Una mamma che allatta il suo bambino

 

 

di Clara Ferranti

 

Il Reddito di Maternità, avanzato dal Popolo della Famiglia, è sicuramente una validissima proposta per risolvere il problema della denatalità in Italia e per andare incontro alle donne, e alle famiglie, che per vari motivi, tra i quali primariamente economici, sceglierebbero di abortire. In ultima istanza, poi, occorre dire, questa dolorosa, e sicuramente combattuta, scelta, viene presa dalle donne gravide che si presentano nei consultori o negli ospedali perché, normalmente, soprattutto in mancanza di un CAV attivo, non viene loro spiegato che dentro quel grembo c’è, vivo, un bambino, un essere umano, appartenente alla specie homo sapiens, e non un “prodotto del concepimento”, come volgarmente viene chiamato, cancellando così, già a partire dalla denominatio, la dignità di quell’uomo che ha invece diritto a nascere e a vivere la sua vita.

È così che, evidentemente bisogna ricordarlo, i nazisti reputavano gli ebrei e le categorie umane da sterminare: annientati come persone giuridiche, come persone morali e come individui unici, gli internati erano considerati cavie e mero “fascio di reazioni” animali. Per il bambino che è nel grembo materno non è affatto diverso: egli non gode di personalità giuridica, che invece dovrebbe avere, non è considerato una persona morale ‒ il suo “status” è definito «non moralmente rilevante» ‒ e lo si descrive come “grumo di cellule” (che di fatto è ciò che siamo tutti, sia dentro sia fuori dal grembo materno, e non potrebbe essere diversamente, ammenoché non modifichiamo la materia di cui siamo composti). Tale considerazione, che a nient’altro serve se non a tacitare la coscienza dinanzi all’aborto volontario, risponde pertanto alla medesima logica nazista priva di ogni ragionevolezza, priva del rispetto dovuto alla vita umana, ma anche scevro della benché minima cognizione della sua ontogenesi. La vita dell’uomo inizia nel momento in cui i due gameti si fondono, avviandosi così immediatamente il processo ontogenetico della “persona”, dotata sin dal primo istante di quella capacità autopoietica che l’accompagnerà sino alla morte. In nessun altro modo può essere definito e qualificato questo essere autopoietico se non “individuo”, ovverosia realtà individuale, unica e irripetibile di quell’essere umano, il quale in questo processo passerà attraverso le diverse fasi di trasformazione, crescita e sviluppo fino alla vecchiaia, concludendosi il processo ontogenetico solamente con il suo decesso.

L’aborto non è la soluzione umana ai problemi di una donna che ha una gravidanza “indesiderata”, innanzitutto perché, al di sopra di ogni motivazione, l’aborto è un omicidio in quanto soppressione di un individuo, quindi in sé disumano, che inevitabilmente peserà in primis e dolorosamente sulla coscienza di ogni donna. La soluzione ‒ non “finale”, bensì “definitivamente rivolta al bene della donna, del bambino e della famiglia” ‒ è innanzitutto capire che il mio diritto di donna non può farmi minimamente concepire che ho il diritto di uccidere mio figlio, cioè un altro essere umano diverso da me. È inoltre capire che questa gravidanza inaspettata, che vedo come una tragedia, è invece una meravigliosa opportunità che potrà arricchire la mia vita come donna e come madre, nonché nutrire la vita di coppia: è l’apertura alla speranza che solo l’uomo caratterizza e lo sguardo lungo verso una svolta nella vita, che mi aprirà delle porte cui magari non avrei nemmeno avuto il coraggio di avvicinarmi. La soluzione è infine rafforzare le infrastrutture e il sostegno economico, psicologico e morale per facilitare la scelta non già per la morte di quel figlio ma per la vita, come di fatto già la legge 194 prevede nell’iter, che però non viene applicato.

Diciamo anche che il Reddito di Maternità si può ben configurare come un’applicazione della 194 la quale, infatti, non è una legge “abortista”, bensì di tutela della vita del nascituro e della donna e che prevede solo in estremi casi l’interruzione di gravidanza e soprattutto non prima di aver tentato di evitare la scelta abortiva con ogni altro mezzo e sostegno di tipo psicologico, morale ed economico. Quindi la 194, semmai, ha bisogno di “attuazione” in ciò che lo Stato e i consultori non fanno, e non di farla passare per ciò che non è, un diritto indiscriminato ad abortire.

È a questo tipo di soluzioni che lo Stato e i consultori dovrebbero guardare, anziché essere facilitatori di “pretese” contro la vita, non contemplate dalla legge, e dispensatori di Ru486 e dunque di morte: morte di un essere umano, morte della vita, morte della coppia, morte di una nazione, morte dell’umanità e dell’umanesimo. Scegliamo la vita, non la morte, prima che sia troppo tardi.

 

 

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