Bambino-Gesu-Natale

 

 

di Mattia Spanò

 

La proposta del rettore dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole di sostituire il Natale con una non meglio identificata “festa d’inverno” ha destato le solite fole di protesta pelosette e coccolose.

Ogni anno puntuale come le tasse qualcuno – di solito figure educative: presidi, rettori, insegnanti zelanti – all’avvicinarsi del Natale ha la bella pensata di proporre qualcosa di alternativo. O sono offesi dal presepe, o lo sono dai crocifissi, o si preoccupano per i bambini pastafariani, celiaci o allergici all’olio di palma che si sentono minacciati dalla Natività di Nostro Signore. Nessuno oserebbe lamentarsi per la Pasqua, Hannukkah o la Festa del Sacrificio. Perché? Perché si tratta di feste per adulti, vale a dire persone già più o meno formate nella fede. Irrecuperabili.

Al contrario la festa del Natale è la festa originale per eccellenza. È la festa dei bambini in un senso molto preciso: richiama all’origine. È Dio che ha l’impudenza di farsi bambino come ognuno di noi e cresce, vive, muore e risorge.

Il Natale è il momento che certifica la consonanza assoluta fra la vita di Dio e quella di chiunque di noi, ad eccezione della resurrezione, fatto inaudito. Cosa che in un bambino produce un’impressione fortissima, spesso sufficiente a sostenere un’intera esistenza, o comunque a lasciare un fondo di nostalgia per una bellezza e una possibilità d’amore inimmaginabile perduti nel tempo.

Questa è la ragione per cui il Natale è oggetto di furiosa attenzione ideologica: Dio non si è manifestato all’uomo a cavallo di un una nuvola o dentro una visione, ma prendendo carne e sangue da una donna. L’uomo, strutturalmente pervaso da profonda repulsione di sé, rifiuta il fatto che un presunto Essere Perfetto e Onnipotente è sceso così in basso, per giunta turbando gli appetiti umani consumati all’ombra dell’oblio e della morte. Il bambino conserva però il desiderio innocente di Dio. Ciò che va estirpato prima di tutto.

Sono d’accordo – provocatoriamente ma non troppo – con il rettore di Fiesole (mi scuso se non riporto per esteso una seconda volta il prolisso titolo dell’Università che dirige: osservo che più le istituzioni sono provinciali e minime, più i nomi diventano estesi e roboanti). Bisogna abolire il Natale, sostituendolo magari con la Giornata Mondiale del Vaccino contro l’Alluce Valgo.

Qualche argomento a suffragio. Innanzitutto, mi disturba la ciclicità di queste polemiche bottegaie, che sono puramente mediatiche. Esaurita la spintarella emotiva dello scandalo ognuno – sedicenti cattolici compresi – torna alle sue faccende, magari perfino provando un senso di blanda soddisfazione per aver difeso le “tradizioni” e “l’identità”.

Nessuno o quasi tira le conseguenze reali, e per certi versi dovute, dell’enormità che rappresenta l’ipotesi di Dio che si fa bambino, prima che uomo. Gente radicata nell’idea che abortire un bambino sia del tutto normale ma una volta all’anno si commuove per il Divin Pargoletto, senza avvertire il più piccolo fastidio, o vergognarsi della propria sciatteria.

Nel campo avverso non si vede perché persone per le quali Gesù Cristo (scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani e, mi permetto di chiosare, soprammobile per i cristiani) è un’impostura, dovrebbero celebrare il Natale.

Difatti l’inclusione, la tolleranza e il dialogo sono obblighi solo per chi la non pensa come loro. Loro escludono, non tollerano e zittiscono chiunque non sia d’accordo. In nome di cosa o perché debbano rispettare il Natale, è un mistero più insondabile di quello trinitario.

La verità necessaria è che dovremmo tirare le somme anche pratiche della rimozione di Dio da tutti gli aspetti della vita umana. L’insopportabile schizofrenia della nostra cultura, che da una parte celebra stancamente una forma cadaverica di tradizione e, dall’altra, proclama l’inevitabilità del business ad usual, è diventata insostenibile. Una società finalmente e ufficialmente acristiana rivelerà il vuoto e l’orrore ancora velato dal perbenismo inclusivo. La festa delle luci. A led, suppongo, casomai volessimo salvare il pianeta.

Che istituzioni e strutture, in genere statali o parastatali, che ormai non hanno più nulla di cristiano abbandonino anche l’ultima pagliacciata formale – celebrare qualcosa che odiano – a me non fa né caldo né freddo. Anzi mi fa perfino piacere. È ora che ognuno torni a casa propria. Ognuno difenda qualcosa. Qualunque cosa, ma che sia una cosa, non tutto e il suo contrario. Il frullato inclusivo è indigesto per tutti.

Abbiamo un papa scarsamente interessato ad aspetti tipici della sua funzione, che perciò si esibisce in frequenti ingerenze in campi che non gli competono come l’ecologia, l’economia e la politica. Il che – siamo onesti – riflette alla perfezione il sensus fidei annacquato dei cattolici, ormai completamente mondanizzati e ridotti a dialogare con gli opposti estremismi per le ragioni suddette.

Magari convinti, poverini, che questo atteggiamento guadagni loro la stima e la considerazione del nemico. Vale per loro ciò che disse Churchill a Chamberlain all’alba della Seconda guerra mondiale: “Potevano scegliere fra il disonore e la guerra, hanno scelto il disonore e avranno la guerra”.

Da sale della terra a sciroppo di glucosio della terra. In quale senso precisamente la celebrazione del Natale salverebbe la situazione? Al contrario una bella festa del Nulla – chiamatelo “inverno”, “luci”, “inclusione”, “dialogo” o “amatriciana”: sempre nulla è – sarebbe il giusto coronamento della foia umana per il peccato supremo: salvarsi da soli.

Non so se sostituire il Natale con qualche tristo papocchio sia una buona idea. Sarebbe però un atto di giustizia. “Ma il mio popolo non ha ascoltato la mia voce, Israele non mi ha obbedito. L’ho abbandonato alla durezza del suo cuore, che seguisse il proprio consiglio”.

In un mondo in cui tutte le illusioni vanno in frantumi, forse che vada in pezzi anche l’ultima – essere dei buoni cristiani – non è affatto male. Anche perché in fondo è la più falsa di tutte.

 


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