Creazione-con-denaro

 

 

di Gianni Silvestri

 

Da poco è trascorso il terzo anniversario della legge 219 del 2017 sulle “Disposizioni anticipate di trattamento “ (D.A.T. o Cd. “bio-Testamento”), salutata da alcuni come un importante traguardo di civiltà (sulla scia dei “nuovi diritti”, considerati positivi solo perché nuovi, quasi a prescindere dai contenuti).  Per evitare questa superficiale narrazione, ritengo utile evidenziare le principali criticità di una legge che potrebbe riguardare le scelte di tanti  (nessuno può escluderne l’uso, in quanto il consenso informato sulle cure e la partecipazione del paziente al piano terapeutico, sono principi in sé positivi). Pur senza entrare in una minuziosa analisi tecnico giuridica- vediamo come questa legge abbia tradito “le premesse e le promesse”, condizionata da una cultura individualista e relativista:
1) la persona viene lasciata sola in una decisione essenziale per la sua stessa sopravvivenza. Benché il suo consenso sia essenziale, non si garantiscono procedure preventive (con un medico di fiducia ecc.) per la corretta comprensione delle scelte: quasi un “arrangiati e deciditi” da solo; ma quanti sono in grado comprendere procedure mediche complesse (sempre in evoluzione)?
2) Brilla l’assenza dello Stato. Perché le autorità pubbliche, tanto solerti ad imporre corsi, esami, patentini per ogni attività (lavorativa, artigianale, per la patente di guida… persino per raccogliere i funghi…) non prevedono nessun intervento specifico per aiutare la persona a decidere della sua vita, prima di firmare le DAT? (o pensiamo che basti l’occupatissimo impiegato dell’ufficio comunale a spiegarle?). Se si vuol “lasciare il cerino” in mano al futuro paziente, lo Stato dovrebbe aggiornarlo sia prima sia dopo sui progressi delle terapie, delle cure ecc.;  invece nulla di tutto questo è assicurato, con il rischio di trovarsi vincolati a vecchie DAT oramai superate dal progresso scientifico… (e magari incoscienti).
Chi informa preventivamente la persona (e poi l’aggiorna) sulle cure palliative, sulla terapia del dolore che oggi sono in grado (e lo saranno sempre più domani) di alleviare e/o eliminare il dolore senza la necessità di ricorrere a gesti estremi? Chi illustra o aggiorna sulla possibilità finale di sedazione profonda, che eviterebbe la possibile sofferenza di alcune patologie?
(E questo senza alcun accanimento terapeutico che nessuno auspica). La legge 219 non prevede nulla di tutto questo e riduce la firma delle DAT ad un mero adempimento burocratico, privando il cittadino della necessaria informazione: lo Stato non può lasciare la persona sola in scelte difficili (ed irrevocabili se si perde la conoscenza o si è coinvolti in un improvviso incidente o malanno).
3) La scienza medica viene subordinata alle (poco coscienti?) scelte del malato: non è più il medico in “scienza e coscienza” a decidere la cura da approntare, egli è subordinato ai “paletti“ posti dal paziente (non si sa con quale competenza…). Viene meno la necessaria collaborazione terapeutica in quanto il medico, ove pur ritenga che il caso sia curabile, è invece tenuto a seguire le decisioni scritte di un paziente (30 anni prima, quando non esistevano le cure del caso e magari con la persona incosciente).  E ben strano che una società così fiduciosa nella scienza medica (tanto da rendere obbligatori i vaccini pediatrici, o “la chiusura sociale per Covid 19” ecc), trascuri in maniera così marcata il ruolo della medicina, relegando il medico a mero esecutore di scelte altrui.
4) Persino la idratazione e nutrizione sono stati considerati dalla legge come “trattamenti sanitari” per cui il paziente potrebbe ben decidere di non voler essere più nutrito o idratato (per flebo, peg ecc.) ed il medico – pur potendo curarlo – deve farlo morire di fame e sete (e non per la malattia).
5) Ambiguità della legge. Queste scelte legislative sono pericolose perché potrebbero portare non solo alla deriva dell’abbandono terapeutico, ma subdolamente a forme di “suicidio assistito” e addirittura a casi di eutanasia omissiva (illecita moralmente quanto l’eutanasia commissiva).
Di fronte a questi dubbi ed a questi rischi, meraviglia che in questa legge non venga affermato il divieto al suicidio assistito o all’eutanasia (a conferma della sua improvvisazione e/o ambiguità).
6) Mancata previsione dell’obiezione di coscienza del medico: anche nel caso in cui egli ritenga curabile il paziente nel rispetto della sua dignità, può essere costretto a negare persino la sua idratazione e nutrizione (da sempre considerate il minimo naturale di assistenza umana). Viene negato ai medici  (che a gran voce lo richiedevano) «il diritto all’obiezione di coscienza costituzionalmente fondato», come ha riconosciuto persino il Comitato nazionale per la bioetica.
Questa legge, a mio parere lacunosa, è stata approvata nel peggiore dei modi, cioè in tutta fretta. La legge è del 22 Dicembre e le Camere venivano sciolte da Mattarella 6 giorni dopo, il 28 Dicembre 2017 per cui non ci fu il tempo di migliorarla (in Senato i lavori furono limitati a meno di una settimana ed il Governo Renzi “forzò” per la sua approvazione). Preciso di condividere le giuste esigenze della legge sul coinvolgimento del malato nelle cure, sui suoi diritti e sul suo consenso alle varie terapie ecc., ma tali giusti principi sono stati annullati dalle tante criticità sopra riportate di una legge fatta male, in fretta, sulla spinta emozionale di casi eclatanti portati in TV.
La legge risente del limite di una concezione individualista della persona, lasciata sola a decidere (a prescindere dai rapporti familiari) e privata di un sostegno psicologico e medico proprio nel momento della sottoscrizione delle DAT (che presuppongono un’approfondita conoscenza di casi e cure mediche). Viene il dubbio che sia molto più comodo ed economico, per il servizio sanitario, favorire “scelte sbrigative”, rispetto ai costi di una continua assistenza e cura del paziente.  Questa legge – come tante – è “figlia del nostro tempo” e  mostra un relativismo preoccupante in quanto evita scelte di valore sulla vita, trincerandosi dietro la libertà del paziente, senza considerare che la libertà umana non è assoluta, ma va sostenuta verso la costruzione del bene della persona e della società (in nome della libertà non si può certo compiere il male).
Ecco perché la legge deve fondarsi su scelte etiche proprie dell’essere umano, che non può essere ridotto ad un “fastidioso centro di spesa”… La vita umana deve essere considerata un valore assoluto (è sacra per i credenti) in quanto è ben più di un fisico che “perde colpi”, essa coinvolge i sentimenti, (propri, dei familiari, dei “vicini”), la ricerca del vero, il livello spirituale dell’animo umano, unico ad essere “capax Dei” cioè capace di percepire o desiderare un rapporto con il Divino (come ricorda S. Agostino).

Per questi ed altri motivi la Chiesa Cattolica italiana,a vari livelli, ha espresso chiaramente un giudizio negativo su questa legge, come riportato da Famiglia Cristiana già il 19.12.2017. Dopo i giudizi espressi dai due presidenti emeriti della CEI Ruini e Bagnasco si cita l’intervento dell’arcivescovo di Torino Mons. Nosiglia che ha incoraggiato  il superiore dell’Istituto cattolico “Cottolengo” all’obiezione di coscienza contro le DAT. Lo stesso Movimento per la Vita ha invitato i medici cattolici alla disobbedienza civile.  Mons. Angelelli, direttore dell’Ufficio per la salute della CEI, nella successiva giornata del Malato 2018 affermava “La valutazione della legge non può essere positiva. Come cattolici non possiamo riconoscerci in questa legge”. (anteprima di Vita Pastorale pubblicata da Famiglia Cristiana). L’Associazione religiosa Istituti socio-sanitari afferma sulle Dat: “restiamo convinti che lasciar morire di fame o sete una persona apre le porte all’eutanasia”.  Il direttore dell’Avvenire concludeva: ..non possiamo tacere quanto deluda ed allarmi la miopia e la retorica vuota dei troppi parlamentari che hanno votato Si, straparlando del diritto, finalmente riconosciuto, ad una morte degna”.  
Ci limitiamo a queste dichiarazioni specifiche sulla legge approvata, ma sarebbe opportuno considerarle alla luce del magistero papale sulla sacralità della vita, dal suo concepimento alla morte naturale, in quanto dono di Dio non riducibile a seconda delle condizioni esterne (di salute, economiche, psicologiche, sociali ecc.). Tale sacralità induce a difendere la vita dai pericoli dell’aborto, del suicidio assistito, dell’eutanasia, sia omissiva che commissiva, in quanto il comandamento “Non uccidere” è assoluto avendo – prim’ancora che valenza religiosa – valore di legge naturale, accettabile con la semplice ragione (e quindi superiore ogni legge civile).
Giova poi sottolineare che Cristo ha integrato “la legge di Mosè”, (fatta in gran parte di divieti “in negativo”) con il comandamento dell’Amore chiedendo non solo il rispetto dell’antico divieto (“non uccidere”), ma la partecipazione attiva di carità e cura verso tutti, a cominciare dai più deboli:
Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. (Mt 25,3).
Quindi anche da questo invito si evince la necessità di un atteggiamento attivo (“quello che avrete fatto” dice, non quello che avrete solo detto…): non basta quindi la pur giusta denuncia, ci è chiesta la Carità nell’azione personale e sociale.
Questa partecipazione attiva, di tutela verso la vita nelle sue tante manifestazioni,  può essere il punto di incontro per un’ azione comune ad ogni altra identità culturale della società civile, per la creazione di  una mentalità ed un’azione comuni.
 Eccone alcuni:
1) La legge sulle DAT, potrebbe essere migliorata anche nelle criticità sopra evidenziate,  con il potenziamento della sanità pubblica e privata soprattutto nei settori delle cure palliative e della terapia del dolore, per  offrire reali alternative alla paura della sofferenza che spinge a forme di rifiuto della vita. La persona va inoltre informata preventivamente e successivamente alle DAT ed affidata ad un servizio sanitario nel quale vi siano alternative di cura ed attenzione- anche di accompagnamento- ai più fragili.
2)la legge sulla “terapia del dolore” (n 38/2010) va attuata: sono ancora poche le strutture specifiche, i reparti in ospedale, le facoltà universitarie per le relative specializzazioni, la conoscenza della popolazione di tali possibilità.
3) La norme a sostegno dei “caregivers”  vanno potenziate con nuovi e più incisivi provvedimenti a favore di coloro che si occupano dei deboli e delle persone non autosufficienti. Interventi che devono potenziare e superare quelli previsti dalla nota L.104/92 in quanto la pandemia ha reso ancor più pesante il loro impegno, normalmente poco riconosciuto e valutato (con tanti ragazzi problematici che da mesi non ricevono sostegno a scuola).
La legge di bilancio 2021 ha previsto un Fondo, per interventi legislativi sul riconoscimento di tali attività. Speriamo ne non si perda “nei labirinti burocratici”.
4)Il sostegno della natalità e della maternità, deve divenire la priorità di ogni politica sociale in sia per il distruttivo calo demografico, sia perché la famiglia in Italia è anche il primo “ammortizzatore sociale” (persino la prima banca Italiana per gli aiuti ai figli).
Questo sostegno può assumere le più varie forme, dal sostegno ai centri di aiuto alla vita ai vari fondi per un sostegno economico ( “Fondo assegno universale e servizi alla famiglia”, che dal 2021,  comprenderà l’assegno di natalità). Sino ad oggi sono stati previsti ogni genere di bonus (edilizi, vacanze, bici ecc), ma, in confronto, ben poco è stato previsto per la vita e la famiglia.
5) Il sostegno all’adozione nazionale ed internazionale, in quanto è un assurdo che di fronte a migliaia di famiglie disponibili e di minori abbandonati, la burocrazia stia da anni rallentando tutto e tante famiglie sopportano costi elevatissimi per attendere lunghi anni la adozione di bimbi nel frattempo divenuti ragazzi (con le maggiori difficoltà educative).
6) Le forme di sostegno alla cd “adozione a distanza” per l’aiuto a famiglie e comunità delle nazioni in via di sviluppo (molto meglio sostenere una famiglia intera nel suo ambiente e con i suoi legami, che creare masse di disagiati che tranciano i rapporti familiari, spesso per divenire manovalanza per la malavita o per lo sfruttamento sessuale).
7) Il sostegno ai minori non accompagnati che a migliaia sbarcano in Italia. Spesso se ne “perdono le tracce” sia per “l’intervento delle mafie” che per la mancanza di persone o strutture che li seguano o aiutino.
Mi sono limitato solo ad alcuni dei principali temi di impegno “per la vita” nei quali i credenti potranno essere un “segno non solo di contraddizione”, ma di testimonianza di una carità operosa, che cioè non si limita alla denuncia della disumanità di alcune leggi, (aborto, D.A.T. manipolazioni varie su embrioni, utero in affitto, ideologia Gender ecc), ma interviene per operare nello spazio di “umanità” aperto da altre leggi o da aprire con la propria azione.
Senza un’attività positiva e di sostegno attivo nell’ambito dei sopracitati temi, potremmo dar l’impressione di coloro che si limitano alla -pur giusta- denuncia (magari dal comodo divano di casa…). Nella confusa dialettica odierna, inoltre, c’è il rischio che tutti i discorsi diventino “convincenti” valorizzando solo un particolare -magari in sé condivisibile, ma a scapito di altri o della logica complessiva (si sa che “di notte tutti i gatti sembrano neri…”).
In questa condizione, in cui prevalgono le varie opinioni a scapito della Verità, (che anzi non si ricerca in quanto “inesistente o limitante”) spesso la credibilità di una posizione “la fa” la conseguente testimonianza di vita ed è su questo piano che i cristiani “possono marcare una differenza” (un antico detto ebraico ci ricorda che nella vita e per sapere chi sei non conta ciò che hai, né ciò che dici, ma ciò che fai”).
Per questo c’è da lavorare a difesa della vita sui citati fronti, che sono “comuni ed accomunanti” ed nei quali la vicinanza, la solidarietà ed il calore umano possono contribuire a mostrare la verità della cultura della vita, molto più che tanti, pur giusti, discorsi. Questo tipo di “presenza attiva” è la miglior risposta ad una “cultura della morte” che oggi non tenta nemmeno di costruire valide alternative alle scelte estreme e drammatiche (dell’aborto, del suicidio assistito, dell’eutanasia).
L’esperienza degli operatosi pastorali o sanitari conferma invece che la persona, se ben assistita, anche nei momenti più difficili tenda a scegliere la vita e la vicinanza ai suoi cari, rispetto a scelte estreme, dettate spesso dalla solitudine o dallo sconforto.
Ecco, dunque, che in un’ ottica di “carità propositiva ” queste problematiche di ampia rilevanza sociale, potrebbero essere il terreno sul quale edificare quei  “Ponti” da tutti auspicati, essendo temi comuni (se non condivisi) sui quali incontrarsi e misurare persino le reciproche differenti concezioni della vita.
E’ proprio sul tema della vita e della sua ricchezza che, come cristiani, potremo testimoniare una reale differenza con l’odierna cultura dello scarto, per tornare ad essere una risorsa spirituale e materiale per tutti (“Vi riconosceranno da come Vi amerete” …non… da come Vi parlerete).
L’amore integrale per la vita è  il tema che evidenzia maggiormente i limiti egoistici di cui è imbevuta la nostra società, per cui è questo il campo ove si può mostrare l’attrattiva anche esistenziale della proposta cristiana, avendo dalla nostra il Signore, che continua a ripeterci:  
Io sono venuto perché tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza»  (Gv 10,10).
Una tale abbondanza… che durerà in eterno.
Chi può dare altrettanto ?      
In pace                                                                      

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