di Pierluigi Pavone

 

Il Bolscevismo – e la sua forma più perversa della “rivoluzione permanente” di Trotsky – non si è esaurito nell’esperienza sovietica. Anzi si potrebbe dire che è stato da essa contenuto.

Persino la politica del PCI aveva una forma che oggi sembra quasi conservatrice. Persino il liberalismo, nella forma tradizionale dei suoi fondatori inglesi, distingue libertà da licenza anarchica, tanto che Locke non ammette come diritto naturale il suicidio.

Dopo il 1989, invece, il Bolscevismo ha manifestato il vero obiettivo: il fallimento economico del comunismo internazionale non ha fatto altro che “liberare”, per così dire, lo scopo ultimo dell’ideologia socialista. Ovvero, la distruzione di ogni ordine.

Sotto la parvenza del l’egualitarismo assoluto si nasconde – oltre che una profonda ingiustizia sociale e culturale – l’indeterminazione assoluta. Il Sacro Caos.

È coerente che l’attacco finale sia alla famiglia.

Marx aveva descritto tre emancipazioni. La prima, quella politica, era stata raggiunta con la Rivoluzione francese, cioè la rivoluzione borghese che aveva determinato, dalla forma feudale di derivazione medievale, la struttura economica capitalistica. Vale a dire, lo stato di diritto che avrebbe poi conosciuto nell’Ottocento il processo di de-confessionalizzazione e affermazione di principi laici universali. Questo stato democratico borghese, tuttavia, agli occhi di Marx conservava la differenza privata tra cittadini. Uguali davanti alla legge; differenti a causa della proprietà privata. Ne La Questione Ebraica, Marx ironizzava, citando sant’Agostino: la città celeste del diritto borghese valido per tutti e la città terrena della differenza economica tra capitalista e operaio. Da qui, era necessario – anche oltre il desiderio di emancipazione politica delle comunità ebraiche d’Europa – , procedere ad una più radicale emancipazione economica e infine religiosa. Abbattimento della proprietà privata, estinzione dello Stato (dopo il periodo di dispotismo proletario) e dissoluzione di ogni idea “narcotica” di Dio e di ogni idea naturale di famiglia.

Trotsky si era formato con queste idee e questi obiettivi. Sapeva perfettamente che la Russia non poteva che essere solo una tappa della rivoluzione proletaria. La Russia non aveva quel “capitale borghese originario” che gli operai avrebbero potuto sfruttare, una volta preso il potere.

Ma questo era previsto dalla “legge dello sviluppo diseguale e combinato”: non è necessario in modo identico, ovunque e comunque, rispettare le tappe sociali ed economiche dello sviluppo feudale, quindi borghese e quindi operaio. Lo stesso Lenin fino al 1917 ammetteva due tappe: rivoluzione democratica e poi socialista.

Trotsky elabora invece la persistenza continua dello sviluppo rivoluzionario, affida al partito il controllo, al proletariato la dittatura in alleanza con i contadini poveri, prospetta necessariamente l’internazionalizzazione della sovversione totale, riconosce che lo sviluppo diseguale può portare la rivoluzione in Russia (magari prima che in Inghilterra) ma alla luce di una visione mondiale – per divisione del lavoro e mercato – della realtà economica (e non come semplice sommatoria di singole economie nazionali).

Osteggia la socialdemocrazia nazionale e riformista, quanto le contraddizioni di Stalin: incapace di avere una visione sinottica e globale (anche tra paesi con sviluppi industriali differenti), fermo in un astrattismo dei tratti specifici del capitalismo, uguali in tutti i paesi, convinto della opportunità di un utopico e reazionario sviluppo socialista in un solo paese.

Dopo il 1927, quando l’anniversario della rivoluzione è celebrato in autonomia (Opposizione Unitaria) dalla linea di Stalin,  e dalla bolscevizzazione del partito russo, della Russia e di ogni altro partito comunista in Europa,

Trotsky viene espulso. L’Ucraina (dove era nato nel 1879) diventa il paradigma della spietatezza staliniana, tra carestie causate dalle scelte politiche ed economiche del regime e purghe su tutti i fronti (kulaki, oppositori e ovviamente cristiani). La cosiddetta Holodomor. Negli stessi anni trenta Trotsky viaggia in Europa: in Francia è ospite di Simone Weil e nel 1938 fonda la quarta internazionale, e da Stalin fu ucciso nell’agosto del 1940, per mano del sicario Ramòn Mercader (che ebbe il garbo popolare di usare un piccone), a Città del Messico (dove anni prima aveva conosciuto anche intimamente Frida Kahlo): un anno prima dell’avvio fallimentare e auto-distruttivo della Operazione Barbarossa, che segnerà – di fatto – per i nazisti la sconfitta nella Guerra e per Stalin – paradossalmente, rispetto alle critiche di Trotsky – la vittoria internazionale, l’esportazione e l’imposizione politica ed economica del regime comunista in tutti i paesi occupati dall’Armata Rossa, la dotazione della bomba atomica e la Guerra Fredda per altri 40 anni dopo la sua morte nel 1953.

Teorizzò la rivoluzione permanente: solitamente se ne dà una lettura solo economica. Probabilmente perché i suoi studiosi sono di estrazione marxista, convinti che a determinare i processi storici sia la struttura socio-economica e i rapporti tra proprietari e forze produttive.

In verità l’aspetto economico è solo un aspetto della rivoluzione. E forse neanche quello decisivo. Infatti l’attuale Bolscevismo agisce in un sistema globale di mercato liberale. Fa suo addirittura un apparente libertarismo morale e culturale (che di fatto però impone una sola linea antropologica basata sulla indeterminazione di ogni identità personale), si insinua nel neo-giacobinismo di sinistra, fa propaganda populista in grado di portare al governo personalità di sospetta incompetenza e ignoranza spesso imbarazzante, favorisce l’immigrazione globale come fenomeno ulteriore di dissolvenza di ogni identità.

Ha come scopo la dissoluzione totale di ogni legge. Impone l’anarchia sociale, impedendo tramite leggi parlamentari o organi di giustizia, qualsiasi opposizione. Destina qualsiasi posizione contraria a “nemica del popolo”, secondo l’uso tipico di ogni totalitarismo ideologico e rivoluzionario.

La famiglia è l’ultimo bastione che vuole abbattere. Per farlo ha ancora bisogno di penetrare e distruggere dall’interno o portare dalla sua parte (parallelamente al fronte dottrinale) l’ultimo ostacolo in difesa dell’ordine naturale (creazionistico e redentivo). Chi ha la missione divina di opporsi allo spirito anti-cristico. Ovvero, la Chiesa cattolica.

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