mobilitazione_antifascista

 

 

di Mattia Spanò

 

Su Antonio Scurati e il suo pezzo di bravura antifascista, parto dall’oggetto. Il fascismo è così interessante e dibattuto, spesso a vanvera, perché si tratta dell’ideologia politica che meglio incarna la foce peristaltica della modernità atea. L’essere moderni, alla moda e bovinamente atei, è l’ossessione dei più. D’altra parte occorre piacere e farsi piacere una vita priva di sbocchi, senza trinciare giudizi etici ed estetici che potrebbero ricordare alle persone che le cose hanno una fine. Ecco il motivo per il quale né il fascismo, né l’antifascismo, avranno mai una fine: perché sono moderni. La modernità sottratta a qualunque tipo di giudizio, men che mai quello di una divinità, è infinita.

Il riferimento a Dio non va inteso in senso confessionale o spirituale, ma come presentimento di una forza intelligente e perenne che predilige e sovrasta la vita degli uomini. Brevemente: ciò che rende l’uomo tale, sottraendolo al riconoscimento malmostoso e ondivago dei suoi simili. Questa forza è all’origine della civiltà cristiana come del diritto romano e la filosofia greca. Soprattutto, è una forza intellegibile e partecipabile dall’uomo.

I dioscuri del fascismo sono stati due: una certa mediocrità soffusa e blaterata eretta a pensiero alto, e una passione igienica per lo Stato-dio, l’unico ente capace di sedare i conflitti naturali tramite il monopolio della violenza, ovvero il suo impiego omeopatico preventivo. Monopolio della violenza che non è più straordinario, ma ordinario, e non va confuso con la mera aggressione fisica, che al limite ne è il coronamento in mancanza di alternative. Il fascismo ha bisogno di zombi militarizzati, non di uomini vivi morti.

L’idea fascista è che il mondo e l’uomo siano impuri, da mondare, possibilmente stravolgere. Mentre nel cristianesimo, nel diritto romano e nel pensiero greco questa operazione di pulitura era riflessa nell’educazione del singolo e riguardava movimenti interiori sempre sottomessi alla realtà delle cose, il fascismo dispone una diade radicale: o ti adegui al potere, oppure il potere ti rimuove come elemento spurio.

L’ager publicus è la sede della coscienza individuale del cittadino – lo spazio fuori dalla città come spazio interiore – ed esige l’homo publicus in un senso che proporrò tra poco. In senso sbrigativo, il potere è ovunque. Ergo, la violenza costante è ovunque.

Nelle grandi civiltà – il fascismo fu, anche plasticamente, lo scimmiotamento di una grande civiltà – questo processo di purificazione era rivolto a sottrarre il singolo dallo stato di natura ed era, almeno idealmente e con alti e bassi, giustificato. Tanto è vero che la grande civiltà evase i confini delle comunità nazionali, sopravvivendo persino alla propria fine politica.

Nel fascismo all’esterno del perimetro fissato dalla volontà del potere non c’è traccia di questa giustificazione, né alcuna promessa oltre il banale funzionamento della comunità statuale. E questo perimetro che rinnega se stesso riguarda la compressione e l’azzeramento dello spazio interiore, al punto che il potere insegue l’uomo che lo fugge, e può farlo perché ha abolito limiti e confini interiori. Per il fascismo, come per la modernità atea, l’uomo è un involucro semplificato, pieno di niente.

La democrazia è lenta e disfunzionale proprio perché restituisce la complessità della moltitudine, rappresenta un’interiorità manifesta, laddove al contrario il fascismo funziona perché riduce la moltitudine a monade: un uomo solo e indistinguibile dagli altri, che non pensa, non si sacrifica ma assente.

Se ogni cittadino andasse a spasso con due cetriolini infilati nelle orecchie o con un sacco della spazzatura opportunamente forato al posto della camicia, non ho dubbi che la società tutta funzionerebbe perché coloro che mettessero a punto disposizioni del genere direbbero che lo fa, e la gente non avrebbe nulla da obiettare almeno per un certo periodo di tempo, dopo di che, alè, si cambia: via i cetriolini e dentro i bulloni alle dita dei piedi.

Architrave del fascismo è infatti la palingenesi della società: un continuo fuoco distruttore, e una continua rinascita dalle ceneri. Tale palingenesi si persegue attraverso l’insensatezza delle norme, che sussistono in quanto norme “normali”, cioè contrabbandate come ovvie. L’insensatezza serve ad abituare la gente a se stessa. Mascherine no, poi mascherine sì, vaccinarsi non come misura sanitaria ma come alto dovere civico (vale il discorso del cetriolino, con la differenza che il cetriolino non presenta effetti collaterali), vietare il gelato dopo mezzanotte, acquistare macchine per procedere a passo di bicicletta, e tante altre amenità che diventa pedante elencare.

La furibonda polemica sul monologo antifascista di Antonio Scurati – che, intendiamoci, ha tutto il diritto di dire ciò che vuole dove lo invitano a farlo – vietare il quale sarebbe sintomo di fascismo vivo, vegeto e che lotta insieme a noi. Sul piano intellettuale, constato e prendo atto che siamo passati dalla critica al fascismo di Pasolini all’appello di Scurati al governo Meloni di pronunciare la parola “antifascismo” rinunciando ad una presunta discendenza da quel fascismo.

Una forma alata di pensiero magico: dici “antifascismo” e puff, il fascismo sparisce. Trovo curioso che Scurati richieda questa abiura pubblica delle proprie radici come certificazione di purezza antifascista, quando uno dei tratti più marcati del fascismo è proprio la soppressione della dimensione interiore: l’uomo esiste in quanto homo publicus. Dall’homo sapiens (la conoscenza presuppone la coscienza) all’homo publicus: esisti e sussisti perché gli altri riconoscono che lo fai.

Meloni potrebbe mentire affermando il proprio antifascismo e al tempo stesso coltivando un fascismo esasperato dall’abiura, nella propria coscienza e quindi nell’azione politica, senza che nessuno batta ciglio. Scurati si guarda bene dal rilevare che Giorgia Meloni è andata al potere promettendo mari e monti facendo l’opposto logico una volta insediata.

Questo fatto non turba minimamente lo scrittore, eppure costituisce la prova provata del fatto che arieggiare di antifascismo non mette al riparo dal fascismo. Infatti la verità sul discorso di Scurati è che un fascista potrebbe applaudirlo quanto un antifascista, se non più addirittura con più entusiasmo.

Scurati è lo stesso intellettuale che implorava Draghi di restare al governo adducendo, fra gli altri, il raffinatissimo argomento che il Draghi medesimo sarebbe “un uomo di straordinario successo” che ha “bruciato le tappe di una carriera formidabile”, scusandosi in anticipo col destinatario per questa richiesta ardita. Immagino abbia dovuto fare appello ad un coraggio che nemmeno sapeva di avere, il dissidente Scurati. Draghi, tu sei la luce.

Dettagli? Non esattamente. Scurati, e con lui la pattuglia di antifascisti militanti che pretendono di sfruttare le forche erette dal sistema fascista per i loro comizi terminali, è molto abile a identificare il fascismo in termini di verità storica, molto meno ad ammettere che il fascismo è il metodo di governo prediletto dai regimi occidentali in questo scorcio della storia.

Il fascismo, nella sua epifania escatologica e scatologica, si manifesta come violenza al cittadino con il consenso e l’approvazione del cittadino stesso. Gli intellettuali à la Scuratì servono precisamente a questo: a vanificare l’opposizione al potere vigente, che è un potere radicalmente fascista, cioè un potere che sopprime coscienza e conoscenza fra gli applausi delle masse. Per eterogenesi dei fini servono a cementare il fascismo col vaniloquio, conducendo masse di camicie nere a credere di essere sinceramente democratiche solo perché tutti indossano una camicia fucsia o arcobaleno.

Scurati, e con lui la pletora di indignati per il trattamento a lui riservato, geme non per ciò che pensa del governo “Messolinoni”, ma perché a suo dire gli è stata revocata la possibilità di esistere come homo publicus, cioè di occupare l’unico spazio di esistenza accordato dal potere fascista. Ma l’homo publicus è geneticamente fascista.

Sarà un caso ma sempre più spesso si sente lamentare che fra destra e sinistra “istituzionali” non esista più alcuna differenza. Questo è profondamente vero, com’è altrettanto profondo il disinteresse delle persone nel pensare un’alternativa a questo fascismo mascherato, carnevalesco. Scurati è la maschera occasionale che serve al fascismo per far credere di non essere tale. Dopo di che, fascism as usual.

 


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