui non si ha notizia – conclude Gandolfini – è che le cellule che vogliono sopprimere tramite l’aborto non sono altro che un essere umano.

Dura la risposta della dott.ssa Marina Casini Bandini, presidente nazionale del Movimento per la Vita, secondo cui la scelta del ministro Speranza è legata a motivazioni ideologiche e a risparmi economici, le donne saranno sole in un momento difficile per la loro salute. Intervistata da Vatican News ha dichiarato che in questo modo le donne vengono ingannate mentre l’uccisione di un essere umano viene banalizzata e privatizzata.

Anche il Centro Studi Livatino, in prima linea nella difesa dei principi non negoziabili fa sentire la sua voce attraverso un articolo di Assuntina Morresi che parla di una «strategia che utilizza la RU486 come cavallo di Troia (…) per cambiare nei fatti la legge 194 senza passare per il parlamento. (…) Una procedura che porta con sé l’idea della privatizzazione totale dell’aborto, l’idea della estraneità della società dal dramma dell’aborto, una questione che non è più una piaga sociale, un segno di sofferenza e di disagio, ma si trasforma in una scelta che riguarda esclusivamente chi la fa».

«Not with my money» afferma la dott.ssa Silvana de Mari che denuncia il fatto che la deriva omicida (che già in Francia prevede l’aborto fino al nono mese) venga finanziata dallo stato, violando la libertà di coscienza e di religione di chi non vorrebbe contribuire alla diffusione di questa cultura di morte.

Fin qui le reazioni più importanti e autorevoli di fronte alla decisione della sinistra al governo di allargare le maglie dell’aborto in piena pandemia. Molti si domandano che senso abbia il silenzio dei politici cattolici presenti nel gruppo di maggioranza attualmente al governo. Quelli, per intenderci, come Graziano del Rio che annunciava scioperi della fame (“a staffetta”) per sensibilizzare sul tema dell’immigrazione o quelli come Laura Boldrini che più volte ha vantato la sua fede cattolica citando il Vangelo sempre a favore degli immigrati africani.

Ma le perplessità si moltiplicano se si pensa al silenzio dei vescovi italiani che in altre occasioni hanno alzato la voce tramite il suo Presidente o con documenti ufficiali. Questa volta solo due vescovi hanno avuto il coraggio di esprimere pubblicamente il loro personale dissenso. Mentre tra i sacerdoti, di cui molti attivissimi sui social network tanto da venir considerati dei veri e propri “influencer”, pochi, pochissimi, hanno espresso con chiarezza il loro dissenso. Forse che per la Chiesa l’omicidio sia diventato un argomento secondario rispetto a quello dell’immigrazione o dell’ecologia (argomento della prima e dell’ultima enciclica di questo pontificato)? Oppure si è deciso di tacere per motivi politici in nome del dialogo per non insistere su temi “divisivi” (di fatto la posizione di mons. Nunzio Galantino che da secretario della CEI ha definito “volti inespressivi” coloro che pregavano di fronte alle cliniche abortiste). Oppure per la paura di contrastare un governo amico col quale si è combattuto diverse battaglie come l’anti-salvinismo, l’accoglienza ai migranti e le politiche ecologiche?

Un anno fa, sul Corriere della Sera, il card Camillo Ruini denunciava l’inconsistenza e l’irrilevanza dei cattolici di sinistra al governo mentre e la mancanza di autorevolezza delle gerarchie ecclesiastiche in campo politico. «Per recuperare autorevolezza dobbiamo esprimerci con chiarezza, coraggio e realismo sui problemi concreti; così la gente può comprendere che il messaggio cristiano la riguarda da vicino». Chiarezza e coraggio, è ciò che oggi manca nella Chiesa di fronte a temi su cui non è più possibile tacere senza diventare complici, mentre si espande la cultura di morte e il pensiero nichilista di una Europa apostata che ha dimenticato chi è e da dove viene.

A proposito di chiarezza e coraggio, così nel 1995, papa san Giovanni Paolo II denunciava la deriva omicida delle legislazioni sull’aborto:

«Per facilitare la diffusione dell’aborto, si sono investite e si continuano ad investire somme ingenti destinate alla messa a punto di preparati farmaceutici, che rendono possibile l’uccisione del feto nel grembo materno, senza la necessità di ricorrere all’aiuto del medico. La stessa ricerca scientifica, su questo punto, sembra quasi esclusivamente preoccupata di ottenere prodotti sempre più semplici ed efficaci contro la vita e, nello stesso tempo, tali da sottrarre l’aborto ad ogni forma di controllo e responsabilità sociale». Una “congiura” che con la complicità dei media mira a diffondere «una mentalità edonistica e deresponsabilizzante nei confronti della sessualità e suppongono un concetto egoistico di libertà» (Giovanni Paolo II, Evangelium Vitae).

È cio che sta succedendo oggi col placet di molti politici sedicenti cattolici. Ma, a venticinque anni di distanza, manca una voce chiara, coraggiosa e profetica che difenda la verità e con essa le donne, i bambini e l’intera società.

 

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