Mario Draghi
Mario Draghi, ex Primo Ministro

 

 

di Mattia Spanò

 

Come credono i cristiani, il Natale è rinnovamento, il presupposto di quel glorioso “ecco, io faccio nuove tutte le cose” pronunciato da Gesù sulla via della croce. Diceva don Luigi Giussani, “l’ora della ri-creazione”.

Molti pensano che credere queste cose sia roba da poveri babbuini, che il mondo vada da tutt’altra parte e che al contrario credere nella Scienza sia l’unica opzione salda e razionale. Come abbiamo ben visto negli ultimi quasi tre anni, del resto.

In alternativa, se proprio si recalcitra all’idea di credere nella Scienza, si può credere alla Reputazione di Mario Draghi. Del resto, Scienza e Reputazione sono sinonimi quasi perfetti. Almeno nel caso del Migliore.

Sotto l’albero, con tempismo quasi praeter-naturale, abbiamo trovato l’intervista dell’ineffabile, il quale ha confessato ad Antonio Polito  che, fra le tante “decisioni difficili” prese, mette quella relativa a “green pass e obbligo vaccinale”.

“Tra i primi in Europa”, specifica, e davvero non si capisce se fosse una specie di corsa campestre con in palio un prosciutto, oppure si senta  come Livingstone alle foci oniriche del Nilo Bianco.

“Sapevo che erano limitazioni delle libertà individuali, ma erano necessarie per garantire a tutti il diritto alla salute, soprattutto ai più fragili”.

No, egregio premier emerito: non si è trattato di “limitazioni”, ma di violazioni dei diritti fondamentali e della nostra Costituzione.

Insistere sul verbo “garantire” qualcosa come il “diritto alla salute” – non la salute, si badi, ma il fumoso diritto “alla” – getta tutti, lei per primo, nel mondo fatato dei diritti disponibili, mercificabili, aleatori, comprimendo l’altrui esistenza sullo stato di necessità e non, come dovrebbe un governante degno di questo nome, sulla necessità di andare oltre i meri fatti ai quali, in fondo e come insegna Chesterton, “si fa dire ciò che si vuole”.

È l’uso artificioso del complemento “alla salute” (cin-cin, presidente) per negare l’oggetto “diritto” che offende l’intelligenza.

La scaltrezza mal animosa si coglie nello slittamento semantico. A luglio 2021 disse che “il green pass garantiva di ritrovarsi fra persone non contagiose”. Non parlò affatto di “diritti”, ma di un’evidenza clinica.

Del resto, in un paese che si è prontamente convertito alla credenza magica che il virus circolasse fra le sei di sera e le sei del mattino (ricordate i coprifuoco?), o che vaccinarsi fosse un “atto d’amore” verso l’altro e un dovere civile, qualsiasi esercizio ginnico linguistico assume un sapore quasi biblico: nessuno obietta nulla, nessuno o quasi chiede conto di simili bugiarde bestialità.

Essere sani non è un diritto ma una condizione: ciò che attiene ai diritti pertinenti è la possibilità, in caso di malattia, di essere curati con farmaci e protocolli adeguati alla patologia, soprattutto sicuri e testati. Non certo affidarsi bovinamente all’oscena pozione alchemica (uso aggettivi di complemento a ragione veduta, io) che si è inoculata alla persone a scapito di tutte le altre possibilità terapeutiche.

È come dire che un assassino limita il diritto alla vita a qualcuno: una formula paludata che nulla significa, e può suonare colta e sapiente solo ai cultori del burocratese, cioè quella nutrita schiera di poveretti che scambiano parole che, pronunciate nella vita di tutti i giorni, scatenerebbero risate convulse e pubblico ludibrio, per termini oggettivi ed esatti se li trovano scritti su una multa. Il linguaggio tecnico si manifesta come la giustificazione che conforta l’idiota nelle proprie malefatte.

È a costoro che si rivolge, presumo, l’insigne Draghi. A quella porzione maggioritaria di gente semi-colta che campa di “nozioni”, è disponibile “acca 24” e si convince che la “resilienza” sia una capacità da coltivare, non una proprietà attinente la fisica dei materiali.

Gente convinta di velare la propria dabbenaggine dietro il vocabolario parallelo del linguaggio tecnico. Quello che chiama i biscotti “prodotto da forno”, i poveri “incapienti” e l’aborto “interruzione volontaria di gravidanza”.

Può farle piacere, esimio Draghi, che la Corte Costituzionale “concordi in pieno con l’impostazione del governo”, e d’altra parte in quanto “nonno” lei ha il “diritto di poter scegliere che cosa fare”. Par di capire che la libertà di scelta sia un beneficio riservato alla terza età. Ti godi la vita quanto sta per sfuggirti di mano. Di nuovo prosit, presidente.

L’intervista merita di essere letta tutta, perché l’unica cosa davvero straordinaria è la capacità di quest’uomo di mascherare il nulla dietro un linguaggio forbito, riservandosi colpi di coda intinta in velenoso disprezzo per essere “paragonato a Bolsonaro” (un altro eletto, come Erdogan e Putin, a differenza sua), e conclude con l’unica affermazione condivisibile: che gli piaccia più fare che raccontare. In effetti dovrebbe evitare la narrazione come la peste, perché gli strafalcioni non si contano nemmeno più.

Non vorrei il lettore pensi che io abbia qualcosa contro Mario Draghi. Il vero segnale di disfacimento non è lo “story-telling” dell’ex premier, mesta scopiazzatura del viaggio di Gulliver a Lilliput, ma col fatto che la maggioranza dei miei compatrioti non colga il valore letterario nelle parole di quest’uomo. In un senso molto preciso, peraltro.

Non è vero che la gente non legge più.  È vero casomai il contrario: legge troppo, e legge male. In pochi ricordano i libri Stalker – di Arkadij a e Boris Strugackij – e Solaris – di Stanislaw Lem, – diventati capolavori di Andreij Tarkovskij.

Lo Stalker è la guida di chi vuole accedere ad un mondo morto, la Zona, dove si celano meraviglie e incredibili tesori, ma entrando nella quale si ha la certezza di morire vittime delle infinite trappole che cela.

In Solaris, invece, astronauti sorvolano un pianeta ricoperto da un oceano vivo, capace di materializzare il subconscio degli uomini, con conseguenze che possiamo definire, con un tiepido eufemismo, indesiderate.

Leggendo le parole di Draghi – che giustamente fa e non narra – provo lo stesso senso di orrore di fronte ad un mondo morto e letale in cui si cerca l’Eldorado, quando quello che ti conduce dove non devi entrare ti avverte che non è possibile che tu ne esca vivo, o migliore di come sei entrato, ma tu avanzi imperterrito.

Draghi è uno stalker capovolto, nel senso di colui che abbandona ogni circospezione, ogni prudenza: lo si capisce dal tono compiaciuto e acritico col quale esamina se stesso e la situazione. Oppure, ancor più propriamente, è il narratore che descrive la Zona morta come un mondo meraviglioso e inevitabile.

Chi è privo del minimo senso di critica e disprezzo verso se stesso andrebbe evitato, non incensato. Al contrario, ammiriamo questi individui competenti, consapevoli di se stessi, sicuri. Il che non ha a che fare con la cultura asfittica di Draghi, quanto con la nostra.

Leggendo le riflessioni del Migliore incappo nello stesso sconforto che provai leggendo Solaris e guardando il film di Tarkovskij di fronte non ad un’Intelligenza Superiore, ma ad una Stupidità Superiore, vale a dire un potere che ignora la misura, il limite, la caducità stessa delle cose umane.

Qualcosa di sinistramente infantile: non a caso Dio Padre è rappresentato come un vecchio (scioccamente adattato ai nostri tempi sciocchi nel ruolo di “nonno”, appunto), proprio per allontanare ogni sospetto della crudele incoscienza tipica dei bambini. Qualcosa di realmente spaventoso.

Draghi è il mimoide – una forma che imita la vita senza serbare memoria né coscienza della morte, e proprio per questo risulta vuota e terrificante – che si ripresenta ogni giorno ed esprime un’idea di vita congestionata in un tempo e uno spazio angusti, ai quali la possibilità stessa della memoria e dell’esperienza è preclusa.

In realtà, l’immagine che Draghi apparecchia è quella di una profonda, apparentemente inarrestabile decadenza, anche e soprattutto scientifica.

Ci vorrebbe più fantascienza e meno scienza. La fantasia è “ciò che si mostra” (ϕαίνω). La fantascienza è conoscenza che rivela gli aspetti profondi, nascosti, della Scienza, e al tempo stesso ammonisce l’uomo “acciò che più oltre non si metta”. Qualcosa di cui, nelle parole di Draghi, non si trova traccia.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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