Festa della mamma e ….cuoricini

festa della mamma

 

 

di Maurizio Patti

 

 

Caro zio Berlicche,

Oggi è la festa della mamma. Abbiamo fatto un gran bel lavoro. L’anima che mi avete affidato è stata inondata di messaggi con cuori palpitanti, palloncini svolazzanti e fiori multicolore. Ma non gli è venuto in mente di rispondere in maniera diversa!!!!! Ispirato chiaramente da un amico, ha risposto inviando la preghiera di Bernardo (mi ripugna chiamarlo santo) scritta da quel poetucolo Dante Alighieri “Vergine Madre, Figlia del Tuo Figlio”. Spero che l’arrivo di questo messaggio non possa suscitare una reazione che metta in discussione tutto il lavoro fatto. Non vorrei che si cominci a vedere la figura della madre in maniera diversa

Attendo un tuo aiuto

Tuo nipote Malacoda 

 

Malacoda

 

 

 

Caro Malacoda,

Prima di tutto, dal momento che sei inesperto, ti devo mettere in guardia rispetto a una trappola in cui puoi cadere. 

Mai sottovalutare gli amici del nemico, soprattutto quando hanno raggiunto una grandezza oggettiva. Dante non è un poetucolo, purtroppo. A noi sta il compito di lottare contro una percezione corretta della sua poesia. Come?

– distogliendo lo sguardo dal vero senso della sua arte, facendone cogliere solo l’aspetto letterario

– affidiamo la sua lettura e interpretazione a comici e attori

– facciamo in modo che la Chiesa non ne parli e non aiuti alla sua vera comprensione 

– a scuola incoraggeremo a che venga presentato sempre l’inferno e non si arrivi mai al paradiso (ah, ah, ah risata demoniaca di Berlicche)

Per quanto riguarda la preghiera “Vergine Madre” c’è tra i demoni un tacito accordo che la Madre di Dio conservi i suoi titoli. Anche perché grazie all’inferno di madonne in terra ce ne sono a sufficienza. Persino I diavoli di fronte alla Regina del Cielo si zittiscono. 

Qual’è allora il nostro compito?

Riguardo la tua preoccupazione che la preghiera possa risvegliare un vero concetto della donna, stai tranquillo il XX e XXI secolo sono stati i secoli più favorevoli a noi per distruggerla. Se pensi che è permesso legalmente “in una cosiddetta società civile” che una madre possa uccidere il proprio figlio, siamo in una botte di ferro.

Purtroppo la Regina della famiglia prega e intercede incessantemente per la salvezza dell’umanità. Ama ciascuno di questi mostriciattoli, uomo e donna, come se fossero Suoi Figli. Continua a distogliere l’anima di cui ti stai occupando da questa certezza. Che riceva cuori, fiori e palloncini.

Tuo diabolicamente zio Berlicche

Berlicche




Oltre DPCM, FAQ e utopie costituzionali: l’eterno ritorno del diritto naturale

Lo stato di emergenza ha evidenziato tutta la crisi di un sistema giuridico fondato sulle utopie, tant’è che diritti e libertà che si pensava non potessero essere mai violate, sono state di fatto cancellate con pochi tratti di penna. Questo chiama il vero Giurista ad interrogarsi sulle cause profonde di una crisi annunciata, ad ergersi quale ultimo baluardo in difesa della Civiltà attraverso l’unica strada percorribile, quella di un realismo giuridico fondato sulla verità, rilanciando l’eterno ritorno del Diritto naturale, che essendo basato sull’essere, sempre risorge soprattutto nei momenti più oscuri.

 

Giuseppe Conte

 

 

di Luca De Netto

 

Ci sono voluti quasi due mesi, ma finalmente anche il mondo del diritto sembra essersi svegliato dal torpore in cui era precipitato stante l’emergenza COVID-19.

Invero, pochissime voci si sono sollevate, al momento dell’ormai famoso lockdown dichiarato urbi et orbi dal Presidente del Consiglio dei Ministri, al fine di sollevare criticità, irrazionalità e illegittimità dei provvedimenti adottati.

Sicché oggi entrare nel dibattito che sembra vertere sul ruolo giuridico delle c.d. FAQ o sulla costituzionalità dei DPCM nulla aggiungerebbe a quanto è stato già detto. Soprattutto se determinate osservazioni erano già state anticipate.

Piuttosto ciò che deve essere sottolineato è il precedente che si è manifestato in maniera palese, e che comporta tutta una serie di conseguenze per il sistema del nostro ordinamento.

Che si voglia oggi mettere la “toppa” riportando tutto nell’alveo della Costituzione, non cambia nulla: domani, qualsiasi supposto, reale, ipotetico “stato di emergenza”, consentirà a qualsiasi governo, di qualunque colore politico, di annullare con una conferenza stampa a reti unificate tutte le libertà costituzionali.

Con tanto di controlli e sanzioni da parte delle forze dell’ordine.

Questo fatto, dimostra tutta la profonda crisi del c.d. costituzionalismo, ossia l’idea che basti una Costituzione, ossia una legge scritta e formale, quand’anche nella sua dimensione “materiale”, a tutelare i cittadini nei loro diritti e alla tenuta di un ordine che si suppone pluralista e popolare.

Già Carl Schmitt, in polemica con Hans Kelsen, aveva sottolineato che alla fine è sovrano chi decide nello stato di eccezione. E non è certo la norma positiva a porre limiti al sovrano né a decidere i contorni dell’eccezionalità.

Carl Schmitt, giurista

Carl Schmitt, giurista

Tanto è vero che lo “stato di emergenza” – ossia lo schmittiano stato di eccezione – , si è instaurato estendendo oltre ogni limite un mero regolamento di protezione civile, fino a sovvertire di fatto persino i principi fondamentali della Carta.

E se è vero che l’operatore pratico del diritto possa e debba ergersi a difesa del cittadino sanzionato o occuparsi di risarcimenti, il Giurista deve svolgere un ruolo molto più ampio, ossia essere l’ultimo baluardo a difesa di un ordine oggettivo su cui nemmeno il potere pubblico può agire.

Il Giurista, cioè, deve riprendere quel ruolo che per secoli lo ha contraddistinto, essere il Sacerdote che tratta le cose sante, secondo la nota espressione di Ulpiano poi ripresa dai Re normanni e tenuta presente per tutto l’ordine giuridico medievale, dove Teologia e Diritto viaggiavano di pari passo ed erano al vertice dell’assetto sociale: “Giustamente qualcuno ci ha chiamati Sacerdoti; noi invero coltiviamo la Giustizia, insegniamo la conoscenza del bene e del giusto, distinguiamo il giusto dall’ingiusto, il lecito dall’illecito; noi vogliamo rendere buoni gli uomini e aspiriamo alla vera saggezza di vita”.

*

Del resto, che il costituzionalismo non possa rappresentare una barriera efficace, è dato oggettivo: si pensi allo stravolgimento completo della nostra Costituzione operata dal diritto europeo, per molti aspetti completamente incompatibile, soprattutto per ciò che concerne i rapporti economico-sociali, con il modello tratteggiato dai “padri costituenti”. Che, in una Repubblica che si dichiara fondata sul lavoro, non è certo questione di poco conto.

Per Miguel Ayuso il costituzionalismo, da qualsiasi punto di vista lo si voglia osservare, resta comunque irrealistico perché caratterizzato da utopia e non fondato sulla realtà ontologica: esso rappresenta infatti il tentativo di modificare la natura della società e talvolta della stessa giuridicità.

Ad autori del calibro di Danilo Castellano si deve, ancora, proprio la sottolineatura dei limiti del costituzionalismo, che, fondandosi su una visione pessimistica – e quindi ideologica e non veritiera – della natura umana, ha impedito ed impedisce di chiedere il rispetto del vero Diritto. La Costituzione, del resto, consente soltanto una razionalizzazione del potere, può garantire una transizione pacifica, può fornire garanzie al potere. Ma non offre garanzie né per difendersi dal potere, né per chiedere e pretendere che l’esercizio del potere politico avvenga nel rispetto della verità e della Giustizia.

Danilo Castellano, giurista

Danilo Castellano, giurista

Se guardiamo ai contributi emersi in sede europea in un periodo particolarmente turbolento, ci rendiamo conto di come l’esperienza dei totalitarismi avesse trasmesso a grandi intelligenze del ‘900 l’esigenza di individuare argini ben più ampi di una Costituzione.

Per Ernst Junger, fine intellettuale tedesco, cantore della Libertà sin da partecipare all’attentato ad Hitler, il problema di una dittatura, di qualsiasi natura, non è stato risolto con la caduta del nazismo, ed anzi una tirannia si fa altamente probabile anche nelle democrazie parlamentari: “Nella nostra epoca, ogni giorno può portare alla ribalta sistemi inauditi di coercizione, di schiavitù e di sterminio, diretti contro alcune categorie sociali o estesi a interi territori. La legalità è invece rappresentata dalla resistenza, in quanto essa rivendica i diritti fondamentali del cittadino, che sono garantiti, nella migliore delle ipotesi, dalla Costituzione, anche se spetta al singolo metterli in atto. Esistono metodi efficaci a questo scopo, e chiunque si trovi sotto tiro deve essere preparato ed esercitato a farne uso. (…) È già importantissimo che chiunque sia minacciato sia abituato a pensare che la resistenza comunque è possibile: solo in seguito una infima minoranza che avrà fatta sua questa idea sarà in grado di abbattere il colosso“.

E, lo stesso Junger, arriva a chiosare che “Lunghi periodi di pace favoriscono l’insorgere di alcune illusioni ottiche. Tra queste la convinzione che l’inviolabilità del domicilio si fondi sulla Costituzione, che di essa si farebbe garante. In realtà l’inviolabilità del domicilio si fonda sul capofamiglia che, attorniato dai suoi figli, si presenta sulla soglia di casa brandendo la scure.”.

Ma tale concezione si fonda sulla libertà del singolo, che non è affatto risolutiva. Manca infatti della fondamentale dimensione sociale che caratterizza la natura umana, tant’è che lo stesso Junger, influenzato da Stirner, è costretto poi ad abbracciare la prospettiva dell’Anarca, cioè di colui che norma sé stesso a prescindere dal potere pubblico. Ma soprattutto a prescindere dalla socialità naturale.

Carl Schmitt, invece, cerca di risolvere la questione utilizzando le categorie di “legalità” e “legittimità”, sostenendo, in buona sostanza, che assorbendosi la legittimità nella legalità, come avviene ovunque domini il positivismo giuridico, il rischio che un governo faccia precipitare nell’illegalità chiunque vi si opponga è sempre in agguato, anche nelle democrazie parlamentari. Sicché, quando tra le istituzioni parlamentari e governative si crea uno iato profondo con le esigenze ed il sentire popolare, è pienamente legittima un’azione politica di un “terzo estraneo” che ripristini e risolva de facto il problema, sebbene tale intervento sia illegale o addirittura anti-costituzionale.

Tant’è che è noto che lo stesso Schmitt, nel caso di specie, auspicasse, per il bene del popolo, l’intervento dell’esercito guidato dalla saggia guida del Presidente della Reich. Sebbene il rischio di tale opzione sia evidente, comunque il problema posto dal grande giurista tedesco rappresenta uno spaccato di ogni realtà politica pienamente legale, ma carente di legittimità, come avviene assecondando le utopie di Kelsen e dei costrutti giuspositivisti.

Ricordiamo infatti che per Hans Kelsen il giurista deve limitarsi all’osservazione, allo studio e all’applicazione del solo diritto positivo, il quale di per sé non è giusto né ingiusto, ma semplicemente è quello che è stato prodotto secondo la procedura stabilita dalla Costituzione e dalle leggi dello Stato. Sicché anche norme palesemente ingiuste, si mantengono giuridiche, perché nessun giudizio di valore può essere mai posto. Dal che discende che anche uno stato totalitario con leggi liberticide ed anti-umane, avendo tutti i crismi della legalità, richiede il rispetto delle norme che pone.

Ernst Junger

Ernst Junger

In verità, anche nell’Italia post-bellica, in sede di assemblea costituente, qualche voce cercò di rafforzare il debole argine del costituzionalismo, che, volenti o nolenti, recepisce molto del pensiero di Kelsen. Si provò così a codificare quello che all’apparenza poteva sembrare l’antico diritto di resistenza.

A Giuseppe Dossetti si deve, ad esempio, l’inserimento del comma 2° a quello che poi sarebbe diventato l’attuale art. 54: “Quando i pubblici poteri violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino”.

In realtà, la visione di Dossetti non riprendeva affatto la tradizione più antica: anzi, ponendo una frattura tra passato e futuro, dove la Costituzione rappresentava l’eterno presente di riferimento per un domani da costruire edificando la nuova società italiana, finiva per indicare nella Repubblica, il soggetto che conferiva e determinava i diritti. Sicché l’unico diritto vigente finiva per essere quello ingessato negli schemi costituzionali.

In sede di discussione, tale comma relativo al “diritto di resistenza”, pur vedendo favorevole nel contenuto “ideale” la stragrande maggioranza delle forze politiche, fu soppresso per ragioni di opportunità politica, non tanto per contrarietà al merito.

Costantino Mortati rilevò, infatti, che, qualora si considerasse il diritto di resistenza come esercitabile nei confronti di singoli atti del potere esecutivo, allora “è possibile che la legge stabilisca il diritto di resistenza individuale senza bisogno di una norma costituzionale”; mentre nel caso in cui il diritto di resistenza venisse riferito come diretto contro le supreme cariche istituzionali, sarebbe stato sufficiente il meccanismo di tutela previsto dalla Costituzione.

Va detto che il diritto di resistenza è attualmente sancito in circa trenta costituzioni del mondo, ma resta sempre il problema di fondo, ossia l’evidente pecca del costituzionalismo che, come ogni impostazione che abbraccia il normativismo, cade nell’irrealtà.

Un tentativo differente è stato posto in essere da altri Autori, che, consci dei limiti del costituzionalismo, hanno provato a recuperare sia la dimensione fattuale del diritto, che il richiamo, ex art. 2 Cost., a quei diritti inviolabili che la nostra Costituzione riconosce.

Utilizzando quel termine, si dice, è evidente che nemmeno una legge costituzionale possa cassare quei diritti che la Carta non fonda, ma, appunto, riconosce come pre-esistenti.

Ragionamento pregevole e tentavo degno di lode. Ma di nessuna valenza concreta considerando che tali supposti diritti sarebbero i famosi diritti dell’uomo, sulla cui critica e portata effettiva si rimanda in altra sede. Basti qui citare Antonio Rosmini, secondo cui, l’unico diritto che possa dirsi veramente umano, è il diritto che ha l’uomo al vero bene, diritto che non è contemplato dall’ideologia del diritti umani, che finiscono, con la pretesa di liberazione, per incarnare l’evizione del diritto e della stessa giuridicità.

Ma nemmeno la sottolineatura della dimensione fattuale risolve il problema: pur avendo il pregio di recuperare il pluralismo giuridico e la dimensione sociale del diritto, sottraendo il fenomeno giuridico all’assolutismo normativo dello stato moderno, pecca di carenza di giustificazione. Se infatti è il puro fatto che fonda la norma, allora anche un’organizzazione criminale, esistendo di fatto tramite affiliati, disciplina e gerarchie, dovrebbe ricevere tutela giuridica.

E’ nota e pienamente condivisibile, in proposito, la critica di Francesco Olgiati, il quale spiega il problema con una famosa battuta: sull’esempio di Caligola, le forze politiche possono arrivare a far nominare senatori dei cavalli, ma tale fatto, non cambia la realtà che il cavallo resti un cavallo, nonostante la veste “giuridica”. Semmai, ironizza il co-fondatore dell’Università Cattolica, bisognerebbe chiedersi se i colleghi senatori, plaudendo tale scelta, siano rimasti uomini o diventati bestie anch’essi…

Altro tentativo degno di nota fu quello di Giorgio La Pira, che, influenzato da Maritain e da Mounier, cercò di identificare il “personalismo” quale cardine della Costituzione e della Repubblica. Il problema, è che per il personalismo, la persona è tutto, mai parte, ed ogni realtà tra cui anche lo Stato, esiste soltanto affinché la persona raggiunga il suo bene proprio. Sicché, come ben spiega Guido Sojae Ramos, si nega alla radice il primato del bene comune, che non è dato dalla somma del bene proprio, e si può giungere agli esiti dello stato totalitario, dove lo stato è concepito in senso personalistico: la ricomparsa del grande Leviatano.

Giorgio La Pira

Giorgio La Pira

La soluzione al dilemma, ci viene, come sempre dall’osservazione della Realtà. Ossia dal ritorno all’essere delle cose, e, quindi, dal ritorno all’essere più autentico del Diritto. Che, pur potendo sembrare un gioco di parole, è proprio un Diritto fondato sull’essere, ossia l’imperituro diritto naturale. Distorto, accantonato, nascosto, vilipeso, rinasceva come l’araba fenice sulle ceneri del secondo conflitto mondiale, in un momento storico in cui si avvertì forte, soprattutto in Europa, l’esigenza di superare la concezione giuridica della Modernità.

Moltissimi Autori si impegnarono in tal senso, ma prevalse, purtroppo, la vecchia linea liberale che assumeva la libertà come indifferenza garantita dall’ordinamento giuridico positivo. Ma lungo tale strada, la libertà, fondata sull’individuo astratto e non sulla vera natura umana, si trasforma in licenza, e il diritto in mera regola, in norma, da cui la Giustizia è completamente assente.

Un ormai anziano Francesco Carnelutti, ricorda infatti come accettando questa prospettiva, si ha la perdita di verità del diritto. Ossia la perdita del diritto, che senza verità si fa sopruso e talvolta violenza. Ecco che dunque è necessario ammettere senza esitazione alcuna che non possa esistere un Diritto senza verità, salvo a precipitare nel nichilismo giuridico.

E questo ci pone davanti alla prima vera grande questione, ossia che la verità esista e che sia, almeno parzialmente conoscibile. Del resto, chi negasse ciò, entrerebbe in contraddizione.

Il fatto è che se ci si cristallizza sull’assurda idea cara ai positivisti secondo cui il diritto ha fonti, si perde l’essenziale, ossia che il diritto ha piuttosto un fondamento, che è la Giustizia. Tanto è vero che anche il nostro codice civile non crea diritto attraverso norme, ma semplicemente regolamenta, avendo dovuto il Legislatore accettare la natura delle cose, di cui la giustizia è criterio.

Nonostante il pregiudizio del normativismo e del costituzionalismo, il diritto naturale non solo ha intriso con più o meno valenza e forza gli ordinamenti degli Stati, ma è destinato a tornare sempre, soprattutto nei momenti più critici, perché è fondato sull’essere. Ed esso solo garantisce la vera libertà, imponendo di scegliere tra bene e male, tra giusto ed ingiusto, tra alternative che si pongono dinanzi all’uomo inteso nella sua complessità e nella sua naturale relazionalità.

Essendo tracciato sulla concordanza tra i fini esistenziali del nostro essere uomini – tra cui soprattutto conoscere la verità che ci trascende – e la nostra condotta – fare il giusto, evitare l’ingiusto, a ciascuno il suo -, il diritto naturale permette di perseguire davvero il bene comune perché è bene comune e tutti gli uomini.

Inoltre, sottolineando l’origine naturale della comunità politica organizzata, in virtù della natura sociale dell’essere umano, si erge a difesa del vero pluralismo degli ordinamenti, nonché di ogni smembramento artificiale delle relazioni umane, ma al tempo stesso a barriera invalicabile dal potere, a prescindere da ogni legalismo e da ogni formalismo.

Sicché, mentre il sistema kelseniano rinchiude il giurista nella gabbia predisposta dal potere, e, di fatto, ne fa un esecutore della volontà di chi ha scritto le norme, il diritto naturale,  fondando la sua forza sull’essere, ridona al Giurista il ruolo suo proprio, ossia di custode della Giustizia, di tutore della vita, di difensore della libertà vera, e di garante del Bene Comune che nessun potere può mai travalicare.

E siccome il diritto naturale, a differenza del normativismo che è fondato sul dover essere, si fonda sull’essere, possiede cioè una dimensione ontologica, giocoforza deve essere razionale, equo, ragionevole e quindi può essere rintracciato da ogni essere umano nelle scelte concrete utilizzando la retta ragione in funzione di ciò che è naturalmente giusto.

E infatti, ogni norma di diritto positivo è veramente tale, ossia è davvero giuridica e vincolante, soltanto se è razionale, ossia se rispetta l’uso corretto della ragione teleologicamente orientata al bene comune. Va da sé, che una norma positiva irrazionale, nel senso che leda il Bene Comune e non garantisca la giustizia, è antigiuridica. E, come tale, deve essere considerata tamquam non esset. Perché la giuridicità non scaturisce dal comando, ma da ciò che è giusto in sé e per sé.

Ad esempio, una norma che vietasse in via generale a tutte le famiglie di viaggiare nella stessa autovettura per spostarsi da una dimora ad un’altra al fine di godere di un paesaggio naturale e quindi del bello, o a tutti i cittadini di passeggiare solo per il piacere di meditare camminando, sarebbe una norma prettamente ingiusta ed irrazionale, che si scontra con il senso comune, e, pertanto anti-giuridica per il diritto naturale.

Non è un caso che il diritto positivo, nella specie quello amministrativo, abbia in un certo senso mutuato tale evidenza, sia pur restringendone molto la portata ed il senso, fino a limitarla spesso ad una sorta di “funzionalismo”: tra le figure sintomatiche dell’eccesso di potere, hanno infatti un ruolo centrale l’illogicità e l’irragionevolezza, tramite cui, proprio sottolineando l’iter logico-giuridico non rispettato, si evidenzia l’inopportunità della scelta del provvedimento adottato dai pubblici poteri in relazione al fine da raggiungere.

O, volendo fare un altro esempio, un divieto generale al culto religioso sarebbe incostituzionale se si assume tale divieto come lesione alla libertà dal punto di vista dei diritti soggettivi, mentre risulterebbe lesivo del Bene Comune – e quindi del dovere a cui sono tenuti i governanti – sul piano del diritto naturale, che considera l’uomo integralmente e facente parte in un ordine dato, sicché tale divieto lederebbe profondamente la natura umana e la sua essenza.

La differenza, pur potendo giungere astrattamente allo stesso risultato, è evidente: mentre i diritti soggettivi partendo dai soggetti possono essere limitati dal potere pubblico e richiedono comunque forme di tutela specifica, il diritto naturale, avendo natura oggettiva, e ponendo l’accento sul dovere, e sul senso di giustizia, non può mai essere castrato.

Ma la differenza è evidente parlando di “libertà”: per diritto naturale la libertà è la capacità di scelta che ogni uomo possiede per natura, non è realizzare la propria volontà. Sicché mentre quest’ultima può essere compressa, la libertà di scegliere tra giusto ed ingiusto, tra bene e male è insopprimibile salvo a voler danneggiare la stessa natura umana. Ne consegue che libertà e diritto (naturale) non sono affatto conflittuali: come ben sottolinea Danilo Castellano, “il diritto potenzia la libertà, e la libertà trova nel diritto la sua giustificazione. Essa infatti come libero arbitrio è un diritto naturale fondamentale ed inalienabile e come scelta del bene, in quanto cioè esercitata nel rispetto della giustizia, è realizzazione piena di sé stessa”.

E’ chiaro che non possa essere taciuta la fondamentale questione dell’obbedienza, che è adesione personale, razionale e libera, ad un comando che a sua volta deve essere razionale, intendendo con questo termine insidioso, quanto specificato. Le cose, per chiunque usi criticamente l’intelligenza secondo il senso comune, hanno un ordine intrinseco e quindi un valore che l’intelletto con crea, ma ritrova. Lo ricorda, senza scomodare i Classici, Giuseppe Bettiol nella sua opera dedicata al diritto penale in aperta polemica con la Scuola positiva, sottolineando che soltanto il realismo giuridico possa essere la chiave di volta su cui persino la regolamentazione dell’aspetto criminale deve reggersi affinché vi sia vera giustizia. Anche qui, per realismo deve intendersi il riconoscere che tutte le cose hanno uno statuto ontologico immodificabile, sui cui nemmeno il Legislatore può agire.

Sicché è evidente che torna con evidenza inconfutabile la questione antropologica: se si riconosce l’uomo come essere sociale dotato di ragione, non si può negare il diritto naturale.

Invece, considerando l’uomo – ed il cittadino – come un irresponsabile incapace di agire con rettitudine e di riconoscere l’ordine naturale, nel tipico pessimismo antropologico dello stato hobbesiano (che il costituzionalismo recepisce), le conseguenze sono quelle dell’evidenza che ci circonda in questi giorni.

*

Orbene, alla luce del quadro tinteggiato, emerge con chiarezza che anche il diritto di resistenza assume forme e valenza differente rispetto a quelle immaginate durante l’Assemblea Costituente. Se seguendo Giuseppe Dossetti, infatti, si finiva per ridurre il diritto naturale nelle maglie del diritto positivo, ancorché di rango costituzionale, con il risultato di  negare la stessa “naturalità” del diritto, precipitando così in un immanentismo di fondo, nemmeno la linea Costantino Mortati può essere seguita. Fondando infatti il “diritto di resistenza”, come riteneva Mortati (che non ha mai superato il problema del potere costituente e dell’ordinamento quale prodotto della volontà), sulla sovranità popolare, si dovrebbe accettare come vera quella che è soltanto una fictio iuris, un vero e proprio mito ideologico che si scontra con la realtà politica e sociale, dove, come ha ben dimostrato la c.d. scuola elitista, il potere è sempre esercitato e detenuto da una stretta oligarchia.

Né risolverebbe il problema anche se si ammettesse che davvero la sovranità popolare sia concretizzata nelle forme tipiche previste dalla Costituzione, perché semplicemente indicherebbe “una fonte del diritto di resistenza”, ma non il suo contenuto, e quindi il fondamento.

Invece, il diritto naturale, con il suo essere diritto razionale finalizzato al Bene Comune, essendo estrinsecazione della vera essenza dell’uomo che è in grado di utilizzare la retta ragione e di riconoscere la verità, delinea i confini e le forme del “diritto di resistenza”. Che non è altro il ripristino del Bene Comune e della Giustizia per mezzo dell’uso corretto della ragione e della libertà naturale avverso un dovere venuto meno da parte dei governanti.

Antonio Rosmini

Antonio Rosmini

E’ vero anche che parlare oggi di diritto naturale, come temeva Antonio Rosmini, si rischia il pregiudizio e la levata di scudi: pertanto egli suggeriva di utilizzare il termine diritto razionale. Ma come già detto, l’attributo “razionale” rischia equivoci interpretativi ben più grandi: si pensi, solo per fare un esempio, alla nota affermazione di Hegel.

Pertanto resta preferibile mantenere l’espressione “diritto naturale”. Distinguendo, però, lo stesso da quella forma di falso giusnaturalismo (quello c.d. “ateo” e contrattualista) che, ponendo l’uomo come misura e metro di tutte le cose, cade in un razionalismo cieco che nega la partecipazione alla lex aeterna, ma così facendo nega la verità. Né il problema viene risolto con i sistemi di diritto positivo che pongono quale riferimento la c.d. laicità in una supposta neutralità:  come ben dimostra ancora una volta Danilo Castellano, non può esserci neutralità negli ordinamenti, e la laicità aggrava i problemi, anziché risolverli. D’altronde, ogni sistema di potere politico – come ha sottolineato il già citato Carl Schmitt – si regge sulla scelta che opera tra concepire l’uomo sempre buono o l’uomo sempre cattivo, mentre per la constatazione veritiera e reale su cui si fonda il diritto naturale è che l’uomo, creato buono ma ferito nella sua natura, può scegliere liberamente di allontanarsi dal bene, compiendo dunque il male.

Certo, forse anche per questi motivi, gli avversari del diritto naturale sono molti, e ne negano l’esistenza.

Ma per negare l’esistenza del diritto naturale, dovrebbero, in via consequenziale, assumersi l’onere di provare a negare la natura umana e la sua essenza razionale e sociale e, perciò, di negare che l’uomo sia responsabilmente libero e quindi capace di scegliere.

Ma ciò, significherebbe negare anche totalmente l’esperienza giuridica e precipitare nel nichilismo, trasformando il diritto in mera esperienza e strumento di potere.

Un diritto senza verità e senza giustizia.

Papa Benedetto XVI

Papa Benedetto XVI

Qui si comprende meglio il famoso discorso di Benedetto XVI al Bundestag, che richiamando proprio all’uso della ragione, poneva l’attenzione sul fatto che il diritto naturale fosse fondamentale per la Politica nella sua ricerca di ciò che è oggettivamente giusto ed evitare abusi e soprusi. Ma è lo stesso diritto naturale, in quanto naturalmente esistente, a ripresentarsi spontaneamente con maggior forza in ogni periodo di crisi.

Sta al Giurista con la G maiuscola, non certo al “praticone” delle leggi, ossia a chi si limita a conoscere a memoria il contenuto dei codici o che oggi è costretto a sguazzare tra FAQ e DPCM, cogliere la sfida e l’opportunità. Innalzandosi là dove osano solo le aquile. A difesa della Civiltà.

Perché, come ricorda Heinrich Rommen, il diritto naturale ritorna, e ritornerà sempre. Dopo la sua fine che alcuni avevano preconizzato, al vero Giurista, ai popoli e ai governanti, per rinascere  dalla crisi, non resta null’altro che ritornare proprio e sempre più al diritto naturale.

 

 

Luca De Netto, avvocato, è Presidente del Centro Studi Internazionale “EUROPAITALIA”

 




Il mistero del Papa Emerito Benedetto XVI

Benedetto XVI visitato da Papa Francesco Concistoro Basilica di San Pietro 2018.06.28 CPF- Vatican Media

Benedetto XVI visitato da Papa Francesco Concistoro Basilica di San Pietro 2018.06.28 CPF – Vatican Media

 

 

di Giuliano Di Renzo

 

Da una prima considerazione della biografia appena uscita del Papa Emerito Benedetto XVI appare chiaro la violenza morale che subì e accettò per il bene della Chiesa. Sembra trovarsi lo snodo dell’umiliazione dolorosa con la quale s’intese infliggere al Papa e affliggere la Chiesa.

Seguendo Gesù Buon Pastore, al fine di parare la Chiesa dai gravi danni che Le si minacciavano, preferì offrire al Signore il sacrificio di se stesso, e con eroismo liberamente accettato scelse di ritirarsi nel silenzio e curare le piaghe dello spirito nella preghiera.

Forse se riflettessimo ora un poco su tutto questo capiremmo meglio le parole con le quali diede le dimissioni e manifestò in pari tempo il proposito di continuare in qualche modo, senza esercitarlo attivamente, nel ministero di Pietro al quale il Signore l’aveva chiamato.

Invece di arzigogolare ancora di quello che non c’è, inutilmente, ci troveremmo davanti a una situazione molto chiara del mistero e del modo di quella rinuncia che si manifesta in modo chiaro e più drammatico, e scopriremmo il mistero della Croce con la quale il Signore sta assistendo la sua Chiesa.

Un dramma semplice e immane, che nella sconfitta di un pastore messo in catene è Chiesa odierna, vinta e vincitrice nel momento stesso del suo sacrificio.

Come in Gesù, che fu morto ed è vivo (Ap 1,17-18), anche la Chiesa lo è, e continua nel mondo il mistero della salvezza a opera dell’amore. La salvezza del mondo e di tutti non è l’odio, la divisione, la sottomissione becera e violenta che tende a umiliare, ma è l’Amore.

Troveremmo qui quello che quel grande maestro, filosofo tomista, studioso di Soeren Kirkegaard, il sacerdote stimmatino friulano Padre Cornelio Fabro, preside della Facoltà di Filosofia dell’Università di Perugia, diceva di aver notato nella vita di ogni Papa, in chi più e in chi meno, una quasi trasformazione nel Christus Patiens man mano che procedeva nel ministero della sua missione. La grazia del pontificato, chiamava questo processo spirituale di dissolvenza della propria immagine in immagine del Cristo.

Processo di impressionante evidenza in San Giovanni Paolo II.

Per cui è vero che una volta che si è Pietro lo spirito rimarrà segnato da quella speciale chiamata a seguire Cristo.

“Simone di Giovanni, mi ami tu più di questi? Certo, Signore, tu lo sai che ti amo. Seguimi” (Gv 21,15-19).

I doni di Dio sono per sempre, sono irrevocabili e senza pentimento (cfr Rom 11,29).

Infatti il “carattere”, la sfraghìs, con il quale la nostra anima viene segnata dai sacramenti del battesimo, della cresima e dell’ordine sacro è indelebile e permane anche in chi disgraziatamente scegliesse come suo definitivo ultimo destino l’inferno.

Un Papa che rimette il suo ministero non sarà mai più il semplice vescovo che fu prima.

Pare che ne fosse consapevole anche Dante. Incontrando in Purgatorio il genovese Papa Adriano V, Fieschi, gli fa dire: “…scias quod ego fui successor Petri («sappi che fui successore di Pietro»)” (Purg. XIX,98-99).

E’ la grazia del Pontificato, il seguimi detto da Gesù a Pietro dopo aver ottenuto da lui la triplice dichiarazione di amore stando sulla rive del lago di Tiberiade dopo la Resurrezione (Gv 21,15-19).

Capiremmo allora la preziosità nascosta di un Papa non più Papa che continua a vigilare per la Chiesa nel sacrificio suo intimo del cuore, nella preghiera e nel silenzio in un monastero, ponendosi come a sostegno del suo immediato successore.

A me pare così. Nessuna contraddizione dunque nel Papa emerito Benedetto e il suo dovere non solo come cattolico, come teologo e come vescovo ma pure come ex Papa.

E forse la sua longevità e vivacità della mente è un segno che il Signore ci dà che il ministero del Papa emerito in soccorso della Chiesa continua.

Per fortuna della Chiesa in tempesta. Il fatto che la sua presenza illumina e rincuora tanti smarriti cattolici e sostiene moralmente il Papa che gli è succeduto è speranza per noi e ammirazione per il modo sottile, delicato e forte della Sapienza divina nel guidare la sua Chiesa, e nel sostenere questa umanità sempre più alla deriva e perduta.

La Sapienza e lo Spirito del Signore percorrono tutte le cose e le conducono fortiter et suaviter (Sap 8,1).

La forza della debolezza e morte di Cristo è la Resurrezione, non futura ma sempre in atto. “Io sono il Vivente e fui morto” (Ap 1,17-18).

Nella Santa Messa c’è il mistero della “Beata Passio” di Cristo, che è morte e resurrezione insieme, Cristo morto e mai morto, che vive “tamquam occisum”, gloria di Dio e fonte per tutti di perdono e di grazia (Ap 5,1-14).

 




POLITICA E STORIA: quella eterna forza del Cristianesimo e la resa al materialismo.

Astrattismo

 

 

di Pierluigi Pavone

 

1.

Voegelin ha presentato una delle più acute tesi di filosofia politica. L’irrinunciabile rapporto tra Scienza della Politica e Filosofia della Storia. Scriveva in LA NUOVA SCIENZA POLITICA, come introduzione metodologica: “Una teoria della politica, che voglia affrontare anche le questioni di principio, deve essere, nello stesso tempo, una teoria della storia”.

E spiegava la storia moderna  come processo di secolarizzazione e laicizzazione della escatologia cristiana. Una storia moderna che preserva – di quel Cristianesimo rifiutato ideologicamente e religiosamente – l’idea lineare del tempo. Vale a dire, dotato di un senso universale e certo.

Tuttavia, per Agostino (e quindi per il Medioevo) il tempo era “ormai” quello finale, inaugurato da Cristo, contrassegnato dalla sconfitta del potere di Satana sull’uomo e dalla “prima Resurrezione” dei battezzati, e teso all’avvento conclusivo dell’Anticristo e al ritorno nella gloria di Cristo, per il Giudizio. Il tempo dell’ultima età della storia (la sesta per i padri della Chiesa) era sia il tempo del secolo che ormai volge al suo inevitabile tramonto, sia il tempo della Chiesa, nel suo procedere tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio.

Per i moderni – al contrario – il tempo ha senso alla luce di una nuova età, un nuovo ordine da plasmare umanamente e materialmente. Senza Dio e/o contro Dio. La modernità cioè conserverebbe un’idea lineare in cui è pensabile un’alba radiosa. Un’età definitiva. Paradossalmente (o forse no) e insieme, laica e anti-cristica: basata sull’idea “religiosa” dell’uomo divino. Secondo Voegelin la carica progressista e/o sovversiva era data dalla eredità del pensiero di Gioacchino da Fiore e dalla sua dottrina delle “Tre età della storia” in sintonia, concordia e simmetria con le Tre Persone della Trinità.

 

2.

A mio modo di vedere quest’ultimo assunto non è corretto. I miei studi diretti sui testi di Gioacchino da Fiore mi hanno confermato che il monaco calabrese rimase nella “ortodossia agostiniana” del conflitto perenne tra città di Dio e città del Diavolo. Gioacchino da Fiore, cioè, pensò all’età spirituale non come millenarismo o utopia cristiana e terrena. Non come terza età successiva a quella del Figlio: a differenza di quello che supporrà Lessing, non come successiva a Cristo o contrassegnata da un terzo Testamento (dopo l’Antico e dopo il Vangelo). Per Gioacchino ci sarebbe stata una irruzione particolare da parte dello Spirito Santo, contestualizzata assolutamente dentro l’età del Figlio, nel tempo della persecuzione dell’Anticristo, “prima” del ritorno di Cristo. Sarebbe stata un’irruzione spirituale da pensare come consolazione e forza di perseveranza nella Chiesa, perseguitata “come mai” nel tempo propriamente anticristico. Gioacchino da Fiore fissava l’età dello Spirito Santo tra l’Anticristo e un’ultima persecuzione sempre di natura anti-cristica, prima del Giudizio Universale. Ho maturato la convinzione che in realtà i moderni secolarizzarono – piuttosto – la strumentalizzazione che francescani spirituali tra 1200 e 1300, e luterani, poi, fecero dell’idea tripartita della storia. Questi infatti, stravolgendo Gioacchino da Fiore, auto-riferirono a se stessi e alla propria eresia l’età spirituale, condannarono la Chiesa stessa come opera anti-critica e si posero come avvento di una chiesa spirituale, pura, primitiva e vera. I moderni lasciarono lo scheletro tripartito ma sostituirono “la Chiesa” con la Massoneria: fortemente in Lessing e prima ancora (seguendo e condividendo i magistrali studi di F. YATES) nei segreti sviluppi dell’occultismo inglese post-elisabettiano (cioè tutto il XVII secolo delle rivoluzioni puritane e gloriosa, che anticiparono i principi politici ed economici e le decapitazioni di re, che ebbero “grande successo continentale” nel 1700).

I moderni lasciarono lo scheletro tripartito ma sostituirono la prospettiva ancora religiosa dei protestanti, con una prospettiva laica, in termini di progresso e/o rivoluzione. Qui torna condivisibile Voegelin.

 

3.

Il marxismo fu senza dubbio una incredibile oggettivazione di ciò. Sul piano spirituale e materiale. Da un lato la religione era sì condannata come oppio dei popoli, ma dall’altro erano preservati almeno tre assunti religiosi: la fede certa nel processo redentivo della storia; l’apologia anti-utopistica del ruolo messianico del proletariato internazionale; la fiducia nell’uomo “santificato dal sangue della rivoluzione”, libero da ogni classe e struttura economica di oppressione e quindi “giusto per sempre”, senza Stato e senza legge (una Gnosi realizzata).

Non solo. Il marxismo conquistava un senso straordinario e oggettivo di materialismo, che è opportuno – per onestà – riconoscergli. L’indubbia sua forza teorica e pratica fu la capacità di pensare la politica non in astratto ma all’interno del processo storico. Il marxismo infatti non concepiva la società senza classi come utopia ma come realtà storica da plasmare concretamente con la rivoluzione proletaria; non produceva una semplice critica al sistema borghese ma ne analizzava meccanismi tecnici e economici; non idealizzava lo scontro tra classi ma ne forniva ragioni, mezzi e obiettivi concreti. Lo stesso materialismo storico non può essere assunto come banale materialismo.

Nella I Tesi su Feuerbach, Marx aveva indicato “il difetto principale di ogni materialismo” nel non concepire il reale come “attività umana sensibile, come attività pratica”, “rivoluzionaria”, attività “pratico-critica”. In questo modo il materialismo passa da essere una visione teorica, un’idea, e diviene una forza storica che trascende e supera il dato storico reale a vantaggio della rivoluzione reale.

 

4.

Una critica efficace e reale a questo tipo di materialismo potrebbe essere più complessa di quella che si può muovere alla versione liberale, che trae fascino più dalla capacità di alimentare (e di assicurare) la ricerca edonistica del benessere materiale.

Rispetto a questo tipo di materialismo, il Cristianesimo ha due scelte: il materialismo stesso o l’escatologia, ma nella sua forma effettiva ed efficace. Vale a dire: convertirsi al mondo o restare fedele a se stesso. Nel primo caso, non solo sarebbe manifestazione di apostasia, ma il tipo di materialismo cristiano sarebbe nella sua forma più banale, retorica, astratta. Una moda del pensiero. Non avrebbe più nulla di concreto da dire, nessuno da convertire. E salvare. E alla fine perderebbe lo stesso Cristo e la Sua eredità, perché avrebbe tradito la potenza sacramentale e la contraddizione militante con lo spirito di questo mondo.

 




Don Giussani: “Tutto il mondo ha bisogno della nostra fede, che la nostra vita cambi per fede”

Ultima cena - Duccio di Boninsegna

Ultima cena – Duccio di Boninsegna

 

L’ISTITUZIONE DELL’EUCARESTIA

 

di Luigi Giussani

 

«Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio”» (Lc 22,16).

Tutto quello che noi siamo grida a Dio la preghiera che è al centro della messa: tutto deve diventare corpo e sangue di Cristo, parte del mistero di Cristo che ha già liberato il mondo con la sua morte e resurrezione, ma che investe le nostre azioni della possibilità di collaborare a questa liberazione. Tutto il mondo ha bisogno della nostra fede, che la nostra vita cambi per fede, che diventi morte e resurrezione di Cristo operante nella storia. Preghiamo la Madonna che quello che è accaduto in lei accada anche in noi. Che diventi carne quel flusso incessante d’amore che ha un nome terrestre: Cristo. La Madonna aiuti il nostro cuore a levarsi ogni mattina con la luce che lei aveva negli occhi. Con che luce guardava le cose della sua casetta, con che luce sentiva nell’affezione del cuore tutto ciò che la circondava!

Preghiamo la Madonna che quello che è accaduto in lei accada anche in noi. Che diventi carne quel flusso incessante d’amore che ha un nome terrestre: Cristo. La Madonna aiuti il nostro cuore a levarsi ogni mattina con la luce che lei aveva negli occhi. Con che luce guardava le cose della sua casetta, con che luce sentiva nell’affezione del cuore tutto ciò che la circondava!

Facciamo lo sforzo di immedesimarci con la memoria della Madonna, con la coscienza di questa giovane donna, perché questa è la vita umana. Questa giovane donna viveva la coscienza di Colui a cui tutto il mondo apparteneva. E la memoria di cui viveva era l’attesa che si compisse la promessa. Mendichiamo dalla Madonna la grazia di essere più simili a lei, di crescere nella nostra tarda umanità, di crescere nella leggerezza della gioia di cui le sue giornate erano così capaci, dentro l’ambito ristretto in cui viveva, aspettando di ora in ora che avvenisse la volontà del Padre.

 




Bollette e danni strutturali: dopo il Coronavirus è emergenza per benedettine di Montefiascone

«I monasteri di vita contemplativa si offrono come “oasi” nelle quali l’uomo, pellegrino sulla terra, può meglio attingere alle sorgenti dello Spirito e dissetarsi lungo il cammino. Questi luoghi, pertanto, apparentemente inutili, sono invece indispensabili, come i “polmoni” verdi di una città: fanno bene a tutti, anche a quanti non li frequentano e magari ne ignorano l’esistenza» (Benedetto XVI, Angelus 19 nov 2006)

 

ontefiascone monastero

 

Ho conosciuto la Comunità delle monache benedettine del SS. Sacramento di Montefiascone (Viterbo) circa dieci anni fa, quando mi recai con degli amici a visitare una carissima sorella appena entrata nel monastero San Pietro. In questi giorni, parlando con la Madre Priora, sono venuto a conoscenza della grave situazione economica che le madri stanno affrontando. Per questo col permesso delle monache, preoccupato per la situazione del loro stabile e con certezza dell’importanza spirituale (oltre che storica e artistica) di questa comunità, vorrei chiedere a tutti una mano affinché si possano realizzare le riparazioni più urgenti.

L’emergenza sanitaria da Coronavirus, e la quarantena a cui è stato sottoposto l’intero paese per circa due mesi, ha messo in ginocchio l’economia italiana. Molte aziende, grandi e piccole, sono in grave crisi, alcuni settori sono stati colpiti in maniera particolarmente forte. La pandemia non ha risparmiato neanche quelle comunità che da secoli sono il più efficace modello di gestione aziendale: i monasteri benedettini.

Nel centro storico di Montefiascone (VT), su un colle che si affaccia sul Lago di Bolsena, sorge il monastero San Pietro delle Monache Benedettine del Santissimo Sacramento.

Il monastero ha origini antichissime: fu fondato circa nel 600 dopo Cristo, è dunque un bene di grande valore storico, artistico e spirituale. Nel 1924, al carisma benedettino, si aggiunse quello eucaristico che ebbe origine in Francia ad opera di Madre Mectilde de Bar (1614-1698). Esso consiste nell’adorazione perpetua al Santissimo Sacramento, e alla riparazione delle offese che si commettono contro di esso.

Attualmente vivono tredici sorelle che hanno rinunciato al mondo, per dedicarsi alla vita monastica contemplativa, a beneficio della società di oggi, oltre all’ accoglienza dei pellegrini diretti a Roma. La fonte di reddito del monastero deriva dalla produzione artigianale di ostie per la comunione, confezioni di rosari e altri oggetti religiosi, dalla pensione di quattro monache anziane e dalle offerte dei pellegrini di passaggio nei mesi estivi.

In questo periodo, a causa del totale lock-down, il monastero si è visto cancellare tutte le prenotazioni dei gruppi che avrebbero dovuto ospitare nei prossimi mesi, fino a giugno. Di pellegrini neanche l’ombra e la mancanza di fedeli azzera gli ingressi per le vendite del materiale confezionato dalle madri. Il nutrimento per l’anima certamente non manca, a quello corporale contribuiscono il banco alimentare di Roma e la Protezione civile, le offerte di qualche privato (come quelle di un Pastore protestante che regolarmente fornisce frutta al monastero). Inoltre le monache hanno iniziato a coltivare l’orto piantando piante di verdura e insalata. Ma l’edificio ha i suoi costi, e oltre alle bollette da pagare, richiede degli interventi urgenti di tipo strutturale che non è più possibile procrastinare.

Dal 1992, l’edificio presenta dei problemi di progressivo deterioramento. Per mancanza di risorse economiche sono stati presi provvedimenti soltanto temporanei; tuttavia, i problemi più importanti non sono stati risolti.

Nel 2015, l’edificio ha iniziato a presentare notevoli crepe e fessure nei tre piani, della parte meridionale del Monastero. È chiaramente visibile, con il passare dei mesi e degli anni, che il problema diventa sempre più acuto, anche per le vibrazioni stradali intense, soprattutto nelle ore serali e del primo mattino, a causa dei veicoli pesanti.

I problemi strutturali dell’antico complesso attualmente non si possono più sottovalutare, come da perizia dei mesi scorsi, per cui il bisogno d’intervento è una questione di massima importanza. Si dovrebbe iniziare dal consolidamento delle fondamenta. Dal 2000, circa, sono stati richiesti servizi professionali a diversi ingegneri e architetti per lo studio e l’analisi del problema; questi professionisti hanno provveduto a informare la “Soprintendenza delle Belle Arti” e il Consiglio Comunale sulla gravità del problema, senza ricevere alcuna risposta o aiuto per risolverlo.

 

Ho voluto riassumere, con l’aiuto delle monache, la situazione del Monastero San Pietro per chiedere a tutti un contributo, un aiuto economico, finalizzato a risolvere i problemi più urgenti.

Così suor Maria, la Madre priora, vuole ringraziare anticipatamente tutti coloro che vorranno contribuire con una donazione: «Ci rivolgiamo a tutti voi, con fiducia e tanta fede in Dio, perché abbiamo visto che la sua misericordia non ci ha mai deluse. Ringraziamo e benediciamo Dio per la generosità che è nel vostro cuore nell’ aiutare i più bisognosi. Offriamo le nostre umili preghiere e chiediamo al Signore che conceda la sua benedizioni a voi e a tutti i vostri cari. Possa il Signore concedervi il centuplo».

 

Come aiutare il monastero:

 

Bollettino postale:

·        Conto corrente postale: 12380010

 

Bonifico

·        Nome della banca: CREDITO VALTELLINESE S.c.

·        IBAN:  IT76N0521673160000000001768

·        BIC:  BPCVIT2S

·        Intestato a: MONASTERO SAN PIETRO

 

·         IndirizzoVia Giuseppe Garibaldi, 31, 01027 Montefiascone VT

·         Telefono0761 826066   email: [email protected]

·         Sito ufficiale: http://www.monasterosanpietromontefiascone.com/

 

 

Montefiascone monastero

Montefiascone monastero

 




Miserere mei, Deus – Allegri – Tenebrae

 

 

 

Miserere mei, Deus – Tenebrae

di Gregorio Allegri

conducted by Nigel Short Filmed at St Bartholomew the Great, London

www.tenebrae-choir.com