di Lucia Comelli

 

Interpellata da Giusy D’Amico, ho cercato di capire se il film Tomboy, della regista Céline Sciamma, sia adatto ad essere proiettato e discusso (rientra nel Progetto Cineforum) in una scuola media toscana o se – come paventato da qualche genitore della scuola in questione[1] – richieda invece un pubblico decisamente più adulto.

Protagonista del film è Laure, 10 anni, appena arrivata in un nuovo quartiere di Parigi con i genitori e la sorella più piccola, Jeanne. Vestita in jeans e t-shirt, e con i capelli biondi tagliati corti, Laure può facilmente essere presa per un bambino (“Tomboy” in inglese vuol dire infatti maschiaccio). E ne approfitta, dicendo di chiamarsi Michael a una vicina della sua età, Lisa, che così la fa entrare in una banda di ragazzini locali appassionati come lei di calcio.

Quando Michael riceve l’invito di andare a nuotare con loro, Laure taglia un suo costume da bagno per renderlo maschile e costruisce un pene di plastilina da mettere al suo interno.

Con il passare del tempo, Michael entra ufficialmente a far parte nel gruppo di ragazzi e si avvicina sempre di più a Lisa, finché un giorno quest’ultima la bacia. Andando a cercare Michael, Lisa viene ricevuta a casa sua da Jeanne, la sorellina di sei anni, la quale capisce dalla conversazione che Laure si è presentata all’amica come un ragazzo. Per evitare che lo racconti ai genitori, quest’ultima le promette di portarla con sé per il resto dell’estate.

Un giorno Michael si azzuffa con un ragazzo la cui madre, in seguito, va a parlare con la mamma di Laure per lamentarsene. Quest’ultima, rimproverata la figlia per essersi finta un maschio, la costringe – vestita ‘da femmina’ – ad incontrare il ragazzo con cui ha litigato e la stessa Lisa per chiarire la situazione. Quest’ultima resta sconvolta nell’apprendere la verità.

Quando Laure va nel bosco per disfarsi del vestito si imbatte nei suoi amici, che l’aggrediscono per scoprire, guardando nei suoi pantaloncini, se è davvero una ragazza.

Qualche tempo dopo, Laure viene riavvicinata da Lisa che le chiede nuovamente il suo nome e stavolta lei si presenta con il proprio.

Presentato in anteprima al Festival di Berlino, nel febbraio 2011, il film è stato proiettato in Italia ad aprile nel corso della 26ª edizione del Lovers Film Festival, il più antico festival europeo a tematiche Lgbtqia+ : ovviamente, nell’ottica dell’attivismo trans, Laure è un ragazzo transgender, comunque sessualmente non conforme.

Eppure, la stessa regista aveva dichiarato:

 «Io credo che la preadolescenza sia un’età molto sensuale, fatta di emozioni e sensazioni molto forti per il semplice fatto che le proviamo per la prima volta. C’è una sorta di tabù su questa età, ci siamo passati tutti ma non ne parliamo mai. I bambini non hanno bisogno di categorie come l’omosessualità, vivono solo di esperienze. Penso che questa storia parli a tutti, perché a quell’età ci siamo tutti travestiti per concederci di essere qualcun’ altro» (Céline Sciamma).

Ho trovato online l’articolo di uno psicologo e terapeuta dell’età evolutiva che analizza il film. Queste sono alcune delle sue considerazioni:

«… In questa complessa fase della vita il preadolescente si trova a confrontarsi con un corpo vissuto come estraneo e minaccioso. Si pensi alle ragazze anoressiche, o alle obese, che cercano di rendere il corpo privo di forme, mascherando così la propria sessualità … In un momento emblematico della narrazione filmica, la madre consegna le chiavi di casa a Laurie legate in un nastro rosa. La ragazzina sostituisce il nastro con uno di colore bianco (si noti, non azzurro) come a dire che vorrebbe evitare lo sviluppo pubertario. Altrettanto emblematica la scena ove l’amichetta Lisa, credendola un maschio, trucca Laurie/Michael da donna coinvolgendola in un gioco di maschere reciproco: non sono più bambine e non ancora donne… Il preadolescente … tenta di riconoscersi davanti alla propria immagine. Preso dalla pluralità di ciò che prova, vorrebbe vedere emergere magicamente una forma buona di sé stesso. La stessa amicizia di Laurie per Lisaci rimanda al bisogno di «doppi» (alter ego, amicizie omoerotiche, gruppo dei pari, ecc.) caratteristico della condizione adolescenziale. Questi diversi doppi assicurano al giovane quegli appoggi esterni, più o meno temporanei, necessari alle sue capacità di identificazioni,  … Durante una gara di lotta, nei panni del maschio dominante, Laurie batte uno dei ragazzini più forti e in premio riceve il bacio di Lisa: momento, questo, che segna il rischio dell’identificazione col maschile … Nella parte finale del film, la madre di Laurie, che ha scoperto l’imbarazzante simulazione della figlia, l’accompagna da Lisa per svelarle la vera identità sessuale di Laurie/Michael: Togliere la maschera a Laurie equivale ad un taglio simbolico – forse traumatico – ma necessario. Laurie e Lisa si incontrano nuovamente e Lisa le chiede: qual è il tuo vero nome? Per Laurie questo è l’inizio di un’autentica relazione con l’altro»[2].

 

Anche da queste poche citazioni, ci si rende conto di quanto la tematica sia complessa: per essere affrontata richiede anzitutto la consapevolezza che nell’età evolutiva i ragazzi non sono affatto adulti in miniatura, per questo l’abitudine degli attivisti … Lgbtqia+ di proiettare su bambini e adolescenti la propria esperienza, etichettandoli e quindi ‘reclutandoli’ precocemente tra le persone sessualmente ‘non conformi’, non ha senso. O meglio, rappresenta una strumentalizzazione politica che crea nei più giovani ulteriori dubbi ed angosce – e lo fa inutilmente – visto che la stragrande maggioranza delle incertezze identitarie si risolve spontaneamente nel tempo[3].   

Tradotto in parole povere, nell’età della preadolescenza esiste una grado di indeterminazione nella personalità che è fisiologico e non deve dare origine a  categorizzazioni rigide: riandando alla mia esperienza, ricordo che a 12 anni oscillavo tra il desiderio di essere un’eroina ‘risorgimentale’ di almeno 14 anni (l’età minima in cui mi figuravo degna dell’attenzione maschile) e la propensione a identificarmi con un cavaliere errante a caccia di draghi (la vita delle principesse, intente a ricamare, mi sembrava di una noia mortale, anche tenendo conto del fatto che ero oggettivamente negata per i lavori donneschi).

Quando poi è arrivata la pubertà, non è stato facile accettare immediatamente i cambiamenti fisici. L’arrivo delle mestruazioni, in particolare, è stato per me fonte di grande afflizione: vedevo le mie compagne di scuola impallidire e soffrire di magagne varie: rimanevano non di rado assenti da scuola, si giustificavano durante l’ora di educazione fisica e talvolta svenivano … La loro debolezza mi irritava: di fronte alla sorte avversa rappresentata ‘in quei giorni’ dal mal di pancia e di schiena, mi sembrava più dignitoso stringere i denti e andare avanti! Quanto al gusto per i travestimenti, la stessa amica Giusy ha dichiarato che le piaceva durante l’adolescenza vestire talvolta in giacca e cravatta o in tuta mimetica, a riprova del fatto che è un’età in cui indossare i panni di un altro può aiutare a trovare una personale definizione!  

Per buona parte del ginnasio, ricordo che – a parte qualche cotta – le amicizie erano sostanzialmente femminili per le ragazze e maschili per i ragazzi, e che – perlomeno tra alcune compagne – erano vissute con ‘appiccicosa’ intensità. Le prime vere coppie si sono formate in classe mia nel corso del triennio ed è stato allora che mi sono riscoperta contenta di essere una ragazza! Questa esperienza, che si è ripetuta con i figli, mi ha fatto capire che, prima di aprirci all’interesse per l’altro sesso, dobbiamo prima consolidarci nell’appartenenza al nostro.

Per questo, lo ripeto: etichettare precocemente i ragazzi, o addirittura i bambini, come fanno le associazioni Lgbtqia+ e chi ne segue anche nella scuola acriticamente l’impostazione, è un abuso[4]! Del resto, uno dei miei poeti preferiti a quel tempo, e cioè Rimbaud, dopo una passione tempestosa di un paio d’anni – quand’era giovanissimo – con Verlaine, ha abbandonato le relazioni omossessuali per il resto della sua vita inquieta e breve.

 

Che dire del film in questione? È un film ben fatto, ma la tematica che affronta lo rende adatto, a mio avviso, ad un pubblico adulto[5]. Quale sarebbe infatti il senso di una simile proiezione tra ragazzini dai 10 anni in poi? Quello di favorire l’inclusione? Ci sono film splendidi, come Billy Elliot, ad esempio, ispirato alla storia di un ballerino inglese, che permettono di discutere di scelte di vita anticonformiste senza rovistare nella sessualità degli allievi, anche se in Italia oggi parlare di patriarcato o di maschilismo, con tante personalità dello spettacolo che giocano sull’ambiguità e l’aria che tira, mi sembra del tutto anacronistico … O il fine di chi ha approvato l’iniziativa – ammesso che una discussione vera e propria alla fine della proiezione avvenga[6] – è proprio quello di sollecitare gli alunni a manifestare pubblicamente le proprie incertezze sessuali? Vi sembra uno scopo accettabile? Noi insegnanti, saremmo disposti a passare un’oretta dialogando sulle nostre inclinazioni e gli eventuali problemi affettivi? E poi, con quale preparazione psicologica specifica, i due docenti referenti dell’iniziativa presenteranno il film e condurranno su queste spinose tematiche un dibattito? E partendo da quale assunto, cioè da quale interpretazione del personaggio di Laure? Da quella, presente anche in diverse recensioni, ma non nelle intenzioni della regista, che si tratta di una bambina appunto ‘non conforme’ e che l’identità sessuale si sceglie, a prescindere dal sesso biologico (teoria della fluidità di genere)? Proprio l’ingresso dell’ideologia gender nelle scuole, soprattutto attraverso i progetti contro l’omofobia[7], ideati e gestiti da attivisti Lgbtiq+, oltre che la sua martellante presenza sui social, hanno determinato negli ultimi dieci anni una crescita esponenziale dei casi, veri o presunti, di disforia di genere, tanto che in diversi Paesi occidentali – come il Regno Unito – si inizia a fare clamorosamente marcia indietro[8].   

I dubbi sulla propria identità sessuale sono estremamente dolorosi: eppure, quello che per la quasi totalità degli studenti era, fino a ieri, pacifico: cioè che se nasci come Maria, sei destinata a diventare una donna, negli ultimissimi anni è diventato, in particolare per molte ragazzine (i 3/4 dei casi di disforia di genere), incerto, tanto da far lievitare in modo esponenziale le richieste di riassegnazione sessuale, con tutte le gravi problematiche fisiche e psicologiche legate a tali pratiche[9].

 Al di là delle presunte buone intenzioni di chi organizza eventi come questo cineforum, non è compito della scuola veicolare questo tipo di messaggi fuorvianti, che rischiano di danneggiare seriamente proprio i ragazzini più fragili e creano divisioni nel corpo docente e tra genitori e insegnanti.           

Confido nella capacità dei docenti della scuola di accogliere ogni studente, a cominciare da quelli maggiormente in difficoltà, valorizzando le peculiarità che li rendono unici, senza addentrarsi per questo in ambiti delicati, che richiedono competenze specifiche e un’interazione continua con le famiglie[10]

 

Note:

[1] Si tratta della Scuola Media “L. Viani” di Viareggio: alcuni genitori hanno contattato l’Associazione Non si tocca la Famiglia di cui Giusy D’Amico è presidente. Lo hanno fatto, non tanto per salvaguardare i propri figli (la proiezione avviene infatti in orario extracurricolare e, correttamente, il dirigente ha chiesto il consenso dei genitori), quanto perché preoccupati della tutela di tutti i minori presenti nella scuola e contrari alla tendenza oggi imperante di entrare, fin dalle scuole elementari o addirittura materne, a ‘gamba tesa’ nella sfera più intima dei bambini. La proiezione è programmata per giovedì 12 gennaio 2023, alle ore 14.30.

[2] Maurizio Cottone, Tomboy – il corpo sessuato nella scena pubertaria, tratto dal Manuale ‘Cinema Adolescenza e Psicoanalisi’, 2013.

[3] Cfr. Manifesto internazionale dell’Osservatorio scientifico multidisciplinare La Petite Sirène. Il documento – che invito tutti a leggere e a sottoscrivere – denuncia la pressione su bambini e adolescenti della propaganda gender e i danni che provoca loro la medicalizzazione invasiva della transizione di genere.

Cfr. https://www.nonsitoccalafamiglia.org/appello-manifesto-europeo-contro-la-propaganda-gender/.

[4]Si registra una passione per le valutazioni, le diagnosi per etichettare i bambini. E con ogni etichettatura si rischia di produrre protocolli o addirittura un nuovo linguaggio o un vademecum (Cfr. transfobia) per non stigmatizzare i bambini che rientrano in queste categorie (autistici, ADHD, trans, ecc.). Ma questo non sta riducendo questi bambini a identità forzatamente cristallizzate? Non c’è il rischio di fare di queste identità – infantili delle bandiere per la causa degli adulti?È opportuno prendersi cura del bambino, cioè dargli la possibilità di crescere, preservandolo dalle proiezioni degli adulti per non confondere il linguaggio degli adulti con quello del bambino”. Cfr. Conclusione, in Manifesto

5 Nella stessa programmazione di Amazon Prime, se ne consiglia la visione dai 13 anni in su.

6 Un Cineforum implica, per definizione, la visione di un film e una discussione, ma mi chiedo – data la natura delle tematiche – se quest’ultima sia realmente possibile tra allievi così giovani.

7 Approvati persuadendo l’opinione pubblica di un’emergenza omofobica/transfobica che in realtà nel nostro Paese non esiste (visto che i dati Oscad la smentiscono). Tra l’altro la visione del film in questione ha ispirato diversi atti di bullismo nella città di Latina. Cfr. Tom Boy: Ecco l’ultimo gioco pericoloso e perverso che impazza tra gli adolescenti, il ‘Secolo d’Italia’, 20 agosto 2020. Senza una visione umanistica complessiva dell’essere umano, gli stessi corsi di educazione ‘all’affettività’ producono spesso effetti opposti a quelli preventivati (si vedano ad esempio le statistiche sulle gravidanze precoci o la diffusione delle malattie veneree in diversi Paesi del Nord Europa).   

[8] Si pensi, ad esempio, alla clamorosa chiusura a Londra della Clinica Tavistock e alla recente uscita nel Paese di nuove linee guida, relative al trattamento della disforia di genere nei minori, che mettono in soffitta il cosiddetto ‘approccio affermativo’.

[9] Cfr. Manifesto … Diverse scuole italiane nell’ultimo biennio, attraverso iniziative come quella della Carriera Alias, hanno dato inizio alla cosiddetta transizione sociale dei minori, anche in assenza di una certificazione medica e del consenso delle famiglie.

[10] A metà dicembre, le associazioni ‘Non si tocca la Famiglia’ e ‘CitizenGo’ hanno consegnato al Sottosegretario all’Istruzione, on. Frassinetti, 50mila firme raccolte da una petizione online contro l’ideologia gender e la Carriera Alias nelle scuole. Cfr. Deriva pericolosa, il Ministero intervenga – Orizzonte Scuola Notizie, 14 dicembre 2022.

 


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