Draghi: Occorre una prospettiva sostenibile di lungo periodo che dissolva l’incertezza attuale

Data l’importanza della figura e il momento storico attuale caratterizzato dagli esiti della pandemia da caronavirus, rilanciamo per la seconda volta l’intervento di Mario Draghi, già presidente della Banca Centrale Europea, che ha tenuto al Meeting di Rimini 2020. 

Ad agosto abbiamo scritto: “Su tale relazione si potrà essere d’accordo o meno, ma crediamo che su di essa si aprirà una riflessione comune non passeggera e dai potenziali riflessi sulla politica italiana.”

E così è stato.

Oggi Mario Draghi è stato convocato dal Presidente della Repubblica, Mattarella, per un potenziale incarico di formare un governo.

 

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Dodici anni fa la crisi finanziaria provocò la più grande distruzione economica mai vista in periodo di pace. Abbiamo poi avuto in Europa una seconda recessione e un’ulteriore perdita di posti di lavoro. Si sono succedute la crisi dell’euro e la pesante minaccia della depressione e della deflazione. Superammo tutto ciò. Quando la fiducia tornava a consolidarsi e con essa la ripresa economica, siamo stati colpiti ancor più duramente dall’esplosione della pandemia: essa minaccia non solo l’economia, ma anche il tessuto della nostra società, così come l’abbiamo finora conosciuta; diffonde incertezza, penalizza l’occupazione, paralizza i consumi e gli investimenti.

In questo susseguirsi di crisi i sussidi che vengono ovunque distribuiti sono una prima forma di vicinanza della società a coloro che sono più colpiti, specialmente a coloro che hanno tante volte provato a reagire. I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire. Ai giovani bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri.

La società nel suo complesso non può accettare un mondo senza speranza; ma deve, raccolte tutte le proprie energie, e ritrovato un comune sentire, cercare la strada della ricostruzione. Nelle attuali circostanze il pragmatismo è necessario. Non sappiamo quando sarà scoperto un vaccino, né tantomeno come sarà la realtà allora. Le opinioni sono divise: alcuni ritengono che tutto tornerà come prima, altri vedono l’inizio di un profondo cambiamento. Probabilmente la realtà starà nel mezzo: in alcuni settori i cambiamenti non saranno sostanziali; in altri le tecnologie esistenti potranno essere rapidamente adattate. Altri ancora si espanderanno e cresceranno adattandosi alla nuova domanda e ai nuovi comportamenti imposti dalla pandemia. Ma per altri, un ritorno agli stessi livelli operativi che avevano nel periodo prima della pandemia, è improbabile.

Pragmatismo e flessibilità, senza però abbandonare i nostri princìpi

Dobbiamo accettare l’inevitabilità del cambiamento con realismo e, almeno finché non sarà trovato un rimedio, dobbiamo adattare i nostri comportamenti e le nostre politiche. Ma non dobbiamo rinnegare i nostri princìpi. Dalla politica economica ci si aspetta che non aggiunga incertezza a quella provocata dalla pandemia e dal cambiamento. Altrimenti finiremo per essere controllati dall’incertezza invece di esser noi a controllarla. Perderemmo la strada. Vengono in mente le parole della ‘preghiera per la serenità’ di Reinhold Niebuhr che chiede al Signore: Dammi la serenità per accettare le cose che non posso cambiare, Il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare, E la saggezza di capire la differenza.

Non voglio fare oggi una lezione di politica economica ma darvi un messaggio più di natura etica per affrontare insieme le sfide che ci pone la ricostruzione e insieme affermare i valori e gli obiettivi su cui vogliamo ricostruire le nostre società, le nostre economie in Italia e in Europa. Nel secondo trimestre del 2020 l’economia si è contratta a un tasso paragonabile a quello registrato dai maggiori paesi durante la seconda guerra mondiale. La nostra libertà di circolazione, la nostra stessa interazione umana fisica e psicologica sono state sacrificate, interi settori delle nostre economie sono stati chiusi o messi in condizione di non operare. L’aumento drammatico nel numero delle persone private del lavoro che, secondo le prime stime, sarà difficile riassorbire velocemente, la chiusura delle scuole e di altri luoghi di apprendimento hanno interrotto percorsi professionali ed educativi, hanno approfondito le diseguaglianze.

Alla distruzione del capitale fisico che caratterizzò l’evento bellico molti accostano oggi il timore di una distruzione del capitale umano di proporzioni senza precedenti dagli anni del conflitto mondiale. I governi sono intervenuti con misure straordinarie a sostegno dell’occupazione e del reddito. Il pagamento delle imposte è stato sospeso o differito. Il settore bancario è stato mobilizzato affinché continuasse a fornire il credito a imprese e famiglie. Il deficit e il debito pubblico sono cresciuti a livelli mai visti prima in tempo di pace.

Aldilà delle singole agende nazionali, la direzione della risposta è stata corretta. Molte delle regole che avevano disciplinato le nostre economie fino all’inizio della pandemia sono state sospese per far spazio a un pragmatismo che meglio rispondesse alle mutate condizioni. Una citazione attribuita a John Maynard Keynes, l’economista più influente del XX secolo ci ricorda: “When facts change, I change my mind. What do you do sir?”.

Tutte le risorse disponibili sono state mobilizzate per proteggere i lavoratori e le imprese che costituiscono il tessuto delle nostre economie. Si è evitato che la recessione si trasformasse in una prolungata depressione. Ma l’emergenza e i provvedimenti da essa giustificati non dureranno per sempre. Ora è il momento della saggezza nella scelta del futuro che vogliamo costruire. Il fatto che occorra flessibilità e pragmatismo nel governare oggi non può farci dimenticare l’importanza dei princìpi che ci hanno sin qui accompagnato.

La riforma delle regole europee non va lasciata ai populisti

Il subitaneo abbandono di ogni schema di riferimento sia nazionale, sia internazionale è fonte di disorientamento. L’erosione di alcuni principii considerati fino ad allora fondamentali, era già iniziata con la grande crisi finanziaria; la giurisdizione del WTO, e con essa l’impianto del multilateralismo che aveva disciplinato le relazioni internazionali fin dalla fine della seconda guerra mondiale venivano messi in discussione dagli stessi Paesi che li avevano disegnati, gli Stati Uniti, o che ne avevano maggiormente beneficiato, la Cina; mai dall’Europa, che attraverso il proprio ordinamento di protezione sociale aveva attenuato alcune delle conseguenze più severe e più ingiuste della globalizzazione; l’impossibilità di giungere a un accordo mondiale sul clima, con le conseguenze che ciò ha sul riscaldamento globale; e in Europa, alle voci critiche della stessa costruzione europea, si accompagnava un crescente scetticismo, soprattutto dopo la crisi del debito sovrano e dell’euro, nei confronti di alcune regole, ritenute essenziali per il suo funzionamento, concernenti: il patto di stabilità, la disciplina del mercato unico, della concorrenza e degli aiuti di stato; regole successivamente sospese o attenuate, a seguito dell’emergenza causata dall’esplosione della pandemia.

L’inadeguatezza di alcuni di questi assetti era da tempo evidente. Ma, piuttosto che procedere celermente a una loro correzione, cosa che fu fatta, parzialmente, solo per il settore finanziario, si lasciò, per inerzia, timidezza e interesse, che questa critica precisa e giustificata divenisse, nel messaggio populista, una protesta contro tutto l’ordine esistente. Questa incertezza, caratteristica dei percorsi verso nuovi ordinamenti, è stata poi amplificata dalla pandemia. Il distanziamento sociale è una necessità e una responsabilità collettiva. Ma è fondamentalmente innaturale per le nostre società che vivono sullo scambio, sulla comunicazione interpersonale e sulla condivisione. È ancora incerto quando un vaccino sarà disponibile, quando potremo recuperare la normalità delle nostre relazioni.

Tutto ciò è profondamente destabilizzante. Dobbiamo ora pensare a riformare l’esistente senza abbandonare i princìpi generali che ci hanno guidato in questi anni: l’adesione all’Europa con le sue regole di responsabilità, ma anche di interdipendenza comune e di solidarietà; il multilateralismo con l’adesione a un ordine giuridico mondiale. Il futuro non è in una realtà senza più punti di riferimento, che porterebbe, come è successo in passato, si pensi agli anni Settanta del secolo scorso, a politiche erratiche e certamente meno efficaci, a minor sicurezza interna ed esterna, a maggiore disoccupazione, ma il futuro è nelle riforme anche profonde dell’esistente. Occorre pensarci subito. Ci deve essere di ispirazione l’esempio di coloro che ricostruirono il mondo, l’Europa, l’Italia dopo la seconda guerra mondiale. Si pensi ai leader che, ispirati da J.M. Keynes, si riunirono a Bretton Woods nel 1944 per la creazione del Fondo Monetario Internazionale, si pensi a De Gasperi, che nel 1943 scriveva la sua visione della futura democrazia italiana e a tanti altri che in Italia, in Europa, nel mondo immaginavano e preparavano il dopoguerra. La loro riflessione sul futuro iniziò ben prima che la guerra finisse, e produsse nei suoi principi fondamentali l’ordinamento mondiale ed europeo che abbiamo conosciuto. È probabile che le nostre regole europee non vengano riattivate per molto tempo e certamente non lo saranno nella loro forma attuale. La ricerca di un senso di direzione richiede che una riflessione sul loro futuro inizi subito.

C’è “debito buono” e “debito cattivo”

Proprio perché oggi la politica economica è più pragmatica e i leader che la dirigono possono usare maggiore discrezionalità, occorre essere molto chiari sugli obiettivi che ci poniamo. La ricostruzione di questo quadro in cui gli obiettivi di lungo periodo sono intimamente connessi con quelli di breve è essenziale per ridare certezza a famiglie e imprese, ma sarà inevitabilmente accompagnata da stock di debito destinati a rimanere elevati a lungo. Questo debito, sottoscritto da Paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori, sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca ecc. se è cioè “debito buono”. La sua sostenibilità verrà meno se invece verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato “debito cattivo”. I bassi tassi di interesse non sono di per sé una garanzia di sostenibilità: la percezione della qualità del debito contratto è altrettanto importante. Quanto più questa percezione si deteriora tanto più incerto diviene il quadro di riferimento con effetti sull’occupazione, l’investimento e i consumi.

Il ritorno alla crescita, una crescita che rispetti l’ambiente e che non umili la persona, è divenuto un imperativo assoluto: perché le politiche economiche oggi perseguite siano sostenibili, per dare sicurezza di reddito specialmente ai più poveri, per rafforzare una coesione sociale resa fragile dall’esperienza della pandemia e dalle difficoltà che l’uscita dalla recessione comporterà nei mesi a venire, per costruire un futuro di cui le nostre società oggi intravedono i contorni.

L’obiettivo è impegnativo ma non irraggiungibile se riusciremo a disperdere l’incertezza che oggi aleggia sui nostri Paesi. Stiamo ora assistendo a un rimbalzo nell’attività economica con la riapertura delle nostre economie.

La battaglia contro l’incertezza, l’urgenza di rafforzare la sanità

Vi sarà un recupero dal crollo del commercio internazionale e dei consumi interni, si pensi che il risparmio delle famiglie nell’area dell’euro è arrivato al 17% dal 13% dello scorso anno. Potrà esservi una ripresa degli investimenti privati e del prodotto interno lordo che nel secondo trimestre del 2020 in qualche Paese era tornato a livelli di metà anni 90. Ma una vera ripresa dei consumi e degli investimenti si avrà solo col dissolversi dell’incertezza che oggi osserviamo e con politiche economiche che siano allo stesso tempo efficaci nell’assicurare il sostegno delle famiglie e delle imprese e credibili, perché sostenibili nel tempo. Il ritorno alla crescita e la sostenibilità delle politiche economiche sono essenziali per rispondere al cambiamento nei desideri delle nostre società; a cominciare da un sistema sanitario dove l’efficienza si misuri anche nella preparazione alle catastrofi di massa.

Investire nell’istruzione. L’impegno necessario per il futuro dei giovani

La protezione dell’ambiente, con la riconversione delle nostre industrie e dei nostri stili di vita, è considerata dal 75 per cento delle persone nei 16 maggiori Paesi al primo posto nella risposta dei governi a quello che può essere considerato il più grande disastro sanitario dei nostri tempi. La digitalizzazione, imposta dal cambiamento delle nostre abitudini di lavoro, accelerata dalla pandemia, è destinata a rimanere una caratteristica permanente delle nostre società. È divenuta necessità: negli Stati Uniti la stima di uno spostamento permanente del lavoro dagli uffici alle abitazioni è oggi del 20 per cento del totale dei giorni lavorati. Vi è però un settore, essenziale per la crescita e quindi per tutte le trasformazioni che ho appena elencato, dove la visione di lungo periodo deve sposarsi con l’azione immediata: l’istruzione e, più in generale, l’investimento nei giovani.

Questo è stato sempre vero ma la situazione presente rende imperativo e urgente un massiccio investimento di intelligenza e di risorse finanziarie in questo settore. La partecipazione alla società del futuro richiederà ai giovani di oggi ancor più grandi capacità di discernimento e di adattamento. Se guardiamo alle culture e alle nazioni che meglio hanno gestito l’incertezza e la necessità del cambiamento, hanno tutte assegnato all’educazione il ruolo fondamentale nel preparare i giovani a gestire il cambiamento e l’incertezza nei loro percorsi di vita, con saggezza e indipendenza di giudizio.

Ma c’è anche una ragione morale che deve spingerci a questa scelta e a farlo bene: il debito creato con la pandemia è senza precedenti e dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani. È nostro dovere far sì che abbiano tutti gli strumenti per farlo pur vivendo in società migliori delle nostre. Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza.

Il dovere nuovo della trasparenza in tempo di emergenza

Alcuni giorni prima di lasciare la presidenza della Banca centrale europea lo scorso anno, ho avuto il privilegio di rivolgermi agli studenti e ai professori dell’Università Cattolica a Milano. Lo scopo della mia esposizione in quell’occasione era cercar di descrivere quelle che considero le tre qualità indispensabili a coloro che sono in posizioni di potere: la conoscenza per cui le decisioni sono basate sui fatti, non soltanto sulle convinzioni; il coraggio che richiedono le decisioni specialmente quando non si conoscono con certezza tutte le loro conseguenze, poiché l’inazione ha essa stessa conseguenze e non esonera dalla responsabilità; l’umiltà di capire che il potere che hanno è stato affidato loro non per un uso arbitrario, ma per raggiungere gli obiettivi che il legislatore ha loro assegnato nell’ambito di un preciso mandato.

Riflettevo allora sulle lezioni apprese nel corso della mia carriera: non avrei certo potuto immaginare quanto velocemente e quanto tragicamente i nostri leader sarebbero stati chiamati a mostrare di possedere queste qualità. La situazione di oggi richiede però un impegno speciale: come già osservato, l’emergenza ha richiesto maggiore discrezionalità nella risposta dei governi, che non nei tempi ordinari: maggiore del solito dovrà allora essere la trasparenza delle loro azioni, la spiegazione della loro coerenza con il mandato che hanno ricevuto e con i princìpi che lo hanno ispirato. La costruzione del futuro, perché le sue fondazioni non poggino sulla sabbia, non può che vedere coinvolta tutta la società che deve riconoscersi nelle scelte fatte perché non siano in futuro facilmente reversibili.

 Trasparenza e condivisione sono sempre state essenziali per la credibilità dell’azione di governo; lo sono specialmente oggi quando la discrezionalità che spesso caratterizza l’emergenza si accompagna a scelte destinate a proiettare i loro effetti negli anni a venire. Questa affermazione collettiva dei valori che ci tengono insieme, questa visione comune del futuro che vogliamo costruire si deve ritrovare sia a livello nazionale, sia a livello europeo. La pandemia ha severamente provato la coesione sociale a livello globale e resuscitato tensioni anche tra i Paesi europei.

In Europa non potrà esserci solidarietà di tutti, senza responsabilità dei singoli

Da questa crisi l’Europa può uscire rafforzata. L’azione dei governi poggia su un terreno reso solido dalla politica monetaria. Il fondo per la generazione futura (Next Generation EU) arricchisce gli strumenti della politica europea. Il riconoscimento del ruolo che un bilancio europeo può avere nello stabilizzare le nostre economie, l’inizio di emissioni di debito comune, sono importanti e possono diventare il principio di un disegno che porterà a un Ministero del Tesoro comunitario la cui funzione nel conferire stabilità all’area dell’euro è stata affermata da tempo. Dopo decenni che hanno visto nelle decisioni europee il prevalere della volontà dei governi, il cosiddetto metodo intergovernativo, la Commissione è ritornata al centro dell’azione. In futuro speriamo che il processo decisionale torni così a essere meno difficile, che rifletta la convinzione, sentita dai più, della necessità di un’Europa forte e stabile, in un mondo che sembra dubitare del sistema di relazioni internazionali che ci ha dato il più lungo periodo di pace della nostra storia.

Ma non dobbiamo dimenticare le circostanze che sono state all’origine di questo passo avanti per l’Europa: la solidarietà che sarebbe dovuta essere spontanea, è stata il frutto di negoziati. Né dobbiamo dimenticare che nell’Europa forte e stabile che tutti vogliamo, la responsabilità si accompagna e dà legittimità alla solidarietà.

Perciò questo passo avanti dovrà essere cementato dalla credibilità delle politiche economiche a livello europeo e nazionale. Allora non si potrà più, come sostenuto da taluni, dire che i mutamenti avvenuti a causa della pandemia sono temporanei. Potremo bensì considerare la ricostruzione delle economie europee veramente come un’impresa condivisa da tutti gli europei, un’occasione per disegnare un futuro comune, come abbiamo fatto tante volte in passato.

È nella natura del progetto europeo evolversi gradualmente e prevedibilmente, con la creazione di nuove regole e di nuove istituzioni: l’introduzione dell’euro seguì logicamente la creazione del mercato unico; la condivisione europea di una disciplina dei bilanci nazionali, prima, l’unione bancaria, dopo, furono conseguenze necessarie della moneta unica. La creazione di un bilancio europeo, anch’essa prevedibile nell’evoluzione della nostra architettura istituzionale, un giorno correggerà questo difetto che ancora permane. Questo è tempo di incertezza, di ansia, ma anche di riflessione, di azione comune. La strada si ritrova certamente e non siamo soli nella sua ricerca.

Dobbiamo essere vicini ai giovani investendo nella loro preparazione. Solo allora, con la buona coscienza di chi assolve al proprio compito, potremo ricordare ai più giovani che il miglior modo per ritrovare la direzione del presente è disegnare il tuo futuro.

 

 




Perché c’è un solo Papa

“Un appello alla fratellanza universale senza Gesù Cristo, l’unico e vero redentore dell’umanità, ci porterebbe in una terra di nessuno senza una teologia della rivelazione. Una sana guida richiede il papa come capo dell’intero episcopato che unisce tutti i credenti più e più volte nell’esplicita confessione di Pietro a “Cristo il Figlio del Dio vivente” (Matt. 16:16). In nessun modo, quindi, la Chiesa del Dio trinitario è una comunità di persone che aderisce a una sola espressione storica di una religione umana universale.”

Un notevole saggio del Card. Gerhard. L. Muller, prefetto emerito della Congregazione della Dottrina della Fede, pubblicato su First Thing. Lo rilancio su questo blog nella mia traduzione. 

 

Card. Gerhard L. Muller
Card. Gerhard L. Muller (CNS photo/Paul Haring)

 

Quando papa Benedetto XVI si è dimesso dal ministero petrino il 28 febbraio 2013 e Francesco è stato eletto papa il 13 marzo dello stesso anno, si è creata una situazione totalmente nuova, mai conosciuta prima nella storia del papato e della Chiesa. Mancano ancora modi dogmaticamente adeguati per comprenderla ed esprimerla. Da un lato, dobbiamo evitare l’idea eretica di una doppia leadership (come nel parlare di “due papi”), e dall’altro dobbiamo riconoscere il fatto che – secondo il linguaggio corrente – esiste un papa “emerito”, un vescovo di Roma che non ricopre più l’ufficio petrino. Il problema è che il vescovo di Roma come successore di Pietro costituisce il principio di unità, che può essere realizzato solo da una persona. In realtà ci può essere un solo papa, il che significa che le distinzioni terminologiche tra un papa “attuale” e uno “in pensione”, o tra un titolare attivo del primato romano e un partecipante passivo ad esso, non sono utili.

È popolare notare il fatto che i vescovi diocesani possono ritirarsi; ma questo significa trascurare il carattere unico del vescovo romano, che è personalmente il successore di Pietro e come tale costituisce la roccia su cui Gesù costruisce la sua Chiesa. Egli non è solo, come gli altri vescovi, successore degli apostoli nel collegio di tutti i vescovi. Il papa è specificamente e individualmente il successore dell’apostolo Pietro, mentre gli altri vescovi non sono successori di un solo apostolo, ma degli apostoli in generale.

Pertanto, lo straordinario “pensionamento” del vescovo di Roma – che “come successore di Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità dei vescovi e dei fedeli” (Lumen gentium, 23) – non dovrebbe essere paragonato al cosiddetto pensionamento degli altri vescovi, né normalizzato come il diritto morale di “andare in pensione” dopo una lunga vita lavorativa. Invece, dovremmo affrontare le sfide che l’esistenza di un papa emerito pone per come comprendiamo la sacramentalità della Chiesa e il sacro primato di Pietro. Ciò richiede di trovare un modo teologico di comprendere l’attuale situazione eccezionale.

Il vescovo di Roma è il successore di Pietro solo finché vive e non si dimette volontariamente. Le funzioni episcopali di insegnare, governare e santificare sono essenzialmente incluse nel sacramento dell’ordinazione, mentre il papa legittimo possiede il carisma dell’infallibilità ex cathedra in rebus fidei vel morum e il primato della giurisdizione solo finché è in carica. Con la rinuncia volontaria all’ufficio, tutte le prerogative papali e l’autorità petrina decadono. Era prematuro pensare che se ci può essere un vescovo in pensione di New York o Sydney, allora sarebbe possibile anche un papa “in pensione”. Il titolo “papa” è solo il modo abituale di designare le prerogative del vescovo di Roma come successore di Pietro. Ma ogni vescovo di Roma è successore di Pietro solo finché occupa la cattedra di San Pietro. Non è il successore dei suoi predecessori, e quindi non ci possono mai essere due vescovi romani, papi e successori di Pietro, allo stesso tempo. 

Grazie alle numerose immagini, nei media sia laici che cattolici, di “due papi” fianco a fianco, è diventato in qualche modo inevitabile confrontare i pontificati di due persone viventi. Non possiamo trascurare il fatto che in un’epoca di pensiero secolare e di mass media, le considerazioni politiche e ideologiche contaminano i giudizi teologici, che sono considerazioni alla luce della fede nella missione soprannaturale della Chiesa. In casi estremi – a seconda degli interessi prevalenti – i principi della teologia cattolica vengono sospettosamente ascritti all’ideologia “conservatrice” o “liberale”. Le opinioni positive o critiche su un pontificato vengono abusate e strumentalizzate a spese dell’altro.

Gli esempi di questo dannoso antagonismo tra i pontificati di due attori viventi della storia contemporanea sono legioni. Ogni giorno appaiono nei commenti dei giornali, nei blog e nei siti web. Ma in realtà, il popolo di Dio ha un interesse spirituale e teologico in ciò che unisce Benedetto XVI e Papa Francesco nella loro cura per la Chiesa di Cristo, non in ciò che distingue lo stile personale del precedente e dell’attuale papa.

È in gioco la dignità del ministero petrino. Di questo dobbiamo tenere conto nel modo in cui definiamo il posto di Benedetto XVI nella Chiesa ora. Cose come la tonaca bianca o la sua pratica di dare la benedizione apostolica non sono centrali qui. L’ufficio del vescovo di Roma, perché è il successore di Pietro, non può essere separato dal ministero petrino, che riguarda il primato dell’insegnamento e della giurisdizione. La proposta di far tornare un ex papa nel collegio cardinalizio non risolve il problema fondamentale, che riguarda come l’ufficio di vescovo romano si rapporta alle prerogative petrine. A quale chiesa locale è legata la dignità episcopale dell’ex papa (come vescovo diocesano o titolare) se non alla Chiesa romana? Forse potremmo immaginarlo diventare vescovo di Ostia, nelle immediate vicinanze di Roma, senza assumere attivamente il governo di quella diocesi e senza partecipare come cardinale a conclavi o concistori.

Descrivere la relazione tra il papa precedente e quello attuale non può dipendere da simpatie personali. È una questione oggettiva sull’ufficio istituito da Cristo. Come editore delle opere raccolte di Joseph Ratzinger, ne so abbastanza per onorare il suo genio teologico. E avendo trascorso molto tempo in America Latina, apprezzo profondamente il lavoro instancabile di Papa Francesco per i poveri del mondo. Ho sempre interpretato le frasi ambigue in Amoris laetitia e Fratelli tutti lealmente e in continuità con il magistero della Chiesa – anche se le persone che giocano tattiche nella politica della Chiesa rifiutano questa continuità. Quando noi vescovi e specialmente i cardinali romani dobbiamo difendere pubblicamente “la verità del Vangelo” (Gal 2,14), è molto più di un atto di correzione fraterna, di cui tutti abbiamo bisogno finché siamo pellegrini su questa terra. 

Con riferimento a Sant’Agostino, San Tommaso lo spiega così: “Perciò Paolo, che era sottoposto di Pietro, lo rimproverava in pubblico, a causa dell’imminente pericolo di scandalo riguardo alla fede” (Summa theologiae II-II q. 33 a. 4 ad 2). Analogamente, i cardinali oggi servono il papato più con argomenti solidi che con panegirici inconsistenti. Nella Divina Commedia, Dante relega gli adulatori nell’ottavo cerchio dell’inferno – ma (nello spirito dell’umorismo cristiano) non voglio fare questo riferimento senza indicare la sempre più grande misericordia di Dio.

Per la Chiesa nel mondo di oggi è indispensabile una seria e profonda riflessione “sull’istituzione, la perpetuità, il significato e la ragione del sacro primato del Romano Pontefice” (Lumen gentium, 18). Questo è assolutamente certo: Cristo, il fondamento vivente e il fondatore sempre presente della Chiesa, fece del pescatore galileo Simone il primo dei suoi apostoli – non per offrirgli una piattaforma di realizzazione personale, o per fornire un impiego a una corte, ma per farne un “Servo dei Servi di Dio” che si dona totalmente. È così che Papa San Gregorio Magno (+604) ha descritto il ruolo unico del Papa romano.

Da un punto di vista dogmatico, è molto discutibile classificare le proprietà essenziali del ministero petrino come “titoli storici”, come nelle recenti edizioni dell’Annuario Pontificio. L’umiltà è una virtù personale che ogni ministro di Cristo dovrebbe coltivare. Ma non giustifica in qualche modo la relativizzazione dell’autorità che Cristo ha dato ai suoi apostoli e ai loro successori per la salvezza degli uomini e l’edificazione della sua Chiesa. Il cristianesimo è radicato nella realizzazione storica della salvezza; altrimenti, le realtà storiche sarebbero solo una specie di abito in cui si veste un mito senza tempo. Cristo è il Figlio consustanziale nell’unità trinitaria di Dio, e ci è voluto molto tempo, e grandi controversie sulla verità riguardante il mistero di Cristo, perché la terminologia cristologica si dispiegasse. In modo analogo, i termini “successore di Pietro, Vicario di Cristo e Capo visibile di tutta la Chiesa” (Lumen gentium, 18) esprimono la verità interna sul primato romano, anche se questi titoli furono applicati al papa romano solo nel corso del tempo.

Non c’è dubbio che, secondo la volontà di Cristo, il vescovo di Roma è il successore di Pietro. Con l’autorità di Cristo, egli esercita il potere delle chiavi su tutta la Chiesa a lui affidata (Matt. 16:18). Con il martirio di sangue e il martirio incruento, cioè la testimonianza dell'”insegnamento degli apostoli” (Atti 2,42), Pietro insieme a Paolo ha consegnato alla Chiesa di Roma il suo ministero duraturo di unità a tutti i fedeli, e ha stabilito una volta per tutte la Cathedra Petri in quella città (cfr. Ireneo di Lione, Contro le eresie III 3,3). Il fondamento e il cuore del ministero di Pietro è la sua confessione di Cristo, “affinché lo stesso episcopato sia uno e indiviso”. Per questo motivo, Gesù “ha posto il beato Pietro al di sopra degli altri apostoli e ha istituito in lui una fonte e un fondamento permanente e visibile dell’unità di fede e di comunione” (Lumen gentium, 18).

Pietro non è il centro della Chiesa o il punto focale dell’essere cristiani (la grazia santificante e l’essere figlio di Dio lo sono). Lui, come i suoi successori sulla sede della Chiesa di Roma, sono i primi testimoni del vero fondamento e del principio singolare della nostra salvezza: Gesù Cristo, il Verbo incarnato di Dio Padre. “Nessuno ha mai visto Dio. È Dio, il Figlio unigenito, che lo ha fatto conoscere” (Giovanni 1:18). Cristo Gesù è il solo e unico mediatore tra Dio e gli uomini (1 Tim. 2:5).

La “Chiesa del Dio vivente”, sotto la guida del papa, è la testimone e l’intermediaria dell’irrevocabile autocomunicazione di Dio come verità e vita ad ogni persona umana. La Chiesa non può assoggettarsi agli obiettivi di un nuovo ordine mondiale fatto dall’uomo, religioso-morale o economico-ecologico, anche se i “capi e i guardiani” di tale ordine riconoscessero il papa come loro guida onoraria. Questo, infatti, era l’incubo apocalittico del filosofo russo Vladimir Soloviev (1853-1900) in IL racconto dell’Anticristo (1899). Il vero papa, come vicario del Signore crocifisso e risorto, sostiene la confessione del regno di Dio: “Il nostro unico Signore è Gesù Cristo, il Figlio del Dio vivente”.

Un appello alla fratellanza universale senza Gesù Cristo, l’unico e vero redentore dell’umanità, ci porterebbe in una terra di nessuno senza una teologia della rivelazione. Una sana guida richiede il papa come capo dell’intero episcopato che unisce tutti i credenti più e più volte nell’esplicita confessione di Pietro a “Cristo il Figlio del Dio vivente” (Matt. 16:16). In nessun modo, quindi, la Chiesa del Dio trinitario è una comunità di persone che aderisce a una sola espressione storica di una religione umana universale. 

La Chiesa cattolica, “governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui” (Lumen gentium, 8), è la “casa di Dio” e si erge come “colonna e baluardo della verità” (1 Tim. 3:15). Questa è la verità della fede: Cristo Gesù “è stato rivelato nella carne, giustificato nello spirito, è apparso agli angeli, è stato predicato fra le nazioni, è stato creduto nel mondo, è stato elevato in gloria.” (1 Tim. 3,16).

Il Concilio Vaticano II dice: Poiché “Cristo è la luce delle nazioni”, abbiamo come verità rivelata che “la Chiesa è in Cristo come un sacramento o come segno e strumento sia di un’unione molto stretta con Dio sia dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen gentium, 1). Di conseguenza, il pluralismo religioso e il relativismo devono essere respinti. “Chiunque dunque, sapendo che la Chiesa cattolica è stata resa necessaria da Cristo, rifiutasse di entrare o di rimanere in essa, non potrebbe essere salvato” (Lumen gentium, 14).

Nel dialogo interreligioso con l’Islam, dobbiamo professare francamente che Gesù non è “uno dei profeti” (Matt. 16:14), “come se” al di fuori della dottrina cristiana, nel nulla del sentimento religioso – come amano dire i teologi da poltrona – “alla fine in qualche modo intendiamo la stessa cosa.” Perché solo Gesù rivela con autorità divina il mistero di Dio: “Tutte le cose mi sono state affidate dal Padre mio; e nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo.” (Matt. 11:27).

Il nostro pensiero sul ministero petrino, cioè il primato romano, deve ruotare intorno a questo Cristo-centrismo. Esso conferisce al ministero petrino la sua importanza insostituibile per la Chiesa: nella sua origine, nella sua vita e nella sua missione, il suo ministero serve Cristo fino al suo ritorno alla fine dei tempi. È significativo che in tutti e tre i grandi paragrafi del Nuovo Testamento che parlano del ministero petrino (Matteo 16,18; Luca 22,32; Giovanni 21,15-17), Gesù indica sempre a Pietro le sue debolezze umane e la sua fragile fede, ricordandogli il suo tradimento e rimproverandolo duramente per aver frainteso il Messia come uno senza sofferenza e croce. Il Signore gli assegna il secondo posto, in modo che Pietro debba seguire Gesù, e mai il contrario. Il titolo di “Vicario di Cristo” – teologicamente inteso – non eleva il papa, ma lo abbassa radicalmente e lo umilia davanti a Dio e agli uomini quando “non si occupa di cose divine ma di cose umane” (Matteo 16,23). Pietro non ha il diritto di adattare la parola di Dio alle proprie preferenze e ai gusti del tempo, “affinché la croce di Cristo non sia svuotata della sua potenza” (1 Cor. 1:17).

Come discepoli di Cristo, siamo esposti alle tentazioni di Satana, che vuole confonderci sulla nostra fede in Cristo, il Figlio del Dio vivente, che “è veramente il Salvatore del mondo” (Giovanni 4:42). Per questo, Gesù dice a Pietro e a tutti i suoi successori sulla cattedra romana: “Ho pregato per te, che non venga meno la tua fede (ut non deficiat fides tua); e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli (et tu conversus confirma fratres tuos)” (Luca 22:32). Tutti i cristiani godono della grazia sostenitrice di Cristo, compreso il “papa emerito”. Ma questa preghiera di sostegno divino è offerta all’uomo seduto sulla sedia di San Pietro, di cui può essercene solo uno.

 

 




Le associazioni esprimono la propria stima e solidarietà a padre Bruno de Cristofaro

Ricevo e volentieri pubblico.

 

padre Bruno de Cristofaro
padre Bruno de Cristofaro

 

COMUNICATO

Solidarietà a padre Bruno de Cristofaro

 

In piena sintonia di intenti con Iustitia in Veritate che da subito ha lanciato l’allarme ed è intervenuta in difesa e sostegno di padre Bruno de Cristofaro, anche l’Associazione Ora et Labora in difesa della Vita, facendosi anche portavoce di diverse realtà pro life e simpatizzanti tali,  esprime la propria stima e solidarietà per padre Bruno de Cristofaro, parroco nella diocesi di Mazara, per il vergognoso linciaggio mediatico, che sta subendo in questi giorni da parte dei principali media.

La “gravissima” colpa che viene imputata al sacerdote siciliano è di aver approfittato della Giornata della Memoria, lo scorso 27 gennaio, per ricordare, in un breve video, insieme al genocidio degli Ebrei, compiuto oltre settant’anni fa, i continui olocausti che in tutto il mondo vengono commessi ai danni della vita innocente mediante l’aborto volontario.

Ricordare è segno di civiltà per evitare di compiere gli stessi errori. Ricordare è importante per capire come sia stato possibile compiere simili atrocità”- afferma il padre.

E’ questo il senso e il significato per cui sono state istituite simili commemorazioni.

Come già ebbe modo di ricordare San Giovanni Paolo II in Memoria e Identità, l’ultimo dei suoi scritti, quasi un testamento spirituale, c’è una comune matrice ideologica tra gli stermini compiuti dai totalitarismi del Novecento ai danni di uomini giudicati indegni di vivere e la soppressione di vite fragili e innocenti, come avviene oggi con l’aborto e l’eutanasia.

Nel video contestato, il sacerdote si chiede che differenza vi sia tra un uomo, come il dottor Mengele, che poneva un criterio arbitrario per scegliere tra la vita e la morte, semplicemente segnando sul muro una linea alta circa un metro e mezzo per destinare alle camere a gas i bambini la cui altezza fosse inferiore a tale limite e una legge che offre piena facoltà di uccidere i nostri figli nel grembo materno fino all’età gestazionale di tre mesi.

Piuttosto che interrogarsi ed eventualmente fornire una risposta, i principali maître à penser hanno preferito riversare su don Bruno un mare di fango, giungendo persino ad invocare sanzioni disciplinari.

Evidentemente mostrano di ignorare completamente la posizione della Chiesa Cattolica su queste tematiche – che è di chiara, ferma e assoluta condanna dell’aborto volontario – come ribadito da numerosi pontefici, incluso l’attuale.

Ancora una volta si constata l’impossibilità nel nostro paese di mettere in discussione la legge 194/78, arbitrariamente giudicata intoccabile, pena la gogna mediatica.

Al giovane sacerdote di Marsala il merito di averci ricordato il valore assoluto della Vita umana sin dal concepimento: rinnegarlo comporta il tradimento della nostra identità di uomini.

Vivere in verità e pienezza la propria umanità è l’unica  via di autentica realizzazione e la più preziosa eredità per le generazioni future.

Grazie, padre Bruno!

Ora et Labora in Difesa della Vita

www.oraetlaboraindifesadellavita.org

https://www.facebook.com/giorgio.celsi

[email protected] – 346 70 35 866

Aderiscono al comunicato:

  1. Militia Christi
  2. Sito online Cultura Cattolica
  3. Famiglie Numerose Cattoliche
  4. Il Nuovo Arengario
  5. Comitato Beato Miguel A. Pro sacerdote e martire
  6. L’Italia per gli Italiani
  7. Voce dei bambini non nati – Opera “Padre Gabriele”
  8. Ischia per la Vita
  9. Exsurge Christianitas
  10. Movimento con Cristo per la Vita di Ancona
  11. Himmel Associazione
  12. Congregazione Templari di San Bernardo
  13. ProVita e Famiglia
  14. Gruppo Rosario per l’Italia
  15. Tele Maria
  16. La Voce Cattolica
  17. Associazione Difesa dei Valori di Arezzo
  18. Comitato Sì alla Famiglia di Modena
  19. Caritas in Veritate Bergamo
  20. Centro di Aiuto alla Vita di Empoli
  21. Popolo della Famiglia
  22. Associazione Donne Più d’Europa

L’elenco aggiornato delle adesioni è consultabile al link: http://www.oraetlaboraindifesadellavita.org/solidarieta-a-padre-bruno-de-cristofaro/

Per comunicare eventuali adesioni inviate un messaggio al numero: 346 70 35 866

 




Prove di dittatura climatica: perché non proporre un lockdown anche per l’ambiente?

Adelaide Charlier
Adelaide Charlier

 

 

di Pierluigi Pavone

 

Avevo acquistato il Manifesto, per i cento anni dalla fondazione del PCI, interessato ovviamente alla questione storico-politica e al “taglio” dato dal giornale. Con ritardo, tra le carte, noto un inserto settimanale dedicato a tematiche ambientaliste (l’ExtraTerrestre, 21 gennaio 2021). E con maggior ritardo lo sfoglio, perché si polemizza per lo più sull’inquinamento delle navi da crociera…
Invece, c’è anche una intervista di Gabriele Annichiarico ad una ragazza belga: una leader internazionale nella lotta ambientalista. Adelaide Charlier: ovvero un punto di riferimento del movimento Fridays for Future. Avevo già analizzato il carattere narcotico del nuovo oppio dei popoli qui. La voce francofona della lotta ecologista è stata addirittura nominata Ambassador of Conscience, secondo il premio conferito per i diritti umani da Amnesty International. E non per la difesa dei feti abortiti, ma appunto per l’emergenza climatica!
Che dire, il Coronavirus ha fermato anche loro. O forse ha dato qualche idea in più da aggiungere nelle prossime manifestazioni, magari già dal 2021. Nel 2020 è saltata la revisione delle linee guida sottoscritte a Parigi nel 2015: ovvero l’accordo da cui l’America libera di Trump era uscita, quell’accordo che accettava di limitare entro i 2 gradi (con l’auspicio dei 1,5) l’aumento di temperatura; diminuire le emissioni di gas serra; sovvenzionare con 100 miliardi di dollari ogni anno i paesi poveri, per uno sviluppo non inquinante. Se ci fosse stata la conferenza internazionale, proprio la Francia avrebbe dovuto rispondere del processo portato avanti da quattro ONG (Greenpeace, Oxfam, Fondazione Nicolas Hulot e Notre Affaire à tous). La causa è ancora in corso (cfr. qui e qui). E, a dirla tutta, nel 2016 fu accusato anche il governo Renzi (qui).
La questione interessante sta, però, nello strano connubio tra misure restrittive che i governi internazionali hanno adottato per rispondere all’emergenza sanitaria e le misure che si dovrebbero accettare, allo stesso modo o ancor di più, per la madre di tutte le emergenze: quella climatica. Charlier – alla domanda diretta su una eventuale fermezza governativa, in materia di lotta per l’ambiente –, risponde che proprio alla luce di quanto successo per il Covid, non è più possibile, anche a costo della impopolarità, accogliere iniziative per una transizione soft, in merito alla conversione ecologica. La sibillina frase, detta in relazione all’energia fossile, “il pubblico deve farsi carico della riconversione professionale dei lavoratori del settore” – riportata nel pezzo giornalistico (vedi anche qui) – fa tremare i polsi…
Fa pensare che la Pandemia del Covid possa essere stata, nella gestione e nel contenimento, una sorta di “precedente”, per promuovere e legittimare – su altri temi e per altri scopi – simili misure restrittive d’eccezione. Non perché l’emergenza sanitaria debba necessariamente essere valutata come banco di prova generale, ma perché potrebbe offrire, anche solo indirettamente, un modello di prassi governativa. L’ideologia ambientalista, soprattutto per le conseguenze a lungo termine dei cambiamenti climatici, potrebbe trovare nello stato d’eccezione, protratto per decenni, il perfetto modo giuridico non tanto per la conversione ecologica soft, quanto per la conversione dittatoriale soft. Un altro modo di dire – oggi – socialismo!

 

 




Riflessioni a partire dal Compendio del Catechismo nn. 5-9

Proseguiamo la presentazione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, riportandone di volta in volta alcuni numeri con le relative domande e risposte; e offrendo anche alcuni link utili per trovare un commento esplicativo.

Alberto Strumia

 

Michelangelo - Giudizio universale - Creazione di Adamo (particolare)
Michelangelo – Giudizio universale – Creazione di Adamo (particolare)

 

 

5. Come si può parlare di Dio? (39-43; 48-49)

Si può parlare di Dio, a tutti e con tutti, partendo dalle perfezioni dell’uomo e delle altre creature, le quali sono un riflesso, sia pure limitato, dell’infinita perfezione di Dio. Occorre, tuttavia, purificare continuamente il nostro linguaggio da quanto contiene di immaginoso e imperfetto, ben sapendo che non si potrà mai esprimere pienamente l’infinito mistero di Dio.

Capitolo  Secondo

Dio viene incontro all’uomo. La Rivelazione di Dio

LA RIVELAZIONE DI DIO

6. Che cosa Dio rivela all’uomo? (50-53; 68-69)

Dio, nella sua bontà e sapienza, si rivela all’uomo. Con eventi e parole rivela Se stesso e il suo disegno di benevolenza, che ha prestabilito dall’eternità in Cristo a favore dell’umanità. Tale disegno consiste nel far partecipare, per la grazia dello Spirito Santo, tutti gli uomini alla vita divina, quali suoi figli adottivi nel suo unico Figlio.

7. Quali sono le prime tappe della Rivelazione di Dio? (54-58; 70-71)

Dio, fin dal principio, si manifesta ai progenitori, Adamo ed Eva, e li invita ad un’intima comunione con Lui. Dopo la loro caduta, non interrompe la sua rivelazione e promette la salvezza per tutta la loro discendenza. Dopo il diluvio, stipula con Noè un’alleanza tra lui e tutti gli esseri viventi.

8. Quali sono le tappe successive della Rivelazione di Dio? (59-64; 72)

Dio sceglie Abram chiamandolo fuori del suo Paese per fare di lui «il padre di una moltitudine di popoli» (Gn 17,5), e promettendogli di benedire in lui «tutte le Nazioni della terra» (Gn 12,3). I discendenti di Abramo saranno i depositari delle promesse divine fatte ai patriarchi. Dio forma Israele come suo popolo di elezione, salvandolo dalla schiavitù dell’Egitto, conclude con lui l’Alleanza del Sinai e, per mezzo di Mosè, gli dà la sua Legge. I Profeti annunziano una radicale redenzione del popolo e una salvezza che includerà tutte le Nazioni in una Alleanza nuova ed eterna. Dal popolo d’Israele, dalla stirpe del re Davide nascerà il Messia: Gesù.

(Commento: testo audioYouTube)

9. Qual è la tappa piena e definitiva della Rivelazione di Dio? (65-66;73)

È quella attuata nel suo Verbo incarnato, Gesù Cristo, mediatore e pienezza della Rivelazione. Egli, essendo l’Unigenito Figlio di Dio fatto uomo, è la Parola perfetta e definitiva del Padre. Con l’invio del Figlio e il dono dello Spirito la Rivelazione è ormai pienamente compiuta, anche se nel corso dei secoli la fede della Chiesa dovrà coglierne gradualmente tutta la portata.

(Commento: testoaudioYouTube)

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

fonte: albertostrumia.it