La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti aggiorna il decreto del 19 marzo 2020 su Palme e Triduo pasquale

Considerato il rapido evolversi della pandemia da Covid-19 e tenendo conto delle osservazioni pervenute dalle Conferenze Episcopali,  la Congregazione offre un aggiornamento alle indicazioni generali e ai suggerimenti già dati ai Vescovi nel precedente decreto del 19 marzo 2020.

Sala Stampa Vaticana simbolo

 

 

DECRETO

In tempo di Covid-19 (II)

 

Considerato il rapido evolversi della pandemia da Covid-19 e tenendo conto delle osservazioni pervenute dalle Conferenze Episcopali, questa Congregazione offre un aggiornamento alle indicazioni generali e ai suggerimenti già dati ai Vescovi nel precedente decreto del 19 marzo 2020.

Dal momento che la data della Pasqua non può essere trasferita, nei paesi colpiti dalla malattia, dove sono previste restrizioni circa gli assembramenti e i movimenti delle persone, i Vescovi e i Presbiteri celebrino i riti della Settimana Santa senza concorso di popolo e in luogo adatto, evitando la concelebrazione e omettendo lo scambio della pace.

I fedeli siano avvisati dell’ora d’inizio delle celebrazioni in modo che possano unirsi in preghiera nelle proprie abitazioni. Potranno essere di aiuto i mezzi di comunicazione telematica in diretta, non registrata. In ogni caso rimane importante dedicare un congruo tempo alla preghiera, valorizzando soprattutto la Liturgia Horarum.

Le Conferenze Episcopali e le singole diocesi non manchino di offrire sussidi per aiutare la preghiera familiare e personale.

1 – Domenica della Palme. La Commemorazione dell’Ingresso del Signore a Gerusalemme si celebri all’interno dell’edificio sacro; nelle chiese Cattedrali si adotti la seconda forma prevista dal Messale Romano, nelle chiese Parrocchiali e negli altri luoghi la terza.

2 – Messa crismale. Valutando il caso concreto nei diversi Paesi, le Conferenze Episcopali potranno dare indicazioni circa un eventuale trasferimento ad altra data.

3 – Giovedì Santo. La lavanda dei piedi, già facoltativa, si ometta. Al termine della Messa nella Cena del Signore si ometta anche la processione e il Santissimo Sacramento si custodisca nel tabernacolo. In questo giorno si concede eccezionalmente ai Presbiteri la facoltà di celebrare la Messa senza concorso di popolo, in luogo adatto.

4 – Venerdì Santo. Nella preghiera universale i Vescovi avranno cura di predisporre una speciale intenzione per chi si trova in situazione di smarrimento, i malati, i defunti, (cf. Missale Romanum). L’atto di adorazione alla Croce mediante il bacio sia limitato al solo celebrante.

5 – Veglia Pasquale. Si celebri esclusivamente nelle chiese Cattedrali e Parrocchiali. Per la liturgia battesimale, si mantenga solo il rinnovo delle promesse battesimali (cf. Missale Romanum).

Per i seminari, i collegi sacerdotali, i monasteri e le comunità religiose ci si attenga alle indicazioni del presente Decreto.

Le espressioni della pietà popolare e le processioni che arricchiscono i giorni della Settimana Santa e del Triduo Pasquale, a giudizio del Vescovo diocesano, potranno essere trasferite in altri giorni convenienti, ad esempio il 14 e 15 settembre.

De mandato Summi Pontificis pro hoc tantum anno 2020.

Dalla Sede della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 25 marzo 2020, solennità dell’Annunciazione del Signore.

Robert Card. Sarah
Prefetto

✠ Arthur Roche
Arcivescovo Segretario

 




La trasmissione di TGR Leonardo del 16/11/2015 di quale virus parlava?

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Da un servizio dell’ANSA: “Scienziati cinesi creano un supervirus polmonare da pipistrelli e topi. Serve solo per motivi di studio ma sono tante le proteste”. Comincia così il servizio del Tg3 Leonardo del 16 novembre 2015; l’introduzione di copertina si conclude con una domanda: “Vale la pena rischiare?”. “E’ un esperimento certo ma preoccupa tanti scienziati – un gruppo di ricercatori cinesi innesta una proteina presa dai pipistrelli sul virus della Sars, la polmonite acuta, ricavato da topi. E ne esce un supervirus che potrebbe colpire l’uomo”.   “Resta chiuso nei laboratori, ovvio. Serve solo per motivi di studio; ma vale la pena correre il rischio, creare una minaccia così grande solo per poterla esaminare”, viene detto in studio dopo la sigla e prima di lanciare il servizio di Maurizio Menicucci. “Vecchio quanto la scienza il dibattito sui rischi della ricerca – viene spiegato nel video – in fondo è il mito di Icaro che cade per avere sfiorato il sole con le ali di cera progettate dal padre Dedalo. Lo rilancia un esperimento realizzato in Cina, dove un gruppo di studiosi è riuscito a sviluppare una chimera, un organismo modificato innestando la proteina superficiale di un coronavirus trovato nei pipistrelli della specie piuttosto comune, detta ‘naso a ferro di cavallo’, su un virus che provoca la Sars, la polmonite acuta, anche se in forma non mortale nei topi si sospettava che la proteina potesse rendere l’ibrido adatto a colpire l’uomo, e l’esperimento lo ha confermato”.

“E’ proprio questa molecola, detta SHCO14 – prosegue il servizio – che permette al coronavirus di attaccarsi alle nostre cellule respiratorie, scatenando la sindrome. Secondo i ricercatori inoltre l’organismo, quello originale, e a maggior ragione quello ingegnerizzato, può contagiare l’uomo direttamente dai pipistrelli, senza passare per una specie intermedia come il topo. Ed è appunto questa eventualità a sollevare molte polemiche. Proprio un anno fa il governo Usa aveva sospeso i finanziamenti alle ricerche che puntavano a rendere i virus più contagiosi ma la moratoria non aveva fermato il lavoro dei cinesi sulla Sars che era già in fase avanzata e si riteneva non così pericoloso; secondo una parte del mondo scientifico infatti non lo è: le probabilità che il virus passi alla nostra specie sarebbero irrilevanti rispetto ai benefici. Un ragionamento che molti altri esperti bocciano. Primo, perché il rapporto tra rischio e beneficio è difficile da valutare, e poi perché specie di questi tempi è più prudente non mettere in circolazione organismi che possano sfuggire o essere sottratti al controllo dei laboratori”.

“L’ultima scemenza e’ la derivazione del coronavirus da un esperimento di laboratorio. Tranquilli, e’ naturale al 100%, purtroppo”. Lo spiega il virologo Roberto Burioni che sui suoi profili social replica alla preoccupazioni nate per la circolazione di un servizio della trasmissione Leonardo dedicato nel 2015 alla nascita di un virus chimera da laboratorio, una vicenda che ha acceso nuove preoccupazioni sull’origine del coronavirus pandemico, smentite gia’ da diversi studi. L’ultimo, ricorda Burioni all’ANSA e’ quello uscito lo scorso 17 marzo su Nature Medicine “nel quale c’e’ scritto che le analisi eseguite mostrano chiaramente che il virus non e’ costruito in laboratorio. Basta con le fake”.

Conte: ‘Ho referenze che non è così’ – “Non ho visto il servizio, ma ho referenze che non è così”. Lo dice il premier Giuseppe Conte rispondendo, mentre lascia l’Aula della Camera, a chi gli chiede dell’ipotesi che coronavirus sia stato creato in laboratorio dopo la diffusione di un servizio del Tg Leonardo del 2015.

Salvini, Conte-Di Maio chiariscano su virus 2015  – “Incredibile!!! Da Tgr Leonardo (Rai Tre) del 16.11.2015 servizio su un supervirus polmonare Coronavirus creato dai cinesi con pipistrelli e topi, pericolosissimo per l’uomo (con annesse preoccupazioni). Dalla Lega interrogazione urgente al presidente del Consiglio e al Ministro degli Esteri”. Lo scrive sulla propria pagina Facebook, il leader della Lega, Matteo Salvini.

Casarin, servizio Tgr Leonardo ripreso da Nature – “Il servizio del 16 novembre 2015 andato in onda nella rubrica “Leonardo” della TgR è tratto da una pubblicazione della rivista Nature”. Lo fa sapere il direttore della testata regionale Rai, Alessandro Casarin, che spiega: “Proprio tre giorni fa la stessa rivista ha chiarito che il virus di cui parla il servizio, creato in laboratorio, non ha alcuna relazione con il virus naturale Covid-19”.

Capua,virus deriva da serbatoio selvatico – “Il Covid-19 è un virus che deriva dal serbatoio selvatico. Non sappiamo ancora quante specie animali abbia colpito prima di arrivare all’uomo. Vorrei dire ai complottisti che il codice a barre, la sequenza, di quel virus di cui si parla nel TgrLeonardo, è parte integrante della pubblicazione”. Lo ha detto al Tg1 delle 20.00 la virologa Ilaria Capua che dirige l’One Health Center of Excellence, all’Università della Florida, in merito alle polemiche nate da un servizio del Tg Leonardo del 2015. La trasmissione parlava di un pericoloso supervirus creato in Cina. “Quindi – ha detto Capua al Tg1 – se il Covid-19 fosse stato vicino a quel virus lì lo avremmo saputo subito il giorno dopo”.

 




A proposito delle “raccomandazioni di etica clinica” della SIAARTI

Ricevo da un caro amico il  comunicato della Unione Giuristi Cattolici Italiani, sezione locale di Genova “Ettore Vernazza”, e volentieri pubblico. Il comunicato si riferisce al documento diffuso dalla SIAARTI intitolato: “Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili” nella versione del 6 marzo scorso. Un riferimento alle raccomandazioni la trovate qui. La SIAARTI  è la Società Scientifica degli Anestesisti Rianimatori.

 

Coronavirus e medici

 

Il primo e fondamentale diritto, quello alla vita,

                                                                                                                 non è subordinato ad alcuna restrizione.

                                                                                                                                                                    Papa Francesco                                                                                                                                                                                              

 

Abbiamo letto con grande stupore e ci ha destato estrema apprensione il documento diffuso dalla SIAARTI intitolato: “Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili”, che definisce i criteri di scelta per l’ammissione alle terapie intensive in seguito alla situazione determinata dal COVID-19.

Scopo dichiarato del documento è:   A) Sollevare i clinici da una parte delle responsabilità nelle scelte;  B) Rendere espliciti i criteri di allocazione delle risorse in una condizione di una loro straordinaria scarsità.

Le raccomandazioni che discendono da queste premesse stabiliscono che:  a) Un aumento straordinario di letti intensivi non garantirebbe cure adeguate ai singoli pazienti e distoglierebbe risorse, attenzione ed energie ai restanti pazienti ricoverati  nelle Terapie Intensive;  b) Può rendersi necessario porre un limite d’età all’ingresso in Terapia Intensiva sulla base del principio di probabilità di sopravvivenza e di anni di vita salvata.

Sorprendono le motivazioni contrarie ad un aumento della dotazione di posti letto, di cui si riconosce la scarsità, in quanto si rivelerebbe di danno sia per i nuovi ingressi che per i pazienti già ricoverati nei reparti di Terapia Intensiva. E’ appena il caso di ricordare che in Italia i posti letto di Terapia Intensiva sono complessivamente 5.090 (8,4 x 100.000 ab.), mentre sono 25.000 in Germania (30 x 100.000 ab.)  equivalenti ad una dotazione superiore di circa tre volte e mezza.

Allorché si fa riferimento ad “una condizione di straordinaria scarsità delle risorse sanitarie” come causa di difficoltà nella loro allocazione occorre tener presente che tale scarsità è conseguenza di scelte della programmazione e della macroallocazione ed è proprio in questa direzione che dovrebbero essere rivolte adeguate “raccomandazioni di etica”. Infatti, per effetto delle continue revisioni al ribasso del finanziamento pubblico della sanità  l’Italia si attesta sotto la media OCSE e precede solo i Paesi dell’Europa orientale.

Stupisce e lascia increduli, quasi nella speranza di una fake news, l’autorizzazione a “porre un limite di età all’ingresso in  Terapia Intensiva sulla base del principio di probabilità di sopravvivenza e di anni di vita salvata”. In questo momento di grande emergenza, comunicati di questo tipo contribuiscono a creare ulteriore sconcerto ed è inammissibile che un documento che subordina l’etica clinica a principi di razionamento venga redatto al di fuori di un Comitato Etico legalmente costituito. Ricordiamo che i principi e le regole a cui il medico deve uniformare la sua condotta professionale sono quelli previsti dal Codice di Deontologia Medica che all’Art.6 stabilisce: “Il Medico persegue l’uso ottimale delle risorse pubbliche e private salvaguardando l’efficacia, la sicurezza e l’umanizzazione dei servizi, contrastando ogni forma di discriminazione nell’accesso alle cure”.  Ricordiamo inoltre l’ Art. 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo ed interesse della collettività”.  Ricordiamo altresì la legge 833/1978 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale (Art.1 – Principi): “Il SSN è costituito dal complesso dei servizi destinato alla prevenzione, mantenimento e recupero della salute di tutta la popolazione senza distinzioni individuali e sociali  e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini nei confronti del Servizio”.

Siamo consapevoli dell’enorme sforzo e della tensione senza precedenti a cui sono attualmente sottoposti tutti i medici in prima linea, e soprattutto i medici delle Terapie Intensive, per le condizioni in cui svolgono la loro attività e per i gravi rischi ad esse connessi. Sono 14 ad oggi i  caduti, vittime del contagio, medici ospedalieri e medici di medicina generale. Queste doverose considerazioni unite al profondo rispetto per l’attività svolta dai Medici di Terapia Intensiva non possono tuttavia esimerci  dall’esprimere il nostro dissenso più totale dalle “Raccomandazioni” di SIAARTI che vorremmo pensare come dettate da uno stato di grave stress lavorativo, assolutamente comprensibile. Anzi, è proprio il sacrificio quotidiano del personale sanitario a rafforzare il nostro convincimento in difesa del diritto alla salute e della dignità della vita umana, anche di quelle più deboli. Auspichiamo quindi che il Gruppo di Lavoro sia al più presto in grado di ripensare il documento prima che se ne debba vedere l’applicazione, anche da parte di seguaci che si stanno rapidamente apprestando a comparire, e ci si veda costretti a prendere atto delle dolorose conseguenze.

 

Unione Giuristi Cattolici Italiani

      (Unione Locale di Genova “Ettore Vernazza”)

   Il Consiglio Direttivo

 

 




Coronavirus, «forse il più grande peccato del mondo oggi è che gli uomini hanno cominciato a perdere il senso del peccato»

Coronavirus (fonte ANSA)

Coronavirus (fonte ANSA)

 

 

di Gianfranco Amato

 

Non sono pochi gli uomini di Chiesa che in questo momento stanno pregando perché gli scienziati trovino presto un vaccino contro il coronavirus responsabile della pandemica di Covid-19.

Ma se la preghiera si limitasse a questo sarebbe davvero un problema dal punto di vista della fede. Mi faceva notare un sacerdote che se anche la scienza trovasse il vaccino e continuassimo poi a commettere peccati, sorgerebbero altre pandemie peggiori, come ha dimostrato il segreto di Fatima sulla profezia della seconda guerra mondiale.

Il vero problema, forse, è la salvezza della nostra anima, cosa che molti cattolici oggi tendono a dimenticare. Rischiamo davvero di percorrere un binario morto se, come credenti, ci limitassimo a pregare Dio unicamente perché fermi il coronavirus.

Certo, la prima, immediata, istintiva invocazione d’aiuto che il cuore dell’uomo riesce a gridare in una situazione d’emergenza è quella di salvare la vita. È quella di chiedere a Dio che si trovi un modo per fermare la pandemia che sta flagellando il mondo interno. Ma non può essere solo quello. Come ha recentemente ricordato mons. Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, il termine latino “salus” significa salute, nel senso sanitario del termine, e significa anche salvezza, nel senso etico-spirituale e soprattutto religioso; l’attuale esperienza del coronavirus testimonia ancora una volta che i due significati sono interconnessi. Per questo non si deve dimenticare l’importanza di salvare l’anima oltre che il corpo.

E dire che i cristiani conoscono benissimo il monito del loro Maestro: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?» (Mt 16, 25-26).

Parafrasando le parole di Gesù Cristo potremmo chiederci cosa serve all’uomo trovare il vaccino contro il coronavirus per salvare il proprio corpo, se poi perde l’anima?

Il punto è che l’uomo moderno ha perso di vista questa prospettiva, perché ha smarrito il senso del peccato.

Lo aveva lucidamente preconizzato uno dei più grandi Papi del XX secolo, Pio XII, quando il 26 ottobre 1946 nel radiomessaggio trasmesso a conclusione del Congresso Catechetico degli Stati Uniti, tenutosi a Boston, annunciò che «forse il più grande peccato del mondo oggi è che gli uomini hanno cominciato a perdere il senso del peccato». (Discorsi e Radiomessaggi, VIII, p. 288). Nel XXI secolo, possiamo tranquillamente dire che quel senso è stato definitivamente perso. L’uomo del nostro tempo vive una sorta di “anestesia della coscienza”. Ha forse ancora un vago senso di colpa, un complesso di colpevolezza ma non è più il senso del peccato. Tutto ciò perché è sparito Dio dall’orizzonte della società

È il peccato, non il coronavirus, a produrre l’unica vera infezione che dobbiamo temere, ossia quella che uccide l’anima. E questa infezione, oggi, si propaga anche attraverso le leggi inique e contrarie ai comandamenti di Dio, che gli uomini ostentano come conquiste della modernità, o attraverso quelli che alcuni clerici amano definire «aggiornamenti pastorali-dottrinali esigiti da una fede al passo con i tempi».

Ecco perché il vero vaccino occorre trovarlo innanzitutto contro le leggi inique, che gridano vendetta al cospetto di Dio, come quelle sull’aborto, sull’eutanasia, sulla fecondazione artificiale, sulle norme per combattere la cosiddetta “omofobia”, sull’ideologia gender.

Se i cristiani non capiscono questo o, peggio, approvano leggi inique, se non sono più capaci di reagire di fronte alle sempre più numerose manifestazioni blasfeme e sacrileghe, se peccano spensieratamente di idolatria, se affermano che non è più peccato mortale il sesto comandamento, come neanche tralasciare il precetto festivo, se ammettono la convivenza more uxorio, il divorzio, se sostengono che non si debba più parlare di peccato, ma solo di “complicazioni”, beh, allora non devono poi stupirsi se Dio risponde loro che non può aiutarli, e se intorno ad essi non resta altro se non quello che il Profeta Daniele definiva l’«abominio della desolazione».

Eppure, i cristiani conoscono il monito di Gesù: «Va e d’ora in poi non peccare più!» (Gv 8, 11).

Se si perde la consapevolezza del peccato, si riduce tutto ad una dimensione materiale, e la morte fisica terrorizza più della morte spirituale. È quello che si vede accadere in questi giorni di pandemia, anche, purtroppo, tra tanti cristiani. Ma se questi non sanno più testimoniare la differenza a cosa servono? Rischiano di diventare come l’evangelico «sale insipido», che non serve a nulla «nisi ut mittatur foras et conculcetur ab hominibus» (Mt 5, 13).

Quando il Figlio dell’Uomo tornerà sulla terra troverà ancora la fede? I cristiani devono avere sempre presente questa domanda, consapevoli dell’immensa responsabilità che essi hanno di tenere viva la fiamma della Verità fino al ritorno di Cristo.

Anni fa, mons. Luigi Giussani ha voluto recuperare gran parte della letteratura cattolica censurata dall’egemonia marxista che dal dopoguerra domina incontrastata il panorama culturale italiano. Giussani convinse la casa editrice BUR ad istituire una Collana denominata I libri dello spirito cristiano. Tra le varie perle ve n’è una che ho letto con piacere: il romanzo Morte, dov’è la tua vittoria? dello scrittore cattolico Henri Daniel-Rops (1901-1965), accademico di Francia. In quel romanzo Daniel-Rops faceva dire a uno dei suoi personaggi, l’abate Pérouze, queste parole: «La sola vita è quella che ci viene dalla lotta per la nostra anima (…). Gli uomini di oggi disprezzano questa verità (…), hanno bandito il peccato dalla loro vita e dai loro libri, e per questo sono finiti in un fiume fangoso in cui, senza saperlo, annaspano e affogano».

Speriamo che tutti, credenti e non, nelle drammatiche circostanze imposte dall’emergenza pandemica del Covid-19, possano recuperare la coscienza della necessità di riconoscersi umilmente peccatori, per poter salvare l’anima prima ancora del corpo.

 




L’immenso contagio e la durezza dei nostri cuori. Segno dei tempi e invito alla conversione?

 

E’ indubbio che questo contagio globale, questa pandemia, sta toccando profondamente il nostro essere, il nostro cuore, le nostre sicurezze, le nostre capacità anche scientifiche di dominare il mondo. E’ naturale che tantissime persone di fede si pongano la domanda se questa drammatica situazione si possa e si debba leggere come un segno di Dio, come un suo ammonimento, andando così oltre la cornice scientifica che riduce il tutto ad un semplice fenomeno naturale, per quanto gigantesco. La situazione è così drammatica che persino atei professi, medici e infermieri, dinanzi alla lancinante esperienza del limite hanno ritrovato la fede in Dio. 

E se questo dramma è inquadrabile nell’alveo dell’ammonimento di Dio, allora la situazione chiama in causa il nostro peccato, il peccato nella Chiesa. A tal proposito, mi viene in mente la celebre frase del drammaturgo statunitense T.S. Eliot, tante volte ripetuta da don Luigi Giussani, che dice: 

 “È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?”

Don Giussani, in una intervista video per i 50 anni di Comunione e Liberazione, rispose: «Tutti e due, tutte e due, perché innanzitutto è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa, perché se io ho bisogno di una cosa, le corro dietro, se quella cosa va via. Nessuno correva dietro».

Domanda: E la Chiesa quando ha abbandonato l’umanità?

Don Giussani: «La Chiesa ha cominciato a abbandonare l’umanità secondo me, secondo noi, perché ha dimenticato chi era Cristo, non ha poggiato su… ha avuto vergogna di Cristo, di dire chi è Cristo».

Mons. Nicola Bux, teologo, con questo suo intervento affronta questa domanda di senso che l’angosciante pandemia ci spinge inesorabilmente a porci. 

Data la densità dei contenuti, presento la lectio di Bux sia in video sia per iscritto in modo che possa essere meglio riflettuta e approfondita.

 

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IL CASTIGO PROVVIDENZIALE CHE CI SALVA

 

di Nicola Bux

 

Limite

Nell’aggravarsi della crisi della civiltà occidentale, si erge il grande interrogativo: Cos’è l’uomo di fronte alla presunzione di superare il proprio stesso limite, combinando le armi della scienza e del diritto? Appare evidente come la chiave di volta del discorso sull’uomo è il confine della sua libertà. Un confine da non circoscrivere all’ambito della fede, ma da ricercare – secondo l’invito di Pascal a vivere “come se Dio esistesse”, rilanciato da Ratzinger ai non credenti – nella verità iscritta nel cuore di ogni uomo e nelle leggi immutabili del diritto naturale. Difendere la persona e la sua autentica libertà, è un imperativo categorico per chiunque abbia a cuore le sorti dell’Occidente e dell’umanità (cfr C.Ruini-G.Quagliariello, Un’altra libertà. Contro i nuovi profeti del paradiso in terra, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, p.7-9).

Possiamo leggere questo contagio come “un segno dei tempi”, nel senso innanzitutto di ammonimento al mondo: tanti abbracci e tanti rapporti, anche contro natura, dai quali, ora, come pena del contrappasso, bisogna astenersi. Abbiamo sfidato le leggi naturali e commesso i “peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio”. Che dire dell’infedeltà e dell’indifferenza, di quanti vivono nell’ateismo pratico, e postulano la natura emancipata da Dio! E poi adultèri, aborti, divorzi.  Abbiamo conculcato i diritti di Dio e messo al loro posto quelli dell’uomo. Che cosa sta sotto? Mi allaccio alla conclusione del recente intervento del prof. Stefano Fontana: “Purtroppo la secolarizzazione ci ha abituato a pensare ogni livello come autonomo: la tecnica autonoma dalla scienza, la scienza autonoma dalla politica, la politica autonoma dall’etica, l’etica autonoma dalla religione…Ogni gradino sarebbe in grado di raggiungere autonomamente i propri fini, e sostenere il contrario sarebbe integralismo. Ma il Fine ultimo non è l’ultimo gradino di una scala che semplicemente si aggiunge ai precedenti, esso coincide invece col Principio. Nessun gradino intermedio può farcela da solo: “Senza di me non potete far nulla” (La messa è essenziale per il bene comune, La NBQ 09.03.2020). Mi ha rammentato quanto diceva Don Giussani: Dio c’entra con la matematica. Ebbe ad affermarlo anche Benedetto XVI in un discorso ai giovani della diocesi di Roma. Ritornando al discorso di Fontana, viene in mente un passaggio dibattuto della Gaudium et spes sull’autonomia delle realtà temporali: se con tale espressione “si intende che le cose create non dipendono da Dio, che l’uomo può adoperarle senza riferirle al Creatore, allora tutti quelli che credono in Dio avvertono quanto false siano tali opinioni. La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce” (36). Si deve applicare questa convinzione alla concezione ecologista oggi diffusa, che il creato vada a ramengo se non interviene l’uomo; questo è contro l’insegnamento della Rivelazione, suffragato da tanti padri e dottori, si pensi solo a Clemente, Atanasio e Tommaso.

 

Ammonimento

 

Ma, questo contagio è anche un ammonimento agli uomini di Chiesa, che, in nome del “cambio di paradigma”, subordinano l’insegnamento di Cristo alla realtà del mondo; dicono di non capire i principi non negoziabili; ritengono l’in-equità e non il peccato, la radice dei mali sociali; hanno permesso la sceneggiata gnostica e neopagana sulla facciata di san Pietro; hanno abbandonato la missione del Vangelo e la necessità della conversione, in favore del dialogo compiacente con le religioni, il Dio cattolico per il Dio unico; hanno presentato Lutero come medicina per la Chiesa; avallato la morale di situazione al posto dei principi morali. In una parola, col cambio di paradigma si sono conformati alla mentalità mondana. In verità, sin dalle origini del cristianesimo, alle comunità cristiane, circondate da costumi non certo sobri, simili agli attuali, non importava scendere a patti con la mentalità corrente. Al contrario, ai Padri, stava a cuore differenziarsi in modo netto dagli atteggiamenti propri del paganesimo. Quel mondo, così lontano dagli ideali evangelici, non è destinatario di comprensione e non va blandito, ma sfidato. Invece, i documenti pastorali parlano spesso di sfide, ma poi non le affrontano e cedono al mondo, al suo pragmatismo. Ma nel recente sinodo, invece di promuovere le vocazioni sacerdotali e il celibato, stavamo varando i viri probati e immaginando nuovi ministeri per la donna, la conversione ecologica invece che quella del cuore, l’economia globale invece di quella della salvezza, una chiesa sinodale invece che quella voluta da Gesù Cristo, gerarchicamente ordinata, fino a mutare le formule sacramentali e il Pater noster, ritenendo che Dio, per il nostro bene, non possa introdurci nella prova.

Il virus ha vanificato tutto. Ora il papa, così preoccupato del pueblo, è rimasto senza popolo; i preti, così inebriati di partecipazione, sono senza fedeli; i fedeli, così abituati alle liturgie comunitarie, soffrono l’abbandono, per non essere stati addestrati all’adorazione, al raccoglimento in ginocchio, alla preghiera personale, fatta nel segreto, dove il Padre solo ci vede. Al tempo dell’asiatica (1969) e del colera (1973) eravamo ancora abituati. In sostanza, abbiamo voluto esaltare il corpo ecclesiale, non preoccupandoci delle singole membra; oggi non sappiamo pregare personalmente; stiamo fisicamente nella liturgia, ma ciascuno né riceve, né dà alcunché. Le chiese sono desolate, fedeli e pastori come esiliati.

Un prelato tedesco disse qualche mese fa, forse inconsapevolmente: “nulla sarà come prima”. Nel dibattito sul sinodo sull’Amazzonia, si sono ridotti il celibato e la liturgia a questioni interne alla Chiesa, dimenticando che essi hanno finalità missionaria, sono rivolti al mondo affinché riceva efficacemente l’annuncio del Vangelo. Abbiamo parlato a iosa di “parola di Dio” e dimenticato di aggiungere che in essa c’è la Rivelazione del Dio vivente. Ci è piaciuto rimuovere il Crocifisso dal centro delle nostre chiese, ancor più il tabernacolo del Santissimo, e sostituirli frettolosamente col Risorto e con la sede del celebrante. Sicuramente, dopo questa piaga, per chi avrà occhi per vedere, orecchi per udire, cuore per pensare, nella Chiesa e nel mondo nulla sarà come prima. Il Signore ha mostrato altre vie!

 

Duecento anni?

 

Sembra una piaga d’Egitto che colpisce anche gli innocenti; sembra in azione l’angelo sterminatore dell’Esodo che fa morire e fa vivere; sembra la grande tribolazione di Daniele. Questo contagio è preconciliare: sta spiazzando la Chiesa e la sta riportando molto più indietro dei duecento anni paventati dal card. Martini: la sta sospingendo nell’ambito assegnatole dal suo Fondatore, che ha detto: “Io sono la risurrezione e la vita! Chi vive e crede in me non morirà in eterno”. Un terreno abbandonato dalla catechesi moderna in favore del ‘sociale’: quello dei Novissimi. Proprio le prediche di questo tempo – i celebri quaresimali – avevano il compito di affrontarli ogni anno, perché l’uomo ogni giorno si trova dinanzi alla morte e al giudizio, all’inferno e al paradiso, speriamo almeno al purgatorio. Nelle chiese c’erano sette altari e anche più, per permettere ai sacerdoti di offrire numerosi il santo Sacrificio eucaristico per la remissione dei peccati. Prima di questa emergenza, molti ritenevano che la Messa privata o “senza popolo” fosse, se non invalida, almeno illegittima come sostenevano alcuni fautori del movimento liturgico: un pensiero diffusosi dopo il Concilio Vaticano II, anche a motivo di talune deformazioni della concelebrazione, ancora non chiarite. Eppure, tanto Pio XII nella Mediator Dei, quanto Paolo VI nella Mysterium fidei, hanno sostenuto la validità di quella Messa e la sua piena legittimità: «ogni Messa, anche se privatamente celebrata da un sacerdote, non è tuttavia cosa privata, ma azione di Cristo e della Chiesa, la quale nel sacrificio che offre, ha imparato ad offrire sé medesima come sacrificio universale, applicando per la salute del mondo intero l’unica e infinita virtù redentrice del sacrificio della Croce» (Mysterium fidei, § 33). Tutto nasceva dall’equivoco circa la natura della Messa, quale preghiera pubblica della Chiesa e si sosteneva che “pubblica” significasse partecipata dal popolo. Per cui, Messe private o senza popolo, non erano più ritenute ammissibili.

Il regno di Dio è sotto il segno della beatitudine, ma la Rivelazione parla di castighi divini finalizzati a riconciliare con Dio ogni creatura: “il mio popolo non ha ascoltato la mia voce, Israele non mi ha obbedito. L’ho abbandonato alla durezza del suo cuore, che seguisse il proprio consiglio” (Ps 81, 12-13). Una riflessione seria su questo passo ed altri simili della Sacra Scrittura, non potrebbe diventare una parola vera dei Pastori al Popolo di Dio? Un vero è proprio invito alla conversione? Forse sarebbe il caso di dire, ad esempio, che in questo mondo costruito dall’uomo senza voler ascoltare Dio, anzi lasciandolo completamente fuori, ora dobbiamo fare i conti con la durezza del nostro cuore… Questo andava premesso, dai pastori che nella Chiesa hanno munus di insegnamento, alle disposizioni circa le celebrazioni in tempi ordinari o eccezionali come al presente, ove si sta sopportando una pena non lieve. Non ci si deve fermare agli aspetti giuridici, chiudendo le chiese come se fossero uffici pubblici, perché esse sono come cliniche dello spirito. I grandi papi e vescovi invece hanno difeso con fermezza i diritti della Chiesa. Ha scritto il card. Burke: “Dobbiamo insistere affinché le norme dello Stato, anche per il bene dello Stato, riconoscano l’importanza distinta dei luoghi di culto, soprattutto in tempi di crisi nazionale e internazionale. In passato, infatti, i governi hanno compreso soprattutto l’importanza della fede, della preghiera e del culto del popolo per superare una pestilenza.”(Messaggio del 23 Marzo 2020). Invece, è la santa Chiesa che giudica la storia e non viceversa, perché tutto ciò che accade nella storia è permesso da Dio che è giustizia infinita e misericordia infinita.

 

Rivelazione

 

Nel gergo corrente si applica, spesso a sproposito, a persone ed eventi: “è un castigo di Dio”, “è un’ira di Dio’. Applichiamolo ora alla pandemia: come considerarla? Questo è un castigo di Dio, nel senso di castus, “puro”, e ago, “fare”: rendere puro? E’ un fatto che siamo come bimbi in castigo e…con la museruola (la mascherina, ndr). Perché si fa fatica ad accettare che Dio castiga? Eppure sin dal tempo dei greci e dei romani, arrivando al secolo scorso, si facevano le processioni e si formulavano i voti perché cessasse il castigo. Oggi, la parola “castigo”, suscita scandalo persino tra gli ecclesiastici, perché si è dimenticato che, all’origine della storia del mondo, dopo l’amore, ci sono il peccato, l’ira e il giudizio. E’ vero che, in Gesù Cristo, noi adoriamo il mistero dell’amore divino che con pazienza e misericordia, ottiene la conversione del peccatore; ma, l’ignoranza, la peste, la fame, la guerra, la sofferenza, la morte, rivelano all’uomo la sua situazione di peccatore, la conseguenza del castigo; infine, Dio mostra il suo volto che giudica e salva, come spesso invocano i salmi: “Mostraci il tuo volto e saremo salvi”. Dunque il castigo è segno del peccato, perché fa comprendere che ci siamo separati da Dio (cfr Rom 8,20); il castigo è anche frutto del peccato, perciò è lo sbarramento opposto al peccato e può risolversi in condanna per gli uni e in conversione per gli altri (cfr Lc 15,14-20). Cristo ha conosciuto il castigo, non a causa dei peccati che aveva commesso, ma di quelli degli uomini che egli toglie e porta su di sé. Dunque, il castigo è rivelazione di Dio! Chi non accoglie la grazia della visita divina, urta contro la santità di Dio e si scontra con Dio stesso (cfr Lc 19,41-44); così, dice il profeta: “Allora saprete che io sono Jahve” (Ez 11,10; 15,7). E Gesù: “Chi crede nel figlio ha la vita eterna, chi non obbedisce al figlio…vedrà l’ira di Dio incombere su di lui”(Gv 3,36). Il castigo, essendo rivelazione, è eseguito dal Verbo (cfr Sap 18,14 s; Ap 19,11-16). Proprio dinanzi a Gesù Cristo crocifisso assume le sue vere dimensioni (cfr Gv 8,28). Cristo è stato castigato al posto nostro e per la nostra salvezza.

 

Correzione

 

Ora, il sacrificio di Cristo chiede la nostra conversione, la nostra correzione: “Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio” (Eb 12,5-6). Torniamo a guardare a Cristo e al nostro peccato. Anche noi dobbiamo portare la croce e compiere ciò che manca alla sua passione (Col 1,24): dobbiamo sopportare la pena (poenam tenere), la penitenza che ci mette in castigo. Il castigo rivela le profondità del cuore di Dio: la sua gelosia, la sua ira, la sua vendetta nei confronti dei suoi nemici, la sua giustizia, la sua volontà di perdono, la sua misericordia, infine il suo amore incalzante. L’educazione della libertà dell’uomo non può compiersi senza correzione (cfr 1 Cor 11,32; Gal 3,23 s). Per l’uomo carnale, il castigo è giudizio di condanna, per l’uomo spirituale, il castigo è espiazione in Cristo, e il giudizio è giustificazione. Dirà san Tommaso, che il castigo va visto come medicina o come punizione.

Dunque, a confronto con la Rivelazione, senza dubbio l’attuale pandemia è un castigo di Dio perché i diritti di Dio sono stati conculcati. Direbbero i Profeti: ci siamo allontanati da Dio, commettendo quello che è male ai suoi occhi, anche dentro la Chiesa. Osserva ancora il card. Burke: “Siamo testimoni, anche all’interno della Chiesa, di un paganesimo che adora la natura e la terra. C’è chi, all’interno della Chiesa, si riferisce alla terra come a nostra madre, come se venissimo dalla terra, e la terra fosse la nostra salvezza” (Ivi). Abbiamo ceduto all’idolatria – contro il primo comandamento, il peccato più grave – mettendoci in ginocchio davanti a cumuli di terra e venerando statuette idolatriche persino nella basilica di san Pietro; abbiamo trasformato le chiese in bivacchi e in trattorie, quando avevamo strutture ben più adatte per ospitare poveri e migranti; abbiamo dimenticato a cosa serva una chiesa e perché la si dedichi con rito solenne; abbiamo compiuto abusi, profanazioni nella sacra liturgia e deformazioni insopportabili, insulti e irriverenze, siamo arrivati a dire che la grazia di Dio possa coesistere con situazione di peccato abituale, autorizzando Comunioni sacrileghe a peccatori impenitenti. La liturgia è divenuta, come dice Isaia, un imparaticcio di usi umani (cfr 29,13). Abbiamo seminato confusione tra il popolo di Dio, con la coesistenza dei due papi e favorito la consegna dei fedeli alle autorità civili di stati atei come la Cina. Risuona il monito di Paolo VI: l’autodemolizione della Chiesa. L’ateismo e la perdita della fede hanno preso dimora tra gli uomini di Chiesa, come ha detto il card. Müller?

 

Supplica

 

E’ un caso che questa epidemia sia scoppiata in Italia all’inizio della Quaresima? E perché in modo così virulento proprio da noi? La liturgia quaresimale considera la penitenza del corpo come medicina dell’anima. Vuol dire che anche oggi la grazia divina è a portata di mano! E’ il tempo favorevole per annunciare la salvezza di Gesù Cristo, che consiste nella preziosità dell’anima rispetto al guadagno dell’intero mondo. La Chiesa Romana, nelle sue preghiere pubbliche per fugare le pestilenze, le epidemie, la mortalità diffusa, nell’ultima orazione, prega Dio di rimuoverle perché i mortali capiscano che tali flagelli vengono dalla Sua indignazione e possono cessare per la Sua miserazione: Miserere nostri, Domine! Miserere nostri. Possiamo dire con la liturgia quaresimale: Grande è il nostro peccato, ma più grande è il tuo amore, cancella i nostri debiti a gloria del tuo nome. Nel segreto dell’anima prostriamoci e imploriamo la divina clemenza, dall’ira del giudizio liberaci…Perdona i nostri errori, sana le nostre ferite, guidaci con la tua grazia alla vittoria pasquale.

L’ora della giustizia è arrivata inattesa, dopo quella della misericordia? Si deve sperare di no e, finché c’è tempo, supplicare: “Per la Sua dolorosa Passione abbi misericordia di noi e del mondo intero.” Per questo preghiamo il Signore affinché il suo Arcangelo rinfoderi quanto prima la spada. Eleviamo suppliche come incenso alla gloria del Signore:” Per la gloria del tuo nome, Dio onnipotente, vieni a liberarci. Donaci tempo per la penitenza.”

Siamo in un castigo provvidenziale che darà i suoi frutti, ma dobbiamo fare un atto di dolore perché peccando abbiamo meritato i Suoi castighi e molto più perché abbiamo offeso Lui infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Proponiamo col Suo santo aiuto di non offenderlo mai più, facciamo solenni voti e la pandemia si allontanerà. Non abbiamo paura ma timore di Dio, sì: esso ci ricorda quanto siamo piccoli di fronte a Lui; timore di offendere Lui nostro Padre, perché noi siamo suoi figli, e sotto il suo sguardo ogni giorno viviamo, ci muoviamo ed esistiamo (cfr At 17,28). Principio della sapienza è il timore del Signore e se desideriamo la sapienza osserviamo i Comandamenti: nella certezza che Gesù mantiene la sua promessa: Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia, io ho vinto il mondo” (Gv 16,33). Perché ci sarà sempre un resto che resiste, attorno ai santi, con Maria e il suo cuore immacolato.

Sembra che Egli ci dica: “Pastori e Ministri del Suo Corpo Mistico, abbiate occhi per vedere la rovina in corso e orecchi per sentire il «Lamento di Dio», affinché non vi capiti di essere tacciati come quei ragazzi della piazza ai quali diremo: «Abbiamo suonato e non avete ballato, abbiamo cantato lamenti e non avete pianto!». Dio elargisce i suoi doni, ma lascia sempre e comunque al singolo individuo la responsabilità della risposta!

 

 




A proposito di guerre e di diritto internazionale

lotta greco romana

 

 

di Giuliano Di Renzo

 

Lunedì sera il TG Uno ha ricordato che nell’antica Grecia durante le Olimpiadi venivano sospese tutte le guerre (tra greci). 

Verissimo, ma le Olimpiadi nell’antica Grecia non erano, come sono per noi oggi, semplici manifestazioni sportive, bensì manifestazioni religiose durante le quali l’oicumene ellenica ritrovava la sua unità nella celebrazione dei morti antichi eroi, tutelari della stirpe. 

Non si concepiva l’ateismo, e la religione era valore e bene costitutivo dello stato. Se si tenesse presente questo tanti fraintendimenti di prospettive storiche e falsi giudizi dovuti a ignoranza si eviterebbero.

Nessuno però ricorda – non sia mai! – che nel Medioevo fu la Chiesa a imporre regole che limitassero i conflitti solo a certi periodi dell’anno e fuori di essi restavano assolutamente proibiti. 

Nelle quali poi non doveva venir coinvolta la popolazione e venir tutelati i poveri, le donne, gli orfani. Come pure beni e fondi che servivano di elementare sostentamento. Tali erano i mulini, le viti delle vigne, ecc.

Del resto la cavalleria medievale fu ispirata dalla Chiesa per dare ideali ai cavalieri erranti, cadetti di famiglie nobili che rimasti senza eredità vivevano di avventure e violenze. Come spesso accade, nell’assegnare l’eredità si tendeva a privilegiare possibilmente il primo figlio maschio per non disperdere il patrimonio di famiglia.     

Le guerre dei popoli e la conseguente imposizione della leva obbligatoria furono un “regalo” della rivoluzione francese e della modernità laicista, allorché si separò la politica dalla morale secondo i principi di Machiavelli nel Principe. 

All’assolutismo monarchico successe l’assolutismo dei “repubblicani” stati laici e si fecero essi stessi fonte della morale: stato etico, appunto assoluto, la legge generale scritta che prevale sulla coscienza. 

Nessuno ricorda, non si può, che il diritto internazionale venne elaborato nell’Università di Salamanca della Spagna cattolica per rispondere ai problemi morali che ponevano alla coscienza cristiana le popolazioni conosciute con le recenti scoperte geografiche.