Italiani e la campagna di Russia nella Seconda Guerra Mondiale
Italiani e la campagna di Russia nella Seconda Guerra Mondiale

 

 

di Lucia Comelli

 

La notte di Natale del 1942 Eugenio Corti, Sottotenente di artiglieria (trentacinquesimo corpo d’armata, in ritirata dal fronte del Don), vive il momento più drammatico della sua esistenza: è certo che la fine sia vicina. Allora fa una grande promessa alla Santa Vergine, cui era devotissimo: se mi concedi di tornare a casa, io informerò tutta la mia vita al secondo versetto del Paternoster, diventerò scrittore per il regno, per la gloria di Dio! Da quella notte fino alla morte, avvenuta il 4 febbraio 2014, la scrittura è diventata la sua vocazione e il suo mestiere[1].

Il cavallo rosso, un romanzo storico a sfondo autobiografico (moltissimi dei fatti che l’autore vi narra li ha vissuti in prima persona), costituisce un mirabile affresco del Novecento e dei suoi drammi, che permette al lettore di immedesimarsi con quegli eventi e, in qualche modo, di riviverli. Favorendo una comprensione profonda del nostro recente passato, senza la quale non è possibile capire adeguatamente il presente, esso rappresenta un’autentica provocazione per libertà di noi moderni[2] e un aiuto ad affrontare alcune delle sfide più urgenti della società odierna. Gli spunti sottostanti intendono favorire una riflessione sull’attualità culturale e ‘politica’ di questo romanzo allo stesso tempo letterario e storico e, per certi versi, filosofico e teologico[3].

La forza di appartenere a un popolo I protagonisti del romanzo – giovani ventenni come Ambrogio, Stefano, Michele, Luca, Pierello e Manno – sono uomini che appartengono a un popolo e trovano la forza per affrontare le prove dell’esistenza, anche le più tremende, in questa comune appartenenza/identità. Le famiglie di origine – in primis le famiglie Riva e Giovenzana – e quelle che si vanno formando e i rapporti di amicizia, che i diversi personaggi vivono in modo intenso, sono la struttura portante dell’intero romanzo. Ma questo popolo è originato dalla fede cristiana e fondato in essa[4]. Una fede operosa, vissuta non in modo intimistico, ma professata apertamente, che viene trasmessa di generazione in generazione, grazie alla presenza e al sostegno della Chiesa cattolica. Questo vale sia laddove le condizioni sono favorevoli, come nella Brianza della prima parte del romanzo – una terra di tradizione cattolica, in cui gli uomini vivono in armonia con la natura – sia laddove questo popolo diventa minoranza, osteggiata se non addirittura perseguitata, come nei lager russi o nel contesto della secolarizzazione che – dopo il conflitto – colpisce anche la terra in cui Corti è nato e vissuto.

Mostrando questa esperienza, il romanzo propone una vera e propria alternativa alla nostra epoca, in cui – diffondendosi e radicalizzandosi il processo di secolarizzazione – si è affermato un modello di vita edonista ed individualistico disumano: l’esistenza, infatti, non può realizzarsi a prescindere dalle relazioni da cui scaturisce e che la costituiscono, orizzontalmente, con gli altri uomini e, verticalmente, con Dio.

Nel 1983, in una delle prime recensioni del volume, il filosofo Adriano Bausola ha osservato che a Corti preme soprattutto mostrare al lettore che questa concezione non è utopia, ma è stata vissuta da tanti, in intere società. Per questo, essa diventa una sfida coinvolgente per il lettore contemporaneo[5].

Aggiungo che, anche dal punto di vista artistico, solo approfondendo la realtà di un’umanità concreta, si può raggiungere l’essenza dell’uomo in quanto tale: per questo i contenuti della narrazione di Corti, che partono dall’amore per la propria gente, assumono un valore universale e come tale comunicabile a tutti (si pensi all’edizione giapponese del romanzo): anche l’autore del libro – come Platone – riteneva infatti giustamente che la bellezza fosse lo splendore del vero. In tal senso, il processo di globalizzazione, che per volere delle élites mira a livellare ed uniformare differenze/identità (persino quella sessuale) e con essa ogni forma di appartenenza, non produce una vera comunicazione tra gli uomini, ma solo la distruzione della cultura e la dissoluzione del tessuto sociale. All’omologazione progettata dall’alto bisogna dunque resistere.  

Alla ricerca della verità della vita e il dramma della libertà di fronte al male Tutto il romanzo è pervaso, come gli altri scritti di Corti, dal desiderio di conoscere il vero (cioè la realtà in tutte le sue dimensioni). È questo desiderio che spinge l’autore a scegliere come fronte militare di destinazione quello russo[6], perché egli vuole conoscere direttamente, al di là delle interpretazioni propagandistiche e ideologiche, quali siano davvero le conseguenze dell’esperimento del comunismo sovietico, ovvero del suo gigantesco tentativo di redimere l’uomo e la società al di fuori di Cristo e del cristianesimo, anzi contro Dio[7].

In Russia, in particolare durante i 28 giorni della ritirata, l’autore sperimenta di persona – nell’atroce gelo invernale – la crudele ferocia della guerra e la disperazione per la morte incombente. Sopravvissuto a tale inferno[8], il sottotenente Corti racconterà la tragedia della ritirata in un diario (I più non ritornano) pubblicato nel 1947, e nelle relative pagine de Il cavallo rosso rimangono indimenticabili, in particolare, quelle che narrano le eroiche battaglie ingaggiate dagli alpini per aprire la strada alle migliaia di sbandati.

Nel romanzo compaiono, oltre agli orrori della guerra, le terribili conseguenze delle due maggiori ideologie del XX secolo: il comunismo e il nazismo. I genocidi compiuti non sono infatti attribuibili unicamente alla brutalità di dittatori spietati come Hitler o Stalin, ma rappresentano l’inevitabile conseguenze delle ideologie stesse una volta applicate […]. Entrambe derivano da un lungo processo di secolarizzazione e ateismo iniziato nel Cinquecento, secondo il quale, estromettendo Dio dalla società, è possibile trasformare la natura dell’uomo per costruire una società perfetta. Per realizzare il paradiso in terra- cancellata la consapevolezza del peccato originale, lo si ritiene un traguardo politico possibile – queste utopie giustificano qualsiasi delitto, ma l’esito è stato un vero inferno. Nel libro è l’aspirante scrittore Michele Tintori (alter ego di Corti) che si prefigge di realizzare un’opera in cui: far confluire i fili del processo di scristianizzazione che […] aveva portato ultimamente ai forni crematori di Auschwitz e al cannibalismo di Crinovaia e degli altri lager sovietici[9].

Studiando i sacri testi del marxismo egli ha compreso con chiarezza che: “le idee più importanti in essi contenute procedevano dalle medesime fonti anticristiane da cui procedevano anche i comportamenti nazisti: dall’idealismo tedesco, e più su dall’illuminismo sei e settecentesco, è più su ancora dalla ribellione di Lutero e dall’antropocentrismo rinascimentale” nonché “da alcune linee di pensiero anticristiane derivate da quelle stesse fonti come, per esempio, il darwinismo […] In sostanza Michele si era reso conto che marxismo e nazismo avevano un numero straordinariamente elevato d’antenati in comune, erano cioè dello stesso sangue. E infatti entrambi – in un’antitesi ormai quasi perfetta col cristianesimo, che è amore – si esplicavano attraverso analoghi meccanismi d’odio: soltanto mentre nel marxismo c’era una classe redentrice (il proletariato) chiamata a rovesciare e ‘reprimere’ le altre classi, nel nazismo c’era invece una razza eletta, chiamata a dominare e ad asservire le altre”[10].

Quanto alle conseguenze storiche di queste ideologie, da numerose pagine del libro emergono le incredibili atrocità subite dalla popolazione russa ad opera non solo dei tedeschi, ma anzitutto per decisione del proprio governo: l’enorme deportazione dei culachi, cioè dei piccoli/medi proprietari che si erano opposti alla collettivizzazione della terra, e la conseguente, spaventosa carestia che nel 1932-1933 aveva portato alla morte per fame di milioni di persone[11].

In particolare, dalle riflessioni del caporale Nichiténco, apprendiamo che: non c’era neppure un russo … che non avesse avuto almeno un familiare ucciso o deportato dai comunisti; il pericolo continuo d’essere portati via dai cechisti [la polizia politica] e la conseguente paura, da anni accompagnava ogni russo giorno e notte.[12]  Parallelamente, il sottufficiale, appare quasi incredulo per l’insipienza della condotta tedesca: i suoi conterranei avrebbero accolto l’avanzata della Wehrmacht come una liberazione, se le efferate crudeltà compiute dai nazisti – che egli non manca di denunciare – non li avessero spinti ad una disperata resistenza contro gli invasori.

In ogni caso, Corti mostra attraverso il comportamento dei suoi personaggi come la libertà dell’uomo – anche nelle condizioni più estreme, causate dalla guerra e da queste ideologie criminali – giochi sempre un ruolo fondamentale: non si può scaricare sulle circostanze avverse tutte le proprie responsabilità! Per questo, il suo romanzo e la testimonianza della sua vita, ci spronano, come cristiani, a non conformarci alla mentalità del mondo!

In terra come in cielo Per quanto l’autore abbia studiato in modo approfondito le dinamiche storiche, economiche e sociali delle vicende narrate (la scrittura del Cavallo rosso si è prolungata per undici anni), il suo desiderio di verità non trova piena soddisfazione in una conoscenza puramente intellettuale: nelle pagine del romanzo, come nella sua vita, il rapporto con la Verità si traduce in una vocazione/ compito che accompagna ogni aspetto dell’esistenza. Il vero non è in effetti una creazione dell’intelligenza umana, ma una misura che la trascende e alla quale la vita è chiamata a conformarsi: se l’uomo accetta l’intervento di Dio nella propria esistenza e nella storia – pur tra fatiche, tradimenti e sofferenze, è destinato a vedere realizzato il proprio desiderio di bene e la domanda di felicità che urge nel suo cuore. È il grande tema della Provvidenza, la quale realizza questo bene per l’uomo in una prospettiva escatologica[13]: da questo punto di vista, Il cavallo rosso è il romanzo del trionfo cristiano del bene sul male […] nella luce eterna di Dio (Cornelio Fabro). Tutto il romanzo richiama fortemente, ad esempio attraverso le morti di alcuni dei personaggi, come quella di Manno Riva,[14] e il riferimento agli angeli che intervengono più volte nel racconto, la convinzione che la vita degli uomini non si esaurisca nella vita terrena. Per questo, come evidenziato dal card. A. Scola, l’opera di Corti può aiutare a correggere ‘lo spiritualismo’, vale a dire: l’errore, oggi assai diffuso anche tra cristiani, che separa la vita terrena dalla vita eterna, come se fossero due realtà, mentre sono un’unica cosa.[15]

I cattolici non possono rinunciare, quindi, partendo dalla loro fede in Cristo e dall’appartenenza alla Chiesa, alla costruzione del bene comune. Questo significa declinare la propria fede in ogni ambito: culturale, sociale e ‘politico’. Così fece lo stesso Corti, sospendendo per alcuni mesi la stesura del suo romanzo, per vivere da protagonista, nel 1974, la battaglia referendaria contro il divorzio, di cui intuì, a differenza di molti altri cattolici, il suo devastante impatto sociale e culturale.

 

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Note:

[1] In questo percorso Corti è stato aiutato dall’incontro con grandi maestri, quali Don Carlo Gnocchi, con il quale aveva vissuto la ritirata di Russia, e il professor Mario Apollonio – preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

[2] Cfr. Giulio Luporini, Il Meeting rilegge “Il cavallo rosso”, autentica provocazione per noi moderni, Tempi, 15.08.2023. Presidente dell’associazione culturale Tu Fortitudo Mea, l’autore è tra i curatori della mostra di cui parla nell’articolo. Nella presente relazione faccio mie alcune delle sue intuizioni.

[3] Il cavallo rosso è anche un romanzo apocalittico a partire dal titolo riferito al sesto capitolo del libro di San Giovanni Apostolo (dove si parla proprio dei Cavalieri dell’Apocalisse). La prima sezione del romanzo si intitola appunto il cavallo rosso, poi segue il cavallo livido e infine appunto l’albero della vita: il cavallo rosso (la guerra) e il cavallo livido (la fame e la morte) inviano alle forze del male che si scatenano sulla terra per contendere a Dio il suo regno: forze rappresentate dalla Seconda Guerra mondiale e in particolare dai totalitarismi dell’Unione Sovietica e della Germania nazista di Hitler che – allontanatisi da Dio – hanno prodotto tutta una serie di atroci violenze: persecuzioni, di deportazioni, carestie … di cui questo romanzo ci offre una fenomenologia, a volte addirittura raccapricciante. L’ultima parola nell’Albero della vita è quella della speranza che si apre al trionfo del bene …

[4] Cfr. Luporini, Il Meeting rilegge …, op.cit.

[5] Ivi.

[6] Durante la seconda guerra mondiale Hitler, a partire dal 22 giugno 1941, attacca l’Unione Sovietica con grande dispiegamento di forze e penetra in profondità nel territorio russo. L’anno successivo, per volontà di Mussolini, si costituisce l’Armata italiana in Russia (ARMIR) impiegata lungo il fronte del Don. L’avanzata dei tedeschi e dei loro alleati è rapida sino a novembre, ma – a partire dal 19 dicembre 1942 – il contrattacco dei Russi, sfondata la linea del fronte, spinge l’ARMIR ad una disastrosa ritirata.

[7] Cfr. Il cavallo rosso, Ares 2021, p.111.

[8] Solo 4 000, di cui tre quarti feriti o congelati, dei 30.000 soldati del 25º Corpo d’armata italiano faranno ritorno a casa, Ivi, p. 24.

[9] Catalogo della mostra Il cavallo rosso di Eugenio Corti. Le prove della storia, il lievito della vita, p. 28.

[10] Cfr. Il cavallo rosso, Ares 2021, pp.170-171.

[11] Ivi, p.181.

[12] Catalogo, pp. 28-29. Gli arresti di massa erano resi possibili dall’articolo 58 del Codice penale dell’URSS, formulato in termini talmente generici e vaghi, da consentire l’arresto di chiunque per attività controrivoluzionarie.

[13] Cfr. Luporini, Il Meeting rilegge …, op.cit.

[14] Manno (personaggio ispirato alla figura del ufficiale vicentino Giuseppe Cederle, morto da eroe a Montelungo)  per tutta la vita sostiene che il Signore gli ha dato un compito: quando il governo legittimo italiano dichiara guerra alla Germania (20 ottobre 1923) egli organizza con altri volontari il “Primo raggruppamento motorizzato” italiano, in linea nel settore della Quinta armata americana.  La sua convinzione vacilla quando, nella battaglia di Montelungo (avamposto di Montecassino) perde l’uso delle mani proprio mentre guida i suoi uomini all’assalto contro i Tedeschi: come potrà ora servire la Provvidenza? Colpito da una mitragliata, mentre sta per morire, comprende che la Provvidenza l’ha destinato a collaborare all’inizio della risalita dell’Italia e negli ultimi istanti ringrazia Iddio. In seguito, grazie anche alla sua azione, si formerà il Corpo Italiano di Liberazione. Anche Corti, dopo l’Armistizio, aderisce all’esercito regolare: un’esperienza che diventerà materia di un altro racconto, pubblicato in forma definitiva nel 1994 con il titolo Gli ultimi soldati del re.

[15] Cfr. Luporini, Il Meeting rilegge …, op.cit.

 


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