“Lo sforzo di preservare la vita proibendo di viverla non funziona. Non può funzionare. Funzionerebbe se fossimo mere macchine biologiche, che non hanno bisogno di nient’altro che di aria, cibo, acqua, fogne e riparo. Funzionerebbe se gli uomini e le donne non fossero altro che frammenti staccati di umanità che possono prosperare nell’isolamento, se la comunione fosse un optional. Funzionerebbe se la vita non fosse altro che cibo e il corpo non fosse altro che un vestito. Funzionerebbe se potessimo salvare la nostra vita semplicemente conservandola.”

Pensieri di Peter J. Leithart pubblicati su First Thing, nella mia traduzione. 

 

ristorante persone a tavola
ristorante persone a tavola

 

“Come si sente sola la città che un tempo era così piena di gente” (Lamentazioni 1:1).

“Allora io eliminerò dalle città di Giuda e dalle strade di Gerusalemme, dice il Signore, la voce della gioia e la voce dell’allegria, la voce dello sposo e la voce della sposa; perché la terra diventerà un luogo di rovine” (Geremia 7:24).

“Babilonia, la grande città sarà precipitata e più non riapparirà. La voce degli arpisti e dei musici dei flautisti e dei suonatori di tromba, non si udrà più in te; ed ogni artigiano di qualsiasi mestiere non si troverà più in te; e la voce della mola non si udrà più in te; e la luce della lampada non brillerà più in te; e voce di sposo e di sposa non si udrà più in te. Perché i tuoi mercanti erano i grandi della terra; perché tutte le nazioni dalle tue malìe furon sedotte.” (Apocalisse 18:21-23).

 

Non molto tempo fa, dovevamo immaginare queste scene di silenzio apocalittico. Ora non più. Le abbiamo vissute. Le nostre strade sono state svuotate. I ristoranti sono chiusi, i parchi e i campi da gioco sigillati con il nastro della polizia. Matrimoni e funerali sono ridotti o cancellati, sale da concerto e musei vacanti. Per molti, il Ringraziamento e il Natale non sono mai avvenuti. Per mesi, la maggior parte delle chiese ha smesso di celebrare, e alcune non hanno ancora aperto del tutto. Abbiamo operato secondo un grande comandamento: Tu non farai festa.

Incredibilmente, niente di tutto questo è successo a causa di un’invasione o di una sconfitta militare. Lo abbiamo fatto a noi stessi, volontariamente. Le civiltà sono paesaggi sonori, riempiti dal rumore del lavoro, dai lamenti per i morti, dalle risate dei matrimoni. Abbiamo spento la civiltà. Abbiamo messo a tacere noi stessi.

Abbiamo dovuto, molti risponderanno. Abbiamo dovuto spegnere tutto per preservare la vita. Non c’è altra ricchezza che la vita, e anche se dobbiamo perdere tutto per sopravvivere, ne vale la pena. 

Mettete da parte le questioni aspramente contestate sulla virulenza della pandemia. Lo sforzo di preservare la vita proibendo di viverla non funziona. Non può funzionare. Funzionerebbe se fossimo mere macchine biologiche, che non hanno bisogno di nient’altro che di aria, cibo, acqua, fogne e riparo. Funzionerebbe se gli uomini e le donne non fossero altro che frammenti staccati di umanità che possono prosperare nell’isolamento, se la comunione fosse un optional. Funzionerebbe se la vita non fosse altro che cibo e il corpo non fosse altro che un vestito. Funzionerebbe se potessimo salvare la nostra vita semplicemente conservandola. 

Non è così che è concepita la vita umana. Non si adatta al mondo reale. E quando cerchiamo di forzare la vita in quello stampo, ci si ritorce contro. Abbiamo sacrificato tutte le attività sociali e culturali che conferiscono bellezza e ricchezza alla vita, cose che rendono la vita più che la nuda sopravvivenza biologica. Abbiamo sacrificato la vita per preservarla. In nome dell’amore, abbiamo annullato l’amore. 

È destinato a ritorcersi contro di noi. Nella nostra frenetica necrofobia, fuggiamo la morte, evitando il contatto con gli altri, chiudendoci in casa, lavandoci ossessivamente le mani, evitando i luoghi pubblici e le riunioni – tutto per il bene della sopravvivenza. Ma una vita senza contatto umano, una vita in cui non ci avventuriamo mai, una vita senza rischio non è affatto una vita, ma una morte vivente. Conservare la nuda vita a tutti i costi è un suicidio. Per elevare la nuda vita come valore supremo, dobbiamo fare il sacrificio supremo della vita stessa. E così fuggiamo dalla morte, e ci troviamo a correre verso l’abbraccio della morte, stranamente confortati. La nostra necrofobia diventa necrofilia.

Quello che facciamo questa sera è un atto di sfida. Sfidiamo il silenzio, e osiamo condividere insieme la voce degli arpisti e dei flautisti e dei trombettisti e dei pianisti, la voce dello sposo e la voce della sposa, la voce dei cantanti, la voce delle risate su un tavolo condiviso. Qui stasera, insieme, formiamo un cerchio di suono, luce e vita. Qui almeno vive una città. Non siamo qui per sfidare questa o quella meschina ordinanza. Siamo qui, nel nome e nel potere del Signore Gesù risorto, per sfidare la morte, compresa la morte vivente della città silenziosa.

La festa non è un’aggiunta estranea alla vita. La festa è il segno effettivo della vita, il luogo dove si vive la vita, la vita in comunione con Dio e con gli altri, la vita come gioia condivisa, una condivisione di cibo e bevande che è anche una condivisione di noi stessi gli uni con gli altri. Il cibo esiste per essere saturato dalla comunione personale, “per portare in sé la comunicazione di una persona all’altra” (Erik van Versendaal). E così gustiamo la bontà gli uni degli altri, e la bontà del Signore, attraverso la bontà di queste creature del cibo e delle bevande.

Il mondo è cibo, un banchetto di sguardi, suoni, aromi, sapori, consistenze, una tavola imbandita dal nostro Creatore per la nostra reciproca e comune delizia. Questo – quello che stiamo facendo qui, ora – questa è la vita. Quindi, benvenuti al banchetto. Benvenuti alla vita. Mangiate, bevete, ridete, parlate, gridate, cantate, gioite, vivete.

 

Peter J. Leithart è presidente dell’Istituto Theopolis.

Le osservazioni riportate sono state pronunciate alla Festa dell’Epifania di Theopolis, tenutasi a Birmingham, Alabama, il 29 gennaio 2021.

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