Card. Biffi: LA FORTUNA DI APPARTENERGLI – Lettera confidenziale ai credenti

Mentre molti si impegnano a dialogare con i non credenti, il cardinal Giacomo Biffi scrive ai credenti.

 

Card. Giacomo Biffi

Card. Giacomo Biffi

 

di Card. Giacomo Biffi

 

Vi do una notizia un po’ riservata. Vi rivelo un segreto; ma, mi raccomando, resti tra noi. La notizia è questa: grande è la fortuna di noi credenti. Grande è la fortuna di chi è «cristiano»; cioè appartiene, sa di appartenere, vuole appartenere a Cristo.

Però non andate a dirlo agli altri: non capirebbero. E potrebbero anche aversela a male: potrebbero magari scambiare per presunzione il nostro buon umore per la felice consapevolezza di quello che siamo; potrebbero addirittura giudicare arroganza la nostra riconoscenza verso Dio Padre che ci ha colmati di regali.

C’è perfino il rischio di essere giudicati intolleranti: intolleranti solo perché non ci riesce di omologarci disciplinatamente e possibilmente con cuore contrito alla cultura imperante; intolleranti solo perché non ci riesce di smarrirci, come sarebbe «politicamente corretto», nella generale confusione delle idee e dei comportamenti.

Un’altra grande fortuna di coloro che sono «di Cristo» è quella di essere liberi. Ecco quanto Cristo ci ha promesso: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8, 31-32). Il principio di questa prerogativa inalienabile del cristiano è la presenza in noi dello Spirito Santo: «Dove c’è lo Spirito del Signore, c’è la libertà» (2 Cor 3, 17); quello Spirito che, secondo la parola di Gesù, ci guida alla verità tutta intera (cf. Gv 16, 13), perché ci chiarifica «le cose come stanno»; ed è appunto questa verità a farci liberi (cf. Gv 8, 32). Sant’Ambrogio enuncia questo caposaldo dell’antropologia cristiana, scrivendo: «Dove c’è la fede, lì c’è la libertà».

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Biffi La fortuna di appartenergli

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‹‹TU SOLO IL SIGNORE››

 

Quando nella messa proclamiamo  gioiosamente: ‹‹TU SOLO IL SIGNORE, GESU’ CRISTO››, noi notifichiamo a tutti quale sia la fonte della nostra libertà: prima della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (ONU 10 Dicembre 1948), prima della Costituzione della Repubblica (22 Dicembre 1947), La fonte della nostra libertà è il Risorto. La nostra vera e sostanziale liberazione non ci è stata procurata da altri: è una proprietà che ci viene, prima che da qualsivoglia autorità.

‹‹Tu solo››: noi non abbiamo e non vogliamo nessuno che spadroneggi su di noi, né in campo politico né in campo culturale.

Quasi ad ogni tornante della storia compaiono uomini che sciaguratamente mirano a farsi padroni di uomini, magari perfino invadendo e condizionando il loro mondo interiore. Coloro che sono ritenuti capi delle nazioni, le dominano e in più vogliono farsi chiamare benefattori (Mc 10,42 e Lc 22,25) ha detto Gesù con qualche ironia.

Ebbene, il semplice fedele – anche quando non fosse un eroe, anche quando nella sua debolezza fosse costretto a piegarsi esternamente alla prepotenza- resterà sempre un ‹‹liberto di Cristo››, cioè un uomo che è stato riscattato dal Figlio di Dio e che nessuno può ricondurre in servitù. E di fronte a un dittatore che pretenda per sé un culto assoluto e le doti divine dell’onnipotenza e dell’onniscienza, interiormente gli scapperà sempre da ridere. Per questo tutte le tirannie hanno d’istinto in antipatia i veri credenti; e poco o tanto arrivano sempre a perseguitarli: intuiscono che sono i soli che non diventano mai sudditi nell’anima.

Invece ‹‹quanti padroni finiscono con l’avere quelli che rifiutano l’unico vero Padrone!›› nota più di una volta sant’Ambrogio con straordinaria acutezza. ( Extra coll.Ep.14,96).

 




C’E’ UNA NUOVA PROSPETTIVA PER LA VITA (ed il Concilio ce la conferma)

Concilio Vaticano II (foto CNS)

Concilio Vaticano II (foto CNS)

 

di Gianni Silvestri

 

La vita e la realtà si svolgono in tre dimensioni, ma la pittura per secoli è riuscita a rappresentarne solo due (altezza e larghezza), senza saper dar forma alla terza dimensione della profondità; di conseguenza ogni dipinto appariva appiattito. Il genio di Giotto nel duecento tentò di creare una visione prospettica disegnando figure di minori dimensioni dietro le principali più grandi, ma… fu solo nel 1400 che Brunelleschi riuscì ad immaginare razionalmente e rappresentare quest’altra dimensione – la prospettiva lineare- dando più profondità alle immagini ed avvicinandosi alla rappresentazione del reale.
Tutto andava al suo posto e la pittura riusciva a cogliere perfettamente la realtà visibile.
Orbene, anche nella nostra vita esiste un’altra prospettiva del reale che, però, il mondo – con tutti i suoi strumenti tecnologici –  riesce solo parzialmente a concepire e rappresentare: la cosiddetta “Quarta dimensione”,  che è quella del tempo (appena intuita come spazio-tempo, da Einstein, nella Teoria della relatività). L’uomo considera la sua una vita “a tempo”,  per cui imposta la sua esistenza “sui canonici 80 anni,” avendo censurato ogni domanda “su ciò che viene dopo”. Il mondo non riesce a concepire una vita futura ed “appiattisce tutto” alla sola esistenza terrena, (come gli antichi pittori “a due dimensioni”).
La Chiesa Cattolica (e da ben due millenni)  ha ben presente questa “nuova prospettiva” del tempo;  essa, dopo la Rivelazione e la Resurrezione di Cristo, ha finalmente conosciuto la prospettiva completa della vita: quella eterna.
Nella sua azione, perciò, la Chiesa agisce tenendo soprattutto presenti due realtà: la vita eterna e chi vuole impedircela (il Mistero del male).

LA VITA ETERNA: Dio vuole salvare le sue creature, perché le ama e questo cambia ogni prospettiva di vita ed orienta tutta l’azione della Chiesa verso questa meta considerata come bene supremo e ben maggiore della stessa vita terrena, che (pur breve e “martoriata”) è un trampolino di lancio, un banco di prova per arrivare a quella che non finisce.

LA LOTTA AL MALE (PER NON PERDERE LA VITA FUTURA)

Dio ci mette in guardia su un altro aspetto della vita, la presenza eterna anche del male che rifiuta questa paternità di Dio e vuole separarci da Lui. Ecco il valore e nello stesso tempo il dramma della nostra libertà: pur debole ed influenzabile, essa deve saper condurre l’uomo a ritornare verso Dio ed a evitare le insidie di chi vorrebbe separarlo dal Padre.
Ecco il Mistero del male: l’uomo fa progressi meravigliosi nel campo della scienza, della tecnica, dell’economia, ecc., con l’unica eccezione di quello della fraternità reciproca, sconfitta da un crescente egoismo: questa unica debolezza, mai sopita nei secoli,  è forse una delle prove empiriche della presenza pericolosa del Male (e non è un caso che la preghiera per eccellenza termini con un: “…liberaci dal Male”).
Questa azione della Chiesa “per Dio e per la lotta al Male”, si attua su due fronti:
Un fronte naturale-terreno e un fronte soprannaturale.
Sul fronte naturale,
terreno, la Chiesa cerca di compiere il bene testimoniandolo con ogni opera di carità materiale e spirituale. Essa è la principale operatrice di carità nel mondo, grazie a centinaia di migliaia di sacerdoti, religiosi, religiose, missionari, anche laici, impegnati ovunque in opere di “misericordia corporali e spirituali”.

Sul fronte soprannaturale la Chiesa comprende che  il Maligno è un essere infinitamente superiore – con ben maggiori capacità rispetto alla umana resistenza – tanto da riuscire a passare inosservato: gran parte degli uomini non immagina nemmeno di essere parte di questa drammatica lotta (che ha come fine il loro destino eterno).
Per questo la Chiesa ricorrere ad un aiuto soprannaturale di Dio con:
1) la Parola di Dio (che è attiva:  “..la Parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, ” Isaia 55,11)
2) la preghiera: come apertura dell’animo e della vita a Dio.

3) la liturgia: come avvicinamento a Dio, è un tempo ed un’azione sacra, a Lui riservati.

4) i sacramenti: che coinvolgono l’azione stessa di DIO (come “iniezioni ricostituenti” di Grazia Divina).

Orbene di recente la Chiesa Cattolica ha inteso ricalibrare questa azione naturale e soprannaturale, convocando il secondo Concilio Vaticano con fini pastorali,  nel tentativo di riuscire a comunicare meglio la sua Verità.
Tentativo giustissimo e da sostenere, che non sembra, al momento, aver portato i risultati sperati. Senza addentrarci in estenuanti dispute teologico-pastorali, spesso ideologiche, basta osservare le seguenti principali, quanto terribili, cifre:

1) Quando Paolo VI chiude il Concilio Vaticano II nel 1965, lo stato della Chiesa non appare in crisi, i religiosi sono al massimo del fulgore, sparsi per il mondo. Infatti i membri degli Istituti maschili sono a quota 329.799, le donne sfiorano il milione (961.264). Sono gli anni in cui i religiosi danno esempio dell’universalità della Chiesa e sono presenti dappertutto (anche nelle lontane terre di missione).

2) Appena un decennio dopo il Concilio, i religiosi sono già scesi del 18,51% (-61.053) e le religiose del 9,72 %(-93.491). Da allora ad oggi, la tendenza al ribasso non si è ancora invertita.

3) Dopo 50 anni dal Concilio, il calo dei membri degli Istituti maschili è pari a  -39,58%, per le donne, la diminuzione è del -44,61%.
4) A subire il danno maggiore è stato l’intero popolo di DIO : il gruppo delle Congregazioni laicali, è sceso del -66,63 %. (fonte dei dati la agenzia cattolica SIR:
Se un albero lo si riconosce dai frutti“, questo albero dopo 55 anni appare quantomeno sfiorito, se non in grave crisi… Nemmeno con la frattura della Riforma Protestante si sono registrare queste drammatiche cifre.
Lo stesso Paolo VI
(da poco proclamato santo) ebbe ad osservare in proposito: “col Vaticano II ci aspettavamo la primavera della Chiesa e invece è venuto l’inverno”.
Lo stesso Papa negli ultimi anni del suo pontificato ebbe ad affermare preoccupatissimo: “Il fumo di satana è penetrato nella Chiesa“.

Questi risultati appaiono riferirsi non al Concilio in quanto tale, ma alla sua errata interpretazione progressista di rottura con il passato,  tra Chiesa pre e post Conciliare (propugnata da Giuseppe Alberigo e dalla Scuola di Bologna, oggi rappresentata da Melloni). Gli anni di questa riduzione post-conciliare sono quelli dei “preti operai”, della teologia della liberazione, dell’impegno socio-politico delle comunità di base, ecc. Tutte esperienze che si proponevano di accompagnare l’uomo nel suo cammino terreno (ed anche oggi il termine “accompagnamento” è molto in voga).
La domanda sorge spontanea: ma accompagnarlo in quale cammino? Verso quale meta?
La dimensione soprannaturale è  l’essenza della Chiesa ed il suo stesso motivo di esistere, per cui un affievolimento spirituale in favore di un maggior impegno sociale, ha creato la grave crisi che ha coinvolto sia i consacrati che i laici.

La successiva luminosa testimonianza di S Giovanni Paolo, ci ha fatto comprendere che la Chiesa deve stare nel mondo, come richiesto dal Concilio Vaticano II, ma non per assecondarne le voglie, non per accompagnarlo in un viaggio senza meta, ma per illuminarlo nel cammino verso Dio. Solo la Chiesa può farlo, anzi ne ha la responsabilità .
Benedetto XVI nel discorso alla curia del 22.12.05 con la sua consueta chiarezza  precisava (anche da autorevole esperto conciliare): “…Emerge la domanda: Perché la recezione del Concilio, in grandi parti della Chiesa, finora si è svolta in modo così difficile? Ebbene, tutto dipende dalla giusta interpretazione del Concilio, dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione. I problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato e porta frutti. Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare “ermeneutica della discontinuità e della rottura”; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall’altra parte c’è l'”ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino..”. 
Per questo motivo, senza alcuna rottura e lotta fratricida,  ma in continuità con la tradizione  millenaria della Chiesa e con lo sforzo del Concilio Vaticano II, è necessario, come cristiani, recuperare la nostra specificità che non è tanto quella di occuparci dei problemi sociali, (ci sono già tanti che si propongono questo scopo), ma di viverli illuminandoli con la luce della fede, per evitare che la vita umana “si consumi” lontano da DIO (e magari anche soddisfatti  dei, pur giusti, tentativi di ridurre l’uso di bottigliette di plastica).

Ogni impegno che non tenda a Lui, è una strada che si perde nei tanti labirinti del mondo, è una riduzione del nostro vero destino,  è una vita “piatta” vissuta in due dimensioni, senza la dovuta “profondità di campo” e senza la quarta dimensione temporale, del sapersi in un cammino non limitato, ma eterno verso Dio.
In Pace.

 




Azzone: “La nostra epoca ha creduto di mettere la morte alla porta”

“La nostra epoca ha creduto di mettere la morte alla porta. Ma è tornata. Da Wuhan la globalizzazione ci riporta indietro di un secolo. L’umanità sperimenta ancora una volta la propria impotenza di fronte a un agente patogeno. I morti si contano a migliaia. La vaccinazione è ancora lontana. Nessuna misura di profilassi è in grado garantire la salute, nessun presidio terapeutico garantisce la salvezza. E l’impotenza si trasforma in rabbia”.

Pongo all’attenzione dei lettori di questo blog un articolo di Paolo Azzone, psichiatra, psicoterapeuta, psicoanalista, che è stato pubblicato su State of minde.

 

disperazione

 

Per millenni l’umanità è stata del tutto impotente di fronte alla malattie infettive. Peste, colera, febbre gialla, malaria e tubercolosi hanno mietuto nei secoli milioni di vittime.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale la salute pubblica ha conosciuto un’epoca d’oro senza precedenti. Con lo sviluppo degli antibiotici, la letalità della maggior parte delle malattie batteriche è stata drasticamente ridimensionata. I vaccini hanno neutralizzato quasi completamente le minacce delle malattie virali. I farmaci antivirali hanno dimostrato di poter tenere sotto controllo lo spettro dell’AIDS.

Per un attimo l’umanità ha intravisto la possibilità di potere completamente risolvere il problema delle malattie infettive come significativa causa di mortalità nelle popolazioni umane immunocompetenti. Il miglioramento della salute e dell’aspettativa di vita non è sembrato però sanare le angosce ipocondriache. Anzi negli ultimi anni il terrore della malattia e della morte ha raggiunto una rilevanza sociale sconosciuta ai nostri progenitori. Il trattamento di malattie banali (come le malattie esantematiche dell’infanzia) o molto rare è divenuta oggetto di dibattiti feroci. Quattro casi di meningite solo pochi mesi fa hanno scatenato una vera isteria collettiva con code agli uffici di vaccinazione.

La nostra comunità ha inseguito con esasperata determinazione il sogno di una longevità garantita. Si è affermata la convinzione che la morte sia un evento che riguarda solo la terza età. Oggi i media presentano abitualmente ogni decesso come espressione di un’imprudenza, una colpa, un disservizio da attribuire ora ai medici, ora agli amministratori, ora ad alcuni gruppi sociali arretrati e oscurantisti.

La nostra epoca ha creduto di mettere la morte alla porta. Ma è tornata. Da Wuhan la globalizzazione ci riporta indietro di un secolo. L’umanità sperimenta ancora una volta la propria impotenza di fronte a un agente patogeno. I morti si contano a migliaia. La vaccinazione è ancora lontana. Nessuna misura di profilassi è in grado garantire la salute, nessun presidio terapeutico garantisce la salvezza. E l’impotenza si trasforma in rabbia.

In questa epoca di quarantena i contatti umani sono pochi. Dobbiamo rivolgerci a canali virtuali per renderci conto del clima sociale. E qui, sui media, la rabbia impazza. Si percepisce la disperazione ma soprattutto la ricerca di un colpevole. Sono meccanismi proiettivi molto noti a chi si occupa di gruppi, comunità e istituzioni. Leggendo I promessi sposi di Alessandro Manzoni, abbiamo imparato che la caccia all’untore è una pratica gradita alle masse terrorizzate e ampiamente promossa dai governi autoritari.

La gogna mediatica punta il dito in direzioni precise. Dimostra un peculiare intuito nel selezionare i nemici del popolo. Su questo vorrei richiamare appunto la vostra attenzione. Mentre molte attività industriali più o meno essenziali proseguono, mentre le necessità alimentari muovono e concentrano milioni di persone ogni giorno, i social media, la stampa e la politica hanno allergie molto specifiche. In prima fila i runner, che serenamente si muovono in solitudine più o meno completa negli spazi vuoti. Poi i bambini, rinchiusi in casa da settimane ed evidentemente in sofferenza. Le coppie, costrette ad incontrarsi clandestinamente in prossimità dei supermercati o abbracciate sul sellino di una moto, non trovano maggiore comprensione.

Forse l’impatto epidemiologico di queste categorie di cittadini è particolarmente pericoloso per l’epidemia in corso? Lasciamo questa domanda agli esperti e cerchiamo invece di comprendere le informazioni che queste idiosincrasie possono offrirci rispetto alle forze consce ed inconsce che condizionano i funzionamenti dei gruppi.

Dobbiamo allora chiederci prima di tutto cosa accomuna i moderni untori, i bersagli preferiti dei media reali e virtuali. Giovani sportivi, coppie, genitori con figli rimandano tutti quanti ad una esperienza di godimento. Cercano e forse hanno trovato una felicità.

La nostra epoca ha ormai seppellito quasi completamente qualsiasi manifestazione del sacro. La quarantena attuale è solo l’ultima sciagura che affossa forse definitivamente comunità pastorali ormai al collasso. Anche senza coronavirus la quaresima rimane un nome quasi vuoto per indicare le settimane precedente alla Pasqua.

Per secoli gli europei hanno condiviso il dolore della vita attendendo comunitariamente nel digiuno la Croce Salvifica del Cristo. Oggi è il virus a portare il dolore, e come nell’Europa Ancien Régime è l‘autorità dello stato a chiudere i teatri, imporre coprifuoco e digiuni. Runner, amanti e bambini non sanno o non vogliono uniformarsi. Continuano a creare una felicità umana: il corpo, la vita, l’aria e il sole.

Melanie Klein e i suoi allievi ci hanno insegnato che l’invidia rappresenta una straordinaria forza motivazionale a livello individuale e sociale. Sigmund Freud ha scoperto che nulla genera una gelosia più intensa di un uomo e di una donna uniti dall’amore e capaci di generare un discendenza.

L’epidemia di coronavirus agisce come una cartina tornasole. Rivela tutta la disperazione, la rabbia e l’invidia che allignano nella società contemporanea. La dissoluzione dei simboli condivisi, la disintegrazione delle forme di aggregazione politica, sindacale, religiosa, il costante arretramento della cultura umanistica ci hanno lasciato soli. Mentre i nuclei familiari si restringono e il paradigma celibatario dilaga, la vita sociale è sempre più ampiamente sostituita dai contatti virtuali. Rimaniamo soli di fronte al computer. Con nessuno possiamo condividere la rabbia, il dolore e l’esperienza ormai quotidiana del lutto. E questo collasso sociale, purtroppo resterà con noi anche quando il virus non sarà che un triste ricordo.

 




Presentazione delle opere per il presbiterio di S. Maria di Altofonte

S. Maria di Altofonte

 

 

di Ciro Lomonte

 

Un saluto a mons. Pennisi, cui va tutta la nostra ammirazione per l’estrema concretezza della Sua azione pastorale nell’Arcidiocesi di Monreale. Un saluto a tutte le autorità, i parrocchiani, gli amici presenti alla cerimonia odierna.

È senz’altro un momento di grande commozione quello di oggi, perché si completa una fase importante delle opere volute da una vivacissima comunità, quella parchitana, che ci ha chiamati a servirla con il nostro specifico approccio progettuale. Lascio al mio collega, Guido Santoro, l’onore ed il piacere di salutare le numerose maestranze e gli attori dei lavori, che oggi inauguriamo con la solenne dedicazione dell’altare.

Quelle dodici croci di vetro che verranno unte fra poco con l’olio santo sono le gemme descritte nella Gerusalemme celeste dall’autore dell’Apocalisse, sono gli apostoli a fondamento delle mura e delle porte della Chiesa, sono le dodici tribù del nuovo Israele che siamo tutti noi fedeli cristiani.

Si sta avverando il sogno del card. Scipione Caffarelli Borghese, abate commendatario dell’abbazia cistercense di S. Maria di Altofonte. Il famoso mecenate decise di costruire la chiesa parrocchiale nel 1633, lo stesso anno della sua morte. È come se avesse depositato qui un programma iconografico non ancora portato a termine. Un programma che era fatto di simboli tradotti in pietra, stucco, tela, legno, in un’epoca in cui si usavano gli ordini classici codificati nei trattati rinascimentali.

Come fare oggi, evitando di copiare acriticamente l’abaco tradizionale? Perché abbiamo scelto alcune forme e non altre? Un gruppetto di buontemponi, evidentemente con molto tempo libero a disposizione, ha scritto che noi abbiamo nascosto significati massonici nel nostro progetto. Chi ci conosce sa bene – ma del resto risulta chiaro a chi guarda al nostro lavoro senza pregiudizi – che riteniamo la Massoneria (intesa nel senso di sistema teorico) come il principale nemico non solo della Chiesa Cattolica ma anche della Sicilia tutta, contro la quale opera da più di duecento anni nella direzione di un vero e proprio genocidio (fisico, culturale, economico).

 

Santa Maria di Altofonte 2

 

Il punto è un altro. A partire dal 1908 artisti gnostici, anti cristiani, hanno demonizzato la decorazione architettonica, perché sapevano che è un linguaggio indispensabile all’arte sacra. Il minimalismo non è un semplice cambio di gusto, è una scelta ideologica bellicosa. Il nostro impegno consiste proprio nell’elaborare ornamenti architettonici che trasferiscano nei materiali da costruzione i simboli della fede cristiana, in modo eloquente e il più possibile chiaro per gli uomini del nostro tempo. Piuttosto che di colonne, capitelli e trabeazioni, facciamo un uso libero di geometrie e forme mimetiche della natura per avvolgere i fedeli in un repertorio di bellezze evocative della Storia della Salvezza. È un criterio compositivo che, fatte le debite differenze, vale per tutta l’architettura: per progettare una casa, un laboratorio artigianale, una scuola, un ospedale.

Che cosa significa pregare, soprattutto nell’ambito di quella preghiera esemplare e perfetta che è la Messa? Provare emozioni effimere e ingannevoli? Oppure entrare in dialogo reale con la Trinità Beatissima? Nella celebrazione eucaristica c’è Dio Figlio, incarnato, fatto Uomo veramente, che offre la sua vita a Dio Padre per chiedere che noi uomini veniamo perdonati della colpa originale, assistito nel Suo Sacrificio da Dio Spirito Santo. È il mistero dei misteri. Siamo chiamati a identificarci con il Messia, a entrare in comunione (cum munis) con Lui, nel senso di lasciare che la grazia dei sacramenti ci trasferisca i tria munera, i tre compiti di Gesù Cristo: Via, Verità e Vita, vale a dire Re, Maestro e Sacerdote.

Come ci rivolgiamo, da figli, a Dio Padre? In questa chiesa non c’è nessuna immagine che lo ritragga (del resto Dio Padre è Puro Spirito, solo la Seconda Persona della Trinità si è incarnata). Nella gloria in stucco sulla parete di fondo c’è l’Agnello che apre il libro con i sette sigilli, un altro rimando al Figlio. È vero, nella grande tela dell’Annunciazione c’è un Padre, vegliardo per indicarne l’eternità, che invia lo Spirito Santo a Maria. Ma aiuta fino ad un certo punto.

 

Santa Maria di Altofonte 3

 

Dove volgiamo lo sguardo quando recitiamo l’inizio del Credo (Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili)? Oppure quella parte del Gloria (Signore Dio, Re del cielo, Dio Padre onnipotente) che si intreccia con gli altri due versi sul Figlio? E durante il Padre nostro?

Abbiamo pensato che la forma del pavimento – due ellissi ruotate come le orbite dei pianeti attorno al Sole, con inscritte due croci ad otto punte, tenendo conto che l’intero universo partecipa ad ogni Messa – potesse essere evocativa della gloria che il creato rende al Padre. Il rosso è il fuoco dell’amore divino, il giallo è la gloria, il verde ed il grigio sono le creature, il bianco è la luce.

Ma non ci saranno troppi colori? Mani amiche hanno scritto questa obiezione nel verbale che ha causato tanti ritardi alla realizzazione del progetto, dimostrando di essere in affanno nella capacità di valutare forme inedite di architettura sacra. Molto meglio si è espressa una signora del luogo, affermando che il cromatismo del pavimento nuovo lo rende come una gemmazione armoniosa e quasi spontanea delle tonalità dell’altare barocco.

Onorio d’Autun, nel suo Specchio del Mondo, stabilisce le seguenti corrispondenze: il coro rappresenta la testa di Cristo, la navata il corpo propriamente detto, il transetto le braccia e l’altare maggiore il cuore, ovvero il centro dell’essere. Il cuore della composizione qui è il nuovo altare. Un piedistallo a quattro lati con gli stessi colori della pavimentazione, quattro riquadri con L’Ultima Cena, La Crocifissione, La Risurrezione (ancora da realizzare) e le reliquie dei martiri. Al culmine di tutto il Corpo Mistico di Cristo, una bianca ara corposa con dodici costole sagomate al di sotto.

 

anta Maria di Altofonte 4

 

È ormai dal 1988 che ci chiedono di risolvere problemi difficili come quello posto dal presbiterio di S. Maria di Altofonte. Siamo un po’ due parafulmine, ci tocca togliere le castagne dal fuoco. Quando si tratta di grandi finanziamenti chiamano altri. E per giunta veniamo insultati come se facessimo cose strane per capriccio. Se volessimo usare un’espressione della Sacra Scrittura potremmo dire che siamo “omnium peripsema” – come spazzatura per tutti, pattumiera per tutti. Perché mai veniamo trattati così? Chissà! Forse è che il nostro lavoro dimostra che si possono realizzare con meno soldi opere più efficaci, più durature, più belle. Forse è il prezzo da pagare per mantenere la libertà di spirito, per dire la verità tutte le volte che sia necessario per servire il bene comune. «Non aver paura della verità, anche se la verità ti costasse la vita», si legge nel famoso libro Cammino al punto 34.

Molti dicono, a proposito del nuovo presbiterio, che “ci vonnu occhi ppi taliallu”. Ma ne valeva la pena? Certamente sì. Intanto per don Nino, un committente estremamente saggio, uno dei migliori che abbiamo mai avuto. E per i fedeli della parrocchia, persone ammirevolmente generose.

E poi c’è un altro motivo. L’angelo affrescato nella nicchia di destra indica alle donne che arrivano al sepolcro che Gesù è risorto. Indica Gesù realmente presente, vivo, nel tabernacolo. L’altare è il Calvario, la Passione del Signore. L’ambone – ancora da realizzare – è la pietra rotolata dalla sepoltura, dalla quale il Messia era già uscito con il suo Corpo glorioso. Dal compimento delle promesse scaturisce la grazia dei sacramenti, a cominciare dal Battesimo, che cancella il peccato originale e ci rende figli di Dio.

È questa la chiave di lettura di tutto. Quale bellezza salverà il mondo? Quella che passa necessariamente attraverso la Croce. Dalla sofferenza, dai dolori, dal sacrificio, accettati per amore in unione con il Sacrificio del Redentore, nasce la gioia, una gioia che nessuno può toglierci.

 

Santa Maria di Altofonte 5

 

Queste – e non altre – sono le verità a cui abbiamo voluto dare forma nel nostro progetto. Se ci siamo riusciti, non spetta a noi dirlo. Sarà provato dall’esperienza quotidiana di ciascuno dei fedeli della parrocchia di S. Maria di Altofonte. Noi, in questo momento, siamo profondamente felici del risultato.

 

Santa Maria di Altofonte 6

 

 

 

Ciro Lomonte

Architetto, esperto di adeguamenti liturgici e arte sacra in generale. Docente di Storia dell’Architettura Cristiana Contemporanea presso il Master di II livello in “Architettura, Arti Sacre e Liturgia” dell’Università Europea di Roma.
A partire dal 1988 si è occupato di un Centro di Formazione del Collegio Universitario Arces, all’interno del quale ha creato, nel 1995, una Scuola Orafa. È stato promotore e vice coordinatore del Master in “Storia e Tecnologie dell’Oreficeria” dell’Università di Palermo. Nel 2015 ha fondato l’Associazione culturale Magistri Maragmae (di cui è presidente), che promuove la Monreale School of Arts & Crafts.
Ha curato l’edizione italiana del libro di Steven J. Schloeder, “L’Architettura del Corpo Mistico, Progettare chiese secondo il Concilio Vaticano II”, L’Epos, Palermo 2005. Insieme a Guido Santoro ha scritto “Liturgia, Cosmo, Architettura”, Cantagalli, Siena 2009.
È redattore della rivista telematica Il Covile (www.ilcovile.it).