Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto dal prof. Leonardo Lugaresi, pubblicato sul suo blog, dal titolo originale di “La consegna di Paolo ai vescovi, e a tutti noi. (Discorso di Mileto 3) [Atti degli Apostoli 74)” . Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata. 

 

San Paolo
San Paolo

 

Dalla posizione liminale di uno che sta per compiere il passo definitivo della consegna di sé alla sequela martiriale di Cristo – dunque sulla soglia di un “aldilà esistenziale” (20, 25: «so che non vedrete più il mio volto») – Paolo impartisce ai “suoi” le direttive su come comportarsi nel governo della Chiesa, ora che lui non ci sarà più. Se, da cattolici, crediamo che Tradizione e Scrittura in quanto fonti della Rivelazione divina abbiano pieno valore normativo sulla vita della Chiesa in ogni tempo, le sue parole ci riguardano direttamente, e non c’è “aggiornamento”, “adeguamento pastorale ai tempi che cambiano” o “sinodalità” che tengano. In modo particolare valgono per i nostri vescovi, successori di quegli “anziani” a cui l’apostolo direttamente si rivolgeva in quella remota riunione di Mileto verso la fine degli anni cinquanta del I secolo, ma in generale coinvolgono tutti i cristiani, oggi come di ieri.

Leggiamole dunque con questa disposizione d’animo di semplice ubbidienza, facendo solo qualche minima nota a margine, giusto per non fraintendere le istruzioni che ci sta dando. Prima di tutto vi è l’individuazione delle responsabilità: Paolo rivendica di avere adempiuto alla propria, e in questo modo addita implicitamente, ma chiaramente, quella che invece spetta ai suoi successori. «Per questo dichiaro [prendendo] voi come testimoni (μαρτύρομαι ὑμῖν) in data odierna che io sono puro del sangue di tutti: non mi sono infatti sottratto [al compito di] annunciare a voi l’intero progetto di Dio (πᾶσαν τὴν βουλὴν τοῦ θεοῦ)» (20, 26-27). Essere puro del sangue di qualcuno è un’espressione biblica che significa non essere responsabile della sua morte; morte spirituale, in questo caso. Ora, che cosa toglie al cristiano la responsabilità per il peccato e l’impenitenza altrui? L’aver annunciato a tutti «tutta la volontà di Dio», dove l’accento va messo equamente sul sostantivo e sull’aggettivo: annunciare il progetto di Dio sul mondo e sull’uomo, e non qualcos’altro (non qualcosa che sia “farina del nostro sacco”, che poi vuol dire farina del sacco del mondo); e tutto il progetto, non solo una parte, ad esempio quella che a noi pare più accettabile o più gradita a chi ci ascolta. Certo, per ciascun uomo l’aggancio al cristianesimo esistenzialmente avviene sempre a partire da un singolo punto, che sarà di regola quello che più colpisce ed intercetta la sua mentalità e le sue esigenze, e l’evangelizzazione seguirà questa logica, evitando di impelagarsi in mille spiegazioni previe e mille approfondimenti intempestivi, ma non si deve mai dimenticare un dato fondamentale: il cristianesimo non è esoterico. Non si può comunicare solo in parte, non vi sono gradi o livelli diversi di iniziazione alla verità, che, dal momento in cui la Chiesa ha ricevuto il dono dello Spirito Santo, è sempre e per tutti «la verità tutta intera» (Gv 16, 13). C’è una pedagogia, beninteso, nell’introdurre a tale verità, ma è una pedagogia aperta al compimento: a nessuno è lecito proporre un “cristianesimo ridotto”, ad usum delphini. La profondità di penetrazione nei misteri della fede varia certamente, da persona a persona, almeno quanto i talenti della parabola, ma tutti, dal più sapiente dei teologi al più sprovveduto dei catecumeni, hanno diritto di riceverne ugualmente l’annuncio integrale dalla Chiesa.

«Badate a voi stessi (προσέχετε ἑαυτοῖς) e a tutto il gregge nel quale lo Spirito Santi vi ha posti come guardiani (ἐπισκόπους) a fare da pastori della Chiesa di Dio (ποιμαίνειν τὴν ἐκκλησίαν τοῦ θεοῦ), che [Egli] si è acquistata col suo proprio sangue (διὰ τοῦ αἵματος τοῦ ἰδιου)» (20, 28). A ciascuno il suo: dopo aver rivendicato puntigliosamente di aver fatto il proprio dovere (cfr. 20, 18-25), Paolo addita agli anziani della chiesa di Efeso il compito che spetta loro come episkopoi. Che cosa significa questa parola? A questa altezza cronologica (probabilmente gli anni ottanta del primo secolo) l’organizzazione gerarchica delle chiese e la relativa nomenclatura erano ancora molto fluide. Le informazioni di cui disponiamo sono poche e non univoche, ma possiamo ritenere che la distinzione tra episkopoi e presbyteroi sia ancora molto incerta e che l’episcopato monarchico, chiaramente attestato almeno nel caso di Antiochia dalle lettere di Ignazio agli inizi del II secolo, quando Luca scrive sia ancora lungi dall’essersi affermato. La sostanza però è che sin dall’inizio le comunità cristiane sono caratterizzate, come elemento strutturale, dalla presenza di una funzione autorevole, esercitata dai membri più maturi nella fede (e perciò detti presbyteroi, cioè “anziani”) incaricati di “sorvegliare / custodire” (a questa idea rimanda il termine epi-skopos) i confratelli. La Chiesa ha dunque dei “capi”, ma non dei padroni, non dei proprietari: gli anziani-vescovi a cui Paolo si rivolge sono addetti alla «Chiesa di Dio». Questa tipica espressione paolina, qui significativamente ripresa da Luca (il Paolo di Atti mai come in questo discorso parla la stessa lingua del Paolo delle Lettere), dobbiamo intenderla nel suo valore pregnante: la Chiesa, cioè l’assemblea dei convocati (questo vuol dire ekklesìa), è di Dio, e di nessun altro: la sorveglino dunque, la custodiscano e la governino i pastori, ma non s’azzardino a voler fare da padroni della fede di nessuno (cfr 2 Cor 1, 24), perché il gregge è di Cristo, che se l’è comprato a caro prezzo. (Si noti per inciso la densità semantica della frase che concentra in una sola le due affermazioni: “la Chiesa è di Dio” e “Gesù Cristo l’ha acquistata col suo sangue”. Cristo è Dio. La fede che dovrà essere svolta, spiegata e approfondita a Nicea e poi per tutto il IV secolo, in nuce c’è già tutta).

«Io so che dopo la mia dipartita entreranno tra voi (ἐις ὑμᾶς) dei lupi terribili, che non risparmieranno il gregge, e che di mezzo a voi stessi (ἐξ ὑμῶν ἀυτῶν) sorgeranno degli uomini a dire cose distorte (διεστραμμένα) per attirare i discepoli dietro di loro. Perciò vigilate (γρηγορεῖτε), ricordando che per tre anni, notte e giorno, non ho cessato, tra le lacrime, di mettere in guardia (νουθετῶν) ciascuno di voi» (20, 29-30). Forse i miei meno che venticinque lettori diranno: “profetico! Ecco esattamente la situazione della Chiesa di oggi!”. Nel caso, mi sentirei di correggerli: ecco la Chiesa di sempre. La denuncia delle incursioni dei lupi rapaci – che qui è la probabile espressione di un disagio vissuto già nel cristianesimo degli anni ottanta del primo secolo – diventerà un topos sempreverde della pubblicistica ecclesiastica, e lo stesso si può dire dei “cattivi maestri”. Con ragione: gli uni dall’esterno e gli altri dall’interno in tutti i secoli hanno afflitto e messo alla prova il cammino della Chiesa. Studiare la cui storia, perciò, serve tra le altre cose anche a diventare al tempo stesso più consapevoli e meno angosciati dalla penosa situazione in cui essa versa attualmente. Aggiungo solo una nota circa i cattivi maestri, che oggi sono forse più pericolosi dei lupi rapaci. Paolo li caratterizza con due tratti: insegnano dottrine “distorte” (diestrammena è participio di diastrefo, e significa appunto, “pervertito, distorto”), e bramano strappare discepoli per legarli a sé. Sono indicazioni preziose anche oggi per noi: se l’errore è, come diceva Chesterton, una verità impazzita, nel cristianesimo l’eresia si pone sempre come una “torsione”, una forzatura, una riduzione o un fraintendimento della “Verità tutta intera”. I cattivi maestri si riconoscono anzitutto perché insegnano un cristianesimo “torto”, cioè rattrappito, piegato, gonfiato o mutilato, che però conserva sempre una traccia della bellezza originaria, magari addirittura resa in sé più vistosa proprio in quanto separata dal resto e assolutizzata. Se così non fosse, non avrebbero alcun fascino e non sarebbero pericolosi perché non attirerebbero nessuno. Il secondo tratto distintivo è l’autoreferenzialità: chiamano a sé, in ultima analisi (e nel far questo diventano pericolosi anche se non dicono cose formalmente sbagliate).

Che devono fare gli episkopoi? La risposta di Paolo è netta: comportarsi come lui, stare con gli occhi bene aperti – (questo vuol dire il bel verbo gregoreuo, “stare sveglio, stare all’erta”, da cui deriva il cristianissimo nome di Gregorio: nome da papi, fra l’altro, che nessuno porta più da quasi due secoli …) – e mettere in guardia ogni cristiano, nessuno escluso, dai lupi e dagli impostori di cui sopra. Anche questo verbo è significativo: noutheteo è un composto di vous e tithemi e vuol dire “porre in mente”, “avvertire”, “far pensare”. Far pensare (bene) i cristiani: un compito che potrebbe sembrare minimale, rispetto ad un certo protagonismo (anche mediatico) di cui la gerarchia ecclesiastica oggi si sente investita (come se ai pastori spettasse tutta la vita del gregge), ma è in realtà così impegnativo ed arduo che tanti di loro ne rifuggono.

Leonardo Lugaresi

 


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