Mistero del mattino

Dagli appunti di un’omelia di don Guissani durante la Messa per la solennità dell’Ascensione, celebrata nella chiesa di Santo Stefano a Milano ai primissimi inizi di Gioventù Studentesca. Essa è stata trascritta da un vecchio quaderno di oltre cinquant anni fa.

Ascensione di Gesù al cielo

 

 

di Luigi Giussani

 

La giornata di oggi è l’inizio del nostro destino di uomini, ciò per cui ognuno di noi, l’umanità è stata fatta. Questo destino di felicità, armonia esuberante di tutto il cosmo per il Primo di noi si è già avverato. Egli è già nella felicità che sarà di tutti con il corpo nella scadenza che Dio fisserà. Il mistero dell’Ascensione segna questo inizio. Gli Apostoli senza capirlo bene, con un’adesione fedele, rimasero pieni di gioia. Con il cuore pieno, nella lontananza, anche noi sappiamo che è gioia. È mistero, ma mistero di gioia. Questo destino, il mistero di oggi, è ciò per cui Egli compì la Sua missione, restò nel silenzio, nel nascondimento di trent’anni, in quella lunga tensione, nella lotta con gente cattiva e ignorante, nella Sua morte. In ogni momento della Sua vita era questo giorno la componente ultima, visse per questo giorno, per porre così la parola fine. Destino Suo e per ognuno di noi, per ogni nostro corpo, per ogni nostra anima, così intero sarà questo mistero di Ascensione.

Ci sconcerta, è quasi un peso, quando la nostra coscienza si lascia così facilmente andare. Ogni volta che ci alziamo la mattina dovrebbe riapparirci questo mistero. Egli ascese al cielo per porre l’inizio al compimento del Suo regno. Per tutti si avveri questo regno. Nel primo svegliarsi – peso, disagio, lavoro da riprendere – ci deve venire in mente il destino di questa fatica, che razionalizzi la sensazione iniziale con cui ci svegliamo. «Mando voi fino agli estremi confini della terra». Andandosene come fenomeno umano, ha lasciato il compito a noi (per questo gli Atti chiamano a uno a uno per nome gli Apostoli), il compito di essere Sua carne, Sua parola, Sua presenza. Esiste con certezza la proclamazione della felicità dell’uomo – «Io sarò con voi fino alla fine dei tempi» -, miracolo di resurrezione, di tempra che si crea all’improvviso. Il corpo mistico di Cristo in noi continua.

 

Fonte: CLonline

 




Marciare per la vita per dire “No” all’aborto e alle leggi ingiuste

Marcia per la vita 2020

 

 

di Giorgia Brambilla

 

Quando non sei mai stato alla Marcia e ci vai per la prima volta, ti aspetti di trovare un gruppetto di persone tristi e noiose, che sono sempre “contro” qualcosa. Ma poi, quando dalla stazione Termini di Roma ti avvicini a piazza della Repubblica e cominci a vedere palloncini, a sentire musica, a contare bimbi e passeggini, ma anche suore, sacerdoti, giovani.. ti accorgi che c’è un popolo che combatte la “buona battaglia” per la vita senza compromessi e che questo popolo è ricco di una gioia contagiosa.

Eppure, la Marcia viene spesso silenziata e non solo a livello civile – le locandine non si trovano in giro e quanti di voi possono dire di averle viste in parrocchia? Probabilmente, perché chi partecipa alla Marcia prende una posizione inusuale e scomoda: rifiutare non solo l’aborto – e con esso anche tutti gli altri crimini contro la vita umana, come ad esempio l’eutanasia o la fecondazione artificiale – ma anche le leggi che permettono tali crimini, in Italia e nel mondo.

Quest’anno, a causa della pandemia, purtroppo, non è stato possibile manifestare per la vita in occasione del decimo anniversario della Marcia. Tuttavia, era importante esserci, anche se virtualmente. Ed è per questo che si è organizzato l’evento “Connessi per la vita”. Per tutta questa settimana, professionisti di varie discipline e personaggi del mondo pro life hanno dato il loro sostegno con video di stampo formativo, testimonianze, saluti, fino a ieri, quando – nell’ora in cui tradizionalmente il popolo prolife è in Marcia nelle vie del centro di Roma – si è tenuto un “Live” trasmesso dall’emittente EWTN.

Poiché quest’anno la Marcia voleva concentrarsi soprattutto sul rapporto tra aborto e legge, in questo breve contributo, proviamo a riflettere sul perché la Legge 194 appaia – anche nel contesto politico e dell’associazionismo cattolico – quasi come un’ingiustizia intoccabile.

Le legislazioni abortiste si sono affermate attraverso un passaggio graduale che ha fatto leva su due elementi: i mass media e alcuni aspetti della cultura dominante; tra questi, spicca senz’altro l’individualismo, che in Bioetica delineiamo come “modello etico liberal-radicale”, quello cioè che considera l’autodeterminazione alla base dell’etica, partendo dal non-cognitivismo, ovvero dall’inconoscibilità dei valori. In pratica: non ha importanza che un atto sia o meno moralmente giusto, ciò che conta è che il soggetto sia libero di fare ciò che egli crede sia giusto per sé, senza ledere gli altri.

Questa dovrebbe essere una posizione, anche solo per amor di logica, da combattere, svelandone l’erroneità. Eppure, nel dibattito sull’aborto, non sempre avviene questo. Anzi. Potremmo dire che siamo di fronte a tre schieramenti anziché due. C’è la bandiera di chi è a favore dell’aborto; c’è quella di chi ritiene la vita umana inviolabile e indisponibile e che per questo considera qualsiasi legge che vada contro questo principio inapprovabile (se ancora non c’è) e inaccettabile (se è già in vigore); e poi c’è chi è contro l’aborto, ma pensa che la legge non si possa (o debba) abrogare, perché “bisogna fare i conti con la realtà”, ma soprattutto con la libertà della donna.

Se non stupisce che la fetta di intellettuali pro choice difenda come “intoccabile” la legge che dal 1978 permette in Italia che una gravidanza venga deliberatamente interrotta, esaltando questa come “scelta morale”, crea confusione, se non addirittura sgomento, che coloro che si dovrebbero battere contro questa legge, moralmente e giuridicamente ingiusta, arrivino a sostenere che essa sia soltanto “imperfetta” o addirittura “mal applicata”, perdendo di vista, anch’essi, il protagonista in questione: il concepito.

Come abbiamo avuto già modo di spiegare (qui), un approccio pro life che ritenga la 194 “indiscutibile” è moralmente erroneo, così come un approccio “procedurale” che miri a contrastare l’aborto nella pratica, senza però andare alla radice dell’idea abortista – che passa anche attraverso la legge – è controproducente, oltre che motivo di confusione delle coscienze.

Con questo nessuno nega che a livello pratico ci siano tantissime persone di buona volontà che si adoperano continuamente per salvare vite umane; ma questo non può essere fatto senza affermare allo stesso tempo che la legge 194 è una legge gravemente ingiusta anche per la sua valenza educativa: «se lo Stato lo permette, non è un male, no?» – taluni pensano. Il rischio è, infatti, di abbracciare la stessa mentalità pro choice.

La 194 uccide. Se si tace su questa verità o addirittura si parla di buona legge significa assumersi una responsabilità diseducativa devastante. La 194 non è una buona legge, non è una legge da “applicare”. È una legge gravemente ingiusta. È una legge che fa sì che ci siano uomini che hanno potere di alzare o abbassare il pollice sulla vita di altri uomini che non hanno nemmeno la possibilità di difendersi.

Ed è proprio contro la cultura della scelta che il popolo della Marcia con coraggio oppone il suo laico, minoritario, politicamente scorretto “no”. Senza se e senza ma. L’aborto è l’uccisione deliberata di un essere umano in-nocente (che non nuoce) – cosa che per i cattolici è un peccato talmente grave da gridare al cospetto di Dio come l’omicidio di Abele – e nessuna legge potrà mai trasformare questo delitto in diritto.

Nostro compito è fare in modo che lo splendore della verità morale non sia offuscato nel costume e nella mentalità delle persone e della società fino alla crisi più pericolosa che può affliggere l’essere umano: «la confusione tra cosa è bene e cosa è male» (Veritatis Splendor n.94).

La società, ma anche le persone che ci stanno a fianco hanno bisogno che queste idee siano “corpo”, c’è bisogno di dare una testimonianza concreta, non basta essere d’accordo, bisogna attestarlo in maniera esplicita e manifesta. Ed è per questo che il 22 maggio 2021, a Dio piacendo, ci troveremo ancora una volta a marciare per la vita, per attestare che c’è il momento del dialogo, ma poi arriva il momento di decidersi da che parte stare, anche perché, si sa.. a Dio i tiepidi non sono molto graditi.

 




Il sorriso mascherato ma non conquistato

Leggere i sorrisi sui volti delle persone può portare a comprendere più profondamente le loro azioni e anche le loro anime. La temperatura del corpo e dell’anima si rivela in un sorriso in una rivelazione quasi immediata.

 

donna con mascherina chirurgica

(Image: Ani Kolleshi | Unsplash.com) via Catholic World Report

 

 

di Ines Murzaku

 

Ho indossato una maschera facciale ben fatta a mano e i miei occhiali da sole, e prima di correre in garage ho fatto un rapido controllo allo specchio. Era da molto tempo che non guidavo, che non ero più nel campus (universitario, ndr) o che non mi vestivo in modo formale.

Ero piuttosto scioccata nel vedermi allo specchio, con gli occhiali da sole e la maschera sul viso; non riuscivo a riconoscermi. In realtà, ero sorpresa da ciò che vedevo – o in realtà da ciò che non vedevo. Mi chiedevo se sarei stata riconosciuta dagli amici, colleghi di lavoro o studenti. Mi chiedevo come sarebbe andata a finire quando saremmo tornati al lavoro. Con la pandemia COVID-19, la maschera è entrata nella nostra vita. E la maschera, combinata con il distanziamento sociale, sfiderà e cambierà quasi tutte le nostre interazioni con gli altri.

Sto usando il futuro qui, perché il New Jersey, il mio stato, non è ancora stato riaperto mentre scrivo questo. Mentre guidavo verso il mio supermercato locale, non ho potuto fare a meno di pensare all’insegnamento e al seguire gli studenti mentre indossavo una maschera facciale. Almeno durante questo semestre insolito, ho potuto usare tutte le mie capacità verbali e facciali per insegnare online, con sorrisi e risate. Le persone saranno in grado di sorridere o di essere espressive dietro le maschere facciali? Sembra una cosa da poco, ma in realtà non lo è.

Bernard Lonergan SJ (1904-1984), filosofo gesuita, teologo ed economista, ha usato la fenomenologia del sorriso per spiegare il significato della comunicazione intersoggettiva. Per padre Lonergan, un sorriso è carico di significato; un sorriso è significativo. Questo è ciò che ha scritto nel suo ultimo grande lavoro intitolato Method in Theology (Metodo in Teologia):

[Un sorriso] non è solo una certa combinazione di movimenti di labbra, muscoli facciali, occhi. È una combinazione con un significato. Perché quel significato è diverso da quello di uno sguardo accigliato, di un rimprovero, di uno sguardo fisso, di uno sguardo truce, di uno sghignazzo, di una risata, si chiama sorriso. Perché tutti noi sappiamo che quel significato esiste, non andiamo in giro per le strade sorridendo a tutti quelli che incontriamo. Sappiamo che saremmo fraintesi… un sorriso, per il suo significato, è facilmente percepibile. Il sorriso si manifesta in un’enorme gamma di variazioni dei movimenti del viso, dell’illuminazione, dell’angolo di visione. Ma anche un sorriso incipiente, soppresso, non si perde, perché il sorriso è una Gestalt, un insieme modellato di movimenti variabili, ed è riconosciuto nel suo insieme.

Il sorriso viene naturale e istintivo; non si può imparare a sorridere nello stesso modo in cui si impara ad andare in bicicletta o a pattinare. Leggere i sorrisi sui volti delle persone può portare a comprendere più profondamente le loro azioni e anche la loro anima. La temperatura del corpo e dell’anima si rivela in un sorriso in una rivelazione quasi immediata.

Il sorriso era costante sul volto di Santa Madre Teresa, anche quando attraversava la notte oscura dell’anima. La Madre prestava particolare attenzione al sorriso e alla gioia, e chiedeva alle sue sorelle di sorridere in abbondanza. Una delle risoluzioni che prese durante il ritiro del 1956, e in cui perseverò per tutta la vita, fu quella di sorridere a Dio. Sorridete con più tenerezza, pregate con più fervore e tutte le difficoltà scompariranno, insisteva. Molti studiosi hanno posto la domanda: Cosa c’era nel sorriso della Madre, o cosa l’ha fatta continuare a sorridere per cinquant’anni, mentre attraversava un’oscurità spirituale insolitamente prolungata?

Papa Benedetto XVI, nella sua visita a Lourdes del 2008, ha riflettuto sulla teologia del sorriso come porta d’accesso al mistero dell’amore e di Dio che è Amore. Riflettendo sul sorriso della Beata Vergine Maria, Benedetto XVI ha detto:

Nella semplicissima manifestazione di tenerezza che chiamiamo sorriso, afferriamo che la nostra unica ricchezza è l’amore che Dio ci porta, che passa attraverso il cuore di colei che è diventata nostra Madre. Cercare questo sorriso, è prima di tutto aver colto la gratuità dell’amore; è anche riuscire a suscitare questo sorriso attraverso i nostri sforzi per vivere secondo la parola del suo Figlio prediletto, proprio come un bambino cerca di suscitare il sorriso della madre facendo ciò che gli piace.

Come Maria insegnò a Bernadette, per conoscere Maria, doveva “conoscere il suo sorriso”. Che cos’era allora il sorriso di Madre Teresa? Lei fornisce una risposta: “Più grande è il dolore e più scura è l’oscurità, più dolce sarà il mio sorriso a Dio”, scrive in una lettera del 16 ottobre 1961. Questo è ciò che Madre Teresa scrisse a una scolaretta:

Ogni volta che incontri qualcuno, salutalo con un sorriso. L’utilità del sorriso è che ti manterrà sempre accettabile per tutti. Allo stesso tempo, farà apparire, il tuo viso, bello. Se mai sarai arrabbiata, cerca di sorridere con forza e presto vedrai, avrai dimenticato la tua rabbia, sorridendo con tutti. Il consiglio della mamma a una scolaretta

Tuttavia, non si sorride solo con la bocca, perché tutto il viso è impegnato in un vero sorriso. Lo scintillio che la Madre aveva negli occhi sorridenti non è mai svanito. Il cardinale Angelo Comastri ha raccontato una storia personale di Madre Teresa che ha a che fare con i suoi occhi sorridenti. Il cardinale ricorda la partecipazione della Madre a una celebrazione della professione delle nuove religiose in una parrocchia romana, quando un fotografo la infastidiva scattando foto con il flash proprio davanti al suo viso. Il cardinale è intervenuto chiedendo al fotografo di non disturbare la Madre scattando foto mentre pregava. Il fotografo ha risposto in modo piuttosto brusco dicendo che Madre Teresa non era attraente, ma i suoi occhi erano i più felici che avesse mai visto. Come, si chiedeva il fotografo, era possibile? Il cardinale Comastri rimase scioccato dal commento e, alla fine della celebrazione, ripeté alla Madre ciò che il fotografo aveva commentato sui suoi occhi. Con sua grande sorpresa e con la sua abituale arguzia lei rispose: “I miei occhi sono felici, perché le mie mani hanno asciugato molte lacrime. Provaci, ti assicuro che funziona così”.

Il grande poeta e filosofo Dante Alighieri (1265-1321) rifletteva sul sorriso e sul sorridere, e su come si può essere espressivi usando gli occhi. Dante ha fatto del “sorriso” (Sorriso – sostantivo e sorridere – il verbo sorridere) il segno distintivo della sua opera, e la riflessione sul tema del sorriso ha segnato uno dei contributi originali di Dante all’arte cristiana, alla poesia, all’iconografia, all’immaginario cristiano e teologico. Il sorriso ha accompagnato Dante nei suoi viaggi verso la visione beatifica di Dio mentre attraversava l’Inferno e il Paradiso.

Fino alla metà del XIII secolo, la gente negli ambienti ecclesiastici discuteva se Cristo avesse mai sorriso o meno durante la sua vita sulla terra. Sì, “Gesù pianse” (Gv 11,35), ma ha sorriso davvero? Per Dante l’anima opera principalmente in due luoghi o attraverso due finestre che si trovano entrambe sul volto delle persone: gli occhi e la bocca. È attraverso questi due “balconi”, come li chiamava lui, che le persone rivelano la loro anima: lo sguardo negli occhi quando la gente li guarda intenzionalmente e nella bocca attraverso il dolce sorriso. Chiede nel Convivio:

Che cos’è la risata se non un luccichio del piacere dell’anima, cioè una luce che appare all’esterno così come è dentro? … Si rivela negli occhi così chiaramente che l’emozione presente in lei può essere riconosciuta da chiunque la guardi con attenzione. (Libro 3, capitolo 8)

Ovviamente, indossando una maschera facciale, la bocca sarà compromessa nel fare qualsiasi espressione. Ciò che ci rimarrà in un mondo post-pandemico, almeno per un po’ di tempo, saranno gli occhi, e l’immersione profonda che si vorrà fare attraverso la finestra degli occhi di una persona per discernere e capire l’anima.

La speranza per il mondo accademico è che entro settembre si possa tornare alla normalità, ai corsi faccia a faccia nel campus. Gli studenti torneranno e si riverseranno in quelli che ora sono diventati campus fantasma. Forse per allora non saremo obbligati a indossare maschere facciali, ma anche se la maschera sarà un requisito, spero di aver imparato a leggere i volti delle persone e a regalare un sorriso con i miei occhi. La pandemia non potrà mai distruggere o conquistare i rapporti umani; non potrà atrofizzare i nostri sorrisi. Con o senza maschere facciali, continuerò a sorridere sempre e comunque, sperando di condividere un po’ di luce della mia anima con tutti quelli che incontrerò.




Il COLPEVOLE E’…..LA CONCUPISCENZA (“…Elementare Watson”)

Sant'Agostino e il Diavolo

Sant’Agostino e il Diavolo, di Michael Pacher

 

di Gianni Silvestri

 

Il METODO DEDUTTIVO è quello usato quando si ragiona partendo da un principio generale  traendone, via via, le logiche e coerenti conseguenze.
(è in genere il metodo di gran parte della filosofia e del pensiero speculativo quello di individuare/sviluppare principi e coerenti deduzioni).
Ma con questo metodo spesso non ci si intende sui principi generali di partenza (assiomi)   o sulle esatte deduzioni (con le diversità di posizioni delle varie scuole di pensiero)

In alternativa c’è il metodo INDUTTIVO che – al contrario – parte dalla analisi dei dati per poter estrapolare delle costanti, dei principi (è il metodo oggi usato dalle scienze informatiche e dai gestori di “big Data”); assemblando numerosissimi dati si cerca di comprendere le loro aggregazioni e le relative cause, logiche o concrete che siano.

Orbene, oggi cercherò induttivamente di estrapolare delle riflessioni  partendo da alcune evidenze reali per verificare se questo procedere “laico ed asettico”, senza principi predefiniti da dimostrare, possa aiutarci nella comprensione della realtà umana (nel suo sviluppo sociale o individuale).

Senza scomodare la sociologia, con una buona approssimazione appare chiaro che il conflitto sia la modalità prevalente di approccio  alle principali attività umane ;  sempre più spesso lo scontro (sociale, economico, politico, ecc.), è la prassi normale di comportamento, sia pur giustificato per migliorare la propria posizione (si parte dalla lecita concorrenza per arrivare a protezionismi, sopraffazioni e guerre di vario genere).
Storicamente da una analisi sommaria potremmo facilmente verificare che in ogni secolo, in ogni nazione della terra, in ogni sistema politico ed economico, con ogni tipo di esperienza religiosa, o di livello culturale e scientifico, non sono mai mancate le guerre e le lotte (tra popoli e stati) per conquistare posizioni di vantaggio.
Attualmente, nonostante l’evolversi del pensiero umano, delle concezioni politico-giuridiche dello Stato, delle forme di cooperazione internazionali ecc. gli scontri di interesse non sembrano diminuiti, ma anzi aumentati estendedosi a vari livelli  (pensiamo ai sofisticati conflitti finanziari, e da ultimo informatici).
Purtroppo l’esiguo spazio a disposizione non mi consente di analizzare ogni aspetto della crescente conflittualità, ma basti pensare che il secolo appena trascorso è stato il peggiore della storia umana per la brutalità delle guerre e delle ideologie sottostanti (dal nazifascismo al comunismo), nonostante sia stato quello del maggior progresso socio-economico e culturale. Su tutto regna incontrastato l’ingiustificato, miliardario, crudele, disumano, mercato degli armamenti che sottrae alla povertà, alla salute, allo sviluppo risorse ingenti, per circa 5MILIARDI DI DOLLARI AL GIORNO (qui) (qui)
Ora c’è da chiedersi: la stessa tendenza conflittuale è ravvisabile a livello personale?
Non c’è dubbio che nei secoli l’essere umano abbia ampliato le sue conoscenze, arrivando a comprendere le principali leggi naturali, da quelle del cosmo (es. la forza gravitazionale) a quelle dell’infinitamente piccolo (il misterioso mondo della fisica quantistica). Alla conoscenza scientifica l’uomo ha – soprattutto di recente – aggiunto una grande capacità di applicazione delle relative tecniche, come attesta ad esempio il recente settore dell’informatica e del web (ben presto divenuto indispensabile).
Ma a ben riflettere, nonostante tali incredibili successi, il fondamentale settore individuale, che tutto dovrebbe guidare, ha invece registrato il minor progresso: quello morale. Nonostante l’essere umano sia divenuto capace “di gestire il mondo”, forti dubbi esistono sulla capacità di gestire sé stesso ed il suo comportamento nel mondo: i segni e gli episodi generalizzati di egoismo, di sopraffazione, di violenza sembrano immutati  nonostante lo scorrere dei secoli ed il raggiungimento di ogni genere di progresso scientifico e tecnico, la funzione informativa dei media, quella formativa delle scuole ed educativa delle famiglia. Senza entrare nel merito etico, basti pensare che la prima causa di morte del mondo è l’aborto, cioè un comportamento volontario non accidentale, che porta alla soppressione di un essere indifeso, che non è certo un nemico estraneo, essendo il frutto di un rapporto umano consenziente. La cifra di 40-50 milioni di aborti annui supera le stesse vittime della II guerra mondiale (solo che qui si ripetono terribilmente ogni anno) (qui).  Ed a queste terribili cifre ci sono da aggiungere gli “aborti chimici”, frutto delle varie pillole “dei giorni dopo”, liberamente vendibili in ogni farmacia.
Ma anche a voler cercare altre conferme (di un comportamento umano non certo altruistico o pro-positivo) è indispensabile rilevare un crescente fenomeno altrettanto preoccupante: quello dei suicidi il cui numero appare in crescita soprattutto nel mondo ricco (il suicidio che è la seconda causa di morte tra i 15 e i 29 anni).(qui)
In questi decenni si stanno sviluppando altri fenomeni di “debolezza” umana inimmaginabili sino a pochi anni fa: l’abuso di alcool, ma soprattutto di ogni genere di droga all’interno di una preoccupante “cultura dello sballo” che teorizza la necessità di “lasciarsi andare ” periodicamente per trovare soddisfazione. (qui)
Per non parlare delle crescenti ludopatie che stanno impoverendo gran parte delle fasce sociali, o il recente fenomeno degli Hikikomori (solo in Italia circa 30-50.000 giovani chiusi in casa nei loro videogiochi o nel profondo web) (qui).
Questi fenomeni evidenziano una costante “debolezza intrinseca dell’uomo”, che si esprime differentemente nelle varie epoche, ma che appare insita nella stessa natura umana. Diventa decisiva, a questo punto, la domanda fondamentale:
come mai l’essere umano sembra essere in grave difficoltà nella realizzazione del bene che pur riconosce necessario?
Come mai egli riesce meglio in ogni altra attività
(scientifica, tecnica, economica, ecc.), ben più complessa, ma non in quella di crescita morale e di umana solidarietà?
Questa contraddizione è talmente evidente che meraviglia il sostanziale silenzio sulla questione morale e sull’etica socio-economica (temi abbandonati dai più e riservati ai soliti specialisti…).
Orbene se questa contraddizione per il mondo risulta ben difficilmente spiegabile, per i cristiani è una delle conferme della Rivelazione ricevuta: essi sanno che l’essere umano è segnato originariamente da una mancanza di pienezza, dalla incapacità di seguire il  bene come stile di vita (e non solo in alcuni sporadici momenti, di “trasporto etico”).
E’ la realtà del “peccato originario”, dell’allontanamento da DIO, che ha segnato questo umano declino. La rottura di un rapporto costruttivo con Dio-Creatore  ha lasciato l’uomo solo con i suoi difetti ed i suoi fantasmi. Questa nuova condizione di “precarietà ” umana ha determinato la sua insita debolezza, cioè la Concupiscenza umana che è un termine che definisce “uno smodato, eccessivo desiderio dell’uomo che svia la libertà, verso un bene parziale, sino ad arrivare alla “tendenziale attitudine a fare il male”.
La Concupiscenza è il desiderio umano che può essere positivo come spirito di ricerca-miglioramento, ma diviene spesso poco controllabile, e genera disordine nelle facoltà morali dell’uomo e, lo inclina commettere il peccato.

A questo proposito il Catechismo della Chesa Cattolica (CCC) precisa: « L’uomo tentato dal maligno, fin dagli inizi della storia abusò della sua libertà ». Egli cedette alla tentazione e commise il male. Conserva il desiderio del bene, ma la sua natura porta la ferita del peccato originale. È diventato incline al male e soggetto all’errore:
« Così l’uomo si trova in se stesso diviso. Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre». ( 1707)

Come si vede una “lettura teologicamente orientata” non solo inserisce l’uomo in una visione  più vasta e non limitata, ma sembra l’unica idonea a spiegare la condizione umana di debolezza morale che sopra abbiamo constatato (a partire da una serie di dati, di evidenze e considerazioni di realtà) e che risulta poco spiegabile razionalmente. Grazie a questo approccio spirituale e religioso di “umana fragilità creaturale” diviene più chiaro questo profondo mistero dell’essere umano che progredisce nelle conoscenze (scientifiche, tecniche, economiche, ecc.),  ma non nella capacità morale di utilizzarle. Questo peccato originale, cioè questa condizione umana di imperfezione ontologica, rende imperfette, da sempre, anche le varie realizzazioni sociali a causa del prevalere del male (che teoricamente nessuno vuole, ma che sempre riemerge).
Nel nostro ragionare induttivo vi è un’ultima prova determinante, quasi di carattere sperimentale, che può assicurare la bontà delle presenti constatazioni: ognuno di noi può rendersi conto, analizzando i tanti episodi di vita personale, della propria condizione umana di fragilità morale, nonostante i desideri e gli sforzi di realizzare il bene. Lo stesso S. Paolo nella lettera ai Romani osservava questa generalissima e comune contraddizione: Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”.
Concludendo appare evidente (sia dalla nostra esperienza personale che da quella sociale) che l’essere umano è pervaso da una “tendenza al male” che pur non  vuole intimamente, ma che non è in grado di sconfiggere da sé in maniera duratura, sembra non averne gli anticorpi.  Egli ha bisogno di Altro da sé, di una Energia nuova che lo conduca al bene profondo di cui ha nostalgia e desiderio; un Altro che lo accompagni nel suo cammino terreno che nessuno desidera sia fine a se stesso: abbiamo tutti un’aspirazione all’eternità.  Dopo secoli di insuccessi e distruzioni, è giunto il tempo in cui prendere atto di questa debolezza innata e ricostruire questo rapporto con il Creatore, da cui abbiamo avuto origine e Vita.  E’ necessario accedere ad “una maggiore energia di bene” che non è nostra, ad una Grazia che non abbiamo, ma che ci è stata promessa: “Bussate e Vi sarà aperto, cercate e troverete”. Una Grazia che è l’unica nostra vera Risorsa in quanto estranea alle nostre “debolezze genetiche”, una grazia che è l’Amore di Chi ci conosce meglio di noi stessi, perché ci ha voluti e creati; la Grazia di un Dio che ci attende da sempre e che è l’Unica nostra Risposta: “…ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te” riconoscerà, dopo la sua conversione, il “viveur”  Agostino nelle sue confessioni (1.1.5).
“Induttivamente”: In pace.

 




VERSO IL DOPO COVID19 – Per non perdere tutto ciò che abbiamo “osservato” in questi tempi

OSSERVATORIO DI BIOETICA di SIENA logo

 

OSSERVATORIO DI BIOETICA di SIENA

VERSO IL DOPO COVID-19

PER NON PERDERE TUTTO CIÒ’ CHE ABBIAMO “OSSERVATO” IN QUESTI TEMPI

Uno sguardo vigile a tutela dell’umano.(1)

 

Per qualche mese un dichiarato “stato di emergenza” ha distrutto certezze giuridiche e morali che credevamo di avere. Diritti e libertà fondamentali sono stati cancellati con semplici comunicati e bollettini giornalieri, con provvedimenti immediati, con diktat assertivamente adottati per l’interesse nazionale alla salute. E tutto questo lo abbiamo dovuto accettare delegando implicitamente il potere Esecutivo, mentre gli altri Poteri dello Stato e i garanti dei diritti costituzionali assistevano ammutoliti, quasi annichiliti ed impotenti, di fronte ad una slavina di decreti accompagnati in maniera disarticolata e spesso contraddittoria dalle ordinanze dei “governatori”.

Abbiamo assistito ad un “soggiogamento pacifico” in tutti gli ambiti di vita, della società e di intere nazioni. (cfr Giovanni Paolo II Lettera Enciclica Dives in Misericordia n.11, 30 novembre 1980)

Ancora non sappiamo se e quando cesserà definitivamente questa condizione di “sospensione” che in quasi tutto il mondo ha visto limitazioni alla libera circolazione, alla vita sociale, al commiato dignitoso dalla vita terrena dei nostri defunti, alla tutela “ordinaria” della salute, alla vita religiosa comunitaria, alla tutela dei diritti giurisdizionali e costituzionali, alla libertà di impresa e a tante altre cose che qui per brevità non elenchiamo.

Quale prima domanda chiediamoci, insieme all’intellettuale Giorgio Agamben: “Come è potuto avvenire che un intero paese di fronte ad una epidemia sia, senza accorgersene, crollato eticamente e politicamente?” (cfr Giorgio Agamben, pubblicato sul sito Quodlibet, 13 aprile 2020)

In realtà da tempo vi erano tutti i presupposti affinché ciò potesse accadere. La riduzione sistematica dei diritti naturali ed inalienabili (vita, morte, libertà religiosa), degli istituti sociali costituzionalmente garantiti (famiglia, educazione) dinanzi alle frontiere dei “nuovi diritti” funzionalmente finalizzati alla destrutturazione dell’umano, ha creato la materia per una distruzione pacifica dell’umanità e della società civile, senza apparente spargimento di sangue e con danni apparentemente solo collaterali. L’inefficienza del nostro sistema costituzionale – apparente garanzia di legalità, ma di fatto del tutto ignorato da governi che si fondano su un sistema pattizio piuttosto che su principi di rappresentanza e rappresentatività – quotidianamente stravolto da norme adottate in aperto contrasto con i principi costituzionali stessi, ha fatto forse sì che la soglia che separa l’umanità dalla barbarie fosse oltrepassata?

La “paura” (2) è stata ed è la padrona incontrastata della scena pubblica e privata. Paura del contagio, di questo nemico invisibile e feroce che si può nascondere ovunque e ci può condannare alla morte, paura del vicino, del congiunto, delle relazioni, degli oggetti.

Proprio in questo momento, facendo leva sulla paura, si corre il rischio concreto che possa avanzare un globalismo ancora più pericoloso. Come sinistramente auspicò nel 2009 Jacques Attali (3)

E se tutto questo, in qualche misura, ci è stato reso inevitabile per far fronte ad una emergenza (che un giorno forse capiremo quanto sia stata inevitabile e quanto invece colposa), quanto è successo e sta succedendo deve suonare sia da monito per una attenzione sempre più desta e vigile, che da avvertimento per il futuro.

Abbiamo identificato 5 spunti di lavoro

 

  1. NUOVE FRONTIERE DELL’UMANO

La pandemia ha rivelato per l’ennesima volta la fragilità del nostro essere creature mortali, immerse in una natura sempre meno governata da mani sagge e rispettose della sua vocazione. Inoltre, la pandemia ha necessariamente fatto emergere le domande capitali dell’umanità.

A questo si deve rispondere con una maggiore ricerca del senso trascendente dell’uomo e ritornare a usare correttamente la ragione, unica strada per la scoperta della verità. Invece oggi assistiamo preoccupati ad una risposta che lascia intravvedere un umano che scivola ineluttabilmente verso la sua reificazione e secolarizzazione.

“La Scienza”, nuovo dogma moderno e nuova religione, ha fornito risposte contrastanti. Ogni virologo, epidemiologo o esperto esprimeva una sua idea – spesso in contrasto con altri colleghi – e l’unica raccomandazione che tutti hanno condiviso è stata il “confinamento”, l” isolamento”, il “distanziamento sociale”, esattamente la stessa indicazione data per affrontare le epidemie nel Medioevo. Tuttavia, nel Medioevo l’uomo, parte di un mondo cristianizzato, sapeva affidarsi e non abbandonava la speranza conoscendo bene il fine primo ed ultimo della vita. Tutto questo oggi non è più presente nella società. L’uomo è stato privato del senso della verità, ha visto annacquare ogni certezza, ha abdicato all’uso della ragione ed anche della ragionevolezza. In nome della scienza o di uno scientismo esasperato ha rinunciato, contro ogni logica, ad alcuni diritti fondamentali, rimanendo totalmente silente e inerte dinanzi a decisioni che hanno limitato come non mai nella storia attuale le libertà ed i diritti fondamentali. È necessario che l’uomo torni a dialogare con il cielo (4), recuperi la propria essenza profonda di essere sociale perché “pensato e salvato” da sempre nell’ambito di una relazione.

Peraltro, in maniera quasi beffarda, il coronavirus ci ha in qualche misura dimostrato che la vera essenza dell’uomo è indifferente alle nuove categorie culturali che cercano di frammentarne la natura.

Abbiamo infatti ri-scoperto la necessità quasi ovvia di leggere i dati del contagio secondo le classificazioni “nude e crude” (maschio/femmina, giovane/vecchio) svelando improvvisamente l’irrazionalità delle fluidità autoreferenziali di genere che vorrebbero ridisegnare il mondo e le relazioni tra le persone, ma che ora crollano miseramente davanti ad una entità invisibile ad occhio nudo. Così come ci ha attestato che aiutare un malato a respirare, mangiare o bere anche attraverso una macchina, non costituisce una terapia ma un sostegno vitale necessario a combattere la malattia.

Occorre quindi che la scienza torni a parlare con la filosofia e la metafisica, contrastando il dominio solitario della tecnica e degli interessi materiali in modo da poter interpretare con consapevolezza quello che accade.

Il dopo-Covid dovrà rigettare ogni tentativo di far ripartire il pericoloso percorso di frammentazione dell’uomo in categorie inesistenti, distruggendo i concetti del vivere ragionevole quali la verità, la bellezza, i diritti naturali dell’uomo.

 

  1. LA TUTELA DELLA VITA SIA RIMESSA AL CENTRO ANCHE DELLE POLITICHE SANITARIE E SOCIALI

La pandemia ha fatto emergere una intollerabile trascuratezza sanitaria, soprattutto nei confronti delle categorie più fragili ed esposte della società. Troppi anziani lasciati soli nelle strutture residenziali (5) e troppa incuria nella gestione delle stesse; troppi rischi a carico del personale sanitario e dei lavoratori occupati nei settori “essenziali”.

In tempi di pandemia è determinante riaffermare il valore dell’essere umano contro derive riduttiviste ed eugenetiche, che si sono affermate purtroppo in tutto il mondo. Basti pensare al rifiuto dei ventilatori polmonari ai disabili in USA, all’eutanasia preventiva proposta agli anziani in Olanda.

Peraltro, anche in Italia, è stata inaccettabile la richiesta di imporre l’aborto volontario come diritto inalienabile e come tale intangibile (persino in una situazione in cui non era possibile erogare i servizi di medicina preventiva alla popolazione), andando addirittura a chiedere di violare per via amministrativa i limiti previsti dalla legge 194, introducendo “l’aborto fai da te”.

C’è stata troppa poca cura verso le famiglie, lasciate sole per l’ennesima volta di fronte al loro carico di responsabilità nella gestione dei figli, degli anziani e delle persone non autosufficienti. A meno che non si voglia considerare “aiuto” il sussidio all’acquisto di un monopattino o di una bicicletta.

Pensiamo a come è stata pianificata la fase 2: ripresa del lavoro e non delle scuole E i figli? Oppure pensiamo alla assurda proposta di mandare a scuola i bambini solo alcuni giorni alla settimana. E gli altri giorni?

 

Il dopo-Covid dovrà rimettere al centro la tutela della vita in quanto tale e la famiglia come pilastro essenziale di ogni politica di welfare e di promozione umana.

 

  1. OCCORRE RISTABILIRE I DIRITTI COSTITUZIONALI

La compressione dei diritti costituzionalmente previsti e garantiti a cui abbiamo assistito e stiamo assistendo, non può più proseguire. Soprattutto non è più consentito tacere. Nel richiamare quanto già detto nella premessa di questo documento, vogliamo qui aggiungere una riflessione su una ulteriore, pericolosa deriva osservata in queste settimane.

Non avremmo mai pensato infatti di dover parlare di libertà religiosa nel nostro Paese, ma ci sembra che oggi tutto il pensiero filosofico e religioso abbia ceduto il passo alla “medicina come religione”6

E così le chiese sono state chiuse, non abbiamo potuto partecipare alla Santa Messa neppure il giorno di Pasqua, senza che nessuno abbia colto come in questo modo si sia messa in discussione una norma fondamentale, ovvero che la Chiesa, per ontologia ed anche per disposizioni normative è l’unica custode dei Sacramenti e del potere di amministrarli.

L’arbitrarietà e l’abnormità delle limitazioni governative si sono svelate nel momento in cui si è visto che l’accordo tra Stato e Chiesa Cattolica di fatto raggiunto è simile a quello adottato per la riapertura dei negozi e delle altre attività commerciali, con precauzioni attuabili anche nei mesi scorsi e che avrebbero consentito di evitare la sospensione della Santa Messa per oltre due mesi.

5Secondo la London School of Economics la metà di tutti i decessi di COVID 19 è avvenuta nelle RSA. In Inghilterra si è quindi verificato un “fenomeno dell’esclusione”: sopra una certa età non accedi alle terapie intensive. In Alabama e New York questo limite non solo è per gli anziani, ma anche per i malati mentali e pazienti disabili. In realtà ci eravamo preparati da tempo, da quando abbiamo introdotto il concetto di “vite degne di essere vissute”, abbiamo fallito come società, una “involuzione”, una nuova barbarie, ed abbiamo assegnato al virus una forma “surrettizia” di eutanasia. (Giulio Meotti, in un articolo sul Foglio del 16/04/2020.)

6“Proprio questo è stato fatto e, almeno per ora, la gente ha accettato come se fosse ovvio di rinunciare alla propria libertà di movimento, al lavoro, alle amicizie, agli amori, alle relazioni sociali, alle proprie convinzioni religiose e politiche. Si misura qui come le due altre religioni dell’Occidente, la religione di Cristo e la religione del denaro, abbiano ceduto il primato, apparentemente senza combattere, alla medicina e alla scienza” (Giorgio Agamben, La Medicina come religione, 2 maggio

 

  1. SICUREZZA RISPETTANDO TRASPARENZA E RISERVATEZZA

Lo Stato e le sue articolazioni, il Parlamento e il servizio pubblico di informazione devono essere il luogo del dibattito e della condivisione di fronte al Paese delle scelte strategiche e delle informative sullo stato dell’arte delle cure, delle ricerche e degli studi che riguardano la vita delle persone. Allo stesso tempo, la pandemia non deve essere il pretesto, invocando – stavolta impropriamente – il medesimo principio di trasparenza, per instaurare sistemi di controllo e tracciatura delle persone, tollerabili solo se strettamente anonimi e comunque sotto il ferreo controllo delle autorità pubbliche che ne devono rispondere di fronte all’opinione pubblica.

Ogni progresso tecnologico (ad esempio nel campo delle telecomunicazioni e della medicina preventiva e curativa), deve essere sicuro e vagliato in maniera indipendente prima di essere immesso sul mercato.

 

  1. DOVERI DELLO STATO E SUSSIDIARIETA’

La sanità, la scuola e in genere i servizi sociali alla persona sono stati gestiti negli ultimi venti anni come semplici centri di costo. I tagli indiscriminati e lo smantellamento di molte strutture ospedaliere e reti sanitarie di protezione del territorio sono stati effettuati con il solo criterio di rientrare nei parametri economici dettati dall’Unione Europea. Allo stesso tempo non è assolutamente pensabile tornare a un sistema legato ad una gestione statalista totalizzante, spesso inefficiente e soggetta a endemici sistemi di corruzione.

Sul fronte della scuola, assistiamo con sgomento al pervicace perseguimento da parte dello Stato della distruzione di quel che resta delle scuole paritarie, in maniera del tutto incurante del pluralismo e della capacità del privato di gestire al meglio le risorse. Gli 860.000 alunni e le loro famiglie sono considerati cittadini di Serie B. E’ assurdo che la gestione di una scuola paritaria non venga considerata meritevole di aiuto al pari di tutte le altre attività economiche e non del Paese. L’enorme patrimonio umano e di strutture delle scuole paritarie (180.000 tra docenti e operatori scolastici, 12.000 sedi scolastiche distribuite su tutto il territorio nazionale) potrebbe invece rivelarsi utilissimo per agevolare la ripresa nel comparto istruzione. È il momento di rilanciare un nuovo patto educativo e civico per l’intero sistema scolastico (scuole statali e paritarie – crf legge n. 62/2000) quale investimento sull’educazione per formare le generazioni del futuro.

L’attuale situazione deve essere quindi l’occasione per ridare fiducia e per scommettere su un reale principio di sussidiarietà, ovvero poter garantire una serie importante di servizi sanitari e scolastici a partire dall’organizzazione autonoma, indipendente e non profit dei cittadini e delle loro libere aggregazioni.

Sul fronte dell’economia, siamo convinti che si possa uscire da questa crisi epocale solo attraverso l’insostituibile ruolo del lavoro e della libera iniziativa. Vediamo quindi con preoccupazione il ritorno allo statalismo e all’assistenzialismo che sta connotando le scelte strategiche e politiche attuali. Occorre piuttosto valorizzare il nostro sistema di imprese che ha già dimostrato la propria capacità competitiva, di ricerca e di innovazione e ricostruire il rapporto tra il lavoro e la realizzazione della persona che è il fondamento della dignità umana così come tutelata dalla Costituzione (cfr art. 4).

Lo Stato promuova il bene comune e lasci libero l’uomo di esercitare la propria responsabilità.

 

Siena, 23 maggio 2020

 

L’OSSERVATORIO DI BIOETICA DI SIENA INTENDE METTERE A DISPOSIZIONE DI TUTTI QUESTA LETTURA DEL MOMENTO

Ogni adesione, commento, proposta di confronto e discussione è benvenuta e può essere inoltrata sulla nostra pagina Facebook o a [email protected]

 

  1. “Uno sguardo di insieme ci dà l’impressione che sia la natura, sia l’uomo stesso siano sempre più alla mercé dell’imperiosa pretesa del potere – economico, tecnico, organizzativo, statale. Sempre più nettamente si delinea una situazione in cui l’uomo tiene in suo potere la natura, ma insieme l’uomo tiene in suo potere l’uomo, e lo Stato tiene in suo potere il popolo e il circolo vizioso del sistema tecnico-economico tiene in suo potere la vita” (Romano Guardini, “La fine dell’epoca moderna”, Brescia, Morcelliana, 1950).
  2. “La paura è una risorsa molto invitante per sostituire la demagogia all’argomentazione e la politica autoritaria alla democrazia. E richiami sempre più insistiti alla necessità di uno stato di eccezione vanno in questa direzione.” (Zygmunt Baumann, Paura Liquida, Laterza, 2006)
  3. «La storia ci insegna che l’umanità si evolve in modo significativo solo quando ha davvero paura: in primo luogo istituisce meccanismi di difesa; a volte intollerabili (capri espiatori e totalitarismi); a volte inutili (distrazione); talvolta efficaci (terapeutici, scartando se necessario tutti i precedenti principi morali). Quindi, una volta finita, la crisi trasforma questi meccanismi per renderli compatibili con la libertà individuale e per includerli in una politica sanitaria democratica. La prossima pandemia iniziale potrebbe innescare una di queste paure strutturanti. […] prima della prossima, inevitabile, pandemia noi metteremo in atto meccanismi di prevenzione e controllo e processi logistici per un’equa distribuzione di farmaci e vaccini. Per fare questo, dovremo istituire una forza di polizia globale, un deposito globale e quindi un sistema fiscale globale. Verremo quindi, molto più velocemente della sola ragione economica, a gettare le basi di un governo del mondo reale». (Jacques Attali, l’Express 3 maggio 2009)
  4. “Il termine “Salus” significa salute, nel senso sanitario del termine, e significa anche salvezza, nel senso etico-spirituale e soprattutto religioso. L’attuale esperienza del coronavirus testimonia ancora una volta che i due significati sono interconnessi. …. La salute non è la salvezza, come ci hanno insegnato i martiri, ma in un certo senso la salvezza dà anche la salute. Il buon funzionamento della vita sociale, con i suoi benefici effetti anche sulla salute, ha anche bisogno della salvezza promessa dalla religione: “l’uomo non si sviluppa con le sole sue forze” (Caritas in veritate, 11).” (Giampaolo Crepaldi “Coronavirus, l’oggi e il domani. Riflessioni su un’emergenza non solo sanitaria”, marzo 2020)
  5. Secondo la London School of Economics la metà di tutti i decessi di COVID 19 è avvenuta nelle RSA. In Inghilterra si è quindi verificato un “fenomeno dell’esclusione”: sopra una certa età non accedi alle terapie intensive. In Alabama e New York questo limite non solo è per gli anziani, ma anche per i malati mentali e pazienti disabili. In realtà ci eravamo preparati da tempo, da quando abbiamo introdotto il concetto di “vite degne di essere vissute”, abbiamo fallito come società, una “involuzione”, una nuova barbarie, ed abbiamo assegnato al virus una forma “surrettizia” di eutanasia. (Giulio Meotti, in un articolo sul Foglio del 16/04/2020.)

 

 

Fonte: Osservatorio di Bioetica