Card. Sarah: “L’Occidente deve svegliarsi dinanzi alla minaccia dell’islamismo”

Un articolo dello staff del Catholic News Agency, che vi propongo nella mia traduzione. 

 

Card. Robert Sarah
Card. Robert Sarah

 

Il cardinale vaticano Robert Sarah ha detto giovedì che l’Occidente deve svegliarsi dinanzi alla minaccia dell’islamismo dopo che tre persone sono state uccise in una chiesa francese da un aggressore che gridava “Allahu Akbar”.

Il cardinale guineano ha scritto su Twitter il 29 ottobre scorso che “l’islamismo è un fanatismo mostruoso che deve essere combattuto con forza e determinazione”.

“Non fermerà la sua guerra. Purtroppo noi africani lo sappiamo fin troppo bene. I barbari sono sempre i nemici della pace”, ha scritto il prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

“L’Occidente, oggi la Francia, deve capirlo. Preghiamo”. 

 



 

Un aggressore armato di coltello ha ucciso tre persone in una chiesa di Nizza e ne ha ferite altre, ha detto giovedì il sindaco della città francese. 

L’incidente è avvenuto nella Basilica di Notre-Dame de Nice il 29 ottobre alle 9 del mattino circa, secondo i media francesi. 

Christian Estrosi, sindaco di Nizza, ha detto che il colpevole, armato di coltello, è stato colpito e arrestato dalla polizia municipale. Ha descritto l’incidente come un attacco terroristico.

In un video postato su Twitter ha detto che l’aggressore ha ripetutamente gridato “Allahu Akbar” durante e dopo l’attacco.

Estrosi ha scritto su Twitter che due delle vittime sono state uccise all’interno della basilica. Ha reso omaggio al sacrestano della chiesa che ha detto essere “così apprezzato dai parrocchiani”.

L’attacco a Nizza segue la decapitazione di un insegnante di scuola parigino, Samuel Paty, in un attacco terroristico islamico all’inizio di questo mese (leggi qui lintervista a Marcello Pera). 

Il giorno dopo l’omicidio a Parigi, Sarah ha twittato che stava pregando a Roma “per la Francia martirizzata”.




Card. Müller: nessun Papa può proporre alla fede di tutta la Chiesa i suoi soggettivi punti di vista

Card. Gerhard L. Müller
Card. Gerhard L. Müller

 

 

di Sabino Paciolla

 

Nel docufilm “Francesco”, del regista  Evgeny Afineevsky, le parole del papa, “Ley de convivencia civil”, con le quali auspica una copertura giuridica alle unioni omosessuali presentano gravi risvolti teologici, sia dal punto di vista dottrinale che pastorale.

Molto interessante l’intervista che Lorenzo Bertocchi ha fatto al card. Müller, già prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, pubblicata su La Verità del 28 ottobre scorso. 

Ecco alcuni stralci.

In merito alle interviste rilasciate, il card. Müller osserva:

“Sempre, quando i nemici della Chiesa, gli atei e gli attivisti LGBT sono interlocutori o interpreti del successore di Pietro, esiste la possibilità che l’esito sia opposto a quello sperato. Infatti, o il Papa li riconduce alla fede cattolica, o costoro distorcono le sue affermazioni a loro favore, e così confondono i cattolici che vogliono restare fedeli al Papa.”

E questo perché, dice il card. Müller, quello che viene riportato da queste persone risulta distorto, e per questo non rappresentano alcun “locus teologicus”. Quello che viene riportato da influencer teologici e politici non ha alcuna autorità per i cattolici. 

“L’autorità dottrinale e pastorale del Papa non deriva dalla specifica personalità del titolare del trono di Pietro. Questo lo vediamo col pescatore Simone che Cristo ha fatto Pietro ma in forza della sua missione divina. Il suo potere, che richiede l’obbedienza di tutti i fedeli cattolici, consiste esclusivamente nel rendere manifesto ciò che il Padre celeste gli ha rivelato: vale a dire che Gesù non è un qualsiasi profeta o un modello morale, ma il Figlio di Dio (Mt. 16,16).” (…) “Gli apostoli e il loro successore insegnano solo ciò che Gesù ha loro insegnato (Mt 28,20). Un’obbedienza cieca alle persone, come il culto della persona verso il Fuhrer nei sistemi totalitari, è l’opposto dell’obbedienza della religione come componente della fede soprannaturale che si rivolge direttamente a Dio, il quale non inganna e non può ingannare (Lumen Gentium, 25).”

Il giornalista sottolinea che, al di là dei possibili travisamenti delle parole del Papa, rimane la dichiarazione del Papa a favore di una tutela legale delle unioni civili omosessuali. La risposta del card. Müller è la seguente:

“La confusione, talvolta consapevolmente indotta, consiste nel confondere l’obiettiva verità dell’unione naturale e sacramentale di uomo e donna nel matrimonio con i problemi personali che alcuni individui hanno per una attrazione erotico-sessuale verso persone dello stesso sesso. Uno Stato secolare fa riferimento per le sue norme non alla rivelazione soprannaturale o a una particolare religione, ma al diritto naturale che si esprime nella ragione. La Chiesa – come custode anche delle verità antropologiche naturali – deve contrastare la pretesa dello Stato o di organizzazioni ideologiche come quelle LGBT, che relativizzano secondo i propri gusti il matrimonio fra uomo e donna come costruzione sociale, e di conseguenza vogliono ridefinire anche i rapporti tra persone di diverso o identico sesso come un tipo di matrimonio. Papi e vescovi dovrebbero imparare nell’odierno mondo dei media a esprimersi in modo chiaro e univoco, in modo che la preoccupazione pastorale per alcune persone in situazioni difficili non si presti ad abusi che minerebbe l’antropologia, i cui principi ontologici e morali traggono origine dalla ragione e dalla rivelazione.”

Il giornalista fa notare che qualche vescovo ha sottolineato che le frasi di Francesco sarebbero in errore rispetto al Magistero, ad esempio con la nota della Congregazione per la Dottrina della Fede del 2003. Al che, il card. Müller risponde:

“Innanzitutto il Papa deve mantenersi in pieno accordo con la rivelazione, come conservata e testimoniata nelle Sacre scritture e nella tradizione apostolica. Poi deve anche formalmente riconoscere tutte le decisioni dogmatiche dei Concili e dei papi che lo hanno preceduto. Né il Papa in carica né i suoi predecessori possono proporre alla fede di tutta la Chiesa i loro soggettivi punti di vista, siano essi sulla politica, l’educazione dei bambini o l’arte culinaria.”

Il card. Müller continua precisando che un papa si può criticare dal punto di vista delle forme di pensiero o di comportamento “senza porre in questione la missione divina e il potere del Papa come successore di Pietro. Gesù ha fatto di Simone Pietro, e su questo ha costruito la sua Chiesa. E al contempo Gesù, il vero capo della Chiesa, lo ha duramente criticato per il suo rinnegamento durante la passione di Cristo. I santi Geronimo, Agostino e Tommaso d’Aquino, nei loro commenti alla lettera ai Galati, hanno lodato Paolo per la sua sincerità nella violenta critica a Pietro e, viceversa, Pietro per la sua umiltà, con cui ha accettato questa fraterna correzione. In quella circostanza Pietro ha dimostrato un servizio inestimabile alla unità della Chiesa.”

Il giornalista fa presente che una parte del mondo cattolico si accontenta che una unione civile non si chiami “matrimonio”, senza quindi far riferimento alla famiglia. Ma il card. Müller precisa subito che i fedeli cristiani non sono sofisti e non giocano con le parole. E continua:

“Il matrimonio è l’unione a vita di un uomo e di una donna, secondo la definizione della parola e della cosa dell’ordine della creazione e della redenzione. Qualunque convivenza di persone dello stesso sesso (ad esempio comunità di ordine) o di sesso diverso ha un valore religioso o morale. Ma non si può chiamarla “matrimonio”, e ogni unione sessuale al di fuori del matrimonio è oggettivamente un peccato grave.”

E poi continua:

“Perciò l’infallibilità in questioni di fede e di morale e data soltanto quando un Papa propone alla fede di tutta la Chiesa una dottrina di fede rivelata. Egli però non può proporre alla fede della Chiesa -come a lui rivelata- sue personali esperienze di vita, sue soggettive valutazioni o determinate teorie filosofiche o teologiche. Perché la rivelazione nella sua realtà costitutiva si è definitivamente conclusa con la morte dell’ultimo apostolo.”

E infine sottolinea:

“Dietro il discorso pseudointellettuale del ‘mutamento di paradigma’, si trova solo l’eresia non mascherata che falsifica la parola di Dio”.




Tu sei Pietro

San Pietro statua in piazza San Pietro a Roma
San Pietro statua in piazza San Pietro a Roma

 

 

di Gianni Pezzuolo

 

Tempo addietro, di fronte alle mie perplessità dopo un ennesima uscita poco ortodossa (dal mio punto di vista) di Papa Francesco, un giovane sacerdote mi ha detto “cum Petro e sub Petro” sempre.

Data la mia formazione avvenuta (ormai qualche decennio fa)  in ambito di azione cattolica non posso che fare anche mia tale affermazione, un cristiano cattolico romano non può mai mettere in discussione il primato di Pietro né l’unità della Chiesa.

Con Pietro dunque, ma chi è Pietro e in che modo dobbiamo essere cum Petro e sub Petro? E inoltre, sempre?

Credo che sia fuori discussione che con Pietro si debba intendere il legittimo successore di quel Pietro a cui Gesù, dopo aver chiesto più volte se lo amava, ha dato il mandato di pascere i suoi agnelli e le sue pecore (Gv 21,15-17).

Pietro da discepolo è chiamato ad essere pastore, anzi un “buon pastore”, perché deve pascere le pecore di Gesù. Il buon pastore da la vita per le proprie pecore e non si comporta come un mercenario al quale non importa delle pecore.

Gesù sa molto bene che essere un buon pastore non è facile, per questo avvisa Pietro del pericolo che lo attende “Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli». 

E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte». Gli rispose: «Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi» (Lc 22,31-34).

Pietro nonostante l’amore per Gesù, più volte ribadito, non è immune dal rinnegarlo. E’ perfettamente consapevole della continua guerra che il diavolo porta alla chiesa di Dio e, una volta imparata la lezione, cerca di avvisarci tutti invitandoci ad essere temperanti e vigili perché il nostro nemico il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare (1Pt 5,8b) e noi dobbiamo resistergli saldi nella fede (1Pt 5,9a).

Pietro ci deve quindi confermare in quella fede a lui annunziata da Gesù perché il rappresentante non rappresenta se stesso ma colui che gli ha conferito il mandato, l’esempio è Gesù stesso che diceva e annunziava non quello che voleva lui ma quello che il Padre gli aveva ordinato (Gv 12,49) e che, come ci ha detto lui stesso, è destinato a durare nel tempo. Cieli e terra passeranno ma le mie parole non passeranno (Mt 24,35).

Ecco qual è il mandato: la fedeltà. Passerà la scena di questo mondo; noi non dobbiamo uniformarci alla mentalità corrente del momento storico che stiamo vivendo (passerà) ma rimanere fedeli a lui (che non passerà).

Il male e il bene convivono come il grano e la zizzania e solo alla fine sarà fatta la distinzione (Mt 13,24-30). La convivenza tra grano e zizzania non è però commistione. La distinzione è netta e non c’è dialogo che tenga. Rimangono due cose distinte l’una buona e l’altra cattiva (Mt 13,36-43).

Questo significa fedeltà al mandato (Gv 8,3-11). Il peccatore, avendo provato dolore per il proprio peccato  viene trattato con misericordia ma con un mandato preciso va’ e d’ora in poi non peccare più.

L’episodio della peccatrice ci insegna due cose. La prima il prerequisito per la misericordia costituito dal pentimento per i peccati commessi; la seconda il cambiamento dello stile di vita. Senza questi requisiti direttamente connessi non può esistere la misericordia di Dio (vedi sacramento della riconciliazione) ma solo una sua diabolica caricatura.

Oggi invece sembra di essere in presenza di un distributore automatico della misericordia divina che nulla chiede all’uomo e nulla dice sullo stato di peccato.

Era questo il mandato di Gesù?

Nella “regola pastorale” di S. Gregorio Magno papa (Lib. 2, 4 PL 77, 30-31).

Il pastore sia accorto nel tacere e tempestivo nel parlare, per non dire ciò ch’è doveroso tacere e non passare sotto silenzio ciò che deve essere svelato. Un discorso imprudente trascina nell’errore, così un silenzio inopportuno lascia in una condizione falsa coloro che potevano evitarla. Spesso i pastori malaccorti, per paura di perdere il favore degli uomini, non osano dire liberamente ciò ch’è giusto e, al dire di Cristo ch’è la verità, non attendono più alla custodia del gregge con amore di pastori, ma come mercenari. Fuggono all’arrivo del lupo, nascondendosi nel silenzio. Il Signore li rimprovera per mezzo del Profeta, dicendo: «Sono tutti cani muti, incapaci di abbaiare» (Is 56,10), e fa udire ancora il suo lamento: «Voi non siete saliti sulle brecce e non avete costruito alcun baluardo in difesa degli Israeliti, perché potessero resistere al combattimento nel giorno del Signore» (Ez 13,5). Salire sulle brecce significa opporsi ai potenti di questo mondo con libertà di parola per la difesa del gregge. Resistere al combattimento nel giorno del Signore vuol dire far fronte, per amor di giustizia, alla guerra dei malvagi. Cos’è infatti per un pastore la paura di dire la verità, se non un voltar le spalle al nemico con il suo silenzio?

Se invece si batte per la difesa del gregge, costruisce contro i nemici un baluardo per la casa d’Israele… Chiunque accede al sacerdozio si assume l’incarico di araldo, e avanza gridando prima dell’arrivo del giudice, che lo seguirà con aspetto terribile. Ma se il sacerdote non sa compiere il ministero della predicazione, egli, araldo muto qual è, come farà sentire la sua voce? Per questo lo Spirito Santo si posò sui primi pastori sotto forma di lingue, e rese subito capaci di annunziarlo coloro che egli aveva riempito» 

I pastori che stanno in silenzio sono come il sale insipido, a null’altro servono che ad essere gettati via e calpestati dagli uomini (Mt 5,13-16).

Ecco allora che, pur essendo cum Petro e sub Petro, come conterraneo di Santa Caterina ritengo che sia altrettanto doveroso ricorrere alla correzione fraterna usando le sue stesse parole quando il pastore non si comporta più come tale:

Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue Suo; con desiderio di vedervi fondato in vero lume …

Ora è tempo vostro da sguainare questo coltello; odiare il vizio in voi e nei sudditi vostri, e nei ministri della Santa Chiesa.

In voi, dico; perché in questa vita veruno è senza peccato: e la carità si debbe prima muovere da sé, usarla prima in sé coll’affetto delle virtù, e nel prossimo nostro.

Sicché, tagliare il vizio; e se il cuore della creatura non si può mutare, né trarlo de’ difetti suoi, se non quanto Dio nel trae, e la creatura si sforzi coll’auditorio di Dio a trarne il veleno del vizio; almeno, santissimo Padre, siano levati dalla Santità vostra il disordinato vivere e’ scelerati modi e costumi loro …

E perciò, se io parlo quello che pare che sia troppo e suoni presunzione; il dolore e l’amore mi scusi dinnazi a Dio e alla Santità vostra.

Ché, dovunque io mi volgo, non ho dove riposare il capo mio.

Se io mi volgo costì (che dove è Cristo, debbe esser vita aeterna); e io vedo che nel luogo vostro, che sete Cristo in terra, si vede l’inferno di molte iniquità, col veleno dell’amore proprio …

Riluca nel petto vostro la margarita della santa giustizia, senza veruno timore”. (SANTA CATERINA, Lettera a papa Urbano VI) .

E se nonostante tutto il pastore non ascoltasse l’appello delle sue pecorelle allora …: «Figlio d’uomo, profetizza contro i pastori d’Israele; profetizza, e di’ a quei pastori: Così dice il Signore Dio: Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge?  Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e sono preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate (Ez. 34, 2-5)

Allora guai ai cattivi pastori (Ger 23, 1), ma noi non perdiamo la speranza perché la salvezza ci arriverà direttamente da Dio  «Infatti così dice il Signore, DIO: “Eccomi! io stesso mi prenderò cura delle mie pecore e andrò in cerca di loro.  Come un pastore va in cerca del suo gregge il giorno che si trova in mezzo alle sue pecore disperse, così io andrò in cerca delle mie pecore e le ricondurrò da tutti i luoghi dove sono state disperse in un giorno di nuvole e di tenebre; le farò uscire dai popoli, le radunerò dai diversi paesi e le ricondurrò sul loro suolo; le pascerò sui monti d’Israele, lungo i ruscelli e in tutti i luoghi abitati del paese. Io le pascerò in buoni pascoli e i loro ovili saranno sugli alti monti d’Israele; esse riposeranno là in buoni ovili e pascoleranno in grassi pascoli sui monti d’Israele. Io stesso pascerò le mie pecore, io stesso le farò riposare”, dice il Signore, DIO. (Ez. 34, 2a.4a.5-6.11-15)

Con questa fiducia nel cuore preghiamo perché anche questo Pietro, come il primo, si ravveda e, una volta ravveduto, confermi i suoi fratelli.




Un Vescovo risponde alla lettera di alcune persone omoessuali sulle Unioni Civili Gay

La settimana scorsa avevamo pubblicato una lettera ai Media Vaticani di alcune persone con attrazione per lo stesso sesso che chiedevano un qualche chiarimento riguardo alle affermazioni del Papa sulle Unioni Civili e alle successive strumentali enfatizzazioni fatte dal mondo liberal, anche interno alla Chiesa Cattolica di cui vi abbiamo dato conto in diversi articoli su questo blog (ad esempio qui). Oggi il vescovo di Ventimiglia-Sanremo, Mons. Antonio Suetta, ha dato una risposta a queste persone. Con il suo permesso la pubblichiamo volentieri.

 

Mons. Antonio Suetta, Vescovo di Ventimiglia – San Remo
Mons. Antonio Suetta, Vescovo di Ventimiglia – San Remo

 

Sanremo, 29 ottobre 2020.

Cari Amici,

ho letto con attenzione la lettera pubblica che avete indirizzato alla Redazione di Vatican News e desidero ringraziarvi per aver pensato di far sentire opportunamente una voce diversa in merito alla questione dell’accoglienza delle persone omosessuali, dei loro diritti e della loro cura pastorale.

Concordo sul fatto che le parole del Santo Padre siano state gravemente strumentalizzate da una macchina di propaganda, utilizzatrice delle complesse tematiche della condizione omosessuale come strumento ideologico di destrutturazione di una società che giustamente dovrebbe riconosce nella famiglia naturale un riferimento imprescindibile di giustizia e di verità per la persona umana, anche e soprattutto per quanto concerne il suo percorso educativo e lo sviluppo affettivo, e che la considera un baluardo dei valori fondanti la società civile.

La coraggiosa lucidità delle vostre riflessioni e l’accorato appello alla Chiesa affinché, sulla scia di un Magistero ancorato saldamente ad una sana visione antropologica, non desista dall’annunciare con franchezza e chiarezza la dottrina cattolica circa la condizione delle persone omosessuali e la loro cura pastorale, è per me, per i credenti e per coloro che non intendono piegare l’intelligenza ai dogmi del “politicamente corretto” una grande consolazione ed una preziosa testimonianza di come l’esperienza concreta di persone coinvolte in questa situazione non confermi l’ideologia dominante.

L’obiettivo da voi indicato è quello giusto: la Chiesa deve accogliere e accompagnare le persone omosessuali presentando integralmente l’insegnamento biblico e dottrinale come verità liberante e salvifica e deve sostenerle con tutti i mezzi – soprattutto quelli della grazia divina — in loro una risposta di fede. La pretesa invece che la Chiesa accetti pienamente l’omosessualità con un cambiamento della Sacra Scrittura, del Catechismo e della Dottrina è assolutamente estranea alla sua missione e, a mio parere, ne rappresenterebbe anche un grave tradimento per il bene e la salvezza delle persone.

Vi esorto a continuare nella promozione di giuste considerazioni e opportuni stimoli di riflessione allo scopo di alimentare un sereno confronto anche con chi non condivide il dono della fede, affinché una adeguata e corretta visione della vita umana e della sessualità impedisca derive di civiltà e soprattutto tuteli l’esistenza e i diritti dei più deboli e indifesi (bambini, ragazzi e giovani), garantendo loro una condizione degna e buona.

Vi assicuro la mia preghiera e vi saluto con affetto.

,

  +Antonio Suetta

Vescovo di Ventimiglia  –  San Remo

 




Roccella commenta le parole del Papa sulle unioni gay e denuncia il duro attacco omosex alla maternità e la pericolosità del Ddl Zan.

Eugenia Roccella
Eugenia Roccella

 

 

di Lucia Comelli

 

Mi ha colpito molto l’intervista che Eugenia Roccella, deputata ed ex Sottosegretario alla Salute nel IV governo Berlusconi, ha rilasciato un paio di giorni fa al quotidiano LaVerità[1]: ” La parola madre da sola non ha più significato ormai. Bisogna sempre aggiungere un aggettivo: gestazionale o biologica per esempio. C’è un attacco diretto alla donna, e alla maternità soprattutto: il messaggio che la nuova antropologia sta veicolando è che si può nascere senza una madre. Ciò stravolge il cuore della nostra cultura.

Da sempre impegnata a difesa della famiglia, la Roccella ha definito le recenti affermazioni di papa Francesco a favore delle unioni civili dei gay – per garantire loro una copertura legale – come opinioni importanti, ma non vincolanti per i fedeli (non essendo state pronunciate ex cattedra). La deputata le considera il frutto di una strategia da parte dell’attuale pontefice ben diversa da quella dei suoi predecessori: Giovanni Paolo II infatti è stato un papà battagliero che invitava alla resistenza, convinto com’era che quella cristiana fosse una proposta vincente. Già Ratzinger parlava dei cristiani come di una ‘minoranza creativa. Sul piano antropologico, Papa Francesco invece la sconfitta per avvenuta. Per lui resistere, in questa società profondamente scristianizzata, è inutile: meglio mettere a fuoco altre questioni.

Quanto alla legge Cirinnà, la Roccella- che ha presieduto il comitato per il referendum abrogativo della stessa – la giudica molto negativamente, in quanto volta principalmente a creare in Italia un simil matrimonio. Se il fine della legge fosse stato semplicemente quello di proteggere chi non è sposato, bastava solo la parte del testo che tratta delle convivenze di fatto, invece ne è stata inserita una seconda per le sole coppie omosessuali, con l’intento di equiparare quel tipo di unione al legame matrimoniale. Formulato in modo ipocrita il testo apre quindi completamente alla pratica dell’utero in affitto, e allo stravolgimento della genitorialità.

L’intervistatore ha poi chiesto alla Rocella se il documentario su papa Francesco, in cui Egli si relazionava con una coppia di omosessuali credenti con 3 figli, nati da maternità surrogata, potesse essere interpretato come una sorta di tolleranza da parte suaverso una pratica che in Italia è, oltretutto, illegale. La Roccella ha sottolineato che la confusione che si è creata attorno a questi passaggi del filmato, sicuramente non è stata voluta dal Papa, che più volte si è scagliato contro la maternità surrogata: il suo discorso era in realtà focalizzato alla doverosa accoglienza di quei bambini in parrocchia.

La coppia che dialoga nel filmato con il papa è nota per aver affermato, durante una trasmissione televisiva, che la madre è solo un concetto antropologico: “C’è il rischio – ha chiesto alla Roccella il giornalista – che il ruolo della madre venga destrutturato?” Assolutamente sì, ha risposto la deputata: questo è il gender ed è questa la direzione verso cui l’Occidente sta andando. Non a caso c’è un conflitto fortissimo tra il femminismo della differenza e la comunità Lgbtq. La figura materna è sottoposta ad un attacco molto duro: la nuova antropologiahaspezzettatola maternità puntando alla compravendita e alla commercializzazione del corpo femminile: se i padri possono essere due (quello sociale e quello biologico), per le madri si può arrivare addirittura a quattro figure diverse. La pratica dell’utero in affitto prevede sempre anche la compravendita di ovociti da una donna diversa rispetto a quella che porterà avanti la gravidanza: così avremo una madre genetica ed una surrogata. Ne consegue la cancellazione della madre, con uno stravolgimento del cuore stesso della nostra cultura: la comunità umana infatti nasce dalla famiglia fatta da un uomo e una donna, le reti parentali si costruiscono su questo.

In Occidente si continua a parlare dei diritti individuali, senza tener conto delle implicazioni che questo comporta per la società nel suo complesso: la famiglia, anche in Italia, viene progressivamente indebolendosi, mentre in altri Paesi occidentali, in cui le madri single sono ormai la maggioranza, non esiste già più e questa situazione ferisce in profondità la condizione umana.

Quanto alle due proposte di legge a firma di Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) e di Mara Carfagna (Forza Italia) che prevedono la punibilità del reato di maternità surrogata, anche se compiuto da un italiano all’estero, l’onorevole Roccella le giudica un’ottima iniziativa, ma aggiungerebbe ad esse l’obbligo diregistrare all’anagrafe il contratto che la maternità surrogata implica, riportando il nome della madre gestazionale: è infatti un diritto del bambino sapere chi lo ha messo al mondo!

Quanto alla discussione ripresa questa settimana in Parlamento sul disegno di legge sul omotransfobia, la Roccella esprime sulla proposta una posizione molto critica: si tratta di una legge illiberale che reinserisce nel nostro ordinamento il reato di opinione, interpretato come crimine d’odio. Se si trattasse semplicemente di punire gli atti di violenza contro le persone, basterebbero le norme e le eventuali aggravanti già esistenti nel nostro ordinamento.

L’appello che la Roccella con altri intellettuali ha firmato contro il DDL Zan ha denunciato l’eccessiva vaghezza del nuovo reato che lascia all’arbitrio personale del giudice un potere coercitivo pericoloso.


[1] Antonio di Francesco, Il Papa ragiona da sconfitto. Per lui resistere è inutile, LaVerità, 26 ottobre 2020.




«Le stelle non sono per l’uomo» – Spiritualità e profitto nell’era delle piattaforme digitali

The social media

 

 

di Nicola Lorenzo Barile

 

Fra i cambiamenti introdotti nel costume dalla diffusione del COVID-19, vi è senz’altro il ricorso abbondante alle piattaforme digitali: alla ricerca di notizie, per fare shopping e fruire di film e spettacoli: non è un caso, pertanto, che durante questo periodo giganti come Amazon e Netflix abbiano incrementato ulteriormente i loro profitti, non senza suscitare qualche riflessione, anche autocritica.

È il caso di The Social Dilemma, uno dei documentari più importanti di quest’anno (anche se forse non il migliore, secondo Rotten Tomatoes), prodotto proprio da Netflix: il regista Jeff Orlowski, tra una dichiarazione e l’altra di alcuni fra i professionisti della Silicon Valley su cosa c’è veramente dietro social networks e motori di ricerca molto popolari come Google, Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest e così via, inserisce una fiction drammatica con protagonisti Ben, un ragazzo che prova con scarsi risultati a non toccare il suo smartphone per una settimana, e sua sorella Isla, altrettanto dipendente dai social  che, pubblicando le sue foto on line, va incontro ai commenti cinici e spietati dei suoi coetanei. Dietro a tutto questo c’è l’intelligenza artificiale, interpretata dall’attore Vincent Kartheiser, che catalizza l’attenzione degli users gestendo ad arte feeds e notifiche.    

The Social Dilemma spiega molto bene la contraddizione dei siti internet, che macinano ingenti utili apparentemente senza far pagare nulla per i loro servizi perché, in realtà, il prodotto sono i loro utenti. Non solo essi registrano il tempo trascorso dietro lo schermo, le ricerche svolte, ciò che piace o interessa solamente e, alla fine, definitivamente si acquista, consegnando poi questi dati agli inserzionisti, ma escogitano tutta una serie di trucchi psicologici per far usare sempre più telefono o computer.

Certe corde delicate, infatti, vengono toccate in modo da far premere o sfiorare conseguentemente pulsanti di tastiere o schermi touch screen. Siamo arrabbiati per qualcosa? Vogliamo marciare per le strade e manifestare? Dopo aver guardato The Social Dilemma, ci si chiede effettivamente se le nostre reazioni siano naturali o indotte, ma è così che funziona il sistema, sfruttando paure e rabbia per fare soldi; quasi come una droga, una volta che ci si è resi conto della sua portata, non rimane che comportarsi come la maggior parte dei leaders della Silicon Valley: vietare ai propri figli di utilizzare i social media.

Recensendo The Social Dilemma, il professor Randall B. Smith, uno specialista della filosofia di San Tommaso d’Aquino, è del parere che si dovrebbe parlare apertamente dei pericoli insiti nei social media, come si fa, appunto, con droga e pornografia (leggi qui).

Può sorprendere questa sua preoccupazione, ma, da buon tomista, il professor Smith è abituato a determinare prioritariamente le regole della giustizia che governano le relazioni sociali, distinguendo, come San Tommaso, fra la giustizia distributiva, che regola la distribuzione di ricchezze e guadagni, e la giustizia commutativa, che si applica alle relazioni reciproche fra individui, ovvero lo scambio di beni e servizi. Egli suggerisce, pertanto, l’avvento di vere fonti di informazioni, dotate di una prospettiva ampia e abbastanza profonda, in modo da arrivare alle verità di cui abbiamo bisogno per prendere decisioni prudenti e ben informate.

Di fronte all’obiezione circa lo scarso valore economico di quelle notizie, lo studioso si chiede di quanti soldi ci sarebbe bisogno allora per fare qualcosa di utile per la propria nazione; da quando, si chiede provocatoriamente, abbiamo iniziato a presumere che le notizie riguardassero unicamente come fare soldi per i miliardari e come far primeggiare le celebrità sulle prime pagine dei giornali? Come ogni tossicodipendente, conclude amaramente il professor Smith, la situazione della nostra società peggiorerà se non smettiamo di abbandonare le droghe allucinogene che ci intossicano.

Non è del tutto corretto, però, fermarsi al quadro cupo delle piattaforme digitali dipinto da The Social Dilemma. Fra i suoi creativi vi è anche il versatile Michael De Luca, produttore esecutivo dell’audace trasposizione di uno dei più famosi romanzi di fantascienza: Childhood’s End (1953, conosciuto in italiano, più liberamente, come Le guide del tramonto, Milano, 1967 e 2016) di sir Arthur C. Clarke (1917-2008), uno dei padri del genere, noto al grande pubblico per aver ispirato il sofisticato e ancora insuperato 2001: Odissea dello spazio di Stanley Kubrick (2001: A Space Odyssey, 1968).

Realizzato come serie tv, Childhood’s End venne trasmesso in Usa il 14, 15 e 16 dicembre 2015 dal canale via cavo specializzato in produzioni di fantascienza Syfy (in Italia è stato possibile vederlo su Premium Action il 15, 16, 17 giugno 2017). Una impresa difficile, già tentata nel passato, dato che, come ha spiegato lo showrunner della serie, l’inglese Matthew Graham, nel romanzo di Clarke ci sono complesse riflessioni, difficili da adattare per lo schermo ma, ciò nonostante, è stato fatto tutto il possibile per conservare la filosofia di fondo della storia, anche se non è stato possibile entrare nei dettagli del romanzo.

Ecco il plot così come comunicato dalla rete: «Childhood’s End segue la pacifica invasione della terra da parte della razza aliena chiamata Overlords [i Superni, in italiano]. Karellen, il loro ambasciatore, stabilisce il primo contatto con Ricky Stormgren, il proprietario di una fattoria. Le confortanti parole e gli straordinari regali tecnologici di Karellen vincono rapidamente il favore degli umani, dando inizio a decenni di apparente utopia, al prezzo dell’identità e della cultura dei terrestri. Ma il suo rifiuto di mostrarsi fisicamente e l’insistenza nel voler parlare solo tramite Stormgren, cominciano a far sì che le persone dubitino del fatto che le sue intenzioni siano del tutto benevole».

Apparentemente, la trama Childhood’s End sembra anticipare quella di 2001: Odissea dello spazio, anche se senza la sua dimensione onirica e spirituale; Clarke, del resto, si è sempre professato ateo, ma non del tutto indifferente alla religione, che anzi ricorre spesso nei suoi racconti, come il famoso I nove miliardi di nomi di Dio (The Nine Billion Names of God, 1953).

Ha aggiunto Nick Hurran, il regista: «è un libro di idee, ma non quelle legate a eventi relativi solo al nostro periodo o a quello originale del romanzo. Sono idee senza tempo: mortalità, moralità, destino, essere responsabili della nostra felicità. Qualcuno potrebbe girare una nuova versione tra sessant’anni e sarebbe attuale quanto lo è oggi».

Ciò nonostante, alcuni cambiamenti si sono resi necessari perché Childhood’s End, specifica Graham, «è un libro di idee e di personaggi che servono a decifrare queste idee, per cui devi approfondirli al meglio per portarle alla luce». Così, ad esempio, spiega il motivo per cui il protagonista Rikki Stormgren è passato da rappresentante del governo a contadino: «Il libro è stato scritto in un periodo in cui la gente pensava che i politici fossero migliori di noi comuni mortali e non credo che lo si pensi ancora ai giorni nostri. Ho pensato che sarebbe stato meglio se Karellen avesse scelto una persona che lavora in una fattoria invece di quella che sarebbe la scelta più ovvia, come il capo delle Nazioni Unite». Interessante è la chiosa finale dello showrunner: «Inoltre, ogni riferimento tra Karellen e l’umanità è ispirato dalla relazione di Dio con i profeti nell’Antico Testamento. So che c’era il re Davide, ma Dio raramente sceglie i re. Sceglie il ragazzo della fattoria, il pastore, la donna al pozzo; sono le persone scelte per un compito speciale, quindi lo abbiamo fatto con la storia».

Originariamente, la serie era stata concepita in due parti, poi Syfy comunicò ai suoi creativi che voleva tre episodi. La sfida per regista e showrunner diventò cosa inserire nel secondo episodio, perché se il primo aveva una struttura chiara fin dall’inizio (ambientazione generale e arrivo dei benevolenti Superni), il terzo doveva essere ovviamente quello conclusivo, ma così diventava difficile scegliere cosa raccontare nel secondo episodio. Rileggendo il romanzo, Graham s’imbatté in una frase apparentemente semplice: «E poi i Superni persuasero gli umani ad abbandonare le religioni» che, a ben vedere, poteva costituire un vero e proprio film nel film. Rifletté allora Graham: «La pace mondiale cambia il nostro modo di vedere le cose, facendo sì che non mettiamo più la nostra fede in cose che non possiamo vedere o di cui non ci sono prove. Non è un concetto anti-religioso, mi interessava l’idea di esseri onnipotenti che ci danno la possibilità di risolvere i nostri problemi da soli. Non dobbiamo più sperare nella vita dopo la morte, possiamo creare il nostro paradiso sulla terra mentre ci viviamo. E soprattutto, volevo raccontare le reazioni delle persone religiose. Così abbiamo creato il personaggio chiamato Peretta, che non esisteva nel romanzo e rappresenta l’aspetto religioso della storia. Ed è attraverso i suoi occhi che seguiamo la storia, nonché il personaggio che più mi preoccupava, perché temevo la reazione dei fans del romanzo. Ma penso che quando la vedranno scopriranno quanto si sia inserita organicamente all’interno del plot». Come riassume Karellen il suo compito nel teaser della serie: «Gli umani hanno bisogno di supervisione. I Superni vi daranno il paradiso in terra, per cercare di indorarvi la pillola. Più di così non posso dirvi al momento».

Il valore del romanzo di Clarke non sta nella plausibilità del futuro immaginato per l’umanità, come accade generalmente per le opere di fantascienza, ma nell’accurata disposizione dei vari elementi che conducono inesorabilmente verso il sorprendente finale che Clarke ha immaginato per l’umanità, portando alle estreme conseguenze lo scontato cliché secondo il quale ciò che giace alla fine dell’infanzia, cui si allude nel titolo, non è appunto la morte dei bambini, ma la nostra, giacché, se ci pensiamo, è del resto nell’ordine naturale delle cose che essi ci sopravvivano.

Karellen allude spesso, nel corso del romanzo, a questa nostra finitudine, con linguaggio scientifico, ma trascendente al tempo stesso: «In questa sola nostra galassia (…) ci sono ottantasettemila milioni di soli. Ma anche questa cifra non dà che un’idea molto vaga dell’immensità dello spazio. Sfidandola, sareste come formiche che tentassero di classificare ed etichettare tutti i granelli di sabbia di tutti i deserti del mondo. (…) È un pensiero che rattrista ma dovete rassegnarvi. Può darsi che un giorno possiate conquistare i pianeti. Ma le stelle non sono per l’uomo». 

Lo scrittore e critico cristiano C.S. Lewis (18981963) ha sostenuto che la migliore fantascienza ha sempre un sotto-testo spirituale, un rispetto per le domande sui fini e sul significato finali dell’umanità, non importa quanto ben camuffati nella storia. Come ha osservato nel suo saggio Sulla fantascienza (On Science Fiction, 1955), «[per] costruire “altri mondi” plausibili e commoventi devi attingere all’unico vero “altro mondo” che conosciamo, quello dello spirito», come del resto stanno a testimoniare i suoi romanzi di fantascienza, dal contenuto esplicitamente teologico. Non è un caso, pertanto, che l’eco del trascendente di Childhood’s End abbia attirato la sua speciale ammirazione: «È temperante e catartico ricordare, di tanto in tanto, la nostra collettiva piccolezza, la nostra apparente solitudine e l’apparente indifferenza della natura, i lenti percorsi biologici, geologici e astronomici che potranno, a lungo andare, rendere molte delle nostre speranze (e se possibile alcune delle nostre paure) cose ridicole».

Lewis, ovviamente, era un cristiano. Credeva, cioè, in uno scopo divino per l’uomo che elevasse la dignità umana, così che la sua opera, inclusa la sua narrativa, era pervasa di speranza, ma Childhood’s End testimonia che c’è stato un tempo in cui la migliore fantascienza riconosceva la possibilità di uno scopo superiore dell’uomo. Ciò che manca oggi, non solo nella fantascienza, è precisamente qualcosa che assomigli o nobiliti l’anima umana.

      

 

 




Da quando i papi ricorrono alle interviste per sensibilizzare l’opinione pubblica?

Cardinale Jorge Mario Bergoglio
Cardinale Jorge Mario Bergoglio

 

 

di Luca Del Pozzo

 

Non mi ritrovo molto nella ricostruzione fornita qui ieri da Daniele Menozzi (*) riguardo l’ormai famosa frase del Papa sulle unioni civili same sex. E’ vero che si tratta di una posizione già sostenuta da Bergoglio nel 2010 in Argentina per evitare che fosse approvato il matrimonio omosessuale; come pure che si tratta di una posizione ascrivibile alla plurisecolare dottrina del “male minore”, secondo cui le unioni civili sarebbero, appunto, un male minore rispetto all’equiparazione tout court con il matrimonio. Tuttavia non risulta di immediata comprensione come e perché “la mancata tutela giuridica di coloro che vivono un’unione omosessuale non consente un’adeguata garanzia della dignità della persona umana”. Come se in assenza di una tutela giuridica della coppia verrebbe compromessa la dignità umana delle singole persone. Menozzi nota poi che pur essendo la succitata posizione teologicamente non nuova, ciò non significa “che non sia mutato nulla”. Mentre prima la Cei, in particolare, lavorava affinché sulla base della nota direttiva della Congregazione per la Dottrina della fede del 2003, le leggi positive rispecchiassero il più fedelmente possibile la legge naturale, ora “il Papa non ritiene più necessario, e nemmeno opportuno, che le legislazioni civili, alla luce delle concrete situazioni della società contemporanea, ne siano una meccanica applicazione”. Il che, dice Menozzi, non è poco. Resta però un problema, ossia il fatto che tale cambiamento è avvenuto tramite un’intervista che, lo sottolinea egli stesso, è lecito dubitare possa bastare per superare una posizione, come quella del 2003 della succitata congregazione, espressa in un atto che ha “una precisa qualificazione teologica”. Ed è qui che il discorso si fa intrigante. Menozzi dice infatti che per “cogliere il significato effettivo dell’intervista ci può allora aiutare la storia”. Come? Allacciate le cinture e tenetevi forte: “Da circa un secolo e mezzo i papi ricorrono alle interviste giornalistiche per sensibilizzare l’opinione pubblica su questioni d’attualità”. Affermazione sicuramente calzante se uno pensa a Francesco, che effettivamente di interviste ne ha fatte tante; ma che risulta, come dire, un pelo ardita guardando ai suoi predecessori (compresi Wojtyla e Ratzinger che hanno fatto libri-intervista e sicuramente non per sensibilizzare chicchessia). Potrebbe invece avere ragione Menozzi quando dice che Francesco, prima di procedere anche formalmente a cambiare in senso aperturista la posizione della chiesa, cerca di avere il maggior consenso possibile dentro e fuori la chiesa; ma a parte il fatto che è tutto da dimostrare se l’obiettivo sarà raggiunto, resta la domanda se seguire e assecondare gli umori del popolo, ancorché di Dio, come si fa in politica, sia il modo migliore per governare la chiesa.

 

(*) si riferisce all’articolo di Daniele Menozzi dal titolo “Francesco e le famiglie omosessuali: tanto rumore per nulla?” apparso su Il Foglio del 27.10.2020. Questo commento è stato pubblicato sullo stesso giornale.