Sarah prima firma l’appello, poi revoca. Ecco come sono andati i fatti secondo l’arciv. Viganò

Stilum Curia ha ricevuto il comunicato che segue da parte dell’arcivescovo Carlo maria Viganò. Il comunicato segue evidentemente la dichiarazione rilasciata dal card. Robert Sarah a Infovaticana ed i suoi  tweet riguardo la firma apposta sulla dichiarazione. 

 

Card. Robert Sarah al Sinodo del 2018

Card. Robert Sarah al Sinodo del 2018 (Foto: Edward Pentin)

 

 

COMUNICATO 8 Maggio 2020

 

Oggetto: revoca dell’adesione di S. Em. il Card. Robert Sarah all’«Appello per la Chiesa e per il mondo» diffuso ieri, 7 Maggio.

In questo momento di gravissima crisi che sta attraversando la Chiesa e il Mondo, è mio desiderio attenermi ad un atteggiamento di profonda carità nei confronti del mio fratello in Cristo, il Cardinale Robert Sarah, al quale ho perdonato immediatamente il grave torto da Lui commesso nei confronti della verità e della mia persona. Una carità autentica non può tuttavia prescindere dalla verità, perché ha in essa il suo fondamento. Ho il dovere perciò, anche per una correzione fraterna, di manifestare il susseguirsi dei fatti come avvenuti, a riguardo della sottoscrizione da parte del Cardinale Sarah all’Appello.

Lunedì 4 maggio, alle ore 16:00

Ho avuto una conversazione telefonica con Sua Eminenza, il Card. Sarah. La chiamata è registrata ed è durata 6 minuti e 25 secondi.

A proposito del testo dell’Appello, il Cardinale dichiara: “Mi sembra una cosa molto seria. Penso che questo Appello potrà fare molto bene, perché ci farà riflettere e prendere posizione: io sono d’accordo che questo sia pubblicato il più presto possibile.”

Io ho chiesto poi a Sua Eminenza se intendesse mettere la sua firma. Il Cardinale rispose: “Sì, io do il mio accordo di mettere il mio nome, perché è una lotta che dobbiamo condurre insieme, non soltanto per la Chiesa Cattolica ma per tutta l’umanità.”

Giovedì 7 maggio

Alle ore 8:43 ho telefonato a Sua Eminenza, per chiedergli se avesse un recapito telefonico del Cardinale Gerhard Ludwig Mueller, che egli successivamente mi ha cortesemente comunicato con un SMS. Nel corso di questa telefonata, durata 4 minuti, il Card. Sarah non fatto alcun riferimento alla sua volontà di ritirare la firma.

Alle ore 15 ho iniziato la trasmissione dell’Appello alle Agenzie di Stampa, ai Blog e a varie Testate giornalistiche, del Testo dell’Appello con la lista dei firmatari, comprendente la sottoscrizione del Card. Sarah.

Alle 17:48, ho ricevuto un SMS dal Cardinale, di cui ho preso conoscenza solo circa un’ora e mezza più tardi. Al momento dell’invio del messaggio, ero totalmente assorto nelle operazioni di diffusione dell’Appello e non ho percepito l’arrivo del messaggio di Sua Eminenza e non ho potuto perciò prendere immediata conoscenza del suo contenuto.

Alle 19:37, il Cardinale mi ha telefonato chiedendomi se avessi visto il suo messaggio. Gli risposi di no.

Questo è il testo del messaggio inviatomi dal Cardinale:

“Carissima Eccellenza, come sono ancora in funzione nella Curia Romana, qualche persona amica mi ha sconsigliato di firmare l’Appello da lei proposto. Forse sarebbe meglio togliere il mio nome per questa volta. Mi spiace molto. Lei sa la mia amicizia e la mia vicinanza alla sua persona. Grazie della Sua comprensione. Robert card. Sarah”.

Il Cardinale mi informò nella sua telefonata che intendeva rimuovere il suo nome dalla sottoscrizione. Spiacente e desolato, feci presente a Sua Eminenza che l’Appello e le firme erano ormai stati diffusi “universalmente” già da più di quattro ore. La conversazione si concluse senza che Sua Eminenza mi richiedesse o suggerisse alcuna soluzione.

Si sarebbe potuto, per esempio, concordare un “comunicato congiunto” in cui rendere pubblica la decisione del Cardinale di ritirare la sua adesione. Niente di tutto ciò è stato fatto. Ci siamo congedati cordialmente con sentimenti di stima e di reciproco sostegno. Di fronte a questa situazione di fatto, a cui ne Lui ne io siamo stati in grado di trovare una soluzione, mi sono permesso di incoraggiare Sua Eminenza, facendogli presente quanto la sua adesione all’Appello sarebbe stata di conforto e di incoraggiamento per tantissimi fedeli.

Con sorpresa e profondo rammarico ho poi appreso che Sua Eminenza si è avvalso del suo account twitter, senza darmene alcun preavviso, con dichiarazioni che arrecano grave pregiudizio alla verità e alla mia persona.

Sono molto dispiaciuto che questa vicenda, dovuta alla debolezza umana, e per la quale non porto alcun risentimento verso la persona che l’ha causata, abbia a distogliere l’attenzione da ciò che ci deve gravemente preoccupare in questo drammatico momento.

Confermo che il nome di Sua Eminenza Cardinal Robert Sarah è stato prontamente rimosso dal sito ufficiale dell’Appello, come si può verificare all’url veritas liberabit vos.info.

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo, Nunzio Apostolico

 

 

 




Papa Benedetto: Mi sono dimesso, ma ho mantenuto la “dimensione spirituale” del papato

In una nuova biografia, Papa Benedetto parla della “dimensione spirituale” del papato “che è essa sola ancora mio mandato”.

Articolo scritto da Maike Hicksone pubblicato su Lifesitenews. Eccolo nella traduzione di Stefania Marasco.

 

Benedetto XVI

 

In una nuova biografia pubblicata il 4 maggio, Papa Benedetto fa alcune dichiarazioni che evidenziano la sua comprensione delle proprie dimissioni dal papato. In questo libro parla della “dimensione spirituale … che è essa sola ancora mio mandato”. Mostra una comprensione delle proprie dimissioni dal papato, in base alla quale ha rinunciato a qualsiasi “potere giuridico concreto” e qualsiasi ruolo di governo, ma allo stesso tempo ha mantenuto un “mandato spirituale”.

Papa Benedetto XVI ha risposto, nell’autunno del 2018, a diverse domande scritte del suo biografo Peter Seewald, che sono state poi incluse nella biografia di Seewald, lunga più di 1.000 pagine, intitolata Benedetto XVI: Una Vita. Questo libro è stato pubblicato oggi (il 4 maggio, ndr) in tedesco e sarà pubblicato in inglese il 17 novembre.

Parte di queste domande riguardavano le sue dimissioni dell’11 febbraio 2013, dopo quasi sette anni da Papa. Peter Seewald fa notare a Benedetto che ci sono storici della chiesa che criticano il fatto che si definisca “Papa emerito”, dal momento che un tale titolo “non esiste, anche perché non ci sono due papi”. Dopo aver detto per la prima volta che lui stesso non capisce perché uno storico della chiesa dovrebbe sapere di più su tali argomenti di chiunque altro – dopo tutto “stanno studiando la storia della Chiesa” -, Benedetto cita il fatto che “fino alla fine del secondo Concilio Vaticano, inoltre, non vi sono mai state dimissioni da parte di vescovi”.

Dopo l’introduzione della posizione di vescovo in pensione, il Papa emerito continua, sorse il problema che “si possa diventare vescovo solo in relazione ad una specifica diocesi”, vale a dire, ogni “consacrazione è sempre relativa ” e ” collegata ad una sede episcopale “.
Per i vescovi ausiliari, ad esempio, la Chiesa ha scelto “seggi fittizi” come quelli dei paesi un tempo cattolici del Nord Africa. Dato che con il crescente numero di vescovi in ​​pensione, questi seggi fittizi si stavano rapidamente occupando, un vescovo tedesco – Simon Landersdorfer di Passau – decise che sarebbe diventato semplicemente un “emerito di Passau”.

È qui che Papa Benedetto fa un confronto con il papato. Perché, siffatto vescovo in pensione, aggiunge, “non ha più attivamente una sede episcopale, ma si trova ancora nella relazione speciale di un ex vescovo con la sua sede”. Questo vescovo in pensione, tuttavia, così “non diventa un secondo vescovo della sua diocesi”, spiega Benedetto. Tale vescovo ha “completamente rinunciato al proprio incarico, eppure la connessione spirituale con la sua ex sede viene ora riconosciuta, anche dal punto di vista legale”. Questa “nuova relazione con una sede” è “data come una realtà, ma si trova al di fuori della sostanza giuridica concreta dell’ufficio episcopale”. Allo stesso tempo, aggiunge il Papa emerito, la “connessione spirituale” viene considerata come una “realtà”.

“Così”, continua, “non ci sono due vescovi, ma uno con un mandato spirituale, la cui essenza è servire la sua ex diocesi dall’interno, dal Signore, essendo presente e disponibile nella preghiera”.

“Non è concepibile il motivo per cui un simile concetto giuridico non debba essere applicato anche al vescovo di Roma”, afferma esplicitamente Papa Benedetto, chiarendo così che, secondo le sue idee, ha dato le dimissioni dal suo ufficio papale mantenendo una “dimensione spirituale” del suo ufficio.

Più avanti in questa intervista alla fine della nuova biografia di Seewald, Benedetto torna a parlare del fatto che non desidera fare commenti circa la questione dei dubia presentati dal Cardinale Raymond Burke e dai suoi colleghi cardinali sull’Amoris Laetitia, poiché questo “sconfinerebbe eccessivamente nell’area concreta del governo della Chiesa e quindi lascerebbe la dimensione spirituale che è essa sola ancora mio mandato”.

Papa Benedetto poi si rammarica che una qualsiasi delle sue affermazioni come Papa emerito – come la sua famosa osservazione del 2017 sulla barca che si ribalta che rappresenta la Chiesa – sia usata dai suoi critici come mezzo per trovare “una conferma per la loro calunnia”.

“L’affermazione che intervengo costantemente nei dibattiti pubblici”, afferma anche, “è una malevola distorsione della realtà”. Coloro che usano sue parole, come quelle relative al rovesciamento di una nave – che è di San Gregorio Magno -, al fine di individuare “un pericoloso intervento nel governo della Chiesa” sono, agli occhi di Benedetto, “partecipare a una campagna contro di me che non ha nulla a che fare con la verità”. In un altro contesto, il Papa menziona in particolare la “teologia tedesca”, che, in un “modo stupido e malvagio”, ha interpretato le sue parole, in un modo di cui “è meglio non parlare”.

“Preferisco non analizzare le vere ragioni del perché si desideri mettere a tacere la mia voce”, conclude Benedetto XVI.

Discutendo ulteriormente della questione di un “Papa in pensione” con Peter Seewald, Benedetto fa un confronto con il “cambio generazionale”, in cui il padre di famiglia rinuncia al “proprio status giuridico”, pur mantenendo la sua “importanza umano-spirituale,” che rimane “fino alla morte”. Vale a dire, l’aspetto “funzionale” della paternità può cambiare, non la sua parte “ontologica”.

Qui, il Papa emerito si riferisce alle famiglie di agricoltori bavaresi, dove il padre di una famiglia a un certo punto della sua vita consegna la fattoria principale a suo figlio mentre soggiorna in una casetta più piccola sulla stessa terra. Il figlio diventa quindi responsabile di fornire al padre i suoi bisogni materiali come il cibo. “Così”, afferma Benedetto, “gli viene data la sua indipendenza materiale, proprio come il passaggio dei diritti concreti al figlio. Ciò significa: il lato spirituale della paternità rimane, mentre la situazione cambia rispetto ai diritti e ai doveri concreti “.

Nel maggio 2016, l’Arcivescovo Georg Gänswein tenne un discorso, nel quale parlò di Papa Benedetto e di un “Ministero Petrino allargato”, una formulazione che ha suscitato un dibattito perché avrebbe potuto indicare che Benedetto non si era dimesso da tutte le diverse funzioni del papato. In seguito corresse questa affermazione e da allora ha insistito sul fatto che esiste un solo Papa. Gänswein ha dichiarato a LifeSite nel 2019: “Ho già chiarito più volte il «malinteso».” “Non ha alcun senso, no, ancor più, è controproducente insistere su questo «malinteso» e citarmi ancora e ancora. Ciò è assurdo e porta all’autolesionismo [Selbstzerfleischung]. Ho detto chiaramente che c’è un solo Papa, un Papa legittimamente eletto e in carica, e questo è Francesco”.

Già nel 2013, mentre spiegava le dimissioni al pubblico, Papa Benedetto XVI aveva poi affermato che “non può più esserci un ritorno alla sfera privata. La mia decisione di dimettersi dall’esercizio attivo del ministero non lo revoca. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze e così via. Non sto abbandonando la croce, ma resto in un modo nuovo al fianco del Signore crocifisso. Non sono più in grado di reggere il potere dell’ufficio del governo della Chiesa, ma al servizio della preghiera rimango, per così dire, nel recinto di San Pietro. San Benedetto, il cui nome porto come Papa, sarà per me un grande esempio. Ci ha mostrato la strada per una vita che, sia attiva che passiva, è completamente abbandonata all’opera di Dio “.

LifeSite ha contattato monsignor Nicola Bux, teologo vaticano ed ex collaboratore di Papa Benedetto XVI come consulente della Congregazione per la Dottrina della Fede, perché in passato aveva fatto alcune osservazioni sulla “validità giuridica delle dimissioni di papa Benedetto XVI “.

Dopo che LifeSite ha riassunto per lui la nuova dichiarazione di Papa Benedetto come si può trovare in questa nuova biografia papale, monsignor Bux ha risposto dicendo:

“Secondo me, uno degli aspetti più problematici sarebbe l’idea, implicita nell’atto di papa Ratzinger, che il papato non è un ufficio unico e indivisibile, ma, al contrario, un ufficio divisibile che può essere «spacchettato», nel senso che un Papa possa scegliere di rinunciare ad alcune funzioni, mantenendo per sé altre, che non verrebbero quindi trasmesse al suo successore. Un’idea chiaramente errata.”

In ulteriori scambi con Monsignor Bux, il teologo italiano ha aggiunto i seguenti pensieri:

“Il confronto tra l’ufficio papale e l’ufficio episcopale per quanto riguarda l’abdicazione dell’ufficio papale non è corretto. L’ufficio episcopale è conferito da ordinazione o consacrazione episcopale, imprimendo un carattere indelebile nell’anima del vescovo. Pertanto, sebbene possa essere sollevato da una particolare responsabilità pastorale, rimane sempre un vescovo. L’ufficio papale è conferito dall’accettazione dell’elezione alla Sede di Pietro, cioè da un atto di volontà della persona eletta, accettando la chiamata a essere il Vicario di Cristo sulla terra. Dal momento in cui la persona eletta acconsente ha la piena giurisdizione del Romano Pontefice. ”

Se la persona eletta non è un vescovo “, ha proseguito Monsignor Bux,” deve essere immediatamente consacrato Vescovo perché il papato comporta l’esercizio dell’ufficio episcopale, ma egli è Papa dal momento in cui acconsente all’elezione. Se la stessa persona, ad un certo punto, dichiara di non poter più adempiere alla chiamata di essere il vicario di Cristo sulla terra, perde l’ufficio papale e ritorna alla condizione in cui si trovava prima di dare il consenso ad essere il vicario di Cristo sulla terra. ”

Qui, il teologo italiano ha spiegato il principio fondamentale secondo cui “il papato non è conferito dalla grazia sacramentale. Non imprime un carattere indelebile sull’anima. A chi acconsente di essere Papa e persevera nel consenso, la grazia è data, come promesso da Nostro Signore, per essere “perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi che dell’intera compagnia dei fedeli” (Lumen Gentium, n. 23). Tale grazia, per sua stessa definizione, è data a una sola persona alla volta.”

In conclusione, Monsignor Bux scrive: “Nostro Signore ha dato a Pietro un solo mandato – legale e spirituale allo stesso tempo – e ha chiesto agli Apostoli di sostenerlo attraverso la comunione, cum et sub Petro (con e sotto Pietro). San Paolo lo spiega come: «sollicitudo omnium ecclesiarum» (cura di tutte le chiese). Pertanto, non esiste un primato Petrino da condividere, ma due principi indissolubili in comunione permanente tra loro: il primato Petrino e il lavoro di gruppo episcopale (collegialità).”

Come diventa chiaro qui, la discussione accademica sul concetto di Papa Benedetto delle sue dimissioni non è ancora chiusa.

 




Il Governo si occupa di Liturgia e la Chiesa lascia fare. Parla il Giudice Giacomo Rocchi.

“Siamo all’inquadramento burocratico dei Vescovi nella apposita Direzione Centrale per gli affari di culto, con il funzionario che risponde ai quesiti del Presidente della Conferenza Episcopale, stabilendo che l’organista può essere presente la notte di Pasqua ma non durante i matrimoni!”

“La rinuncia a denunziare le violazioni del Concordato sulla questione delle celebrazioni liturgiche renderà certamente più difficili future denunzie di altre violazioni”.

Una importante intervista del prof. Stefano Fontana al giudice Giacomo Rocchi, magistrato dal 1987 e dal 2012, Consigliere presso la Corte di Cassazione. L’intervista è apparsa sull’Osservatorio Van Thuan, di cui Fontana è il direttore, e merita di essere rilanciata e fatta conoscere il più possibile.

 

Giacomi Rocchi , giudice

 

Al giudice Giacomo Rocchi, Consigliere della Corte di Cassazione, figura eminente tra i giuristi cattolici, impegnato su molti fronti della giurisprudenza, soprattutto quello della vita, che ringraziamo per questa ampia e illuminante intervista, chiediamo: le disposizioni governative in merito alla sospensione delle Sante Messe contraddicono il testo del Concordato del 1984 tra Stato e Chiesa?

Assolutamente sì: l’art. 2 dell’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica Italiana, che ha apportato modificazioni al Concordato (18/2/1984), dopo aver stabilito che “La Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione”, aggiunge: “In particolare, è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica.”. La sospensione delle Sante Messe riguarda il pubblico esercizio del culto, sul quale lo Stato non ha alcun potere. La previsione è coerente con l’art. 7 della Costituzione, in base al quale “lo Stato e la Chiesa sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”: il pubblico esercizio del culto riguarda l’ordine della Chiesa che, quindi, è “indipendente” e “sovrana”. Sottolineo questo ultimo termine, che indica l’impossibilità per lo Stato di entrare sulle questioni liturgiche: di “sovrani” ce ne può essere solo uno.

Nel corso di questi mesi, la palese violazione del Concordato è divenuta ancora più esplicita.

In effetti, con la prima norma – quella che disponeva la sospensione di tutte “le cerimonie civili e religiose, ivi comprese quelle funebri” (DPCM dell’8 marzo), pur palesemente illegittima – a mio parere la sospensione non era consentita dal decreto legge del 23 febbraio, che permetteva soltanto la sospensione di “manifestazioni o iniziative di qualsiasi natura, di eventi e di ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato, anche di carattere religioso” – il Governo non dava alcuna indicazione in ordine alle liturgie pubbliche, limitandosi a vietarle. Nelle settimane successive è emerso, però, che la sospensione delle cerimonie non era considerata tassativa: alcuni Sindaci avevano celebrato matrimoni, in presenza di più persone.

Ecco che, con la nota del 27 marzo, il Ministero dell’Interno precisava che “le celebrazioni medesime non sono in sé vietate, ma possono continuare a svolgersi senza la partecipazione del popolo”, con l’ulteriore aggiunta che, oltre ai celebranti, è permessa la presenza degli “accoliti necessari per l’officiatura del rito”, fino a giungere – con un effetto davvero grottesco, tenuto conto dell’Ufficio che emanava la nota – a stabilire regole per la Settimana Santa: “Le considerazioni fin qui esposte inducono a ritenere che il numero dei partecipanti ai riti della Settimana Santa ed alle celebrazioni similari non potrà che essere limitato ai celebranti, al diacono, al lettore, all’organista, al cantore ed agli operatori per la trasmissione”; analogamente i matrimoni “non sono vietati in sé”, purché “il rito si svolga alla sola presenza del celebrante, dei nubendi e dei testimoni”. Come si vede, l’Autorità civile dava indicazioni – in realtà mancanti di ogni base normativa – distinguendo i vari riti: ci si potrebbe chiedere, infatti, perché la celebrazione di un matrimonio sarebbe lecita, mentre non lo sarebbe, ad esempio, il Battesimo o la Cresima.

La volontà del Governo di dettare indicazioni cogenti sulle liturgie ammesse e su quelle vietate e perfino sulle modalità con cui i riti devono essere celebrati ha trovato la definitiva conferma nel DPCM del 26 aprile che, confermando la sospensione delle cerimonie civili e religiose, ha però previsto che “sono consentite le cerimonie funebri con l’esclusiva partecipazione di congiunti e, comunque, fino ad un massimo di quindici persone, con funzione da svolgersi preferibilmente all’aperto […]”: quindi lo Stato “concede” alla Chiesa di celebrare solo i funerali, per di più imponendo determinate modalità (ovviamente la norma è dettata anche per i funerali civili): la “sovranità” e “indipendenza” della Chiesa sono ormai scomparse dalla mente del Governo…

Si potrebbe aggiungere che le norme fin qui descritte risultano chiaramente illogiche alla luce di quelle – dettate fin dai primi giorni dell’emergenza – secondo cui “l’apertura dei luoghi di culto è condizionata all’adozione di misure organizzative dell’emergenza tali da evitare assembramenti di persone, tenendo conto delle dimensioni e delle caratteristiche dei luoghi, e tali da garantire ai frequentatori la possibilità di rispettare la distanza tra loro di almeno un metro”: se tali misure erano state adottate, perché vietare le cerimonie (il confronto con i supermercati è fin troppo facile e illuminante)?.

Infine, l’irruzione di forze di polizia all’interno delle Chiese per turbare o impedire celebrazioni, oltre a costituire reato (art. 405 cod. pen.), viola l’art. 5, comma 2, dell’Accordo, in base al quale “salvo i casi di urgente necessità, la forza pubblica non potrà entrare, per l’esercizio delle sue funzioni, negli edifici aperti al culto, senza averne dato previo avviso all’autorità ecclesiastica”.

 

Se la Chiesa permette che lo Stato legiferi nel campo che le è proprio, non cade automaticamente anche la possibilità di firmare concordati?

Tutti i trattati internazionali – tale è il Concordato – sono soggetti al rischio della disapplicazione e della desuetudine: per mantenerli “vitali”, non è sufficiente la loro pacifica applicazione da parte dei contraenti nei periodi “normali”; è necessaria, piuttosto, la denuncia – nelle forme dagli stessi Trattati previste o comunque conosciute dal diritto internazionale – delle violazioni e delle disapplicazioni, per costringere il contraente inadempiente a ritornare sui suoi passi ovvero a manifestare la sua posizione (ad esempio, quella di far cadere l’accordo con l’altro Stato).

L’Accordo di revisione del Concordato del 1984 prevede espressamente che “se in avvenire sorgessero difficoltà di interpretazione o di applicazione delle disposizioni precedenti, la Santa Sede e la Repubblica italiana affideranno la ricerca di un’amichevole soluzione ad una Commissione paritetica da loro nominata” (art. 14), disponendo ancora che “ulteriori materie per le quali si manifesti l’esigenza di collaborazione tra la Chiesa cattolica e lo Stato potranno essere regolate sia con nuovi accordi tra le due Parti sia con intese tra le competenti autorità dello Stato e la Conferenza Episcopale Italiana”: quindi esiste una via formale per denunciare “difficoltà di applicazione” delle norme, anche se dettata per giungere – come è opportuno – a una “amichevole soluzione”. Si tratta di una norma in linea con l’art. 7 della Costituzione che prevede “modificazioni dei Patti Lateranensi, accettate dalle due parti”.

La mancata reazione alla violazione del Concordato, a ben vedere, fa intravedere rischi ulteriori: l’accordo del 1984 contempla altri temi assai delicati, come il divieto di requisizione, occupazione, espropriazione o demolizione degli edifici aperti al culto in mancanza di previo accordo con la competente autorità ecclesiastica (art. 5), la garanzia “ai cattolici e alle loro associazioni ed organizzazioni della piena libertà di riunione o di manifestazione del pensiero” (art. 2), la garanzia per gli ecclesiastici di non essere tenuti a dare ai magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero (art. 4), le norme sulle università cattoliche e sul riconoscimento dei titoli accademici (art. 10).

Ho menzionato norme che, come dimostrano le esperienze in altre parti del mondo, possono risultare molto importanti per impedire persecuzioni e discriminazioni ai danni dei cattolici, sacerdoti e laici; la rinuncia a denunziare le violazioni del Concordato sulla questione delle celebrazioni liturgiche renderà certamente più difficili future denunzie di altre violazioni.

 

Ancora di più: se la Chiesa si fa normare dallo Stato “in sacriis”, non rinuncia al suo status di soggetto giuridico internazionale a cui non aveva mai rinunciato nemmeno dopo la perdita dello Stato pontificio? Non riduce se stessa ad un qualsiasi soggetto della società civile che opera sotto il controllo del potere politico?

Distinguerei due ambiti: quello del diritto internazionale, nel quale non intravedo – almeno per il momento – una rinuncia allo status di soggetto giuridico internazionale da parte della Chiesa Cattolica, e quello del diritto interno, in cui questo rischio sussiste.

Vorrei richiamare quel documento del Ministero dell’Interno del 27 marzo in cui si dettavano le norme sulle celebrazioni di cui abbiamo parlato prima, per sottolineare un dato: chi lo ha sottoscritto. La nota è redatta dal Direttore Centrale  della Direzione Centrale per gli affari di culto: se noi esaminiamo la struttura gerarchica del Ministero dell’Interno, possiamo vedere che, sotto il Ministro, i Viceministri e i Sottosegretari, vi sono ben cinque Dipartimenti; a sua volta, il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione è composto da sei Direzioni centrali, oltre ad altri Uffici. In altre parole: a dettare le norme sulla Settimana Santa è stato un dirigente del Ministero non certamente apicale, essendo posto al vertice di una delle 32 Direzioni centrali esistenti.

Quindi: siamo ben al di là di un controllo del potere politico sulla Chiesa Cattolica (controllo cui i provvedimenti che abbiamo commentato mirano): siamo all’inquadramento burocratico dei Vescovi nella apposita Direzione Centrale per gli affari di culto, con il funzionario che risponde ai quesiti del Presidente della Conferenza Episcopale, stabilendo che l’organista può essere presente la notte di Pasqua ma non durante i matrimoni!

Ma quella Nota costituiva una risposta ai quesiti che i Vescovi avevano posto! Il Funzionario estensore è molto attento nel ricordarlo indicando l’oggetto del documento: “Quesiti in ordine alle misure di contenimento e gestione dell’emergenza” e, di fronte ai quesiti, “fornisce i chiarimenti richiesti”. Comprendiamo, quindi, l’opera di “autoriduzione” che sta a monte del documento.

 

Cosa consiglia di fare ai vescovi italiani?

In primo luogo, dovrebbero guardarsi indietro, all’immediato passato, ai primi giorni di marzo.

La nota del 15 marzo della Segreteria Generale della Conferenza Episcopale Italiana (pubblicata da Stilum Curiae il successivo 20 marzo) ricorda che, fin dal 2 marzo il card. Bassetti aveva espresso la “doverosa disponibilità a condividere fino in fondo le difficoltà che il Paese sta attraversando” raccomandando, il successivo 4 marzo, la sospensione delle messe feriali nelle tre province allora colpite dal virus; per tutta risposta il Governo aveva adottato la sospensione di tutte le celebrazioni con i DPCM dell’8 e del 9 marzo.

È molto interessante la narrazione dell’atteggiamento dei Vescovi in quei giorni: “ripetuti contatti (informali) con la Presidenza del Consiglio dei Ministri e con alcuni ministri”, al fine di “evitare che venga proibita la celebrazione della Santa Messa”; contatti e raccomandazioni inutili, perché il testo veniva inviato già confezionato alla Segreteria in piena notte, ma già, alle 23 del 7 marzo “ci era stato richiesto di inviare un comunicato con procedura d’urgenza a tutti i vescovi perché proibissero in tutto il Paese le Sante Messe fin da quelle del primo mattino della stessa domenica”. In sostanza, il Governo, alle 23 aveva chiesto questa proibizione, alle 3,30 del mattino aveva ordinato la sospensione delle messe e “entro le ore 8,30 di domenica 8 un Vescovo di ciascuna Conferenza Episcopale Regionale è raggiunto da un messaggio che gli condivide il provvedimento”; nel corso della mattinata (come molti fedeli hanno potuto accertare personalmente) i parroci vennero raggiunti a loro volta dall’ordine di sospendere la celebrazione delle messe.

La Segreteria racconta di una “riunione chiarificatrice” fissata dal Governo alle 13 (molti Vescovi avevano espresso “stupore, criticità e contrarietà”), al termine della quale “il Tavolo governativo chiude definitivamente la discussione”.

Quali caratteristiche ha questo atteggiamento, fallimentare nell’esito finale? Centralizzazione dei rapporti con l’Autorità civile del vertice della C.E.I., con l’esclusione dei Vescovi “sul campo”; informalità dei rapporti, basati sulle conoscenze e sui Ministri “amici” (anche l’ultimo provvedimento era stato preceduto da rassicurazioni da parte del Ministro dell’Interno, non a caso intervistata il 23 aprile da Avvenire); posizione di chi chiede e raccomanda, guardandosi bene dal rivendicare, puntualizzare, formalizzare; immediato ossequio (poche ore in piena notte!) alle decisioni dell’Autorità civile; definitiva umiliazione derivata dalla fissazione di una riunione in cui l’Autorità civile aveva “chiuso la discussione”.

Questo atteggiamento – che, appunto, si è ripetuto anche in occasione dell’ultimo DPCM del 26 aprile con identico esito – ha totalmente dimenticato il Concordato ma anche i diritti dei fedeli, privati della Santa Messa e sostanzialmente impediti a reagire: in effetti, se è vero che il Concordato si basa sulla indipendenza e sovranità della Chiesa e dello Stato, i fedeli cattolici hanno diritto, anche costituzionale, a esercitare il culto.

Cosa dovrebbero fare i vescovi italiani?

Il Comunicato stampa emanato la sera del 26 aprile, subito dopo la conferenza stampa del Presidente del Consiglio che confermava la sospensione delle cerimonie religiose, ad eccezione di quelle funebri, sembrava segnare un cambio di passo: collegialità (“I vescovi italiani non possono accettare”), formalità e pubblicità della presa di posizione, rivendicazione di uno status (si fa riferimento alla “Chiesa, chiamata a organizzare la vita della comunità cristiana, nel rispetto delle misure disposte, ma nella pienezza della propria autonomia”) e dei diritti (“ I Vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto”), quindi con il richiamo al Concordato e alla Costituzione.

Nel sito web della Conferenza Episcopale non sono più riuscito a reperire il Comunicato… è ovvio che, una volta lanciato il sasso, la mano non può essere ritirata, se non a costo di una ulteriore (definitiva?) umiliazione da parte dell’Autorità civile. Sul sito web, non a caso, è in bella vista la risposta al “quesito in ordine alla celebrazione della cerimonia funebre”, sottoscritta dal capo del Dipartimento del Ministero dell’Interno che abbiamo già conosciuto: il documento, fra l’altro, vieta assembramenti o cortei di accompagnamento al trasporto del feretro e raccomanda che la cerimonia “si svolga in un tempo contenuto”…

Personalmente sostengo l’iniziativa del Centro Studi Rosario Livatino di proporre un ricorso al TAR. del Lazio avverso il DPCM del 26 aprile: tuttavia è evidente che, se i Vescovi – aggiungo: ciascun Vescovo, le cui funzioni non sono affatto limitate dalla Conferenza Episcopale – non ribadiranno la propria autonomia e sovranità nella liturgia, sarà una iniziativa parziale, benché doverosa. Consigli? Protestare formalmente e pubblicamente per l’irruzione nelle chiese, convocando la controparte e minacciando denunce penali; assicurare pubblicamente il sostegno all’impugnazione delle sanzioni amministrative contestate in relazione alla celebrazione delle messe o all’ingresso nelle chiese; perché no? Ordinare ai propri parroci di celebrare le messe a porte aperte, non impedendo l’ingresso nella chiesa. Comprendo che quest’ultimo provvedimento sarebbe “forte”, ma esso potrebbe essere adottato, ad esempio, da Vescovi di zone del Sud Italia sostanzialmente immuni dal virus, per le quali la sospensione delle celebrazioni è ancor più illogica.

 

Nella prospettiva del prossimo avvenire, come vede lo sviluppo di questa nuova tendenza a normare, controllare, ispezionare anche la vita religiosa da parte del potere politico?

Pur non essendo uno storico, a me sembra che la tendenza dello Stato – democratico o meno – ad allargare il proprio potere e il proprio controllo sulla vita dei cittadini sia insito nella sua natura; lo Stato tendenzialmente è accentratore e vuole coprire tutti i settori della vita dei cittadini (in questo periodo lo vediamo bene anche dai contrasti con le Regioni che, rivendicando il loro spazio riconosciuto dalla Costituzione, pretendono di limitare l’azione del Governo centrale).

La religione ha sempre giocato un ruolo importante nella vita delle Nazioni e degli Stati; avere una “Chiesa di Stato” è molto utile a chi governa. Sia chiaro: penso che la collaborazione tra lo Stato e la Chiesa (e anche le altre confessioni religiose) sia positiva per la società e possa contribuire alla pace sociale e al bene comune: ma, appunto, il modello deve essere quello del Concordato, della piena libertà e autonomia della Chiesa.

Quindi, la tendenza a normare la vita religiosa dei cittadini, da una parte è una tendenza “istintiva” dello Stato (come mai esiste una Direzione Centrale degli Affari dei culti presso il Ministero dell’Interno?) e, a volte, è giustificata (si pensi ai predicatori d’odio dei quali si deve disporre l’espulsione dal territorio nazionale), dall’altra deve essere bloccata quando non è giustificata in alcun modo (l’art. 19 della Costituzione riconosce a tutti il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa, ponendo come unico limite quello dei “riti contrari al buon costume”).

Per impedire eccessi, però, occorre una controparte “forte”.

Vorrei concludere ricordando che la fede cattolica ci permette di avere una grande libertà nel valutare la società, la vita pubblica e l’azione delle Autorità civili: davvero i cattolici non sono “conformisti”, davvero pensano con la propria testa, ragionano, vagliano tutto, non hanno totem da difendere; stupisce, però, che, talvolta, i loro Pastori non li sostengano e non si comportino nello stesso modo.

 




La polizia argentina arresta 10 fedeli per aver partecipato alla Messa contro le direttive del coronavirus

La polizia argentina ha arrestato dieci fedeli per aver partecipato a una messa nonostante gli ordini di permanenza di stare a casa. Tra i presenti alla messa celebrata dal sacerdote José Mendiano, 79 anni, c’erano due ex poliziotti.

Ne parla Martin Martin Burgher in questo suo articolo pubblicato su Lifesitenews. Ecco l’articolo nella mia traduzione. 

 

Polizia argentina

 

La polizia argentina ha arrestato dieci fedeli per aver partecipato a una messa nonostante gli ordini di permanenza di stare a casa. Tra i presenti alla messa celebrata dal sacerdote José Mendiano, 79 anni, c’erano due ex poliziotti.

Secondo Crónica, l’avvocato Enrique Miranda, dopo l’arresto, ha detto ai media: “Bisogna dirlo una volta per tutte. Questo è un grande circo, qui non c’è nessuna pandemia”. La provincia di San Luis, con una popolazione di quasi mezzo milione di persone, ha segnalato finora solo dieci casi confermati di coronavirus, oltre a tre casi sospetti.

“Abbiamo pregato per le persone che sono morte a causa del coronavirus e per la salute degli infetti”, ha aggiunto. “Tutto questo è una grande menzogna, una farsa. Questo è un arresto domiciliare imposto alla popolazione di San Luis dal governo locale e dal governo nazionale”.

Ha sottolineato: “La legge può stabilire quello che vuole, ma in materia di fede è di esclusiva competenza della Chiesa cattolica”. Miranda ha detto che il governo nazionale “si sbaglia se pensa che ci inchiniamo davanti a lui”.

Il vescovo locale Pedro Daniel Martínez Perea ha cercato di minimizzare il significato dell’evento. “È deplorevole quello che è successo. A nessuno piace essere portato via da una chiesa, né alle autorità piace portar via da quel luogo”, ha detto.

Il vescovo non ha difeso il suo sacerdote per aver fatto partecipare più persone alla sua messa, né, a quanto pare, ha protestato contro gli ordini di quarantena del governo.

“Ciò che attira la mia attenzione è che nella lettera pastorale ho chiesto loro di celebrare le messe senza i fedeli”, ha spiegato Martínez. “Non riesco a spiegarmi come ciò sia potuto accadere diversamente da quanto la diocesi aveva previsto”.

Il vescovo Martínez ha contattato sia il sacerdote che i fedeli dopo l’incidente. Ha elogiato il piccolo gruppo per la loro “buona intenzione” di osservare le misure di allontanamento sociale, ma li ha richiamati per aver infranto “una regola oggettiva”.

“Stiamo tutti facendo uno sforzo, cattolici e non cattolici, per rispettarci l’un l’altro”, ha detto.

Come ha riferito Crónica, i vicini avevano allertato la polizia dopo aver notato “un movimento all’interno della cappella”. Temevano “che fosse successo qualcosa al sacerdote perché è diabetico, ha problemi di pressione sanguigna e soffre di sordità. Non avrebbero mai immaginato che lì si celebrasse una messa”.

Recentemente, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, nell’ambito delle Messe pubbliche vietate, ha detto che “i fedeli hanno il diritto, oltre che il dovere, di assistere alla Messa, di andare a confessarsi, di ricevere i Sacramenti: è un diritto che viene loro in virtù del loro Battesimo come membra vive del Corpo Mistico”.

“I Pastori hanno quindi il sacro dovere – anche a rischio della loro salute e della vita stessa, quando richiesto – di adempiere a questo diritto dei fedeli, e per questo dovranno rispondere a Dio, non al presidente della [conferenza episcopale italiana] né al presidente (di una nazione, ndr)”, ha sottolineato l’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti.

Viganò ha chiesto: “Credete che quando le chiese in Messico o in Spagna venivano chiuse [nel XX secolo], quando proibivano le processioni, quando proibivano l’uso dell’abito religioso in pubblico, le cose cominciassero diversamente [da come] sono cominciate adesso?”

Ha sottolineato che i cattolici, soprattutto i membri della gerarchia, non dovrebbero permettere che “le libertà della Chiesa siano limitate con la scusa di una presunta epidemia”!

L’obbedienza, ha detto Viganò, non è una scusa per il servilismo. “Se la nostra fede si fondasse solo sull’obbedienza, i martiri non avrebbero dovuto affrontare il tormento a cui la legge civile li condannava: sarebbe bastato obbedire e bruciare un granello d’incenso davanti alla statua dell’imperatore”.

All’indomani dell’esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia con la sua discussione sul dare la Santa Comunione ai cattolici civilmente divorziati che vivono nell’adulterio, il vescovo di San Luis Martínez aveva confermato il tradizionale insegnamento della Chiesa.

“E, quindi, se essi continuano in quello stato di convivenza (more uxorio) mentre rimane il legame sacramentale con un’altra persona, si troveranno in uno stato oggettivo di peccato”. Questa realtà di vita preclude la ricezione della Santa Comunione, se non in pericolo di morte, perché contraddice “l’unione amorosa di Cristo e della Chiesa rappresentata e resa presente nell’Eucaristia”, ha scritto.

 




Nei primi tre secoli, i cristiani sono stati una minoranza creativa in un ambiente ostile

Rilancio il libro di prossima pubblicazione del prof. Leonardo Lugaresi.

 

 

Esce fra una settimana.  Non è un libro per specialisti, ma vorrebbe essere utile alla riflessione di chiunque, credente o non credente, sia comunque interessato alla questione della presenza della chiesa nell’Occidente un tempo cristiano e ormai ignaro e indifferente, quando non ostile, alle sue radici. Intenzione e contenuto del testo sono così illustrati nei risvolti di copertina (che forse nella foto non si leggono bene):

«Nell’Occidente secolarizzato i cristiani sono una minoranza. Il loro ruolo è poi sempre meno rilevante in una società in cui i riferimenti antropologici e culturali al cristianesimo stanno ormai scomparendo. La radicalità e la rapidità di questo cambiamento provocano nei credenti reazioni disparate: c’è chi ne minimizza la portata, chi lo subisce con rassegnazione e chi ne ricava l’indicazione che il cristianesimo deve assimilarsi alla cultura dominante, nel segno dell’uscita e dell’apertura al mondo; altri, al contrario, coltivano forme di difesa nostalgica del passato e di chiusura alla realtà contemporanea, o puntano a costruire in ambiti ristretti esperienze di vita cristiana integrale che si pongano come microsocietà alternative al mondo circostante. Ciò che accomuna i sostenitori di queste opzioni così diverse è però la tentazione di concepirsi come gli ultimi cristiani: eredi di un passato, poco importa se da conservare oppure da abbandonare. In questo libro si sostiene un’altra tesi: il cristianesimo è per sua natura sempre iniziale e in questo senso l’esempio delle prime generazioni cristiane è paradigmatico per tutte quelle successive, compresa la nostra che deve reimparare a vedersi come una generazione di «primi cristiani». Quella di essere una minoranza creativa immersa in un ambiente ostile è stata infatti la condizione normale dei cristiani almeno per tutti i primi tre secoli della loro storia. Lungi dal farsi assimilare dalla cultura dominante o al contrario dal chiudersi ad ogni rapporto con essa per salvaguardare la propria purezza identitaria, essi seppero esprimere una straordinaria capacità di relazione con la cultura del mondo greco-romano, basata sulla pratica del giudizio (krisis) e del «retto uso» (chrêsis) dei suoi contenuti. La loro presenza nella società, in questo modo, divenne sempre più significativa, pur restando numericamente assai ridotta e priva di garanzie giuridiche e politiche. Dalla conoscenza di quel processo storico possono dunque venire preziosi spunti di riflessione. Il libro ne presenta alcuni, soffermandosi in particolare su quattro aspetti del rapporto dei cristiani con la società romana: la giustizia, la scuola, l’economia e il sistema degli spettacoli».