Aborto eutanasia vaccinazione covid

 

 

di Roberto Allieri

 

Partiamo da un dato di fatto: in tema di cure e terapie, oggi possiamo dire di essere liberi di scegliere come morire ma non sempre altrettanto liberi di scegliere come vivere.

La legge 219 del 2017 in materia di consenso informato e dichiarazioni anticipate di trattamento ha aperto un vulnus, una ferita gravissima. Pur promuovendo il giusto principio di libertà di scelta dei trattamenti sanitari, ha però al contempo abbattuto uno dei principi fondanti del nostro ordinamento giuridico: quello della indisponibilità della vita. L’autonomia terapeutica andrebbe infatti riconosciuta a pieno titolo se è a salvaguardia della vita, non quando va contro.

Con l’attuale deriva verso l’eutanasia, che ha come prossima tappa l’impunibilità e il sostegno giuridico del suicidio assistito, elevato a diritto, lo Stato supera la visione pro-life e mostra una volta di più lo sbilanciamento verso il favor mortis. Dico una volta di più perché già la legalizzazione dell’aborto disconosce l’indisponibilità della vita umana. Tuttavia, i fautori dell’aborto, in spregio alle evidenze genetiche e scientifiche, ritengono che il concepito non sia una persona ma un ammasso di cellule. E con questo escludono che venga soppressa una vita umana.

Il filo nero della morte rischia dunque di collegare sempre più molte situazioni in cui è in gioco la vita umana.

Uno dei cavalli di Troia che si sta utilizzando è la parola ‘terapia’. Oggi con l’obbligo vaccinale si vuole imporre una terapia genica (o, se preferite, una cura) a chi non l’accetta perché lo Stato ha deciso, per il nostro bene, che quella è l’unica o la più efficace soluzione.

Ma se consegniamo la vita e la salute delle persone all’arbitrio della Stato o per suo conto ad un giudice, un medico o a un pubblico ufficiale, noi abdichiamo non solo all’indisponibilità della nostra vita e all’integrità fisica ma anche a tutte le nostre libertà. Come possiamo infatti essere pienamente liberi se qualcuno può decidere sul nostro diritto di continuare a vivere ed eliminarci in modo legalmente corretto?

Ecco il salto giuridico e culturale, la variante che il virus della cultura mortifera potrebbe sviluppare. Primo punto: spingere sempre più l’aborto per imporlo come soluzione ‘terapeutica’. Già oggi in Italia in certe situazioni è così: una possibilità ammessa per legge. Non si capisce come l’eliminazione di una creatura umana possa essere considerata una terapia; la terapia è infatti deontologicamente finalizzata a beneficio di un organismo non alla sua distruzione. Secondo qualcuno però la morte a volte è un bene e così pure i mezzi per conseguirla. Ecco perché gli strumenti legali o ‘terapeutici’ finalizzati alla soppressione di persone stanno prendendo piede.

Tuttavia, se si affermasse la liceità delle terapie obbligatorie di Stato potrebbe passare l’idea che il legislatore arrivi a configurare la soluzione dell’aborto come una terapia, anzi una terapia giuridicamente ed eticamente corretta e vincolante. E allora si potrebbe arrivare ad imporlo ai genitori come ‘terapia’ obbligatoria in certe situazioni. Un po’ come da molto tempo succede in Cina ma anche in Paesi occidentali dove l’aborto è qualche volta ‘agevolato’ da procedure legali che vanno per le spicce, bypassando il pieno consenso informato e il convincimento della madre (per non parlare del padre, totalmente escluso dalla possibilità di opporsi).

Secondo punto: la stessa deriva gravissima potrebbe prospettarsi in situazioni non solo di fine vita ma di fragilità di salute. Oggi nei Paesi in cui la cultura di morte è più consolidata, una situazione di demenza senile, ad esempio, può giustificare la soppressione di una persona contro la sua volontà. Se i famigliari o un medico o un giudice ritengono che quella sia la giusta ‘terapia’, l’eutanasia somministrata con iniezione letale al non consenziente non è più un reato punibile. E così pure quella di un minore (sempre non consenziente) in condizioni di fragilità di salute.

Anzi, per qualcuno l’eliminazione di persone in condizioni di salute critiche sono da promuovere come gesto di responsabilità, nell’ottica eugenetica ed economica della sostenibilità (il malato è improduttivo e costa troppo). Vivere oltre una certa età o in condizioni di salute precarie potrebbe diventare in futuro ‘non sostenibile’ ed essere considerato presupposto per una ‘terapia’ mortifera imposta dallo Stato: l’iniezione letale.

Questi gli scenari inquietanti ai quali può condurre una certa concezione disumana di regime sanitario. I protocolli sanitari e le terapie obbligatorie regolamentate dallo Stato per il bene dei cittadini possono spalancare porte sull’orlo di abissi nei quali l’umanità rischia di sprofondare.

Eh, sì: c’è proprio un filo nero, un filo mortifero che unisce varie strategie in ambito etico, pensate dai poteri forti per condurre i cittadini nel paese dei balocchi e ridurli a somari che ragliano, rinchiusi nelle loro gabbie di libertà.

Utilizzo una evocativa situazione del Pinocchio di Collodi per far passare questo concetto: la forma peggiore di schiavitù è quella di chi riesce a convincere gli schiavi a combattere per conquistare le loro catene. E arriva a farlo ammantandosi di buoni propositi. Si sa che l’inferno è lastricato di buone intenzioni…

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