“Nel mondo avrete tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo” (Giovanni 16,33)

Il cardinale Gerhard Müller, già prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha scritto una piccola riflessione spirituale sulla situazione mondiale dallo scoppio della crisi del coronavirus. Essa è stata tradotta in inglese da Maike Hickson e pubblicata su Lifesitenews

Eccola nella mia traduzione in italiano.

Card. Gerhard L. Muller

Card. Gerhard L. Muller

 

Credi in Dio nei tempi di crisi

 

di  Card. Gerhard L. Müller

 

Il pericoloso coronavirus si è diffuso e ha preso il sopravvento in quasi tutto il mondo. Non esiste ancora un vaccino che possa prevenire la diffusione della malattia contagiosa e curare le persone colpite. 

I leader politici stanno prendendo tutte le misure a loro disposizione per proteggere la popolazione. Limitano la vita pubblica e invitano le persone ad evitare, ove possibile, il contatto sociale. Gli scienziati dei laboratori stanno lavorando intensamente per trovare un antidoto a questa malattia insidiosa, che ha già causato migliaia di vittime.

Anche se la situazione non è certamente paragonabile ai pericoli e ai disordini della guerra, l’esperienza dell’impotenza è simile. Nessuno sa se e quando lo colpirà o se le persone a lui vicine saranno in pericolo. Come in tempi di peste e colera, di raccolti falliti e carestie, sentiamo di nuovo i limiti di ciò che è possibile. Tutti lo sanno: le possibilità di proteggersi dall’infezione sono limitate. Non c’è garanzia che non mi riguardi, tra tutte le persone. Ci sediamo a casa e passiamo il tempo. Molti di noi si annoiano e non hanno la possibilità di fare attività sul lavoro e nel tempo libero.

Ma quando siamo rigettati su noi stessi in questo modo, c’è anche la possibilità di riflettere su ciò che è importante senza che la nostra attenzione sia distratta dalle molte distrazioni della vita moderna.

Il credente sa che la nostra vita è nelle mani di Dio. Non abbiamo una casa permanente sulla terra. Dopo la nostra morte, dobbiamo rispondere davanti al Seggio del Giudizio di Dio per le nostre azioni e per tutto il corso della vita. Ma possiamo contare sulla misericordia di Dio nella vita e nella morte, solo se ci raccomandiamo ad essa.

Anche se facciamo tutto ciò che è umanamente possibile in medicina e usiamo la ragione che Dio ci ha dato per ottimizzare le condizioni di vita umane, raggiungiamo comunque i limiti delle nostre possibilità. Non sappiamo quando, ma sappiamo che l’ora dell’addio da questo mondo verrà. 

L’apostolo Paolo ha davanti ai suoi occhi tutta la miseria dell’umanità quando scrive alla giovane comunità cristiana di Roma: “Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.”. (Romani 8,18-21). 

Poniamo ora, durante la Quaresima prima della Pasqua, tutta la nostra speranza in Dio. Suo Figlio è il Servo di Dio, come profetizzato nell’Antico Testamento, che “portava le nostre malattie e sopportava i nostri dolori”. E così confessiamo di Gesù: “Per le sue ferite siamo guariti” (Isaia 53,4seq).

Usiamo il tempo a casa per riflettere: Chi sono io? Come posso servire la comunità con i miei talenti nella vita? Amo Dio con tutto il mio cuore e con tutta la mia anima e amo il mio prossimo come me stesso? Ripongo la mia speranza solo in Gesù Cristo, nella vita e nella morte?

Prima della Sua sofferenza e della Sua morte sulla croce, Nostro Signore confortò i Suoi discepoli nella paura e nella confusione con le parole: “Nel mondo avrete tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo” (Giovanni 16,33).

 




«Solo un Dio ci potrà salvare»

Il titolo si rifà a questa intervista di Heidegger: «Se posso rispondere brevemente, e forse un po’ grossolanamente, ma sulla base di una lunga riflessione, direi così: la filosofia non potrà produrre nessuna modificazione immediata dello stato attuale del mondo. E questo non vale solo per la filosofia, ma per ogni riflessione e per ogni aspirazione degli uomini. Solo un Dio, ormai, può aiutarci a trovare una via di scampo. Vedo, come unica possibilità di via di scampo, questo: preparare, nel pensiero e nella poesia, una disponibilità e una prontezza per l’apparizione del Dio oppure per l’assenza, il dis-stanziarsi, del Dio nel tramonto; in modo che il nostro destino non sia quello, per dirla brutalmente, di “crepare”, ma che sia, se dobbiamo tramontare, quello di tramontare al cospetto del Dio assente.»

Dal contesto si capisce di quale DIO sto parlando

 

Gesù guarisce

 

 

di Gabriele Mangiarotti

 

     «Si sta come

     d’autunno

     sugli alberi

     le foglie» (Ungaretti, Soldati)

 

Si parla di una guerra, la Prima guerra Mondiale, e della fragilità della vita. Quando, al liceo, abbiamo studiato questa poesia, forse non abbiamo mai pensato che poteva essere la lirica dei nostri terribili giorni, nell’incubo del Covid-19. Non passa giorno, per qualcuno non passa ora, che non si abbia notizia di un amico colpito dalla malattia in modo grave e di altri che già sono morti. Ieri notte, un amico medico che ha scelto di lavorare all’ospedale dove si cura il Covid-19, mi raccontava la situazione terribile e inimmaginabile di quello che sta vivendo, e il senso di impotenza di fronte alla scelta, che a volte è necessaria, di decidere chi curare e chi lasciare morire. Perché i posti sono limitati e non si possono curare tutti. Non vorrei essere al suo posto, e capisco che se non troviamo un sostegno in Chi può salvarci, alla fine sarà una sconfitta dolorosa per tutti.

In questo cammino, che pone domande serie a tutti noi, ogni tanto per grazia ci raggiungono testimonianze che sostengono, rendendo meno soli di fronte a quanto accade. Oggi ho letto la lettera di un medico della prima divisione di Malattie infettive dell’Ospedale Luigi Sacco di Milano, Amedeo Capetti, che così scrive al Direttore de «Il Foglio»: «Noto, e trovo che sia un sintomo molto importante, la scomparsa quasi totale del lamento. I miei pazienti, invece di lamentarsi, mi mandano ogni giorno messaggi per chiedermi come sto e anche per partecipare dell’esperienza incredibile ed eccezionale che sto vivendo. E questa è la vera ragione per cui ho deciso di scriverle.

In effetti quello che io sto vivendo, ma credo sia esperienza anche di molti altri, è l’avverarsi di un fenomeno che non di rado noi medici vediamo in chi è scampato a un pericolo potenzialmente mortale: l’esperienza di aprire gli occhi e accorgersi che nulla è più scontato. Ossia che tutto è dono, dal risveglio del mattino, dal saluto ai propri cari a ogni piccola piega di un quotidiano che per alcuni è tutto da riempire, per altri come me è diventato, se mai era pensabile, più vorticoso di prima.

La grazia di questa nuova coscienza di sé trasforma radicalmente ciò che facciamo, genera stupore, amicizia, ci si guarda e ci si dice: oggi non ci possiamo abbracciare ma un sorriso ci dice ancora di più di quanto potrebbe dire un abbraccio. Questa consapevolezza ci fa diventare partecipi del dramma dei nostri pazienti e non è assolutamente un caso che i miei colleghi mi chiedano di pregare non solo per i loro cari ma anche per i loro pazienti, come non era mai successo prima. E anche questo è contagioso. Ieri mi ha chiamato una signora di Crema per sentire notizie della nonna, ricoverata al Sacco, che è molto grave. Mi ha riferito dell’altra nonna, morta di Covid, e della mamma, in rianimazione a Crema, poi mi ha detto: “Vede dottore, all’inizio io pregavo, ora non prego nemmeno più”. Io le ho risposto: “La capisco, signora, non si preoccupi, pregherò io per lei”. Al sentirlo ha avuto un sobbalzo e ha risposto: “No, dottore, se lo fa lei lo faccio anch’io. E anche per la mia mamma, preghiamo insieme”».

Improvvisamente, leggendo queste righe e tutto l’articolo, mi sono ricordato delle parole di Emmanuel Mounier, nelle lettere che scrive alla moglie per vivere insieme la malattia gravissima della figlia Françoise:

«Le spiegazioni non diminuiscono il grande scandalo della sofferenza. La sua grandezza sta nell’accettazione. Non dobbiamo cercare di sminuirla con le nostre parole (…) si tratta di un segreto inquietante della Provvidenza. (…) Questo segreto si ripercuoterà, provocando stupore, nell’eternità. Ci sono quelli che Dio conduce sulle vie della ricchezza, altri (…) sulle vie del perenne insuccesso. Non ci resta altro che amare, amare Dio per quello che fa, e amare intensamente quelli che Egli spezza per amore. Io mi sento piccolo di fronte a loro. (…)

L’angoscia, talvolta, si serve di noi (…) Ci sono dei momenti in cui anche i santi, improvvisamente dubitano di tutto: del loro amore e di Dio. Nessuna luce ci può essere data senza questa notte (…) Non si è veramente grandi… fino a quando la vita non ci mette alla prova rifiutandoci nettamente, senza appello, qualcosa cui si aspira con tutto il proprio essere. (…)

Bisogna trasformare in gioia tutto quello che la felicità ci rifiuta (…) Insieme dovremo rendere belle le ore che ci saranno date. Comminando per strada, poco fa, ho cercato di far gioire il mio cuore. Non è stato difficile. Mi è bastato pensare… che ogni sofferenza assunta in Cristo perde la sua disperazione, la sua stessa negatività! (…)

Che senso avrebbe tutto questo se la nostra bambina fosse soltanto una carne malata, un po’ di vita dolorante, e non invece una bianca piccola ostia che ci supera tutti, un’immensità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se lo vedessimo faccia a faccia; se ogni colpo più duro non fosse una nuova elevazione che ogni volta, allorché il nostro cuore comincia ad abituarsi al colpo prevedente, si rivela come una nuova richiesta d’amore» (E. Mounier, Lettere sul dolore).

Giovanni Paolo II disse che la sofferenza è una domanda che è rivolta a noi stessi, agli altri e a Dio. Chiediamo umilmente di essere aiutati a rispondere.

 

 

(Pubblicato su CutlturaCattolica.it)




Non sappiamo se “Tutto andrà bene”. Di sicuro sappiamo che andrà come Dio vorrà. Lui ci ha già salvati. Questa è la nostra certezza!

Fedeli Chiesa pregano preghiera suore

(foto: Luigi Narici/Agf)

 

di Brunella Rosano

 

Diario di una giornata al tempo del “coronavirus”.

Non c’è tanta differenza tra i giorni che scorrono ormai dal 9 marzo, giorno in cui sono scattate le ormai famose, se non famigerate, “restrizioni”. La quotidianità fatta di gesti ed abitudini semplici, ma che scandivano i giorni della settimana è andata a farsi benedire. La mattina, augurando la buona giornata ai figli tramite WhatsApp, ho preso l’abitudine di augurare non il generico “buona giornata”, ma il “buon lunedì….martedì….” il giorno che iniziamo a vivere. Ringraziando il Signore per questo nuovo giorno, che forse A.C., ante coronavirus, (l’acronimo non cambia!), davamo un po’ per scontato.

Adesso i giorni scorrono pressoché tutti uguali. Le uscite sono limitate alle cose urgenti, quindi, da bravi sabaudi obbedienti, usciamo per le spese alimentari e per andare in chiesa, debitamente attrezzati con mascherina “artigianale” e, qualche volta, anche i guanti.

Sveglia al mattino, caffè e collegamento con la pagina Facebook delle Monache dell’Adorazione Eucaristica per le lodi e la messa, grazie agli strumenti tecnologici di cui disponiamo che ci permettono di sentirci vicini nell’assistere al Sacrificio Eucaristico almeno virtualmente, dato che sono state soppresse tutte le “cerimonie liturgiche”, messe comprese.

Finita la messa andiamo (mio marito ed io) in Parrocchia.

I sacerdoti della nostra “unità pastorale” (ora si chiama così l’unificazione di più parrocchie) hanno deciso l’esposizione del Santissimo dalle 7 di mattina alle 18. Dopo di che la chiesa chiude ed i nostri sacerdoti celebrano la messa che, da alcuni giorni, viene trasmessa tramite Facebook. Gesù in chiesa c’è sempre: è casa sua, ma l’Esposizione ce lo rende più vicino, più percepibile ed “adorabile”. Sono lì, davanti all’Ostia illuminata che calamita il mio sguardo. Non posso fare a meno di guardarla. E’ più facile chiedere la Sua pietà per tutti i peccati personali e “sociali” che abbiamo combinato in questi ultimi anni (divorzio, aborto, ideologia gender…..Teniamo presente che hanno sospeso tutti gli interventi, ad eccezione di quelli salvavita, e solo chi è in attesa di un intervento sa cosa vuol dire veder sfumare la possibilità di recuperare la salute ed una condizione di vita più “normale”, però, gli interventi per interrompere le gravidanze, cioè gli aborti, a quanto riportano i giornali, vengono effettuati!!!), Secondo me tutti i terremoti, le inondazione, … vengono a ricordarci che “tutto ci è dato”, anche se noi ce ne siamo dimenticati e crediamo di averne diritto! Il guaio è che non impariamo! Viviamo come se “Dio non ci fosse”! Anche in questi giorni in cui più facilmente sperimentiamo la fragilità della nostra esistenza, un virus, che manco si vede ad occhio nudo, ci sta mettendo letteralmente in ginocchio!

Per chiedere al buon Dio di fermare questa pestilenza, mi rivolgo agli intermediari: prima di tutto chiamo in causa la Madonna, la nostra Mamma Celeste. Cristo, il Signore, l’ha sempre ascoltata: a Cana, anche se “non era ancora giunto il suo tempo”, ha cambiato l’acqua in vino; quando era sulla croce e stava morendo ce l’ha lasciata come mamma. Poi passo ai grandi santi, San Giuseppe in primis, e poi i santi specializzati nel fermare le epidemie: san Rocco, san Sebastiano, san Carlo, san Giuda Taddeo, specializzato nei casi disperati, e ormai in certe zone, credo che siamo arrivati alla disperazione!!!

All’inizio di marzo avevo iniziato la devozione al Sacro Manto di san Giuseppe. L’invocazione originaria era per la salute fisica e spirituale dei nostri figli, dei loro sposi (due generi ed una nuora) e dei quattro nipoti. Ma a mano a mano che passavano i giorni sotto il manto ho infilato i parenti, gli amici vicini e lontani (soprattutto coloro che abitano nelle zone più a rischio o che svolgono lavori a contatto con i malati), i medici, gli infermieri, gli addetti al trasporto dei malati, i sacerdoti,…….insomma credo che il “manto” di San Giuseppe si sia ormai trasformato in un tendone da circo!!!!

Il primo giorno della esposizione del Santissimo parecchi fedeli sono venuti a pregare, tanto che nel messaggio serale via whatsapp il nostro parroco si è detto “orgoglioso” di essere il nostro parroco! Ma dopo alcuni giorni il torrente di fedeli oranti si era già trasformato in un rigagnolo!!!! Pazienza! Al Signore piace vincere con un piccolo esercito! E noi siamo piccoli in tutti i sensi!

Dopo la parrocchia, breve tappa alla “Rossa”, la chiesa dedicata alla Santissima Trinità. Si chiama la Rossa in contrapposizione all’altra chiesa del paese, la “Bianca”, dedicata alla Santissima Concezione. Alla Bianca c’è la Confraternita della Bianca e alla Rossa la Confraternita della Rossa. Nella chiesa della Rossa nella prima cappella a sinistra c’è il Santuario dove è conservata l’icona taumaturgica della Madonnina, la patrona del paese, che fermò la peste bovina nel 1745. Chi meglio di Lei può intervenire ora?

Dopo questa seconda visita facciamo velocemente le spese (abitiamo in paese e quindi troviamo tutto il necessario nei negozi “tradizionali” nel raggio di 200 metri più o meno), e poi a casa fino alle 17, quando ritorniamo in chiesa per la recita del rosario.

Giorno dopo giorno. E ringrazio il buon Dio che sia così: ora come ora ogni fatto insolito non sarebbe buono!

Ma la mancanza della quotidianità si fa sentire: con tutto il tempo a disposizione non riesco ad avere fermezza in un’attività, cioè cominciare e finire un lavoro. Le uniche cose che sono riuscita a portare a termine sono le mascherine, lavoro in cui mi sto sbizzarrendo: semplici con tessuto oscurante che, se non fa passare la luce, dovrebbe fermare anche i virus, oppure col tessuto doppio e la carta da forno tra i due strati,…..

E’ sicuramente un periodo particolare che nessuno di noi, scommetto, avrebbe mai pensato di vivere: come in una “bolla”, continuamente collegati ai “social” per avere notizie, per condividere ansie e preoccupazioni, e anche per farsi due risate, grazie a qualche battuta, un video spiritoso, una vignetta che riesce ad esorcizzare la paura, quel sottile filo di ansia che si insinua.

Non sappiamo se “Tutto andrà bene”. Di sicuro sappiamo che andrà come Dio vorrà. Lui ci ha già salvati. Questa è la nostra certezza!

 

 




A persona consacrata che si sente scoraggiata

Gesù guarisce il cieco nato

Gesù guarisce il cieco nato

 

di Giuliano Di Renzo

 

L’amore di Dio dobbiamo gridarlo sempre, anche se intorno a noi si fa il deserto.

Gesù venne lasciato solo nel Getsemani e con sua Madre e alcuni spaventati amici mentre moriva sulla croce e se ne derideva l’agonia.

E dire che si compiva l’opera immensa e somma dell’Amore di Dio, più grande della stessa creazione del mondo. Siamo al servizio del Signore, non è detto che dobbiamo vedere noi il risultato.

“Maestro, abbiamo faticato tutta la notte senza prendere nulla. Ma sulla tua parola getterò la rete” (Lc 5,5).

Gesù ama di essere amato e segno dell’amore è l’abbandono per amore alla sua parola, a Lui che di Dio è la Parola ed è parola di tutto ciò esiste ed esiste da Lui e per Lui Parola (cfr Sap 7,22-30 e 8,1; Gv 1,1 ss) .

“Ha guardato il niente della sua serva” (Lc 1,48), il niente che noi siamo e il niente subito è.

C’è chi semina e chi raccoglie, dice Gesù agli apostoli nel Vangelo.

Un seme insignificante lo porta via il vento, non sappiamo dove si poserà e dove caduto in terra morirà e porterà frutto.

Non sappiamo a chi servirà, chi lo raccoglierà e forse aspetta quell’insignificante nostro seme per tornare al Signore.

Oggi è la domenica del cieco nato, che Gesù incontrò per strada intento a chiedere l’elemosina e gli donò la vista.

Domenica scorsa andò a cercare una straniera in terra straniera samaritana e ad ambedue portò l’acqua che ristora e la luce che illumina.

Il Signore si abbassa sempre sul nulla e la sua felicità è elevare il nulla a sé, alla sia gloria, ed è questo il vero miracolo dell’onnipotenza, non di cieca presunta onnipotenza umana fatta di forza bruta e orgoglio, ma dell’onnipotenza dell’Amore.

Dio ama e le cose sono. La luce illumina e le cose sono apparendo dal loro buio del loro nulla.

Tutti siamo disseminati lungo le vie del mondo e tutti Gesù va per queste vie a cercarci e portarci quale buon pastore noi sue pecorelle sulle spalle.

Così sarà per ognuno di noi sino alla fine della nostra propria vita, così sarà per l’umanità intera sino alla fine del mondo, sino alla fine della storia.

Col compimento della storia inizierà quella generale e totale resurrezione che sarà insieme la totalità della vita, la vita piena del cielo. Quella che qui in terra anche inconsapevolmente cerchiamo, per la quale ci angosciamo e ci disperiamo.

E’ la vita, si dice. Sì la vita di ogni giorno nella vita di ogni giorno è questa, è l’apertura della nostra anima sull’infinito e all’infinito.

Abissus abissum invocat. Abisso che è la speranza del tempo e per essa il tempo diventerà eternità.

Il tempo di persone e cose va e persone e cose porta via.

Oltre l’orizzonte di quaggiù si apre fulgido e infinito l’orizzonte senza limiti di quell’amore che è moto e nostalgia del cuore.

E’ esso che fa a noi la vita e il perché della vita ed è quella vita della quale il nostro cuore porta il richiamo e questi è Dio.

Trinità d’immenso Amore in Unità d’immensa Vita.

 

 




Don Giussani: “La speranza cristiana è la certezza dell’esito finale, per cui tutta la vita è vissuta come amore a un futuro certo”

Don Luigi Giussani

Don Luigi Giussani

 

Ma qual è la strada che si può percorrere con intelligenza e con cuore libero se non una strada di cui è chiara e certa la meta? Diversamente, sarebbe un luogo di violenza; questa è, infatti, la posizione dell’uomo che cerca di portare la salvezza nel mondo attraverso l’indagine, l’analisi, gli sforzi propri.

Al di fuori del tentativo violento di imporre una meta, non esiste strada chiara e certa se l’immagine ultima di essa non è un dono, una Grazia.

La strada cristiana non è in noi lucida e intelligente ed è, invece, così riottosa e resistente, oscura e quasi tetra, comunque insoddisfatta, perché la personalità non è dominata, investita, determinata nell’immaginazione, nel giudizio e nel cuore dall’«ultimo giorno», dalla fine.

L’amore alla sua seconda venuta, l’amore alla fine del mondo, l’amore alla manifestazione finale, di cui parla san Paolo nel capitolo 8 della Lettera ai Romani, ha un nome particolare: la speranza. La speranza cristiana è la certezza dell’esito finale, per cui tutta la vita è vissuta come amore a un futuro certo.

 

     Luigi Giussani

     (Dalla liturgia vissuta. Una testimonianza)




Liturgia al tempo del coronavirus

mani in preghiera

 

di Aurelio Porfiri

 

Tutti possiamo seguire i tanti dibattiti e le tante polemiche che si succedono in questi giorni, il cui unico tema di discussione, e con ragione, è la pandemia di coronavirus che stiamo vivendo. Non si parla d’altro, la gente non vuole parlare o sentire altro. Ripeto, non ci sorprende una cosa del genere, visto che questo evento segnerà anche la nostra vita nel futuro, come una guerra o una calamità naturale. Arriverà un momento in cui dovremmo per forza fare i conti con questi eventi e cercare di capire se ci insegnano qualcosa. Uno dei temi è quello della partecipazione impedita alla liturgia, per evitare assembramenti di persone e favorire la diffusione della malattia. Pensando poi che lo spettro demografico di coloro che frequentano la chiesa ai nostri tempi tende verso l’età più matura.

La Messa è l’atto più grande della nostra fede. Nella Mediator Dei, Pio XII sanciva: “Il dovere fondamentale dell’uomo è certamente quello di orientare verso Dio se stesso e la propria vita. «A Lui, difatti, dobbiamo principalmente unirci, e indefettibile principio, al quale deve anche costantemente rivolgersi la nostra scelta come ad ultimo fine, che perdiamo peccando anche per negligenza e che dobbiamo riconquistare per la fede credendo in Lui» (San Tommaso, Summa Theol., 2.a 2.æ, q. 81, a. 1). Ora, l’uomo si volge ordinatamente a Dio quando ne riconosce la suprema maestà e il supremo magistero, quando accetta con sottomissione le verità divinamente rivelate, quando ne osserva religiosamente le leggi, quando fa convergere verso di Lui tutta la sua attività, quando per dirla in breve presta, mediante le virtù della religione, il debito culto all’unico e vero Dio. Questo è un dovere che obbliga prima di tutto gli uomini singolarmente, ma è anche un dovere collettivo di tutta la comunità umana ordinata con reciproci vincoli sociali, perché anch’essa dipende dalla somma autorità di Dio. Si noti, poi, che questo è un particolare dovere degli uomini, in quanto Dio li ha elevati all’ordine soprannaturale. Così se consideriamo Dio come autore dell’antica Legge, lo vediamo proclamare anche precetti rituali e determinare accuratamente le norme che il popolo deve osservare nel rendergli il legittimo culto. Stabilì, quindi, vari sacrifici e designò varie cerimonie con le quali dovevano compiersi; e determinò chiaramente ciò che si riferiva all’Arca dell’Alleanza, al Tempio ed ai giorni festivi; designò la tribù sacerdotale e il sommo sacerdote, indicò e descrisse le vesti da usarsi dai sacri ministri e quanto altro mai aveva relazione col culto divino (cfr. Levitico). Questo culto, del resto, non era altro che l’ombra (Heb. 10, 1) di quello che il Sommo Sacerdote del Nuovo Testamento avrebbe reso al Padre Celeste”. Insomma, la liturgia non è qualcosa di accessorio, ma un dovere preciso del cristiano. Certo, ci sono anche le esigenze di salvaguardare vite umane, non esporli a possibili pericoli. Ecco che trovare un equilibrio in questa situazione diviene estremamente difficile e penoso.

Mons. Giampaolo Crepaldi, in un documento recente, ha osservato: “Il bene comune è di natura morale e, come abbiamo detto sopra, questa crisi dovrebbe indurre alla riscoperta di questa dimensione, ma la morale non vive di vita propria, dato che è incapace di fondarsi ultimamente. Qui si pone il problema della relazione essenziale che la vita politica ha con la religione, quella che meglio garantisce anche la verità della vita politica. L’autorità politica indebolisce la lotta contro il male, come accade anche con l’epidemia in corso, quando equipara le Sante Messe alle iniziative ludiche, pensando che debbano essere sospese, magari anche prima di sospendere altre forme aggregative senz’altro meno importanti. Anche la Chiesa può sbagliare quando non fa valere, per lo stesso autentico e completo bene comune, l’esigenza pubblica delle Sante Messe e dell’apertura delle chiese. La Chiesa dà il suo contributo alla lotta contro l’epidemia nelle varie forme di assistenza, aiuto e solidarietà che essa sa realizzare, come ha sempre fatto in casi simili in passato. È il caso, però, di mantenere alta l’attenzione alla dimensione religiosa del suo apporto, affinché non sia considerata una semplice espressione della società civile. Per questo assume un valore particolare quanto affermato da Papa Francesco che ha pregato lo Spirito Santo di dare “ai pastori la capacità e il discernimento pastorale affinché provvedano misure che non lascino da solo il santo popolo fedele di Dio. Che il popolo di Dio si senta accompagnato dai pastori e dal conforto della Parola di Dio, dei sacramenti e della preghiera”, naturalmente con il buon senso e la prudenza che la situazione richiede“. Ecco, in queste osservazioni del prelato mi sembra ci siano spunti da tenere presenti, in quanto quello che ci accade oggi non è che uno specchio di un cammino su cui la Chiesa si è oramai incamminata da decenni, in cui il soprannaturale è stato a bella posta “naturalizzato”, rendendo possibile concepire la santa Messa come un’attività tra le altre. E non dimentichiamo che anche lo stile di tante celebrazioni dei tempi nostri ci richiama a questo desiderio di quotidianità liturgica, che rende agli occhi di tanti la liturgia un incontro fra gli altri, senza quel carattere soprannaturale che dovrebbe esserne al cuore. 

Come vivere la liturgia al tempo del coronavirus? Deus non alligatur sacramentis, ci dice la tradizione teologica cattolica, Dio può agire ed agisce anche al di fuori di una regolare vita sacramentale. Noto che in questi tempi, specialmente sui social, c’è un continuo organizzare la recita del rosario, la via crucis, novene….insomma tutte quelle forme di preghiera che tanti nella Chiesa stessa hanno vituperato perché appartenenti ad un passato che molti vivono quasi con vergogna, come se non ci dovesse più appartenere.

 

 

(Pubblicato su aurelioporfiriblog)




Il Coronavirus è un castigo di Dio?

lettori ci scrivono

 

Il signor T. Vittorio  mi scrive:

 

Il coronavirus è un castigo di Dio ??? Questa è una bestemmia. 

Giacomo 1:13.  Nessuno, quando affronta una prova, dica: “Sono messo alla prova da Dio”, perché con i mali Dio non può essere messo alla prova né tanto meno mette alla prova qualcuno

Perché possiamo essere sicuri che le calamità naturali non sono una punizione divina?

C’è differenza tra le calamità naturali e l’uso che Dio ha fatto in passato delle forze della natura e che viene descritto nella Bibbia.

Le catastrofi naturali provocano morti e feriti in modo indiscriminato. I giudizi di Dio di cui parla la Bibbia, invece, furono selettivi. Per esempio, quando distrusse le antiche città di Sodoma e Gomorra, Dio fece in modo che il giusto Lot e le sue due figlie si salvassero (Genesi 19:29, 30). Lesse il cuore degli abitanti di quelle città e distrusse solo coloro che giudicò malvagi (Genesi 18:23-32; 1 Samuele 16:7).

Le calamità naturali in genere si abbattono con poco o nessun preavviso. Al contrario, prima di usare le forze della natura contro i malvagi, Dio li avvertiva. Chi teneva conto degli avvertimenti aveva modo di salvarsi dalla distruzione (Genesi 7:1-5; Matteo 24:38, 39).

Per quanto riguarda le calamità naturali, l’uomo ha spesso la sua parte di responsabilità. In che senso? L’uomo ha rovinato l’ambiente e ha edificato in zone particolarmente soggette a terremoti, alluvioni o eventi meteorologici estremi (Rivelazione [Apocalisse] 11:18). Non si può dare la colpa a Dio delle disastrose scelte dell’uomo (Proverbi 19:3).

 

***

 

In risposta alla lettera del signor T. Vittorio, riprendo uno stralcio da un articolo del prof. Francesco Agnoli pubblicato su Il Foglio del 03.11.2011.

Eccolo: 

De Mattei, faccio appello ai ricordi del lettore, notava l’esistenza nel mondo del male morale, di cui l’uomo è colpevole, e del male fisico. In particolare, riguardo a quest’ultimo, ricordava che se avviene, malattia o terremoto che sia, ciò è perché in un qualche modo, per noi certo misterioso, Dio lo permette, ma per un bene maggiore. Rifacendosi a tutta, ma proprio tutta la tradizione della Chiesa, de Mattei utilizzava un termine, “castigo”, che oggi né il mondo laico né il mondo dei cattolici digeriscono più. Eppure questo termine, come spiegano Gnerre e Siccardi, deriva dal latino “castum agere” ovvero “rendere puro, casto, purificare”.

Il male, sia quello morale che quello fisico, scaturisce, per il cristiano, dal peccato originale, ed è quindi un castigo. Voluto dall’uomo, e permesso da Dio. Castigo non nel senso antico, pagano, ma in un senso nuovo. Infatti il cristianesimo dà ad ogni uomo la fiducia dei figli di Dio, con la quale si può sopportare, con “cristiana rassegnazione”, ogni prova anche dolorosa che ci venga mandata, in vista del fine ultimo della nostra salvezza eterna, e, nello stesso tempo, la libertà e l’intraprendenza dei figli di Dio.

Mi spiego con un esempio: nel mondo antico, la malattia era castigo, nel senso di maledizione. Così avviene ancora oggi nel mondo animista o nelle religioni orientali. L’uomo malato, magari il lebbroso, è maledetto. Perciò scacciato, abbandonato, reietto.

Nella visione cristiana, invece, la malattia è sì una conseguenza del peccato originale, per cui si configura come un castigo all’umanità, ma un castigo che, come anche il lavoro, può divenire benedizione. In Dio infatti Giustizia e Misericordia coesistono perfettamente. Così Cristo stesso si è fatto, da Giudice eterno, uomo infirmus, sofferente, caricando su di sé il male degli uomini, ed insegnando agli uomini a fare altrettanto. Per questa visione l’individuo malato è divenuto, con Cristo, un uomo che Dio ha “visitato” più intimamente degli altri, quasi un prediletto, da aiutare e sovvenire in ogni modo, non certo da scacciare, anche da parte dei fratelli. Di qui la grandezza delle opere di carità e di medicina prodotte dal cristianesimo.

Mi spiego con un altro esempio. Un buon padre deve talora, purtroppo, castigare i propri figli, quando lo meritano. In ciò è mosso da senso di giustizia e di misericordia, cioè mira al vero bene, morale, del figlio. Così il figlio, ricevendo la giusta punizione, può viverla solo come mera “vendetta”, cui ribellarsi, oppure scorgere in essa il segno del bene paterno.

In sintesi, direbbero i nostri autori: tutto ciò che accade, accade non senza che Dio lo permetta. Per cui, anche quando un male fisico spaventoso coglie o il singolo uomo o interi paesi (vedi i terremoti), ciò avviene col consenso di Dio, che però vuole che tale evento castighi, purifichi, in ultima analisi salvi, in senso alto, coloro che sono stati colpiti.

Così, dicevano i Padri, le catastrofi mettono a nudo i cuori, perché costringono chi è colpito a fare i conti con la sua miseria ed il suo bisogno di Dio, e svelano il cuore, la pietà o l’empietà, di coloro che, invece, dovrebbero soccorrere e amare i fratelli.

Detto questo, e rimandando al libro, vorrei aggiungere una curiosità. L’accusa al de Mattei fu quella di non aver parlato come dovrebbe fare un uomo di “scienza”. L’idea di fondo era insomma quella scientista: di fronte al dolore un uomo di scienza dovrebbe limitarsi ai numeri della scala Mercalli, alla percentuale dei morti ecc… Come se la riflessione metafisica, teologica, non portasse ad un sapere molto più saporito di quello cui giunge la scienza sperimentale. Ma ancora una volta la storia può venirci in soccorso.

Ricordandoci che proprio uomini di Chiesa, che avevano una chiara idea della Provvidenza come quella del de Mattei, furono tra coloro che ci hanno fornito la capacità di ragionare anche in modo scientifico sulla metereologia e le catastrofi naturali. Penso a padre Benedetto Castelli che inventò il pluviometro; ai religiosi sismologi Giovanni Agamennone, Guido Alfani, Ernesto Gherzi…; al sacerdote Giuseppe Mercalli, autore della scala per misurare l’intensità dei terremoti che porta il suo nome e al monaco Andrea Bina, inventore del primo sismografo moderno (1751), che apriva il suo celebre trattato sui terremoti proprio accennando ai “castighi” di Dio.