Gotti Tedeschi: Il cuore dell’enciclica “Fratelli tutti”? Non San Francesco d’Assisi, ma l’Utopia di San Tommaso Moro.

Rilancio il colloquio avvenuto tra l’economista Ettore Gotti Tedeschi ed il giornalista e scrittore Aldo Maria Valli sulla ultima enciclica di papa Francesco, Fratelli tutti. La rilancio perché Ettore Gotti Tedschi, come noto, ha contribuito alla scrittura di un’altra enciclica, la Caritas in veritate, del papa Benedetto XVI. Il colloquio è apparso su Duc in altum, il blog di Aldo Maria Valli.

 

Ettore Gotti Tedeschi, economista e banchiere

 

Ettore Gotti Tedeschi – Mentre leggevo Fratelli tutti pensavo: ma dove ho già letto queste cose? Poi mi sono ricordato. Ma certo! Qui san Francesco non c’entra niente. Qui il vero ispiratore è un altro santo: Tommaso Moro. Specie là dove, nella sua Utopia, il grande umanista e martire immagina un mondo in cui la proprietà privata è abolita, i cittadini non dispongono né di beni né di denaro, tutto è messo in comune e l’idea stessa di commercio è superata. Nell’Utopia di Moro il sistema economico è ridotto alla sola dimensione agricola e la terra è un bene in sé, non in relazione all’uso che ne viene fatto dagli esseri umani. Inoltre, nell’isola-regno immaginata da Moro l’uguaglianza è il principio cardine che regola tutto. Non c’è spazio per le differenze sociali ed economiche e perfino il numero dei figli è prestabilito, così che la popolazione, tenuta sotto controllo, non possa sfruttare le poche risorse oltre i limiti pianificati e ritenuti sostenibili. Sull’isola, poi, tutte le religioni sono ammesse, ma il culto più diffuso è quello tributato alla natura, creatrice dell’intero universo, e la divinità identificata con la natura è Mitra, cara agli gnostici. I sacerdoti non hanno un ruolo propriamente religioso, ma si occupano più che altro di questioni sociali, comprese le buone maniere, con il fine di garantire il benessere della repubblica. Al sacerdozio sono ammesse anche le donne, ma solo se anziane o vedove. Inutile dire che in Utopia il pacifismo è dominante e la pena di morte è stata abolita.

Aldo Maria Valli – Ottima intuizione. Da parte mia, devo dire che dal punto di vista formale l’enciclica mi sembra francamente prolissa e noiosa. Vuole essere una sorta di summa di tutto ciò che Francesco ha detto e ripetuto più volte durante il pontificato in materia sociale, economica e politica, ma proprio per questo non ha freschezza. È una stanca ripetizione, a tratti inutilmente pedante.

Circa i contenuti, vedo due distorsioni inaccettabili. La prima riguarda san Francesco, utilizzato ancora una volta nella sua versione pacifista ed ecologista, che non risponde alla verità. Dall’enciclica sembra che san Francesco andò dal sultano per amore del dialogo, mosso da un generico senso di fraternità. Invece ci andò per convertire il sultano e tutti i suoi, e lo disse con espressioni forti, che oggi, in tempi di politicamente corretto, verrebbero bollate di intransigenza se non di fanatismo.

Che un papa che si chiama Francesco tradisca così il vero messaggio di san Francesco è piuttosto grave.

La seconda distorsione riguarda la figura del buon samaritano, presentato come il prototipo dell’uomo che si comporta in base al principio della fraternità cristiana. In realtà il buon samaritano vede nell’altro, nel povero viandante, il prossimo da amare, e per questo lo assiste. In senso cristiano il fratello è un’altra cosa. In senso cristiano il fratello è il battezzato, è il fratello nella fede, è colui che può rivolgersi a Dio chiamandolo Padre. Distinguere tra il prossimo e il fratello può sembrare un’operazione da pignoli legalisti, e invece è di sostanziale importanza. Perché la fratellanza cristiana si basa sul fatto che siamo figli di Dio. Se proclamiamo una fratellanza generica, solo umana, senza Dio, proclamiamo la fraternità dell’illuminismo, della Rivoluzione francese e dei massoni, non quella cristiana.

Joseph Ratzinger nella sua fondamentale opera Introduzione al cristianesimo mise in guardia da questa distorsione, in base alla quale saremmo fratelli semplicemente in quanto uomini. Questa, disse, è una fratellanza tutta umana, tutta orizzontale, che non ha bisogno di Dio. E, in quanto tale, pur avendo in sé qualcosa di nobile, è priva di fondamento.

Lungo la storia il passaggio da una fratellanza tutta umana e orizzontale, che non ha bisogno di Dio, al fratricidio è avvenuto spesso. Se non c’è il Padre, gli uomini a parole possono anche proclamarsi fratelli, ma nei fatti non c’è unità.

E.G.T. – Fratelli tutti conferma che la Chiesa oggi non è più chiamata a occuparsi delle anime e delle coscienze, ma esclusivamente di politica, economia, ecologia. Ma in proposito la Chiesa possiede già un insegnamento articolato e sicuro, che chiamiamo Dottrina sociale della Chiesa e che vincola ogni valutazione alla Parola di Dio. Ovviamente il papa è liberissimo di tornare su questi argomenti, ma il problema, con Francesco, è che il papa attuale vi torna in modo ideologico. La prospettiva trascendente è scomparsa e abbiamo solo la dimensione orizzontale, senza quella verticale. Tanto è vero che se uno leggesse Fratelli tutti senza conoscerne l’autore, alla fine potrebbe dedurne che è stata scritta da qualche think tank dell’Onu.  I “testimonial” scelti dal papa sono personaggi che hanno lottato per i diritti civili contro le oppressioni (Desmond Tutu, Gandhi, Martin Luther King) e, sia chiaro, sono rispettabilissimi, ma appartengono al Pantheon del mondo, non sono espressione di una visione cattolica. Mi sarei aspettato una scelta diversa: per esempio il san Giovanni Paolo II della Sollecitudo rei socialis (che profetizza che gli strumenti sarebbero sfuggiti di mano a chi li usava) o il Benedetto XVI della Caritas in Veritate (che mette in luce il rischio che gli strumenti assumano autonomia morale). Invece, al solito, abbiamo nomi che piacciono alla gente che piace.

Benedetto XVI, per curare le allucinazioni di chi è convinto di poter migliorare il mondo cambiando gli strumenti quando non funzionano, ci invita a riflettere sul peccato originale, a pensare di cambiare non tanto l’economia, ma il cuore dell’uomo, mediante la conversione. Invece eccoci qui a commentare un’enciclica che è in realtà un manifesto ideologico.

A.M.V. – Sono d’accordo. In generale nell’enciclica concetti quali l’apertura, l’integrazione, la solidarietà e la stessa fraternità sono ripetuti continuamente, producendo anche un effetto di ridondanza, ma il problema è che non c’è alcun riferimento a Cristo. Il che fa di questo documento un testo (invero confuso) di scienze sociali, non di magistero.

Alcune tesi, poi, sono semplicemente false. Sostenere che “l’arrivo di persone diverse, che provengono da un contesto vitale e culturale differente, si trasforma in un dono” è insensato. A volte l’arrivo di queste persone, a certe condizioni, può trasformarsi in un dono; spesso invece è un problema e può diventare tragedia.

Inquietante è il costante riferimento alla necessità di un ordine mondiale. Leggiamo: “Abbiamo bisogno di un ordinamento mondiale giuridico, politico ed economico”; occorre “lo sviluppo di istituzioni internazionali più forti ed efficacemente organizzate, con autorità designate in maniera imparziale mediante accordi tra i governi nazionali e dotate del potere di sanzionare»”; bisogna “dare vita a organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale”. Legittima la domanda: il papa si è messo al servizio del Nuovo Ordine Mondiale?

Retorica e confusione sono seminate a piene mani. Dire che dobbiamo “superare ciò che ci divide senza perdere l’identità di ciascuno” suona bene, ma in concreto che significa? Sostenere che “se potessimo riuscire a vedere l’avversario politico o il vicino di casa con gli stessi occhi con cui vediamo i bambini, le mogli, i mariti, i padri e le madri”, e aggiungere “che bello sarebbe!”, non ha alcun senso. È solo melassa buonista della peggior specie.

E.G.T. – Occupandosi dell’enciclica Andrea Riccardi, sul Corriere della sera, parla di “terza via del Papa, tra liberismo e populismo”. In realtà questa terza via c’è già, ed è appunto la Dottrina sociale della Chiesa. Una terza via che esercitò un certo fascino perfino su un liberale come Luigi Einaudi, il quale vide nella proposta della Chiesa la strada per garantire la libertà di mercato, l’iniziativa imprenditoriale e la proprietà privata senza rinunciare all’indispensabile principio di solidarietà. Ma occorre dire con chiarezza che per la nostra Madre Chiesa decisiva è la conversione del cuore, è l’adesione alla legge divina. Solo così anche la politica e l’economia possono cambiare. Fratelli tutti invece si limita al livello terreno senza alzare lo sguardo verso l’Assoluto. Per il cattolico i veri nemici del bene comune non sono il liberismo, il socialismo o il populismo: sono il relativismo e il nichilismo che nascono dal peccato. Mi chiedo: non vogliono più farci credere nell’inferno e pretendono di farci credere in un nuovo partito cattolico fondato sull’utopia bergogliana? Ricordo che per san Francesco (il quale, come giustamente notavi, non fu pacifista, ma cercava la pax Christi) la povertà non era il fine, ma il mezzo per fare meglio la volontà di Dio. Infatti, la sua fu una scelta di natura mistica, non economica o politica. San Francesco non fu un egualitarista, ma predicò l’eguaglianza degli uomini davanti a Dio. Non fu animalista, ma cantava lodi a Colui che ha voluto e fatto l’intero creato. Non fu pauperista, ma rinunciò al superfluo per avvicinarsi a Dio. San Francesco, in una parola, fu realista, mentre il papa che porta il suo nome parla come un utopista ideologico.

A.M.V. – Vedo che l’enciclica sta animando un certo dibattito su temi specifici come la guerra e la pena di morte, così come sul populismo. Lascio volentieri agli esperti il compito di analizzare i singoli aspetti. Mi preme invece sottolineare, di nuovo con inquietudine, il relativismo sparso a piene mani in materia di religione. Dire che per noi la sorgente della dignità umana è il Vangelo di Gesù Cristo ma “altri bevono ad altre fonti” è, per lo meno, ambiguo. Le fonti non sono tutte uguali. L’unica fonte che dona l’acqua di salvezza è quella di Gesù.

Un’enciclica dovrebbe essere, per il cattolico, una sorta di bussola che in un dato momento storico lo aiuta a vivere il suo tempo in una prospettiva, appunto, cattolica. Ma in Fratelli tutti di cattolico – lo dico con dolore – c’è poco o niente. Questo testo non conferma i fratelli nella fede, non li aiuta a distinguere cause ed effetti, ma li espone alla confusione già dominante nel mondo.




L’attivista cattolico di Hong Kong Jimmy Lai: Se credi nel Signore e soffri per la giusta causa, il Signore sta soffrendo con te.

Jimmy Lai, un imprenditore e dirigente dei media di Hong Kong, cattolico, arrestato di recente, ha dichiarato questa settimana che intende rimanere a Hong Kong per affrontare accuse penali derivanti dal suo sostegno alla democrazia nel territorio dell’isola. Il dirigente ha detto che il Partito Comunista Cinese vuole soppiantare la religione con il controllo del governo. Il potere del Vaticano è morale e virtuoso piuttosto che temporale, ha detto Lai. Il Vaticano dovrebbe sostenere i valori morali quando ne hanno più bisogno, ha aggiunto. Quando il papa e il Vaticano tacciono sulle azioni del PCC, “è molto deludente, molto dannoso, per un mondo che guarda al Vaticano per la sua leadership morale”.

Un articolo dello staff del Catholic News Agency. La traduzione è a cura di Riccardo Zenobi.

 

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Un imprenditore e dirigente dei media di Hong Kong arrestato di recente ha dichiarato questa settimana che intende rimanere a Hong Kong per affrontare accuse penali derivanti dal suo sostegno alla democrazia nel territorio dell’isola. Il dirigente, Jimmy Lai, ha detto che il Partito Comunista Cinese vuole soppiantare la religione con il controllo del governo.

“Quando ti alzi al di sopra del tuo interesse personale, trovi il significato della vita. Scopri che stai facendo la cosa giusta, il che è così meraviglioso. Ha cambiato la mia vita in una cosa diversa”, ha detto Jimmy Lai in un intervista il 5 ottobre.

L’intervista è stata condotta da Fran Maier, ricercatore senior presso l’Ethics and Public Policy Center e ricercatore senior presso l’Università di Notre Dame. È stata prodotta e pubblicata dal Napa Institute, di cui Maier è membro del consiglio.

Lai, un cattolico, ha detto di aver sostenuto il movimento per la democrazia di Hong Kong negli ultimi 30 anni, a causa “dell’insegnamento del Signore che la tua vita non riguarda te stesso”.

“Per come la vedo io, se soffro per la giusta causa, ciò definisce solo la persona che sto diventando. Può solo essere buono per me diventare una persona migliore. Se credi nel Signore, se credi che tutta la sofferenza ha una ragione, e il Signore soffre con me … sono in pace con essa “.

Una banda di quasi 200 agenti di polizia ha arrestato Lai il 10 agosto, insieme ad almeno altri nove collegati all’Apple Daily, il quotidiano fondato da Lai nel 1995, come parte di un’apparente repressione delle libertà civili nel territorio dell’isola.

Apple Daily si è distinto negli anni come una pubblicazione fortemente pro-democrazia critica nei confronti del governo cinese a Pechino.

Lai è fuori su cauzione, ma deve affrontare le accuse ai sensi della nuova legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong, entrata in vigore il 1 ° luglio, quando è stata imposta sul territorio dal Partito comunista cinese, aggirando la legislatura di Hong Kong.

Secondo la nuova legge, una persona condannata per secessione, sovversione, terrorismo o collusione con forze straniere riceverà un minimo di 10 anni di reclusione, con possibilità di ergastolo.

Lai è arrivato a Hong Kong all’età di 12 anni come clandestino, senza un soldo, dalla Cina continentale. Sua madre ha trascorso i primi anni della vita di Lai in un campo di lavoro. A Hong Kong, Lai vide la necessità di abbigliamento di qualità a prezzi accessibili per le persone della classe media e fondò una catena di negozi di abbigliamento chiamata Giordano’s, un’impresa che lo avrebbe reso ricco e gli avrebbe permesso di lanciare riviste e giornali a favore della democrazia a Hong Kong e Taiwan.

Lai è un cittadino britannico, ma ha detto che non ha intenzione di lasciare Hong Kong. Ha detto che la sua famiglia è molto favorevole alla sua decisione di rimanere, ma teme per la loro sicurezza.

“Se me ne vado, non solo rinuncio al mio destino, rinuncio a Dio, rinuncio alla mia religione, rinuncio a ciò in cui credo”, ha detto.

“Sono quello che sono. Sono quello in cui credo. Non posso cambiarlo. E se non posso cambiarlo, devo accettare il mio destino innalzando lodi”.

Lai ha detto che sua moglie è sempre stata una devota cattolica, e anche prima della sua conversione andava sempre in chiesa con lei. Ma nel 1997 si rese conto che aveva bisogno della protezione e dell’aiuto di un potere superiore. È stato battezzato e ricevuto nella Chiesa dal cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong.

Hong Kong ha storicamente goduto della libertà di religione, a differenza della Cina continentale, dove i credenti religiosi di ogni tipo subiscono persecuzioni. La Chiesa cattolica in Cina dal 1951 è stata divisa tra la cosiddetta chiesa sotterranea, perseguitata e fedele a Roma, e la Chiesa patriottica cinese autorizzata dallo stato.

Lai ha detto che la Cina ha bisogno della guida morale del Vaticano, ma ha espresso delusione per i negoziati del Vaticano con il PCC, in particolare per l’accordo del settembre 2018 tra il Vaticano e il PCC sulla nomina dei vescovi, che le due parti dovrebbero rinnovare entro la fine del mese.

Il cardinale Zen si è recentemente recato in Vaticano per chiedere a Papa Francesco di non rinnovare l’accordo Vaticano-Cina, ma Papa Francesco non ha concesso a Zen un’udienza.

Il potere del Vaticano è morale e virtuoso piuttosto che temporale, ha detto Lai. Il Vaticano dovrebbe sostenere i valori morali quando ne hanno più bisogno, ha aggiunto.

Quando il papa e il Vaticano tacciono sulle azioni del PCC, “è molto deludente, molto dannoso, per un mondo che guarda al Vaticano per la sua leadership morale”.

Lai ha detto che a suo avviso l’Occidente pensa erroneamente alla Cina che “più diventano ricchi, più saranno come noi”.

Ma i valori sono importanti, ha detto Lai, e il comportamento del PCC minaccia i valori cristiani, estendendo la loro influenza a sfere internazionali come Hollywood e gli sport professionistici.

La pandemia COVID-19, ha detto Lai, è un “evento di Pearl Harbor” per il mondo, che dovrebbe scuotere il mondo dall’autocompiacimento.

“Dobbiamo guardare ai fatti. Dovremmo guardare a quello che hanno fatto al mondo, a come si comportano con il mondo”, ha detto Lai.

“Il problema che stiamo affrontando ora è: la Cina sarà la più potente, economicamente, al mondo. Ora è il momento per noi di cambiare l’atteggiamento della Cina … altrimenti ci cambieranno con il loro”.

Moralità e valori sono dove il PCC è più vulnerabile, ha detto Lai, perché il PCC non vuole solo eliminare Dio, vuole “essere” Dio.

Il presidente cinese Xi Jinping vuole essere rispettato in quanto onnipotente, ed è per questo che il PCC cerca di controllare la religione, ha detto.

Che il PCC voglia soppiantare la religione è una “perversione morale”, ha detto Lai, con l’obiettivo di vedere le persone “soffrire per i peccati [di Jinping]”.

“Una volta che non hai una religione, puoi essere facilmente comandato dal loro ordine”, ha detto.

I cattolici sono stati fortemente coinvolti nelle proteste a favore della democrazia a Hong Kong, culminate durante l’estate 2019.

“Il nostro istinto ci spinge a resistere all’ingiustizia, al male. Penso che questo sia solo un istinto. Essendo cattolico, hai l’istinto di resistere [a] ciò che è sbagliato, perché è il modo in cui camminiamo sulla via del Signore”, ha osservato Lai.

A Hong Kong e nella Cina continentale, i cristiani guardano al Vaticano per una guida morale, ha detto Lai.

“Il Vaticano può dipendere solo dalla sua virtù e dal suo potere morale per convertire il popolo cinese dalla dittatura dell’ateismo. I cinesi cercano la fede, oltre alla loro vita materiale. Dove hanno carenze non è nel materiale, perché la Cina ha sicuramente migliorato la ricchezza e il sostentamento delle persone negli ultimi 40 anni. Maggiore è il successo materiale che hanno, maggiore è il vuoto che sentono nel loro cuore”, ha detto Lai.

Il vuoto morale in Cina è un’opportunità per il cattolicesimo di colmare, ha detto Lai, per insegnare alla gente che “la vita è più del semplice pane”.

I cinesi, ha detto, “vogliono la religione, più richiedono virtù e morale, per vivere una vita significativa, cosa che il Vaticano non sta dando loro. Cosa che il Vaticano sta togliendo loro quando si allinea con il PCC, che li ha repressi nella loro ricerca spirituale. Questo è davvero ridicolo. Questo è qualcosa di molto deludente”.

Hong Kong è una “regione amministrativa speciale” della Cina, il che significa che ha un proprio governo ma rimane sotto il controllo cinese. È stata una colonia britannica fino al 1997, quando è stata restituita alla Cina in base al principio “un paese, due sistemi”, che consentiva un proprio sistema legislativo ed economico.

L’apertura di Hong Kong al mondo esterno e la trasparenza nella regolamentazione degli affari e delle banche, a differenza della Cina continentale, ne hanno fatto un centro di affari, banche e finanza globali.

Le proteste a favore della democrazia a Hong Kong – a cui hanno partecipato molti cristiani e cattolici – hanno respinto con successo gli sforzi del legislatore lo scorso anno per approvare un disegno di legge controverso che avrebbe permesso alla Cina continentale di estradare presunti criminali da Hong Kong.

Con l’approvazione delle nuove leggi sulla sicurezza, il governo comunista cinese ha preso più potere per sopprimere le proteste di Hong Kong, che vede come una sfida diretta al suo potere.

Regole di sicurezza simili sono state proposte in precedenza; nel 2003, il governo comunista ha tentato di utilizzare i consigli legislativi ed esecutivi di Hong Kong per approvare le misure anti-sedizione, ma le massicce proteste hanno portato i legislatori ad abbandonare la proposta.

Il 27 maggio, il Dipartimento di Stato americano ha annunciato che, alla luce delle azioni della Cina, non riconosce più Hong Kong come politicamente autonoma dalla Cina, una designazione di cui la regione gode ai sensi della legge statunitense dal 1992.




La “Samaritanus Bonus” letta da un cappellano ospedaliero. Intervista a don Luigi Zucaro

È recentemente uscita, ad opera della Congregazione per la Dottrina della Fede, la Lettera “Samaritanus Bonus” sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita; un documento carico di quella prossimità che solo una visione cristocentrica può realizzare appieno. Il Buon Samaritano ha «un cuore che vede» il vero valore della persona umana: un bene altissimo, oltre che un dono, che la società è chiamata a riconoscere, una verità basilare della legge morale naturale e un fondamento essenziale dell’ordine giuridico, a scanso del neo-pelagianesimo e del neo-gnosticismo di cui sono impregnate le derive eutanasiche sbandierate dalle visioni pro-choice.

Infatti, la Lettera, mentre presenta su eutanasia e suicidio assistito la verità morale senza compromessi, riesce a richiamare valori umani molto profondi, indispensabili per assistere il morente e che un certa cultura utilitarista basata sulla qualità della vita ci ha fatto dimenticare.

Ne parliamo con don Luigi Zucaro, sacerdote, cappellano e responsabile del servizio di Etica clinica presso l’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” di Roma, medico, e docente presso la Pontificia Università Lateranense.

 

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Intervista a cura di Giorgia Brambilla

 

C’è qualcosa che lega il medico e il malato, l’operatore sanitario e il paziente. Secondo Samaritanus Bonus (SB) è «il riconoscimento del valore trascendente della vita e del senso mistico della sofferenza». Forse, condizionato da una mentalità essenzialmente utilitaristica e individualistica come quella attuale, chi lavora in ospedale rischia di scordarselo. Qual è la sua esperienza?

L’ospedale rispecchia più o meno il “panorama spirituale” italiano e quindi è molto composito. Molti operatori sanitari, più che avere un senso mistico della sofferenza, soggiacciono inermi allo scandalo della sofferenza, fenomeno strettamente legato alla totale perdita del valore trascendente della vita.

A questo riguardo è molto interessante l’indicazione di SB di fare in modo che le cappellanie ospedaliere si occupino della formazione spirituale e morale degli operatori sanitari.

Bisognerebbe chiedersi perché questo non si faccia già in maniera strutturata, perlomeno negli ospedali cattolici. Io credo dipenda dalla diffusa perdita di fiducia nella capacità della Chiesa di “insegnare”; sfiducia alla quale, bisogna essere onesti, ha contribuito un certo calo del “tono intellettuale” del clero.

A mio giudizio, per riguadagnare questo ruolo formativo bisogna ripartire dalla formazione del Cappellano. Il Documento ne parla, ma sembra porre l’accento più su una preparazione di tipo psicologico (accompagnamento alla terminalità, rischio di burn-out del personale, ecc.), che è senza dubbio importante; tuttavia, non va trascurata la dimensione escatologica della formazione. Può sembrare scontato questo aspetto per un prete, ma oggi vi assicuro che non lo è per niente.

 

Come affermava già l’Evangelium Vitae, «la scelta incondizionata a favore della vita raggiunge in pienezza il suo significato religioso e morale quando scaturisce, viene plasmata ed è alimentata dalla fede in Cristo». Non a caso la Samaritanus Bonus si apre subito con un riferimento a Nostro Signore. Sembra che la SB voglia offrire un forte risveglio delle coscienze, oltre che una chiara presa di posizione di fronte a un mondo che ritiene la fede un offuscamento della ragione e un impedimento al dialogo. Che ne pensa?

Lei tocca un aspetto che è “croce e delizia” della Morale cattolica. Nella Morale, ed in particolare nella Bioetica, ci ha sempre guidato l’idea che solo Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo (GS 22). La fede cattolica e, dunque, la Tradizione e il Magistero offrono una visione dell’uomo, un’antropologia, su cui fondare l’etica. “Fides et Ratio” e “Veritatis Splendor” sono due colonne su questo aspetto. 

Lungi dall’essere un offuscamento della ragione, infatti, la fede cattolica, con la sua antropologia realista e aperta al contributo della scienza (non dimentichiamo che la scienza moderna nasce in seno alla Chiesa e che la Medicina ha sempre trovato nella Chiesa una sua grande promotrice) è piuttosto un interlocutore ideale per chi volesse dialogare con intelligenza. Le preclusioni al dialogo sono più spesso altrove, seppure ben mascherate.

Dicevo “croce e delizia” perché chi non ci ama, non sopporta proprio questa nostra voglia di ricercare la verità sull’uomo, ontologica e morale. I laicisti esigono che i cattolici nelle loro argomentazioni premettano che quello che dicono vale solo per chi condivide lo stesso credo. Questo noi lo chiamiamo relativismo.

 

Ave crux, spes unica. In tempo di pandemia, molte persone si sono aggrappate per sé e per i loro cari a un ideale psuedo-ottimistico con il motto “andrà tutto bene”. La SB, invece, dedica una sezione all’annuncio della speranza, quella virtù che ci aiuta a sollevare lo sguardo a Cristo crocifisso nella consapevolezza che «Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28), anche quando non va tutto bene o comunque non come noi vorremmo. Come si concretizza questo al letto del malato?

Una volta il papà di una bambina, che poi purtroppo morì, persona laica e pragmatica, ma aperta alle istanze della fede, mi disse: «Le sono grato, padre, perché non ci ha mai incoraggiato a nutrire false speranze; è stato tutt’altro che ottimista e forse fin troppo realista, ma questo ci ha aiutato a cercare altrove motivi di speranza».

La parola speranza è una di quelle parole inflazionate di cui tutti si riempiono la bocca, ma di cui pochi conoscono il significato. E questo, spesso, anche in ambito cattolico. Credo che dipenda dal fatto che lo sguardo dei credenti si è molto “abbassato”.

L’Ospedale “Bambino Gesù” è uno di quei posti dove capisci che senza la prospettiva della vita eterna, la fede cristiana crolla come un castello di carte. Lei ha citato un brano di san Paolo, mi permetta di citargliene un altro: «Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» (1 Cor 15, 14).

 

All’idea di “qualità della vita”, cui fa riferimento la Lettera, molto ha contribuito la nuova definizione di salute del 1948. Sappiamo, infatti, che le origini della nozione sono essenzialmente di stampo utilitaristico: nientemeno che il risultato dell’interazione tra un’etica deontologica basata sul rispetto dell’autodeterminazione e un’etica utilitaristica del benessere collettivo. Come risponde a questa visione SB?

Questo è un punto molto importante. Io insisto molto su questo nella formazione del personale: non bisogna confondere la “qualità di vita” con la somma delle funzioni organiche valide. Alcuni hanno addirittura immaginato uno “score” ottenuto da un elenco di funzioni da valutare: ci vede, ci sente, muove le braccia e così via. La qualità di vita è un qualcosa di fortemente soggettivo, pertanto è difficilissimo farlo entrare in una valutazione clinica globale ed oggettiva. Se poi il paziente non è in grado di esprimersi, perché piccolo o incosciente, è temerario da parte di terzi, fossero anche parenti stretti, esprimersi a riguardo.

Tuttavia ritengo che il parametro “qualità di vita” non sia da eliminare a priori, ma vada piuttosto correttamente inteso. Praticando l’Etica Clinica in prima linea, ci si accorge, ad esempio, che è un dato che può essere utilmente integrato con altri, facendo molta attenzione a non utilizzarlo, appunto, in senso funzionalista. Fermo restando che la morte volontaria è inaccettabile e che ciascuno ha il dovere di curarsi e di farsi curare, non si può non tener conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali. Una cosa è la condizione del paziente legata alla malattia e un’altra l’aggravio connesso con le terapie: a volte le due cose vengono confuse.

In questo campo, il mio punto di riferimento rimane il documento “Iura et Bona” del 1980.

 

Lei è cappellano di un ospedale pediatrico: come si possono realizzare un accompagnamento e una cura in età prenatale e pediatrica che siano rispettosi del vero bene e non del presunto best interest” che – come sappiamo – si traduce spesso nella soppressione della vita di questi bambini perché giudicata “indegna di essere vissuta”, come successo con Charlie Gard e Alfie Evans? Cosa sono gli Hospice perinatali di cui parla SB?

Sì, lei coglie un punto delicato e difficile. Da quando collaboro con le equipe mediche, soprattutto il gruppo che si occupa di diagnosi prenatale, mi sforzo di sostituire l’espressione “best interest” con quella di “vero bene del bambino.

Vede, io penso che quando non si hanno più gli strumenti culturali per individuare il vero bene da perseguire, specialmente in Medicina, rischia di sopravvivere un unico criterio: l’autonomia del paziente. Basti pensare alla legge 219. È chiaro che se è questa la regola d’oro, il discernimento del medico sul reale beneficio che può apportare al paziente diventa quasi irrilevante; il medico diventa un mero esecutore delle volontà del paziente.

Ma quando si tratta di pazienti che non possono esprimere le loro volontà, come i bambini piccoli, appunto?

È chiaro che, come abbiamo visto nei casi inglesi da lei citati, il “best interest” può essere presunto, equivocato o persino manipolato e asservito alle proprie visioni o addirittura ai propri interessi. Nel mio ospedale vedo, invece, un grande zelo per agire il più possibile in favore del bambino e della sua famiglia.

In quest’ottica si collocano gli Hospice perinatali: una realtà molto bella, dove le persone, attingendo a tutte le risorse tecniche ma soprattutto umane, cercano di rendere possibile un percorso impossibile: curare anche quando non si può guarire un bambino, preparando, accompagnando e supportando la famiglia in questa grande sofferenza.

Sono ancora troppo pochi purtroppo; personalmente mi sto spendendo perché venga aperto anche presso il nostro ospedale.

 

Le cure palliative sono ampiamente trattate nella SB. L’accompagnamento del malato – caratteristico di questa visione di cui lei parla, fondata sul “prendersi cura– non può essere solo umano, secondo la Lettera, ma deve essere anche spirituale e sacramentale. La SB ci ricorda i «sacramenti di guarigione: la Penitenza e l’Unzione degli infermi, che culminano nell’Eucarestia come “viatico” per la vita eterna». Al tempo stesso, offre un discernimento pastorale importante circa la somministrazione dei sacramenti a chi «ha compiuto la scelta di un atto gravemente immorale e persevera in esso liberamente». Può spiegarci questo passaggio?

La questione richiede due riflessioni. Innanzitutto, ricordiamo che l’accesso ai sacramenti, tutti ma in particolare quelli che lei ha citato e soprattutto nelle concrete situazioni a cui ci riferiamo, va di pari passo con la fede nello Spirito Santo. La cosa non è banale e non lo dico solo in relazione ai pazienti, ma anche in relazione ai sacerdoti. Non mi vergogno di confessarlo: di fronte allo scandalo della sofferenza e della morte, soprattutto di un bambino, la fede può andare in crisi, anche quella del sacerdote. E dico di più: secondo me, è bene che ci vada, perché questo la fortifica. Per quanto mi riguarda, l’ospedale ha segnato un passaggio che ha trasformato la mia fede; ma prima è stato necessario attraversare quella che san Giovanni della Croce chiamava “valle oscura”.

Venendo all’aspetto strettamente sacramentale, SB ci riporta ad una riflessione poco usuale oggi sullo stato di grazia e di comunione con Dio, necessario per accostarsi ai sacramenti, che chiunque è libero di accogliere o rifiutare, accogliendo o rifiutando la sua legge, segno tangibile dell’amore di Dio nei nostri confronti.

Certamente condivido in pieno la posizione del documento; tuttavia, vorrei sottolineare che una persona che non si dissuade dall’estremo rifiuto della sua vita – in alcuni casi per disperazione, ovvero per la perdita di quella speranza di cui parlavamo – non va comunque lasciata sola, nonostante non sia possibile somministrarle i sacramenti. Il Buon Samaritano del Vangelo si carica di quell’uomo lasciato «mezzo morto» dal peccato (Lc 10, 30). Certamente, tutto questo va fatto con grande prudenza: il sacerdote deve stare attento a non dare mai la sensazione di avallare scelte del genere, ma semmai essere per il paziente e per i suoi cari segno silenzioso della Verità, essere, seppur miseramente, alter Christus.




“I nipoti dei turchi che 100 anni fa hanno fatto il genocidio degli Armeni, adesso stanno cercando di finire l’opera dei loro padri”

Armenia Shusha cattedrale di San Salvatore bombardata

 

 

di Sabino Paciolla

 

A mezzogiorno di ieri, ora locale, è entrato in vigore il cessate il fuoco tra Armenia ed Azerbaijan nella regione contesa del Nagorno-Karabakh, dove gli scontri erano esplosi intensi il 27 settembre scorso. Nonostante questo, vi sono state immediate accuse reciproche di violazione del cessate il fuoco: il ministero della Difesa di Baku accusa le forze armene di aver aperto il fuoco contro le regioni di Terter e Agdam, in Azerbaijan. Per gli armeni  invece le truppe azere “alle 12.05 hanno lanciato un attacco verso Karakhanbeyli”. Il cessate il fuoco è stato mediato dalla Russia, dove ieri si erano tenuti negoziati tra i ministri degli Esteri dei tre Paesi.

Dal 27 settembre, quando è scoppiato il conflitto, si contano oltre 300 vittime. La metà della popolazione, a stragrande maggioranza armena, della piccola Repubblica del Nagorno Karabakh-Artsakh, nata dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, è sfollata.

Il Nagorno-Karabakh, a maggioranza etnica armena, è una regione senza sbocco sul mare, sita nel Caucaso meridionale e appartenente geograficamente all’Altopiano armeno. Il conflitto con l’Azerbaijan risale al periodo successivo alla caduta del muro di Berlino. Infatti, il 30 agosto 1991, l’Azerbaigian decise di lasciare l’Unione e diede vita alla repubblica di Azerbaigian. Ma il soviet del  Nagorno-Karabakh, facendo appello ad una legge dell’Unione del 1990 che diceva che se all’interno di una repubblica che decideva il distacco dall’Unione vi era una regione autonoma (oblast’), questa aveva diritto di scegliere attraverso una libera manifestazione di volontà popolare se seguire o meno la repubblica secessionista nel suo distacco dall’Urss, il 2 settembre del 1991 decise di non seguire l’Azerbaigian e votò per la costituzione di una nuova entità statale autonoma. Da quel momento si svilupparono atti di violenza che sfociarono in un conflitto armato che si svolse tra il gennaio 1992 e il maggio 1994.

I due paesi sono ancora tecnicamente in guerra anche se sotto un cessate il fuoco, spesso violato. 

Il conflitto è ripreso il 27 settembre scorso.

Fonti dell’opposizione armata siriana contattate da AsiaNews, affermano che la Turchia ha inviato 4mila mercenari siriani dell’Isis da Afrin per combattere contro gli armeni del Nagorno Karabakh. Alcuni giorni fa convogli via terra hanno raggiunto la Turchia e poi via aerea l’Azerbaijan. L’ingaggio è per 1800 dollari Usa al mese, per la durata di tre mesi. Un dirigente del gruppo terrorista siriano ha affermato: “Grazie ad Allah, dal 27 settembre fino alla fine del mese saranno trasferiti altri 1000 mercenari siriani in Azerbaijan”.

A quanto riporta AsiaNews, la motivazione che spinge i mercenari a combattere nel Nagorno Karabakh sarebbe: “Perché fa parte del Jihad; è una guerra santa di musulmani contro cristiani”.

La notizia di invio di 4mila mercenari siriani da parte della Turchia è stata confermata ieri anche dall’Osservatorio dei Diritti umani in Siria, con sede a Londra, di chiara ispirazione anti-Assad.

A Shusha, a 15 km da Stepanakert, la cattedrale, un monumento storico e religioso, è stata colpita due volte da tiri di artiglieria, nonostante attorno ad essa non ci fossero postazioni militari. Il bombardamento non ha fatto vittime, ma alcuni giornalisti sono stati feriti. La cattedrale ha subito molti danni: buchi nel tetto, vetrate rotte, banchi distrutti. La cattedrale, dedicata a San Salvatore, era stata ricostruita negli anni ’90, dopo la prima guerra del Nagorno-Karabakh, ed era divenuta un simbolo della rinascita della popolazione armena.

Qui il video della cattedrale bombardata.

Un nostra amica è venuta in possesso di una mail partita dal fronte, che riportiamo omettendo i nomi e cognomi:

08.10.2020

Qualche ora fa gli azeri hanno bombardato la bellissima Cattedrale di Cristo Redentore a Shushì. Ci sono morti e feriti, tra cui anche dei giornalisti.

Un politologo azero sul canale centrale russo subito dopo il bombardamento, ha paragonato la Cattedrale col ce**o, scusate la parola, che giustamente doveva essere bombardata. Dire che il pubblico era sotto shock, dir poco.

– Potete distruggere le nostre chiese, ma non potete togliere la nostra Fede. Le costruiremo di nuovo.

I nipoti dei turchi che 100 anni fa hanno fatto il genocidio degli Armeni, adesso stanno cercando di finire l’opera dei loro padri.

I turchi usano armi non permesse contro i civili, pericolosissimi missili israeliani LORA…. che hanno conseguenze devastanti. Distrutte città, villaggi, case, ospedali, asili, scuole.

Si vede chiaramente l’intenzione di annientare il Popolo.

Tutto questo con i soldi del petrolio e i soldi che l’Occidente regala ai turchi, tra l’altro anche SOCAR in Svizzera gli fa guadagnare molti soldi e comprare tante bombe, è di loro proprietà. Non riesco a capire come fa la Migros cooperare con loro.

Erdogan ha anche usato missili pericolosi e non permessi contro i siriani; la Siria lo ha denunciato diverse volte, ma lui ovviamente ha negato tutto.

E’ ormai confermato dai diversi paesi che il sultano turco ha mandato i terroristi dalla Siria a combattere contro gli Armeni.

Vorrei ripetere che all’invito di diversi paesi di cessare il fuoco, Erdogan ha risposto, dicendo che non ha intenzione di fermarsi. La Turchia risponde, non l’Azerbaijan. I turchi usano gli azeri in questa operazione.

Il primo ministro dell’Armenia ha fatto una domanda al Consigliere della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti Robert O’Brien:

– La Turchia usa il Fighter Falcon F-16 di produzione americana contro i civili armeni, ha anche abbattuto un aereo armeno sul territorio armeno, voi ne siete consapevoli? Avete dato questi fighters per essere usati in questo modo? – ha chiesto il primo ministro armeno.

Tutti gli armeni e non solo gli armeni del mondo stanno mandando aiuti umanitari in Armenia . Medicamenti, ci sono migliaia di feriti; sacchi a pelo , tantissima gente è rimasta senza casa …

Dalla lettera di David, un ragazzo armeno di 18 anni, che è adesso in prima linea:

– Mamma, parlando dei nostri compagni, non diciamo mai ‘È morto’, diciamo sempre ‘È andato a Casa’.

– Mamma, difficile capire e spiegare quello che succede. Ho pensato per 2 ore cosa vuol dire ‘ la Vittoria‘, la Vittoria, cara mamma, sarebbe che questa guerra non si ripetesse mai più …

Un caro abbraccio

Sono finalmente arrivata in Armenia.

Voglio stare vicino e fare quello che si può fare.

Un caro abbraccio

Niente è scontato in questa vita




Quell’odio verso la Cristianità che annienta l’Occidente: dalla profanazione dei luoghi sacri all’assassinio di don Roberto

Ricevo e volentieri pubblico.

 

Negli ultimi tempi si sono moltiplicati gli attacchi alle chiese e alle strutture cattoliche di assistenza sociale.

Sabato 3 ottobre alle 13:30 un magrebino di 25 anni, seminudo, ha sfondato il portone della Chiesa Cuore di Gesù nel centro storico di Mazara, al grido di “Allah Akbar”.

Continuando ad inveire, ha oltrepassato il giardino e si è introdotto all’interno dell’adiacente convento di suore, mentre le religiose, ignare, si trovavano nel refettorio.

Qui, come una furia, ha messo a soqquadro le stanze del primo piano, gettando dalla finestra oggetti ed arredi. L’intervento delle forze dell’ordine e l’arresto hanno evitato situazioni più gravi.

Si moltiplicano, spesso nel silenzio di chi dovrebbe denunciarli e dei mass-media, gravissimi atti sacrileghi e profanazioni, come recentemente nella Chiesa di Sant’Agata a Caltanissetta dove, a meno di un mese di distanza da un episodio analogo, oltre alla devastazione degli oggetti sacri è stata trafugata la Santa Eucarestia.

L’odio contro i simboli cristiani non ha risparmiato neppure le persone consacrate, che in numero ormai crescente anche in Italia sono state fino ad oggi aggredite in odio alla fede.

Ricordiamo tutti l’assassinio di don Roberto Malgesini il 15 settembre scorso. Ripetutamente pugnalato, nella centralissima piazza San Rocco a Como, da Mahmoudi Ridha, tunisino irregolare di 53 anni, che ha commentato: “Il prete è morto come un cane, era giusto così”.

L’anatomopatologo Giovanni Scola, incaricato dalla procura, ha riscontrato un’ampia ferita al collo «che appare suggerire un tentativo di decapitazione non portato a termine per la volontà di resecare il piano osseo della colonna vertebrale». E’ la modalità di esecuzione capitale che il Corano prevede per gli infedeli.

Questi episodi vengono superficialmente – ed anche pericolosamente – giudicati semplici “atti vandalici” e i responsabili vengono indicati come “malati di mente”, anche quando è palese che gli atti non nascono dal disagio di un singolo o di un gruppo.

Lo storico e sociologo americano Philip Jenkins ha scritto che l’anti-cattolicesimo è “l’ultimo pregiudizio accettabile”, e il moltiplicarsi di questi episodi lo conferma.

In modo ancor più drammatico quando avvengono nella nostra patria perché l’Italia è culla del cattolicesimo, sede del papato e di Roma, capitale della Cristianità resa santa dal sangue dei martiri.

E il patrimonio artistico che il nostro Paese custodisce è in gran parte viva espressione della storia, della cultura e della fede cristiana. In una parola, costituisce la nostra identità.

Custodire e difendere questa immensa ricchezza e bellezza è essenziale per la nostra identità di popolo e nel nostro interesse e di quello delle generazioni future.

Iustitia in Veritate nel condannare questi vili attacchi non si ferma solo alla loro denuncia, ma si pone come baluardo di tutela per tutte le persone e istituzioni che hanno a cuore il nostro patrimonio di fede e di arte e vogliono reagire anche legalmente per contrastare la profanazione dei luoghi sacri e per una difesa reale dagli attacchi sempre più palesi e violenti contro la struttura della nostra identità.

Associazione Iustitia in Veritate – Milano – 10/10/2020




«Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti»

 

di Alberto Strumia

 

Domenica XXVIII del Tempo Ordinario (Anno A)

(Is 25,6-10; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14)

 

– Nella seconda lettura di questa domenica salta agli occhi l’affermazione “certa” di san Paolo, il quale da uomo solido com’è ha il coraggio, la libertà e la consapevolezza di dire: «So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto». E all’interno di questa affermazione risalta, prima di tutto, quel «so vivere». Da dove gli viene questa “sicurezza” interiore e psicologica che lo rende “sereno” agli occhi di tutti e ai suoi? E perché, oggi, ben poche persone possono dire, con altrettanta tranquillità so vivere? La risposta ce la dà Paolo stesso, poche parole dopo: «Tutto posso in colui che mi dà la forza», in Cristo.

Nel mondo di oggi, rimossa la “vera fede” in Cristo, sostituita con una “fede ideologico-politica”, o comunque con “fedi” costruite dagli uomini che si sono resi “idoli” di se stessi, si è persa anche la ragione. Questo è il motivo per cui il mondo è diventato “invivibile” e non si riesce più a dire «so vivere», davvero. Tutto si è fatto “apparenza” e “inconsistenza”, così che se anche uno affermasse di saper vivere, alla prova dei fatti il suo presunto sapere e il suo vivere, non reggerebbero alle prove dell’esistenza. E così molti finiscono per autodistruggersi in una catena di “errori” (cristianamente si chiamano “peccati”) nel gestire se stessi, i rapporti con gli altri e il rapporto con Dio. E oggi siamo arrivati alle “perversioni legalizzate”, e neppure queste ormai bastano, fino a che non si rischia di arrivare direttamente al culto di Satana; e allora il “gioco” sarà a carte scoperte. Ormai è risaputo che tutto questo è già iniziato per coloro che detengono i poteri sul mondo. Da questa “disfatta” della civiltà degli uomini, essi non riescono ad uscire e continuano a far girare la storia su se stessa, in una successione di prevaricazioni degli uni sugli altri, nell’illusione di trovare la “soluzione” (cristianamente si chiama “salvezza”) delle contraddizioni della storia, della contraddizione dell’uomo.

– Nella prima lettura il profeta Isaia descrive, non solo la “soluzione” (“Salvezza”) che mette l’uomo in condizione di dire seriamente «so vivere», insegnando che essa, o viene realizzata da Dio, oppure non è salvezza. Il Salvatore, il Liberatore (il Messia) sarà Cristo, Dio-Uomo. La lettura non si limita ad affermarlo, ma descrive anche l’“esperienza” che si vive in questa condizione di Salvezza, nella quale l’umanità collabora con Dio, invece di opporsi a Lui per fare tutto presuntuosamente e illusoriamente da sola, e contro di Lui, seguendo la tentazione satanica («diventereste come Dio», Gen 3,5). E lo fa, prima con il simbolismo di «un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati», per passare subito dopo al livello profondo, spirituale, dalle conseguenze “culturali”: quella della rimozione del «velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni». Il velo, la coltre sono, per usare il nostro linguaggio, l’“ideologia” e la mancanza di “realismo”, di “senso della realtà” nel valutare se stessi e il mondo.

– Nel Vangelo, troviamo ancora una parabola di Gesù che prosegue il percorso di quelle che sono state lette nelle domeniche precedenti. Il simbolismo della parabola, a prima vista ci appare piuttosto enigmatico. Mentre «ai capi dei sacerdoti e ai farisei» il riferimento diretto a loro risultò immediatamente evidente, tanto che subito dopo «tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi» (Mt 22,15).

Per noi è molto meno enigmatico se lo leggiamo alla luce dei fatti dei nostri giorni. Da qualche tempo la Chiesa ha “perso terreno” e ciò che dice non occupa di certo il primo posto negli interessi della gente. E dopo il covid l’invito del Re alla «festa di nozze per suo Figlio» interessa ancor meno. Tutti considerano più importanti le cose della vita materiale («quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari»). Il potere di Satana, che pilota gli uomini che esercitano il potere globalizzato sul mondo, attacca ormai scopertamente Cristo (distruggendo crocifissi, immagini sacre), la Chiesa (profanando chiese e incendiando cattedrali) e i suoi ministri (insultandoli e uccidendoli) e i suoi appartenenti più fedeli («presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero»), mentre gli altri li fagocitano piegandoli a sé. Oggi le chiese sono sempre più vuote e tutti hanno altro da fare. «La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni». Come a dire: l’uomo non sa più che cos’è una vita degna di lui e sarà punito nelle conseguenze della sua colpa («Il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città»), almeno per richiamarlo a rientrare in se stesso («Allora rientrò in se stesso», Lc 15,17).

Curiosamente il passaggio successivo della parabola («“Andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali»), che tradizionalmente viene interpretato come indicativo della “dimensione universale” del cristianesimo, oggi sembra descrivere, ancor più aderentemente, il modo “rozzo” con il quale coloro che, oggi, nella Chiesa di Cristo, rappresentano il Re, fanno entrare nelle chiese tutti indiscriminatamente («tutti quelli che trovarono, buoni e cattivi»), allestendo pranzi, bivacchi e ogni genere di spettacoli tutt’altro che sacri. Che cosa sarà diventata la festa di nozze della parabola, con tutta quella gente raccogliticcia e priva di ogni consapevolezza del luogo dove si trovava? Che cosa sono diventate le nostre chiese, oggi, nelle quali i poteri del mondo possono arrogarsi il diritto prepotente di interrompere le liturgie, mentre nel contempo si possono svolgere senza problemi le cose più profane e irrispettose del luogo sacro?

Non meraviglia, allora, che uno a caso – in rappresentanza dei più – sia stato sorpreso, nella parabola, senza l’abito nuziale («Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?»): come a dire, senza la fede, senza un minimo di senso del luogo sacro, senza un minimo di preparazione cristiana, senza un minimo di consapevolezza, di dignità e di decenza, pensi di poter partecipare a ciò che si celebra?

Allora se «molti sono chiamati, ma pochi eletti», tocca a quei pochi, tra i quali cerchiamo  e ci auguriamo di essere, ripulire le chiese, far ripulire la nostra e le altrui anime, confezionare l’abito nuziale del “senso religioso” e del “senso del sacro”, vivendo in modo vero e quindi “affascinante” il cristianesimo, con il coraggio di “sfidare” il mondo facendo toccare con mano agli uomini il fallimento di un modo sbagliato di impostare la vita, la cultura e la società. Occorre imparare a vivere in vista della “vita eterna” per poter vivere bene la “vita terrena”.

La Vergine Maria, per prima, ce lo ha insegnato; i santi ce lo hanno insegnato; i maestri di vita cristiana a noi contemporanei come il nuovo giovanissimo beato Carlo Acutis, ieri proclamato, che per un dono del Signore non ci sono mancati, ce lo hanno fatto toccare con mano. «Il Padre del Signore nostro Gesù Cristo illumini gli occhi del nostro cuore per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati» (versetto dell’Alleluia).

Bologna, 11 ottobre 2020

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

fonte: albertostrumia.it




Il “braccio di ferro” tra Morale e legalismo

(se il video qui sotto non si carica fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)



 

Quante volte abbiamo usato la parola “Morale” o “moralista” con un’accezione negativa? Molte.

Il motivo risiede nel fatto che nell’epoca moderna e contemporanea vi è da un lato un’enfasi unilaterale sulla libertà e dall’altro una diffidenza verso la verità, percepita come pericolo per la libertà stessa. Ogni pretesa di verità viene subito esorcizzata con l’infamante epiteto di “fondamentalismo”. Tale posizione riflette una reazione a una visione “legalista” nella quale la legge è concepita come espressione della volontà di un legislatore, contrapponendosi alla volontà del suddito. Così si propone un’etica senza verità, nella quale l’indipendenza dalla verità coincide con la rivendicazione di una volontà che non si relaziona a nessuno. Joseph Ratzinger ha individuato il nucleo teologico di questa radicale volontà di libertà in una delirante pretesa di rifiutare la propria creaturalità per poter “diventare come Dio”, indipendenti da tutto perché privi di una natura donata e di rapporti costitutivi con altri soggetti che siano sorgente di responsabilità e di obblighi morali. Una libertà sganciata dalla verità, apre la strada al predominio della ragione tecnica che domina tutto e tutti, fino a diventare potere arbitrario e ne esce ridotta e imprigionata nel non senso.

L’insoddisfazione per il legalismo ha portato a risposte sbagliate; da un lato ad una spropositata enfasi sulla dimensione soggettiva e interpretativa di fronte alla norma; dall’altro alla rifondazione della norma stessa con esiti teleologistici, consequenzialistici o proporzionalistici.

In questo video viene spiegata l’importanza di recuperare la visione di bene come problema centrale della Morale, senza limitarsi ad una mera regolazione esteriore degli atti, ma puntando dritti alla verità su quel bene che compie il desiderio profondo dell’uomo.

Con queste “lezioni in pillole”, desideriamo avvicinare i nostri lettori alla Teologia morale, una disciplina che ci “mette le ali”, parafrasando uno spot pubblicitario. La vera essenza della Morale è, infatti, la mappa della Sequela Christi: come il popolo d’Israele seguiva Dio che lo conduceva nel deserto verso la Terra Promessa (Es 13,21), così il discepolo deve seguire Gesù, aderendo alla sua persona, condividendone la Via, la Verità e la Vita, partecipando alla sua obbedienza libera e amorosa alla volontà del Padre, come spiega “Veritatis Splendor” al n.19.

I contenuti potranno essere rivisti sul canale you tube della professoressa Giorgia Brambilla (qui) – autrice del nostro blog (qui) – dedicato ai temi della Bioetica e della Morale, dove potrete trovare una sezione di formazione umana a partire dall’analisi di vizi e virtù (chiamata “Lezioni VIRTÙali”, soprattutto dedicata ai giovani) e una su temi di Morale speciale (chiamata “Morale for dummies”) che presto ospiterà delle brevi lezioni sui comandamenti, dedicata soprattutto a chi studia Scienze religiose o già insegna Religione: il tutto spiegato con uno stile quasi “casalingo”, con video-lezioni brevi, semplici e chiare.