Il Papa emerito Benedetto XVI nella nuova biografia parla dell’Anti-Cristo

Papa Benedetto XVI

Papa Benedetto XVI

 

 

di Sabino Paciolla

 

Papa Benedetto XVI in una nuova biografia di prossima pubblicazione  (in italiano qui) parla esplicitamente del “potere spirituale dell’Anti-Cristo” presente in una certa mentalità molto diffusa nella nostra società. 

Maike Hickson, parla di questa nuova biografia nel suo articolo pubblicato su Lifesitenews da cui riprendiamo e traduciamo un passo dalla pagina 1074 la cui foto trovate piu sotto: 

Domanda: Una frase della Sua predica durante la messa per l’inizio del pontificato è rimasta particolarmente impressa nella memoria: «Pregate per me, perché non fugga davanti ai lupi.» Aveva previsto tutto quello che avrebbe dovuto affrontare?

Benedetto XVI: Anche qui devo dire che si tende a ridurre troppo la dimensione di quanto può incutere paura a un Papa. Naturalmente questioni come i «Vatileaks» sono incresciose e, soprattutto, non comprensibili e causa di grande turbamento per gli uomini del nostro grande mondo. Ma la vera minaccia per la Chiesa e quindi per il ministero petrino non risiede in queste cose, bensì nella dittatura mondiale di ideologie apparentemente umanistiche, contraddicendo le quali si resta esclusi dal consenso sociale di fondo. Ancora cento anni fa, tutti avrebbero considerato assurdo parlare di matrimonio omosessuale. Oggi chi vi si opponga viene scomunicato dalla società. Similmente stanno le cose per l’aborto e la produzione di esseri umani in laboratorio. La società moderna sta formulando una fede anticristica, cui non ci si può opporre senza essere puniti con la scomunica sociale. È quindi più che naturale avere paura di questa forza spirituale dell’Anticristo e ci vuole davvero l’aiuto della preghiera di un’intera diocesi e della Chiesa universale per opporvi resistenza.

Da: “Benedetto XVI: Ein Leben” [Benedetto XVI: una vita], pag. 1074 versione originale  (traduzione dal tedesco di questo passo a cura di Alessandra Carboni Riehn)

La giornalista riprende poi alcuni passi che si soffermano sugli intralci che Benedetto XVI ha dovuto affrontare.

“L’ostruzionismo veniva più dall’esterno che dalla Curia. Non volevo semplicemente promuovere prima di tutto la purificazione nel piccolo mondo della Curia, ma nella Chiesa nel suo insieme”. Spiegando ulteriormente il suo pensiero, ha aggiunto che “nel frattempo gli eventi hanno dimostrato che la crisi della Fede ha portato anche e soprattutto a una crisi dell’esistenza cristiana”. Questo, ha continuato, è ciò che “il Papa deve avere davanti ai suoi occhi”.

 

Benedetto XVI biografia di Seewald pag 1074

 

La Chiesa cattolica insegna che prima della gloriosa seconda venuta di Cristo, la Chiesa passerà attraverso una “prova finale” che “scuoterà la fede di molti credenti”.

“Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il « mistero di iniquità » sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne.”, afferma il Catechismo della Chiesa cattolica al n. 675.

Tanti hanno parlato della figura dell’Anti-Cristo, tra questi il beato arcivescovo Fulton Sheen, nei suoi libri e sermoni, uno di questi ripreso dalla radio nel 1947. Ma anche il Card. Giacomo Biffi in una sua notevole relazione che tenne al Meeting di Rimini il 28 agosto 1991, e che vi consiglio assolutamente di vedere (qui e leggere la trascrizione che ho fatto).

A tal proposito, Fulton Sheen dice

L’Anti-Cristo non sarà così chiamato, altrimenti non avrebbe seguaci. Non indosserà collant rossi, né vomiterà zolfo, né porterà un tridente né agiterà una coda frecciata come Mefistofele in Faust. Questa mascherata ha aiutato il Diavolo a convincere gli uomini che non esiste. Quando nessun uomo lo riconosce, più potere esercita.

Da nessuna parte della Sacra Scrittura troviamo garanzie per il mito popolare del Diavolo come un buffone che è vestito tutto di “rosso”. Piuttosto è descritto come un angelo caduto dal cielo, come “il principe di questo mondo”, il cui compito è quello di dirci che non c’è nessun altro mondo.

La logica di Satana è semplice: se non c’è cielo non c’è inferno; se non c’è inferno, allora non c’è peccato; se non c’è peccato, allora non c’è giudice, e se non c’è giudizio allora il male è bene e il bene è male. Ma al di sopra di tutte queste descrizioni, Nostro Signore ci dice che sarà così simile a Lui stesso che ingannerebbe anche gli eletti – e certamente nessun diavolo mai visto nei libri illustrati potrebbe ingannare anche gli eletti.

Come verrà in questa nuova era per conquistare seguaci alla sua religione? La credenza russa pre-comunista è che verrà travestito da Grande Umanitario; parlerà di pace, prosperità e abbondanza non come mezzo per condurci a Dio, ma come fine a se stessi.

Questa è la tentazione di avere una nuova religione senza la croce, una liturgia senza un mondo a venire, una religione per distruggere una religione, o una politica che è una religione, che rende a Cesare anche le cose che sono di Dio. In mezzo a tutto il suo apparente amore per l’umanità e al suo glorioso parlare di libertà e di uguaglianza, avrà un grande segreto che non dirà a nessuno: non crederà in Dio.

Poiché la sua religione sarà la fratellanza dell’Uomo senza la paternità di Dio, ingannerà anche gli eletti. Egli creerà una contro-chiesa che sarà la scimmia della Chiesa, perché lui, il Diavolo, è la scimmia di Dio. Avrà tutte le note e le caratteristiche della Chiesa, ma al contrario e svuotato del suo contenuto divino. Sarà un corpo mistico dell’Anti-Cristo che assomiglierà in tutti gli esterni al corpo mistico di Cristo. . . .

 

L'Arciv. Fulton Sheen abbraccia Papa San Giovanni Paolo II

L’Arciv. Fulton Sheen abbraccia Papa San Giovanni Paolo II

 

Inoltre, l’Anti-Cristo

Spiegherà il senso di colpa psicologicamente come sesso represso, farà sì che gli uomini si vergognino se i loro simili dicono di non essere di larghe vedute e liberali.

Identificherà la tolleranza con l’indifferenza per il bene e il male.

Favorirà più divorzi sotto il travestimento che un altro partner è “vitale”.

Egli aumenterà l’amore per l’amore e diminuirà l’amore per le persone.

Egli invocherà la religione per distruggere la religione.

Parlerà persino di Cristo e dirà che è stato il più grande uomo mai vissuto.

La sua missione, dirà, sarà quella di liberare gli uomini dalle servitù della superstizione e del fascismo, che non definirà mai.

In mezzo a tutto il suo apparente amore per l’umanità e al suo parlare di libertà e di uguaglianza, egli avrà un grande segreto che non dirà a nessuno; non crede in Dio. E poiché la sua religione sarà la fratellanza senza la paternità di Dio, ingannerà anche gli eletti.

Nel disperato bisogno di Dio, egli indurrà l’uomo moderno, nella sua solitudine e frustrazione, ad avere sempre più fame di appartenenza alla sua comunità che darà all’uomo l’allargamento dei suoi scopi, senza bisogno di una correzione personale e senza l’ammissione di colpe personali. Sono giorni in cui al diavolo è stata data una corda particolarmente lunga.

 




Card. Sarah: “Il Signore è una persona, nessuno accoglierebbe la persona che ama in un sacchetto”

Rilancio gli stralci più interessanti di una intervista che Riccardo Cascioli, direttore de La Nuova Bussola Quotidiana ha fatto al card. Sarah sulla vexata quaestio delle messe e della distribuzione dell’Eucarestia.

 

Card. Robert Sarah (Twitter)

Card. Robert Sarah (Twitter)

 

Solo due giorni fa, i solitamente bene informati vaticanisti della Stampa, riportavano di varie soluzioni allo studio degli “esperti” del governo, in stretta collaborazione con la CEI, che considerano il momento della comunione «ad altissimo rischio contagio». Tra queste l’«impacchettamento» del Corpo di Cristo: «Per consentire ai cattolici italiani di tornare a farla, ma evitando contaminazioni, si sta pensando a una comunione “fai da te” con ostie “take away” precedentemente consacrate dal sacerdote, che verrebbero chiuse singolarmente in sacchetti di plastica poggiati in chiesa su dei ripiani». «No, no, no – ci risponde scandalizzato al telefono il cardinale Sarah – non è assolutamente possibile, Dio merita rispetto, non si può metterlo in un sacchetto. Non so chi abbia pensato questa assurdità, ma se è vero che la privazione dell’Eucarestia è certamente una sofferenza, non si può negoziare sul modo di comunicarsi. Ci si comunica in modo dignitoso, degno di Dio che viene a noi. Si deve trattare l’Eucarestia con fede, non possiamo trattarla come un oggetto banale, non siamo al Supermercato. È totalmente folle».

 

Si avanzano come solito ragioni “compassionevoli”: i fedeli hanno bisogno della Comunione, di cui sono già privati da tempo, ma siccome è ancora alto il rischio contagio bisogna trovare un compromesso….

Ci sono due questioni che vanno assolutamente chiarite. Anzitutto, l’Eucarestia non è un diritto né un dovere: è un dono che riceviamo gratuitamente da Dio e che dobbiamo accogliere con venerazione e amore. Il Signore è una persona, nessuno accoglierebbe la persona che ama in un sacchetto o comunque in un modo indegno. La risposta alla privazione dell’Eucarestia non può essere la profanazione. Questa è davvero una questione di fede, se ci crediamo non possiamo trattarla in modo indegno.

 

A proposito di Messe, anche questo prolungarsi delle celebrazioni in streaming o in tv…

Non possiamo abituarci a questo, Dio si è incarnato, è carne  e ossa, non è una realtà virtuale. È anche fortemente fuorviante per i sacerdoti. Nella Messa il sacerdote deve guardare Dio, invece si sta abituando a guardare alla telecamera, come se fosse uno spettacolo. Non si può continuare così.

 

Si ha la sensazione che negli ultimi anni si stia assistendo a un chiaro attacco all’Eucarestia: prima la questione dei divorziati risposati, all’insegna della “comunione per tutti”; poi l’intercomunione con i protestanti; poi le proposte sulla disponibilità dell’Eucarestia in Amazzonia e nelle regioni con scarsità di clero, ora le Messe al tempo del coronavirus…

Non ci deve stupire. Il demonio attacca fortemente l’Eucarestia perché essa è il cuore della vita della Chiesa. Ma credo, come ho già scritto nei miei libri, che il cuore del problema sia la crisi di fede dei sacerdoti. Se i sacerdoti sono consapevoli di cosa è la Messa e di cosa è l’Eucarestia, certi modi di celebrare o certe ipotesi sulla Comunione non verrebbero neanche in mente. Gesù non si può trattare così.

 




È ora di svegliarsi

Eugénie Bastié, di Le Figaro, ha intervistato l’intellettuale Pierre Manent su una serie di questioni che vanno dalla libertà alla cultura della vita, all’Europa, tutte alla luce della crisi pandemica di coronavirus.  Pierre Manent è politologo e accademico francese, insegna filosofia politica presso l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, nel Centre de recherches politiques Raymond Aron. La rivista First Thing ha tradotto l’intervista dal francese all’inglese. Riccardo Zenobi l’ha tradotta per noi dall’inglese.  

 

Pierre Manent

Pierre Manent, politologo e accademico di Francia

 

Eugénie Bastié: La crisi che stiamo attraversando sembra provocare un ritorno dello Stato, dopo decenni di discussioni sul suo declino. Perfino il presidente Emmanuel Macron ha ammesso “dobbiamo ricostruire la nostra sovranità nazionale ed europea”. Stiamo assistendo al grande ritorno dell’idea di nazione?

Pierre Manent: In attesa che le cose si disvelino notiamo il ritorno delle caratteristiche meno piacevoli del nostro Stato. In nome di un’emergenza sanitaria, è stato nei fatti stabilito uno stato di emergenza. In nome di questa emergenza, è stata presa la più primitiva e brutale delle misure: il confinamento generale sotto la sorveglianza della polizia. La velocità, la completezza e persino l’entusiasmo con cui è stato messo in moto l’apparato repressivo contrastano dolorosamente con i ritardi, la mancanza di preparazione e l’indecisione delle nostre politiche di risanamento, che si tratti di maschere, test o potenziali trattamenti. Innocenti o benigni passi falsi sono puniti con multe esorbitanti. Ci è proibito lasciare le nostre residenze senza passaporto, ma il ristabilimento dei confini nazionali è ancora considerato un peccato mortale. Non credo che la crisi stia riabilitando quello Stato.

Per quanto riguarda la nazione, è stata abbandonata, screditata e delegittimata per due generazioni, proprio come ogni pensiero per la politica industriale è stato abbandonato, screditato e delegittimato. Abbiamo rinunciato all’idea stessa di indipendenza nazionale. Oh, essere nient’altro che un nodo morbido e flessibile di competenza specializzata nella grande rete del commercio globale! E soprattutto, il flusso non deve mai rallentare! Stiamo scoprendo che dipendiamo dalla Cina per quasi tutto ciò di cui abbiamo bisogno? Ma ci siamo organizzati per essere dipendenti! Lo abbiamo voluto! Crede che, quando emergeremo indeboliti dalla distruzione economica provocata dalla crisi sanitaria, ci saranno molti che saranno disposti a invertire il corso che seguiamo da quarant’anni?

 

EB: Il rapporto tra scienziato o studioso e uomo politico, fondamento della modernità politica, è stato completamente rovesciato da questa crisi. Sembra che cerchiamo di nascondere le decisioni politiche dietro la competenza scientifica, eppure nel momento in cui la politica cerca di resistere da sola, è criticata dall’opinione pubblica. Come dovremmo analizzare questa situazione? È il trionfo della competenza sul processo decisionale politico, o è in effetti il ​​ritorno di ciò che è essenzialmente politico in un contesto di incertezza?

PM: Per quanto riguarda esperti e scienziati, devono essere fatte alcune distinzioni. Abbiamo imparato a riconoscere, a stimare e spesso ad ammirare i nostri dottori, operatori sanitari e ricercatori. Questo è un vantaggio durante questa sinistra primavera. Abbiamo anche scoperto la politica della scienza, che non è più innocente della politica normale. La competenza non fornisce immunità contro il desiderio di potere. In ogni caso, spetta ai funzionari eletti prendere decisioni perché sono loro i responsabili del tutto, cioè del corpo politico; sta a loro prendere in considerazione tutti i parametri e prevedere tutte le conseguenze delle loro azioni. Aristotele aveva ragione: la politica è la regina delle scienze!

 

EB: Come analizzerebbe la reazione dell’Unione Europea a questa crisi? Più in generale, la crisi sta rivelando la debolezza dell’Occidente?

PM: L’Unione europea è debole quanto le nazioni che la compongono. L’Unione è nella sua ultima fase. O zoppicherà nella sua forma attuale, o cadrà a pezzi. L’ordine europeo si basa sull’egemonia tedesca, un’egemonia che è accettata e apprezzata dal resto d’Europa. La Germania si trova nella situazione più stabile e favorevole in cui sia mai stata. Domina solo per il suo peso; non ha bisogno di fare una mossa, o meglio ha bisogno di non fare una mossa. Questo è qualcosa che il presidente Macron non ha capito, e quindi stanca i tedeschi con le sue incessanti richieste di iniziative comuni. Le varie nazioni si sono ritirate dietro i loro confini.

Questa è la fine della fantasia europea. Non c’è nessuna meravigliosa avventura che ci aspetta sul lato europeo della strada. Ogni nazione ha scoperto il carattere immutabile del suo essere collettivo. Liberati dal sogno frustrante di “Sempre più Europa”, ora possiamo riscoprire un certo affetto per ciò che siamo, possiamo provare a raccogliere forza attingendo al nostro carattere nazionale e nutrire pazientemente le nostre risorse, risorse morali e spirituali, nonché risorse militari ed economiche. Questo desiderio di riscoprire e riaffermare noi stessi sarà salutare solo se sarà accompagnato da una lucida consapevolezza della nostra vera debolezza, la debolezza in cui ci siamo lasciati scivolare.

 

EB: È sorpreso dalla docilità con cui le nostre democrazie liberali hanno accettato la sospensione della maggior parte delle nostre libertà? Non è forse questo un segno che il regno esclusivo dei “diritti” rimane fragile di fronte all’emergenza dell’autoconservazione biologica?

PM: Nessuno contesta che la pandemia costituisce un’emergenza e che con un’emergenza sono inevitabili alcune misure insolite. Ma la fragilità della salute umana in un certo senso costituisce un’urgenza permanente e può fornire allo Stato una giustificazione permanente per uno stato permanente di emergenza. Ora vediamo nello Stato solo il protettore dei nostri diritti; ora, poiché la vita è il primo dei nostri diritti, si apre un ampio percorso al potere inquisitorio dello Stato. Detto questo, ci siamo dati allo Stato molto tempo fa, secondo la sua sovranità sulle nostre vite. Questa tendenza a lungo termine è diventata più acuta negli ultimi anni. La spontaneità del discorso pubblico è stata sottoposta a una sorta di censura preventiva, che in effetti ha escluso il legittimo dibattito sulla maggior parte delle questioni importanti della nostra vita comune o persino della nostra vita personale. Che la questione sia la migrazione o le relazioni tra i sessi e le relative questioni sociali, un’ideologia comune alla società e allo Stato detta ciò che è permesso e proibito, che è lo stesso di ciò che è onorevole e vergognoso, nobile e vile. In una parola, abbiamo completamente interiorizzato il principio di un codice di parole ed espressioni, a cui si ritiene sospetto resistere. Così abbiamo tranquillamente lasciato alle spalle il regime liberale e democratico che è stato informato e animato da progetti collettivi rivali e che ci ha presentato grandi impegni, azioni comuni da compiere, buone e cattive, giudiziose e rovinose, ma che ci hanno dato ragioni per creare una buona lotta, occasioni per discussioni vigorose e grandi domande che nutrono grandi disaccordi. Questo momento felice è finito. Il nostro mondo è pieno di vittime che, con una voce che è allo stesso tempo piagnucolante e minacciosa, affermano di essere ferite da tutto questo discorso. Vedono nelle regole grammaticali che governano il genere un’offesa per tutte le donne e trovano insulti omofobi nella volgarità degli scolari. Come possiamo ora opporci allo Stato come custode dei diritti mentre lo preghiamo di intromettersi nelle nostre vite personali sempre ferite?

 

(se il video non si carica fare il refresh di questa pagina o  cliccare qui)

 

 

EB: Pensa che i principi fondamentali del liberalismo siano minati da questa crisi? Possono essere salvati?

PM: Ciò che è indebolito sono i principi fondamentali della globalizzazione, che sono chiamati liberali, cioè la competizione di tutti con tutti o l’idea che l’ordine umano derivi dalla regolazione impersonale del flusso. Questa ideologia ha sfruttato alcuni temi liberali, ma il liberalismo che dobbiamo preservare è qualcosa di diverso. Un regime liberale organizza una competizione pacifica al fine di definire e attuare le regole della vita comune e distingue rigorosamente tra il regno del comando politico e quello della libertà imprenditoriale nel senso più ampio del termine, che comprende in particolare la libera comunicazione della morale, influenze sociali, intellettuali e religiose. Ed ecco il punto chiave: il regime liberale presuppone il quadro nazionale; non c’è mai stato un regime liberale senza un quadro nazionale. Negli ultimi anni, il nostro regime ha subito una corruzione che ha colpito tutte le classi: i ricchi, poiché il regime ha favorito la ricerca di finanziamenti e ricerca di rendite, soprattutto nel settore immobiliare, e ha incentivato l’alta tecnologia per voltare le spalle alla nazione, a volte al punto di perdere il senso del bene comune; e gruppi a basso reddito, che sono stati scoraggiati dal lavorare con spese sociali indiscriminate. Le funzioni direttamente legate alla sovranità — militare, sicurezza, giustizia — sono state private di risorse. Pertanto, o procederemo a riallocare le risorse a favore di queste funzioni essenziali e ricompense per il lavoro, oppure ci immobilizzeremo ulteriormente nell’amministrazione statale di risorse sempre più scarse, mentre continuiamo ad appassire moralmente e politicamente.

 

EB: Mentre è stato fatto tutto il possibile per salvare le vite dei più vulnerabili, le cerimonie di base che accompagnano la fine della vita sono state limitate, persino abolite. Cosa ci dice questa crisi sul posto della morte nelle nostre società moderne?

PM: Il governo ha assunto su di sé l’autorità, in tali circostanze, in pratica di vietare l’ultimo rituale a cui siamo ancora attaccati, cioè quello che accompagna la morte. Nonostante la nostra tendenza molto diffusa a rendere invisibile la morte, questa misura ha provocato tristezza, costernazione e disapprovazione. Tutti possono vedere che le cerimonie possono essere regolate mentre restano mantenute nelle loro caratteristiche essenziali, senza che i partecipanti rischino più di quanto sia rischiato ogni giorno dal personale di consegna o dai cassieri, per non parlare dei badanti.

Questa brutale cancellazione della morte è inseparabile dalla cancellazione della religione: ha notato che, sulla lunga lista di motivi autorizzati per lasciare il proprio domicilio, i “bisogni degli animali domestici” non sono stati dimenticati, ma non ci sono disposizioni per coloro che potrebbero desiderare di andare in un luogo di culto? Questo merita riflessione. Coloro che ci governano sono persone onorevoli che stanno facendo del loro meglio per superare una grave crisi. Ma non hanno notato l’enorme e inammissibile abuso di potere implicito in alcune delle loro decisioni. Com’è possibile? Negli ultimi anni, le istituzioni, i regolamenti e le leggi che definiscono la vita comune in Europa sono diventati malleabili di fronte alle esigenze che tutti noi, tiranni tirannizzati dai nostri desideri, scelgono di rivolgere a loro. Abbiamo bevuto una coppa d’ira, come dice la Scrittura. Abbiamo delegittimato le istituzioni che ordinano la trasmissione della vita e ora stiamo rimuovendo i riti che accompagnano la morte. È ora di svegliarsi.

 




LA CURA DELLA NOSTRA PERSONA – “tra medici e sacerdoti..”

coronavirus medico donna 1

 

di Gianni Silvestri

 

In questo periodo stiamo apprezzando l’impegno dei sanitari con varie manifestazioni di gratitudine, ringraziamenti pubblici in TV (persino del Capo dello Stato); le stesse manifestazioni si registrano in altre nazioni. Tutti siamo grati per la cura alle persone affette da contagio che i sanitari stanno apprestando a rischio della propria vita, in turni massacranti e spesso isolati dalle loro famiglie per evitare rischi di contagio (e nonostante ciò si contano oltre 150 morti tra i soli medici, al momento in cui scrivo).
Tanti  vanno oltre la gratitudine e si chiedono: Perché lo fanno?

La prima (giusta, ma insufficiente) risposta è: “per l’adempimento agli obblighi lavorativi di  un rapporto contrattuale in corso”, ma riflettendo, questa motivazione non tiene e non è la principale. Se fosse un obbligo lavorativo, i sanitari avrebbero potuto ben rifiutarsi di entrare in corsia in mancanza delle condizioni di sicurezza che ogni datore di lavoro (in questo caso lo Stato), ha l’obbligo di assicurare ai propri dipendenti. Infatti la mancanza di mascherine, guanti, tute, respiratori ecc. è stata denunciata da tutti i medici e dalle loro associazioni professionali ed era un ottimo motivo per sospendere le proprie prestazioni professionali in attesa del ripristino delle condizioni di sicurezza richieste dalla stessa legge (infatti questi Dispositivi sono obbligatori, non certo facoltativi). Invece il personale sanitario, ha continuato ogni giorno “ad andare sul fronte” addirittura in mancanza di armi, in quanto ha combattuto questa battaglia “quasi a mani nude”, non solo senza D.P.I. ma anche senza terapie e senza vaccini, assistendo spesso impotente alla morte di migliaia di persone (questa epidemia ci ha fatto comprendere la nostra “finitezza” ed i limiti della scienza, impotente dinanzi a questa tragedia).  I sanitari dunque compiono questa opera per motivi ben superiori di quelli lavorativi: per motivi di coscienza, di solidarietà verso coloro che soffrono, perché c’è bisogno di loro ed è ingiusto negare aiuto. Solo questo spiega perché:
A) Medici oramai pensionati, -senza obblighi di lavoro- si siano offerti di tornare in Ospedale.
B) I sanitari hanno accettano non solo i rischi (non previsti in contratto), ma anche turni di lavoro massacranti e ben superiori “al minimo contrattuale”, rinunciando a tornare al più presto a casa.
C) Ben ottomila medici italiani, oltre a tanti infermieri, hanno risposto (volontariamente e non avendo alcun obbligo), all’appello della protezione civile per lavorare in Ospedale (o in tenda), lasciando case e famiglie.
D) Sono arrivati in aiuto dell’Italia sanitari di altre nazioni, pur senza alcun obbligo giuridico.

La deontologia professionale, “il cuore”, il giuramento di Ippocrate, in una parola la forza della coscienza, sono le principale motivazioni del personale sanitario (sia chiaro, senza voler idealizzare: ci sono stati anche centinaia “che hanno marcato visita”,  mettendosi in malattia per sottrarsi ai pericoli, ma sono stati una minoranza). Questa testimonianza dei sanitari mi ha colpito e mi ha fatto apprezzare la grandezza dell’animo umano: c’è da essere ammirati verso la profondità della coscienza e del suo altruismo (così come da preoccuparsi quando si disconoscono i valori di altruismo, riducendo tutto ad interesse, quasi che l’uomo sia determinato solo dal dato economico).

 

coronavirus sacerdote con croce per le strade 1

 

Il pensiero poi si è rivolto ai sacerdoti, chiamati a combattere questa guerra ma su un altro fronte: quello  umano e spirituale, le due figure infatti richiamano i due grandi aspetti della vita, quello fisico e quello spirituale; non è un caso che la vita inizi e finisca di solito con la presenza di medici e sacerdoti. L’azione di questi ultimi è essenziale: assistere le persone smarrite, impaurite, confuse, ed assicurare al popolo di Dio il conforto spirituale è insostituibile in quanto non si tratta solo “ di buone parole di speranza” (quelle le possono dare chiunque, anche i non credenti, ci sono addirittura dei n. verdi telefonici per questo). I sacerdoti, infatti, hanno “una marcia e responsabilità” in più: i Sacramenti, che sono le “medicine di grazia” in cui interviene Dio stesso (nella Eucarestia è Lui che prendiamo, nella Confessione è Lui che perdona, attraverso il Sacerdote). Orbene, in questo grave momento tanti speravano che i sacerdoti continuassero nella loro attività sacramentale (cioè di carattere sacro) pur nel rispetto delle norme di sicurezza e distanziamento: se non in chiesa (visti gli esagerati divieti), assistendo a casa almeno le persone che lo richiedevano: “motivi di lavoro” avrebbero potuto scrivere nella autocertificazione, se proprio si fossero voluti attenere alle modalità di legge. Senza però chiedere tanto, molti si aspettavano di vederli in chiesa al primo banco, distanziati, ma presenti in preghiera dinanzi al Santissimo o  a disposizione l’ascolto o per le confessioni (sia pure distanziate, sia pure nella discrezione delle sacrestie) o infine per consegnare l’Eucarestia, magari con la mascherina e ad un fedele per volta.

Si spera che tanti sacerdoti abbiano continuato questa attività, al limite clandestinamente, come i cristiani hanno sempre fatto nella storia quando la legge degli Stati (spesso sbagliate se non persecutorie) violano la superiore legge di Dio che per i cristiani ha ogni precedenza.

Ma in mancanza di Eucarestia, di visite personali in casa, tanti sacerdoti si saranno certamente “attaccati all’elenco telefonico” ed avranno telefonato a tutti i parrocchiani per confortarli, salutarli, pregare con loro, benedirli. Avranno continuato a promuovere incontri con i propri parrocchiani via Skype, o con i propri giovani usando Zoom o altri social; avranno continuato la catechesi dei ragazzi a distanza (visto che essi già sono attrezzati per seguire le lezioni scolastiche in questa modalità),  o ancora avranno guidato preghiere comunitarie a distanza nelle tante possibilità video/audio offerte dai social.  Ognuno potrà valutare le attività promosse nella propria parrocchia. E tutti speriano che la Chiesa in questo difficile periodo “sia stata in uscita e non in ritirata” (come si chiedeva un bravo e noto sacerdote, via social). Questo perché, anche a prescindere “dalla Legge di DIO”, la legge della coscienza se vale per i medici, dovrebbe valere ancor più per i sacerdoti che sono stati “chiamati” da un Altro a questo servizio.

Si dirà: ma sono cose diverse, i medici salvano delle vite umane, i sacerdoti no. Certo, i medici hanno un compito importante e positivo che però -se ci pensiamo- non è quello di “salvare vite”, ma -più modestamente- di aggiungere un po’ di tempo (si spera anni) ad una vita, che comunque è destinata a spegnersi su questa terra; i sacerdoti invece hanno un compito ancora più importante, salvare anche le anime, in vista del loro destino eterno.

Dico “salvare anche le anime” perché i sacerdoti svolgono anche un importante azione terrena, consigliando, ascoltando confessioni e problemi, cercando risposte alla luce della fede (e non solo del buon senso, altrimenti sarebbero più utili gli psicologi). Quante persone chiuse in casa per mesi “hanno dato di matto”,  la depressione crescente, i suicidi, i femminicidi, ecc. dimostrano che il disagio spirituale è ugualmente grave della malattia fisica (anche se i Governi, sempre più laicisti, sembrano dimenticarlo). Speriamo dunque, anzi vorremmo esserne certi, che i sacerdoti (sia pur in incognito ove necessario) non abbiano mai rifiutato – a chi l’ha chiesta – l’Eucarestia, che non è un optional, ma “il principio e culmine della vita cristiana  (Cat. Chiesa Catt. 1324). E’ bene ribadirlo per evitare che ci si abitui all’idea che tutto possa farsi a distanza, per televisione. L’Eucarestia è un “rifornimento di Grazia di Dio”, ha effetti reali, oggettivi e la sua mancanza crea un’oggettiva privazione per il popolo di Dio: è il corpo e sangue di Cristo, è il principale cibo per l’anima del credente, non è sostituibile o comparabile con “nessun’altra materia” nell’intero universo. Altrimenti perché andare a Messa?? (sarebbe meglio abbonarsi a Sky per vederne di spettacolari in Tv?? o – esagerando – sarebbe più efficace organizzare un “servizio Amazon” con  la consegna a domicilio di particole benedette??).  Ecco un’altra bella domanda: Messa sospesa o no? Non voglio alzare barricate perché non stiamo discutendo di un dogma (nessuno contesta l’importanza della messa), ma di una scelta di opportunità tra le ragioni della fede e quelle della legge e della umana prudenza.  In Europa dell’Est i vescovi di alcuni paesi hanno deciso di continuare a celebrare  aumentando il numero delle messe per renderle meno frequentate e rispettare quindi i distanziamenti. Sarà poi un caso che sono i paesi che hanno il minor numero dei contagi in Europa? I dati dimostrano quantomeno, che le messe non sono occasioni di contagio.

 

Coronavirus dati al 01 maggio 2020

Coronavirus dati al 01 maggio 2020

Un domani qualcuno dovrà spiegare perché non si è  presa in considerazione questa soluzione (nemmeno per le regioni italiane con un tasso di contagio minimo). Si dirà: la legge  disponeva il divieto: certo, ma se nessuno propone modalità diverse, se nessuno protesta che i tabacchini siano stati ritenuti più importanti ( e mai chiusi); se tutti si accodano (quasi con un senso di “scampato pericolo”), è chiaro che poi il Governo Italiano fa come crede e sceglie la via più restrittiva (e continua a farlo nonostante le giuste proteste della CEI).

Tanti si chiedono: abbiamo con la nostra tiepidezza di cristiani dilapidato decenni di saggezza e prassi costituzionale sul “diritto di culto” e sull’autonomia tra Chiesa e Stato? Forse ora lo Stato ha “misurato” la in-decisione del suo interlocutore ecclesiale, che dovrà faticare per “riguadagnare il terreno ceduto” perché il potere da sempre ha la tentazione di dominare su tutto, anche sulla Chiesa). Dispiace, infine, riflettere su quante persone sono morte da sole, senza una parola di conforto e di speranza nel momento fondamentale della vita (che, paradossalmente, è quello della morte).  E speriamo che nessuno sia morto con la disperazione nell’anima, fiaccata da notti insonni, dolori, paura per il soffocamento in mancanza di ossigeno. Quanto bene potrebbe aver fatto alle loro anime, la vicinanza del proprio amico-parroco, o la confessione con assoluzione (anche se in alcuni casi solo con lo sguardo)? Quanto bene spirituale da un accompagnamento nel passo decisivo e terribile della morte? E se dei semplici infermieri, hanno fatto un segno di croce o una preghiera (bardati di tutto punto), quanto di meglio avrebbero potuto fare i sacerdoti in prima linea? Tanti lo hanno fatto sicuramente, onore e ringraziamento ai cappellani ospedalieri, ai sacerdoti che hanno continuato a celebrare ovunque o a percorrere le vie del paese con una croce o la statua della Vergine o del santo patrono, accompagnati nella preghiera dai fedeli alle finestre o nei cortili… (e sono stati anche multati per questo, o addirittura sono stati ripresi da chi avrebbe dovuto difenderli). Queste riflessioni non vogliono essere un giudizio per nessuno, in quanto tutti dovremmo interrogarci prima di tutto sul nostro agire e tutti dovremmo avere sempre stima per chi -come i sacerdoti o i religiosi consacrati- sceglie Cristo prima di ogni altra cosa. Queste semplici constatazioni  vorrebbero semplicemente essere una riflessione per aiutarci a comprendere meglio il valore “sacro” della vita ed i sacrifici a cui siamo disposti per difenderla. Infatti se in medicina si sceglie il “criterio di precauzione” e nel dubbio si usa il mezzo più restrittivo (es. il nostro distanziamento sociale eccessivamente uguale anche in regioni meno contagiate), perché non usare l’identico “principio di precauzione” anche per la nostra vita spirituale?

Lo scienziato-filosofo Pascal, da buon matematico aveva ben intuito che la nostra limitata intelligenza non avrebbe mai compreso il mistero della esistenza e del rapporto con Dio, ma da ottimo calcolatore (inventò la prima macchina meccanica antesignana dei computer, detta “la Pascalina”), al posto di abbandonare “la questione DIO”, invita a scommettere su di Lui, sulla Sua  esistenza e sui suoi insegnamenti affermando: “se Dio non c’è non avremo perso niente, ma se Dio c’è, avremo vinto tutto” (“un vero principio di precauzione”: la famosa scommessa di Pascal).
Nel profondo infatti, tutti sentiamo (o speriamo) che la vita non è solo quella terrena (ed anche quella purtroppo finisce presto…); allora se consideriamo la vita nella sua interezza – e non solo nel segmento che conosciamo – la fede non appare più un optional, ma luce che illumina l’enormità della posta in gioco: non solo questo tratto di vita, ma tutto ciò che ci aspetta dopo…
In pace




Ricominciano le celebrazioni eucaristiche in tutta la Germania – ma le voci più critiche vengono dalla Chiesa stessa…

Pian piano, in Germania si torna a permettere le celebrazioni religiose, naturalmente con le necessarie precauzioni: per esempio in Renania del Nord/Westfalia dal 1° maggio e in Baviera dal 4 maggio. Ma proprio dalle fila dei cattolici tedeschi si alzano voci contrarie a questa “fretta”. I soliti noti.

 

vescovo Ulrich Neymeyr

Mons. Ulrich Neymeyr, vescovo

 

di Alessandra Carboni Riehn

 

Spiace dirlo, ma tra i primi si distingue il vescovo di Erfurt, una bella città storica della Turingia (ex DDR) in cui il Cattolicesimo vive una situazione di diaspora e si trova in assoluta minoranza rispetto alla gran parte della popolazione che è priva di confessione religiosa o protestante (ca. 14.000 cattolici contro 31.000 protestanti e 152.000 senza confessione religiosa, dati aggiornati al 2011). Con riferimento agli “allentamenti” delle restrizioni del culto, il vescovo Ulrich Neymeyr ha scritto ai suoi collaboratori pastorali: “È giunta l’ora di smetterla di essere fissati con l’Eucarestia e di comunicare il valore di altre forme liturgiche”. Questo sarebbe il compito da affrontare nel periodo che seguirà alla pandemia. Con tale osservazione Neymeyr si riallaccia a quanto espresso dalla facoltà teologica di Erfurt, che aveva esortato a considerare una rinuncia alla celebrazione eucaristica. Il teologo Dominique-Marcel Kosack aveva chiesto infatti di scegliere forme di celebrazione “che nelle attuali condizioni permettano in modo adeguato la preghiera comune e l’annuncio cristiano”. Per esempio, celebrazioni liturgiche senza Eucarestia, liturgia delle ore e meditazioni, durante le quali “sarebbe possibile evitare che risultino troppo dominanti le limitazioni nei contatti”.

Benedikt Kranemann, liturgista, approva e spiega come nelle settimane scorse “si siano sviluppati e sperimentati diversi formati creativi di celebrazione, che con l’allentamento del divieto di celebrazioni religiose pubbliche non dovrebbero finire nel dimenticatoio”. Lamenta inoltre come si discuta troppo poco di come rafforzare simili alternative e rendere stabile la pluralità, mentre i responsabili della Chiesa premerebbero molto “per tornare quanto prima possibile all’Eucarestia”.

Detto in soldoni quindi così stanno le cose: non pare bello dover fare attenzione quando si prende la particola, è tutto troppo complicato e opprimente. Come risolviamo il problema? Togliamo l’Eucarestia. Non si lotta da anni in Germania per far accedere al sacramento dell’Eucarestia anche i divorziati risposati e via dicendo? E ora non è più importante? Ora l’estetica e la sensazione opprimente della mascherina e del disinfettante hanno la meglio sul desiderio di partecipare del corpo di Cristo? Ma allora tutta la liturgia che cos’è? Un simbolo, nulla di più? Chi crede ancora che Cristo sia presente nel pane e nel vino? Se questo non c’è più, se questa fede non esiste più, allora si può partecipare alla messa in streaming anche dopo la pandemia. D’altro canto nella chiesa protestante, che ai tempi di Lutero neanche si sognava di allentare il precetto domenicale, la partecipazione del popolo alla liturgia eucaristica è talmente ridotta che la domenica mattina la “messa” protestante è “con rievocazione dell’ultima cena” solo una volta al mese – se va bene. È un optional. E comunque la chiesa è vuota. Perché, se non c’è Dio, che ci vado a fare?

Non stupisce quindi che nella stessa direzione si esprimano le cattoliche femministe riformiste del movimento Maria 2.0, che già avevano fatto parlare di sé con lo “sciopero” della messa nel 2019 per richiamare l’attenzione sul mancante riconoscimento ufficiale del ruolo delle donne nelle comunità parrocchiali tedesche in termini di “cariche ecclesiastiche” (mirando da ultimo al sacerdozio femminile). Sul portale ufficiale della Chiesa Cattolica Tedesca (katholisch.de) è apparso il 27 aprile un articolo intitolato “Maria 2.0: le messe pubbliche sono contro il comandamento dell’amore al prossimo”. Solo alcuni estratti: “Siamo convinte che il nucleo della nostra fede sia contenuto nel duplice comandamento dell’amore di Gesù.” In questa fase di pandemia l’amore a Dio si dimostrerebbe nella cura e responsabilità verso il prossimo. “E al momento questo per molti di noi significa: rinunciare”. Perché soprattutto i più anziani andrebbero subito a messa e metterebbero a rischio la loro salute. Messe con un numero contingentato di fedeli comporterebbero per alcuni la sensazione di essere esclusi e rifiutati, invece che parte di una comunità. Inoltre in questi tempi tutta la società sarebbe costretta a fare sacrifici. “Darebbe un segnale solidale una Chiesa che resistesse al fianco delle persone e sopportasse con loro questo tempo di rinuncia”, dice la lettera aperta del movimento. Concludendo che sarebbe meglio che i preti andassero davanti agli ospizi (chiusi ai visitatori da settimane) a pregare con il megafono piuttosto che misurare col metro la distanza tra i posti a sedere in chiesa per definire il numero e la posizione dei credenti durante la celebrazione eucaristica.

Tutte cose ragionevoli, per carità. Perché comunque un rischio residuo esiste. L’unica cosa sicura al 100% è chiudersi in casa e non vedere nessuno per altri due mesi. Ma siamo sicuri che sia la cosa giusta? Perfino in Germania, dove davvero la frequenza domenicale dei cattolici negli ultimi 30 anni è crollata a un minimo storico, la gente chiede a gran voce di poter tornare a pregare insieme nella celebrazione eucaristica. Finalmente in tutta la Baviera da lunedì 4 maggio sarà di nuovo permesso tornare a celebrare insieme la messa. Un segno che a me pare bellissimo e mette a tacere tante discussioni oziose. Nella diocesi di Ratisbona, che era stata insieme a Passau l’ultima a sospendere le celebrazioni, nella piccola città di Eschenbach la prima messa coram populo sarà celebrata lunedì 4 maggio alle 00:05, quindi pochi minuti dopo la mezzanotte. Questo sì che è cattolicesimo.

 

 




Suor Gloria Riva: Dalla libertà del ’68 alla fede vissuta in un convento

Il ’68, la libertà, la passione, l’incidente, la conversione, la fede, l’arte, l’adorazione, il convento….la storia appassionante dell’amica suor Gloria Riva.

video

 

 

 




“Nessuno è più efficace della Vergine per unire gli uomini a Gesù”

Sandro Botticelli- Madonna del libro

Sandro Botticelli- Madonna del libro

“Nessuno è più efficace della Vergine
per unire gli uomini a Gesù.
Se, infatti, secondo la dottrina del Divino Maestro:
«La vita eterna consiste nel conoscere Te
che sei l’unico, il vero Dio
e Colui che hai inviato, Gesù Cristo»,
come noi giungiamo attraverso Maria
a conoscere Gesù Cristo,
cosi pure attraverso Lei
ci è più facile ottenere quella vita
di cui Egli è il principio e la fonte.”

 

(Pio X – Enciclica Ad  Diem Illum Laetissimum – 1904 )