Gesù Cristo morto di Andrea Mantegna (1470-1474 circa o 1483 circa)
Gesù Cristo morto di Andrea Mantegna (1470-1474 circa o 1483 circa)

 

Dal Catechismo all’esperienza cristiana

Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A Strumia, Dal Catechismo all’esperienza cristiana, Amazon 2022 E in formato testo e audio sul sito albertostrumiait/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube wwwyoutubecom/c/AlbertoStrumiaA

 

 

 

Puntata n. 6 – La coscienza della creaturalità (VI)

I preambula fide

Siamo partiti nelle nostre considerazioni dalla “coscienza della creazione” nella Scrittura e abbiamo visto come il dato oggettivo, ontologico, che caratterizza l’uomo come creatura, cioè come un ente che riceve l’esistenza ed ogni sua “caratteristica” (nel linguaggio classico si direbbe “perfezione”) si traduca, nella sacra Scrittura – nell’esperienza umana dei patriarchi, dei profeti e dei re, come di ogni persona fedele al Dio di Israele – in una “coscienza di appartenere a Dio”, attraverso l’“appartenenza al popolo di Israele”. E questa coscienza, questo riflesso “soggettivo” del dato “oggettivo”, nella prospettiva del Nuovo Testamento, diverrà la “coscienza di appartenere a Cristo”, attraverso l’“appartenenza alla Chiesa”.

Se la categoria teologico-filosofica della “creaturalità” – che si fonda sulla categoria filosofica della “partecipazione” dell’essere – è il dato “oggettivo” (raggiungibile anche dalla sola “ragione”), la Scrittura descrive l’esperienza “soggettiva”, la “percezione antropologica” di questo dato oggettivo (sperimentata grazie alla “fede”), mediante la categoria dell’appartenenza, che è nel contempo “sociologica” (l’israelita appartiene al popolo di Israele, il cristiano appartiene a quell’«entità etnica sui generis»6 che è la Chiesa) e “psicologica”, “interiore”, “spirituale” (l’uomo percepisce di appartenere ad un Altro, perché la sua vita “dipende” e non è completamente autonoma, avendo un’origine e un termine, un fine, che non coincidono con l’io), perché è spirituale e incarnata.

Ora lasciamo la prospettiva biblica e proseguiamo la riflessione sulla “coscienza della creazione” passando ad individuare gli elementi della coscienza della creazione nell’esperienza di ogni uomo “ragionevole” come tale, nell’esperienza dell’uomo di ogni tempo – e quindi anche nella nostra esperienza – e questo ci aprirà la strada alla “coscienza della redenzione”.

Troppo spesso saltando questo aspetto semplicemente umano, “razionale” (potremmo dire “scientifico”) o dandolo per scontato, si è disumanizzato il cristianesimo, si è finiti per vivere e per proporre un “Cristo-Idea”, platonico, gnostico e non il vero Dio che si è fatto vero uomo.

“Revelatum per se” e “revelatum per accidens”

Ci sono dei contenuti nella Rivelazione che sono assolutamente irraggiungibili sul piano naturale e, come tali, sono conoscibili solo “per fede” (si tratta dei misteri della fede, nel senso proprio del termine): essi non contraddicono la ragione (in questo senso sono “razionali”, perché non contraddittori, e questo è il punto forte della concezione cattolica di “mistero”), ma eccedono la sua capacità dimostrativa. Queste verità di fede costituiscono il contenuto della Rivelazione nel senso più proprio (revelatum per se). Esprimendoci con il nostro linguaggio abituale potremmo parlare di contenuti rivelati di “primo livello”.

«Era necessario per la salvezza dell’uomo una sorta di insegnamento rivelato da Dio, in aggiunta alle discipline filosofiche, che sono oggetto di investigazione razionale da parte dell’uomo. […] Era necessario all’uomo per la sua salvezza, conoscere certe realtà per rivelazione divina, perché esse eccedono la portata della sua ragione» (san Tommaso, Summa Theol., I, q. 1, a. 1).

Ci sono, poi, anche dei contenuti nella Rivelazione che possono essere raggiunti dalla ragione naturale: essi possono essere anche creduti per fede, ma la ragione può dimostrarli, convincersene sulla base di motivi propri, nel qual caso non sono più oggetto di fede in senso proprio (revelatum per accidens). Esprimendoci con il nostro linguaggio abituale potremmo parlare di contenuti rivelati di “secondo livello”. Questi sono sempre stati oggetto della ricerca razionale, o naturale, o filosofica, da parte degli uomini di tutti i tempi.

«Ma era necessario che l’uomo venisse istruito dalla Rivelazione divina anche riguardo a ciò che su Dio si può indagare con la sola ragione umana. Perché la verità introno a Dio, ricercata con la ragione, viene raggiunta solo da pochi, in un tempo molto lungo, e insieme a molti errori: ma dalla conoscenza di questa verità, che è Dio, dipende interamente la salvezza dell’uomo, che risiede in Dio. E allora è necessario che gli uomini vengano istruiti dalla rivelazione divina, perché la salvezza possa raggiungerli nella maniera migliore e più certa» (ibidem).

In ogni epoca, dunque, e specialmente nel nostro tempo, la conquista puramente razionale di questi contenuti è estremamente difficoltosa quando viene affrontata in modo diretto e senza la guida della fede, per cui generalmente, è l’incontro con la Rivelazione, attraverso la Chiesa, quello che getta luce sulle domande fondamentali della vita di una persona, e prospetta la fede come una possibile risposta per la vita. Questa risposta si mostrerà tanto più convincente quanto più costellata di “segni” e di “motivi di credibilità”, risulterà essere la vita di quelle persone che già hanno accettato la fede. Se io vedo che una persona è stata cambiata da Cristo, ha trovato la verità della sua vita, la pace, allora anche se pregiudizialmente sarei ostile alla fede, o almeno indifferente, non posso non interrogarmi, se voglio essere onesto almeno con me stesso.

Per questo l’itinerario oggi più frequente – si sarebbe tentati di dire l’unico possibile, se si eccettuano casi del tutto eccezionali – è quello di chi, convertendosi, accetta in un primo momento per fede e in blocco, tutto il contenuto della Rivelazione (compreso il revelatum per accidens), e in un secondo momento, con la guida di un maestro si pone ad esaminare razionalmente i preambula fidei e i “motivi di credibilità” di Cristo e della Chiesa.

Questo itinerario permette di recuperare, passando attraverso il revelatum per accidens, una nozione di “ragione” ben più ampia e più umana di quella che normalmente viene ereditata, attraverso la cultura contemporanea, e una nozione di “fede” non fideistica, ma ragionevole.

Dal punto di vista pastorale quest’opera di rieducazione della razionalità, di restituzione della retta ragione all’uomo che ha trovato, o ritrovato, o maturato la fede attraverso una seconda conversione, è uno di quei compiti che la Chiesa non può più trascurare se non vuole vedere i suoi fedeli ragionare secondo categorie del tutto non cristiane e neppure autenticamente umane. È infatti a questo punto che l’azione della cultura dei mass media si è inserita per formare una mentalità estranea alla fede e alla dignità vera dell’uomo, in modo che Cristo e l’uomo non vengano concepiti per quello che veramente sono, ma secondo una riduzione mondana.

Si hanno così riduzioni gnostiche, filantropiche, sociologiche, estetiche, intimistiche, ecc., del cristianesimo, nella perfetta convinzione di essere cristiani. E non solo si riducono le categorie teologiche, ma anche quelle antropologiche: i concetti di uomo, di ragione, di libertà, di sentimento, di amore, ecc., sono sostituiti con categorie che sono più illuministiche, gnostiche o marxiste che cristiane. L’impiego di parole cristiane con un significato non cristiano, riduttivo, è l’esca attraverso la quale è stata trasmessa una cultura mondana anche ai cattolici praticanti, e ormai anche agli ecclesiastici. È la forma attuale della “gnosi”.

San Domenico, al suo tempo, dovette lottare contro le eresie e con la sua predicazione e con la formazione culturale di quanti venivano a contatto con le sue comunità, correggeva gli errori dottrinali nei cristiani di allora. Oggi c’è da fare un lavoro ancora previo e più fondamentale: correggere la mentalità a livello dell’umano, della razionalità naturale, perché è impossibile pensare in modo cristiano, e tantomeno cattolico, impiegando le categorie culturali con le quali anche i cristiani, insieme a tutti gli altri, oggi vengono forzati a ragionare.

Per questo motivo, parlando della “coscienza della creazione”, ho preferito iniziare con la prospettiva biblica e solo in un secondo momento mettere a tema alcuni aspetti della ricerca razionale di Dio. Perché la “rivelazione” rieduca anche anche la “ragione” («Una delle funzioni della fede, e non tra le più irrilevanti, è quella di offrire un risanamento alla ragione come ragione», J.Ratzinger, Fede, Verità, Tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, Siena 2005, p. 201).

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