Decreto della Penitenzieria Apostolica circa la concessione di speciali Indulgenze ai fedeli nell’attuale situazione di pandemia, 20.03.2020

Sala Stampa Vaticana simbolo

 

Si concede il dono di speciali Indulgenze ai fedeli affetti dal morbo Covid-19, comunemente detto Coronavirus, nonché agli operatori sanitari, ai familiari e a tutti coloro che a qualsivoglia titolo, anche con la preghiera, si prendono cura di essi.

«Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12). Le parole scritte da San Paolo alla Chiesa di Roma risuonano lungo l’intera storia della Chiesa e orientano il giudizio dei fedeli di fronte ad ogni sofferenza, malattia e calamità.

Il momento presente in cui versa l’intera umanità, minacciata da un morbo invisibile e insidioso, che ormai da tempo è entrato prepotentemente a far parte della vita di tutti, è scandito giorno dopo giorno da angosciose paure, nuove incertezze e soprattutto diffusa sofferenza fisica e morale.

La Chiesa, sull’esempio del suo Divino Maestro, ha avuto da sempre a cuore l’assistenza agli infermi. Come indicato da San Giovanni Paolo II, il valore della sofferenza umana è duplice: «È soprannaturale, perché si radica nel mistero divino della redenzione del mondo, ed è, altresì, profondamente umano, perché in esso l’uomo ritrova se stesso, la propria umanità, la propria dignità, la propria missione» (Lett. Ap. Salvifici doloris, 31).

Anche Papa Francesco, in questi ultimi giorni, ha manifestato la sua paterna vicinanza e ha rinnovato l’invito a pregare incessantemente per gli ammalati di Coronavirus.

Affinché tutti coloro che soffrono a causa del Covid-19, proprio nel mistero di questo patire possano riscoprire «la stessa sofferenza redentrice di Cristo» (ibid., 30), questa Penitenzieria Apostolica, ex auctoritate Summi Pontificis, confidando nella parola di Cristo Signore e considerando con spirito di fede l’epidemia attualmente in corso, da vivere in chiave di conversione personale, concede il dono delle Indulgenze a tenore del seguente dispositivo.

Si concede l’Indulgenza plenaria ai fedeli affetti da Coronavirus, sottoposti a regime di quarantena per disposizione dell’autorità sanitaria negli ospedali o nelle proprie abitazioni se, con l’animo distaccato da qualsiasi peccato, si uniranno spiritualmente attraverso i mezzi di comunicazione alla celebrazione della Santa Messa, alla recita del Santo Rosario, alla pia pratica della Via Crucis o ad altre forme di devozione, o se almeno reciteranno il Credo, il Padre Nostro e una pia invocazione alla Beata Vergine Maria, offrendo questa prova in spirito di fede in Dio e di carità verso i fratelli, con la volontà di adempiere le solite condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), non appena sarà loro possibile.

Gli operatori sanitari, i familiari e quanti, sull’esempio del Buon Samaritano, esponendosi al rischio di contagio, assistono i malati di Coronavirus secondo le parole del divino Redentore: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13), otterranno il medesimo dono dell’Indulgenza plenaria alle stesse condizioni.

Questa Penitenzieria Apostolica, inoltre, concede volentieri alle medesime condizioni l’Indulgenza plenaria in occasione dell’attuale epidemia mondiale, anche a quei fedeli che offrano la visita al Santissimo Sacramento, o l’adorazione eucaristica, o la lettura delle Sacre Scritture per almeno mezz’ora, o la recita del Santo Rosario, o il pio esercizio della Via Crucis, o la recita della Coroncina della Divina Misericordia, per implorare da Dio Onnipotente la cessazione dell’epidemia, il sollievo per coloro che ne sono afflitti e la salvezza eterna di quanti il Signore ha chiamato a sé.

La Chiesa prega per chi si trovasse nell’impossibilità di ricevere il sacramento dell’Unzione degli infermi e del Viatico, affidando alla Misericordia divina tutti e ciascuno in forza della comunione dei santi e concede al fedele l’Indulgenza plenaria in punto di morte, purché sia debitamente disposto e abbia recitato abitualmente durante la vita qualche preghiera (in questo caso la Chiesa supplisce alle tre solite condizioni richieste). Per il conseguimento di tale indulgenza è raccomandabile l’uso del crocifisso o della croce (cf. Enchiridion indulgentiarum, n.12).

La Beata sempre Vergine Maria, Madre di Dio e della Chiesa, Salute degli infermi e Aiuto dei cristiani, Avvocata nostra, voglia soccorrere l’umanità sofferente, respingendo da noi il male di questa pandemia e ottenendoci ogni bene necessario alla nostra salvezza e santificazione.

Il presente Decreto è valido nonostante qualunque disposizione contraria.

Dato in Roma, dalla sede della Penitenzieria Apostolica, il 19 marzo 2020.

 

Mauro Card. Piacenza

Penitenziere Maggiore

Krzysztof Nykiel

Reggente




Il cappellano che nel reparto dei malati da coronavirus scrive sul suo camice usa e getta la parola “Prete”

Riprendo stralci da un articolo di Luciano Zanardini pubblicato su Vatican Insider   in cui viene intervistato Don Giovanni Musazzi, sacerdote della Fraternità Sacerdotale S. Carlo Borromeo, cappellano presso l’Ospedale Luigi Sacco di Milano, che visita i malati affetti da coronavirus.

 

Don Giovanni Musazzi

Don Giovanni Musazzi

 

«A un cappellano viene chiesto di fare il cappellano. Sono un ospite che testimonia con la sua presenza che Dio c’è». Don Giovanni Musazzi è il volto della misericordia di Dio nelle corsie dell’Ospedale Luigi Sacco di Milano. «La presenza è il punto di partenza» per instaurare un dialogo con i medici e con i pazienti. Sul camice usa e getta scrive di volta in volta, con il pennarello, la parola “prete”. «Visito i pazienti Covid». A volte si deve limitare a una benedizione attraverso il vetro. «Ma sono entrato, con le protezioni necessarie, anche in alcune stanze. Le giornate volano veloci (gli incontri, compresi i preparativi, possono durare anche un’ora)».

«Una signora con la polmonite quando mi ha visto – racconta il sacerdote della Fraternità San Carlo – si è messa a piangere, perché normalmente non possono ricevere visite. La sua compagna di stanza, cattolica ma non praticante, quando ha capito che ero un prete, si è commossa ed è scoppiata in lacrime». La malattia può degenerare in fretta. «Molte persone desiderano confessarsi. Mi posso fermare due/tre minuti per la comunione e l’assoluzione generale. Non posso avvicinarmi. Faticano a parlare, ma sono molto felici di vedere un sacerdote e qualcuno che non è obbligato a restare lì».

Nonostante lo sconforto, la speranza cristiana è ben visibile. «La sofferenza può nascondere Dio ma non lo elimina. Cerco di assumere la sofferenza delle persone che incontro e prego con loro. Diversamente sarebbe solo un esercizio di retorica». L’uomo è alla ricerca di continue risposte: «L’epicureo sazio, seduto sul divano con in mano il telecomando, afferma che se c’è la sofferenza, non c’è Dio. Noi, invece, vediamo che più c’è sofferenza, più c’è una ricerca di Dio, perché emerge una ricerca di senso. Noi strutturalmente siamo preghiera. Nasciamo piangendo, chiedendo che qualcuno ci soccorra», racconta il sacerdote.

Ma se prego, chi viene in mio aiuto? «L’unico modo per far capire che c’è Qualcuno, è mostrare un uomo che va in soccorso. Nel patrimonio della Chiesa, soprattutto dell’ultimo secolo, abbiamo dimenticato che Dio si è fatto carne: Dio ti raggiunge attraverso l’uomo». Ognuno di noi con i suoi limiti può diventare determinante per l’altro.

Continua ad incontrare i medici. E più di una persona, ogni giorno, gli raccomanda: «Non smettere di venire, perché abbiamo bisogno di vederti». «Non faccio – sottolinea – cose straordinarie. Aspetto anche quaranta minuti alla porta per chiedere semplicemente se la notte si sono riposati. Magari quella persona non ha nessuno che glielo chiede…». Del resto chi lavora «nella zona critica» vive normalmente separato dalla sua famiglia («ci ritroviamo a parlare della moglie e dei figli»); lo stesso ospedale ha messo a disposizione delle camere in hotel.

Di fronte al dolore, «io non posso dirti che Dio ti ama. Devo dire: io ti amo e sono disposto a condividere un po’ di tempo con te. Allora – conclude don Giovanni – posso dire a una persona che Dio lo ama».

 




Card. Ruini: “Cristo risorto è la nostra grande speranza”

Dalla intervista del card. Camillo Ruini a TG2 Post del 18 marzo scorso.

 

 

Card. Camillo Ruini

Card. Camillo Ruini

 

 

D. – Cardinale, in questa emergenza l’Italia ha forse riscoperto anche dei piccoli tesori che sono nascosti dentro le nostre case. È così?

R. – Sì, io credo che questo momento veramente tragico ci induce a riscoprire l’importanza del rapporto con Dio e quindi della preghiera. Io almeno lo vivo così: un momento nel quale con tutto il cuore mi affido al Signore e alla sua misericordia.

D. – Ma come possiamo fare perché questo momento drammatico si trasformi in una risorsa, in una riscoperta anche della nostra umanità, dei nostri sentimenti, del mutuo soccorso?

R. – Io credo che questo momento ci spinge alla solidarietà. Tutti comprendiamo che siamo sulla stessa barca, che dobbiamo cercare di aiutarci l’uno con l’altro, perché questa è una questione di vita o di morte. E qui di nuovo la fede può esserci di grande aiuto, perché la fede ci dice proprio questo, che siamo tutti fratelli, figli di un unico Padre, che veglia su di noi. E noi dobbiamo credere in questo, credere che non siamo soli, non solo perché ci sono altre persone con noi, ma anche perché di fronte alla morte il cristiano sa che la morte non ha l’ultima parola. Bisogna pur dirlo questo, perché quando si parla di centinaia di morti, e naturalmente di tante persone che perdono i loro cari, questo interrogativo si pone inevitabilmente: con la morte finisce tutto? oppure la morte è un passaggio, che è doloroso, drammatico, ma è verso la vita? È per questo che Cristo risorto è la nostra grande speranza, è il punto di riferimento. Attacchiamoci a lui! Crediamo in lui!

D. – Molti fedeli in questo momento sono anche un po’ disorientati, perché per evitare i contagi non possono neanche incontrare Dio in chiesa. Qual è il conforto che possiamo dare a chi in concreto non riesce a vivere la sua religiosità, la sua fede in chiesa?

R. – Io credo che possiamo trovare Dio nella nostra coscienza. Gesù ha detto: quando preghi, chiuditi nella camera tua e prega. Le circostanze esterne sono importanti, certo, è importante l’andare in chiesa, ma è importante soprattutto il rapporto interiore con Dio. Vorrei sottolineare l’importanza della fiducia. Non dobbiamo perdere fiducia. È vero che questo coronavirus ci ha in qualche modo sconfitti, per ora. Ma è anche vero che l’uomo saprà vincere. Saprà vincere attraverso la solidarietà reciproca, certamente, ma anche attraverso il suo ingegno, l’ingegno dell’uomo che viene da Dio e che ci farà trovare i rimedi anche per il coronavirus. Si tratti di una terapia, di un vaccino, o di quello che sia, non so quando questo avverrà, ma sono convinto che supereremo anche il coronavirus, e per questo dobbiamo avere fiducia e chiedere al Signore di farci impiegare al meglio le capacità che ci ha dato.

D. – Abbiamo visto domenica scorsa le immagini di papa Francesco per le vie deserte di Roma, l’abbiamo visto pregare davanti al Crocifisso di San Marcello, a Santa Maria Maggiore. E oggi ha rilasciato un’intervista a “la Repubblica” in cui ha parlato della concretezza delle piccole cose, di trasformare questo isolamento per scoprire un tesoro. L’esortazione era nel titolo: “Non sprecate questi giorni difficili”. Come si fa, cardinale?

R. – Questi giorni ci offrono degli spazi nuovi. Mentre siamo chiusi in casa, mentre dobbiamo rinunciare alle nostre solite attività, abbiamo più tempo per dedicarci ad altre cose. E una di queste è certamente riscoprire i rapporti reciproci, riscoprire i nostri affetti, le nostre amicizie, i valori che ci tengono uniti. E come dicevo prima, nella stessa linea va la riscoperta del nostro rapporto con il Signore. Quindi in questo modo possiamo certamente mettere in positivo, mettere a valore, anche quelle cose che dobbiamo subire per rispettare le regole e per combattere il coronavirus. Vorrei anch’io dire che è molto importante che, come ha detto il papa, ciascuno di noi cerchi di fare quanto gli è possibile, che ciascuno di noi sappia che è anche responsabilità sua. Ogni uomo è libero, ogni uomo è responsabile. Dobbiamo essere consapevoli di questo e non lasciarci mai andare. Vi sono purtroppo degli esempi anche molto negativi – dobbiamo dirlo in questa circostanza – di persone che approfittano del disastro per cercare di lucrare qualche irrisorio vantaggio personale, economico. Ma di fronte a questo ci sono tante testimonianze positive, pensiamo ai medici, agli infermieri, ma non solo a loro. Ebbene, questo provoca anche la nostra libertà. Noi siamo persone libere, possiamo decidere consapevolmente di usare bene tutte le risorse che abbiamo, anche nel senso della solidarietà e dell’aiuto a chi ha più bisogno di noi.

D. – Cardinale, molte persone ci lasciano a causa di questo maledetto virus e la cosa più triste è che se ne vanno in solitudine. Spesso non c’è neanche la possibilità di avere un funerale.

R. – Questo è veramente molto triste: non poter essere vicini ai propri cari che ci lasciano. Speriamo che le persone che si trovano lì, i medici, gli infermieri, dicano loro una parola buona, che attraverso di loro sentano che non sono abbandonati. E soprattutto vorrei pregare il Signore che faccia sentire a loro che lui è vicino e li aspetta, come il Padre aspetta il proprio figlio che torna a casa, come il Padre della parabola aspettava il figliol prodigo, come Abramo aspettava il povero Lazzaro che moriva.

 




Le virtù cardinali della prudenza e della fortezza in questo momento segnato dal coronavirus

Rilancio un articolo di Roberto Colombo, docente alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore  di Milano e membro della Pontificia Accademia per la Vita, apparso sul sito della Conferenza Episcopale Italiana.  

 

mano malato

 

Ogni tempo ha le sue virtù più preziose per una vita buona. Quelle cardinali – prudenza, giustizia, fortezza e temperanza – non sono datate, hanno ugual valore oggi come in passato. Tra di esse, alcune che aiutano a governare la nostra vita più di altre in particolari circostanze, e vanno coltivate con maggiore cura, richiamate senza stancarsi e, soprattutto, invocate con la preghiera.

Le virtù sono popolari, per tutti. Quelle cardinali sono virtù laiche, ma anche pastorali: “I doveri” di Sant’Ambrogio, la “Regola” di San Gregorio Magno e la “Orazione” di San Giovanni Climaco – per ricordare solo alcuni testi classici del IV‒VI secolo – sono ricche di saggezza spirituale del pastore, radicata ed equilibrata proprio in questi “beni divini”, come già le chiamava Platone (cf. Leggi, I, 631c). Il termine origina dal latino virtus: “forza”, “coraggio”. Le virtù dei pastori suscitano forza nei fedeli e le virtù dei fedeli sono la forza dei pastori.

Nel tempo drammatico dell’epidemia da coronavirus, due virtù appaiono i cardini maggiori capaci di reggere la porta dell’intelligenza e del cuore e muovere la libertà, orientandola verso scelte secondo ragione e secondo fede, insieme. Sono la prudenza e la fortezza. Seguendo l’ordine dettato da Sant’Agostino (De Genesis contra Manichaeos II, 10, 13-14) e ripreso da San Tommaso (Summa theologiae I-II, q. 61), la prudenza precede la fortezza perché «è la virtù che dispone la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo. […] Grazie alla virtù della prudenza applichiamo i principi morali ai casi particolari senza sbagliare e superiamo i dubbi sul bene da compiere e sul male da evitare» (Catechismo della Chiesa Cattolica, § 1806). La prudenza non è pavidità né incertezza, ma capacità di individuare in scienza e coscienza tutto il bene possibile nelle circostanze della storia personale e comunitaria, con l’aiuto di Dio e di chi ci è prossimo.

Ma ciò a cui ci orienta il discernimento secondo prudenza non si traduce in decisioni operative ed azioni concrete – in modo particolare quando le circostanze sono più drammatiche e irte di pericoli per noi e per gli altri – senza una seconda virtù, quella della fortezza. Questa, «nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli […] La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni. Dà il coraggio di giungere fino alla rinuncia e al sacrificio della propria vita per difendere una giusta causa» (Catechismo, § 1808). La fortezza non è spregiudicatezza né temerarietà, ma amore per il bene dei fratelli e delle sorelle come per il proprio: chi non ha “fortemente” a cuore il proprio destino, come potrebbe amare e servire quello degli altri?

Quanti sono chiamati a prendersi cura della salute del corpo (i medici, gli infermieri e il personale socio-sanitario) e, non meno, chi è in “cura d’anime” (i vescovi e i sacerdoti) si trovano, in queste settimane, ad esercitare il loro servizio in prossimità di pazienti già affetti da Covid-19 o solamente positivi al coronavirus, oppure in quarantena perché hanno avuto contatti con i precedenti, e, dunque, esposti al possibile rischio di venire infettati. Inoltre, gli operatori sanitari e i ministri della Chiesa potrebbero a loro volta essere veicoli biologici del virus pur essendo asintomatici, in quanto sono vulnerabili all’infezione a causa delle relazioni interpersonali legate alle loro attività. Questo non è disgiunto dall’eventualità di trasmettere il Covid-19 rispettivamente ai pazienti e ai fedeli che essi assistono.

I due pericoli sopra indicati sono reali e non possono essere sottovalutati per negligenza o leggerezza. Farlo sarebbe un atteggiamento irresponsabile verso sé stessi, gli altri e l’intera comunità. Una irresponsabilità civile ed ecclesiale. Assumere una disposizione di responsabilità (secondo l’etimo, “rispondere” delle proprie azioni ed omissioni coram populo e, ultimamente, coram Deo) comporta forse la necessità che ci si astenga dai compiti sanitari o pastorali cui la professione o il ministero chiama? Nel rispondere a questa domanda ci sostengono la virtù della prudenza e quella della fortezza che, mutatis mutandis, guidano l’agire buono dei professionisti sanitari e dei ministri ordinati.

La prudenza, che orienta «a scegliere i mezzi adeguati per compier[e]» il bene (Catechismo § 1806), suggerirà quali modalità di rapporto diretto o indiretto tra operatore o pastore ed assistito o fedele risultano appropriate nella circostanza, l’indifferibilità o meno dell’azione richiesta, e quali strumenti preventivi di un possibile contagio (i cosiddetti “dispositivi di protezione individuale”; DPI) sono indispensabili, tenuto conto della rischio obiettivo, della disponibilità di DPI e della effettiva istruzione al loro impiego da parte degli operatori e dei ministri. Proprio in questi giorni si sono moltiplicate le richieste dei singoli medici e infermieri che operano nei centri colpiti dall’epidemia e delle associazioni professionali, perché siano messi a loro disposizione i DPI di qualità e in quantità adatta per la prevenzione del rischio infettivo.  Sul versante pastorale si è mossa anche la Conferenza Episcopale Italiana attraverso i “Suggerimenti per la celebrazione dei sacramenti in tempo di emergenza Covid-19”.

La decisione di perseguire con deliberata volontà il bene possibile da compiere nella difficile ma ineludibile circostanza della diffusione del coronavirus nasce dalla virtù che indica la regola e la misura della condotta da seguire. Come scrive san Bernardo, «fortitudinis matrem esse prudentiam» (“la prudenza è madre della fortezza”; De Consideratione I, VIII, 9). Essere determinati nel compiere il bene che interpella qui e ora la nostra libertà significa navigare sulla rotta sicura tracciata dalla prudenza per evitare gli scogli, restando a distanza dalla Scilla della irresponsabilità personale e sociale e dal Cariddi del timore paralizzante. Il coraggio non è una virtù cieca e la forza virtuosa non è una energia senza freno, un’attività compulsiva. Di fronte agli immensi bisogni sanitari individuali e comunitari, alle esigenze relazionali e alle necessità spirituali che l’emergenza coronavirus sta generando, il coraggio vince l’inerzia a muovere i passi sui sentieri impervi di ciò che è giusto compiere nel perseguire il bene personale e comune. La fortezza impedisce di lasciar cadere le braccia, per volgere lo sguardo e instradarsi verso opzioni di ripiego, che appaiono come scorciatoie meno onerose, o talvolta strumentali al disimpegno.

Il “farsi prossimo” a chi soffre per la malattia o teme per la propria vita fisica e spirituale – in un tempo nel quale vi è necessità della “medicina dell’anima” non meno di quella del corpo – è possibile per la libertà dell’uomo e la grazia di Dio. Tirarsi indietro non è degno della prima e della seconda. Non siamo eroi, ma chiamati ad essere uomini e donne fino in fondo. Non siamo santi, ma chiamati ad essere servitori fedeli nel poco o nel molto che ci è chiesto in questo momento.

Come il buon samaritano, che non passa oltre chi è ferito nel corpo e nell’anima, si ferma e si avvicina personalmente per prendersi cura di quell’uomo, senza paura di essere a sua volta vittima dei briganti (cf. Lc 10, 25‒37). Con circospezione li avrà tenuti a distanza, sapendo di essere lui pure vulnerabile nei confronti di quei nemici resi invisibili dall’oscurità. Una prudenza coraggiosa e un impeto prudente è stata la forza di quell’uomo della Samaria che il Vangelo indica come modello per i medici, i laici e il clero.

 

 




Uno sguardo ragionato e pacato alla questione del coronavirus

Senza necessariamente sposare l’impostazione del dott. Samuele Ceruti, invito comunque a guardare questo interessante video per avere uno sguardo diverso ed uno spunto di riflessione sulla crisi da coronavirus.

(se non si dovesse caricare il video fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)

 

 

Il dott. Samuele Ceruti è Medico Ospedaliero presso il reparto di terapia intensiva di una clinica di Lugano, in Svizzera, e specialista in Medicina Intensiva, in Medicina Interna e in Medicina d’Urgenza. Come dice Matteo D’Amico, autore del canale YouTube su cui è apparsa l’intervista, nel presente video si analizzano criticamente, sulla base del criterio dell’evidenza scientifica, i dati ufficiali relativi all’influenza da coronavirus aggiornati al 12 marzo, consapevoli che solo da un dibattito franco e aperto può sorgere un reale progresso e che ovviamente solo alla conclusione dell’emergenza si potra’ fare un bilancio definitivo. Per queste ragioni nel frattempo è importante che tutti rispettino scrupolosamente le indicazioni provenienti dal governo e dalle autorità sanitarie per ridurre le probabilità di contagio. Chiunque volesse approfondire il tema e trovare i link dei siti da cui sono stati tratti tutti i dati ufficiali citati nel video, può farlo scaricando con questo link il documento pdf messo a diposizione dal Dott. Ceruti: https://drive.google.com/file/d/1HP5A... I dati sono confermati anche dai report e dalle infografiche pubblicate dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS): -Bollettino: https://www.epicentro.iss.it/coronavi... – Infografica: https://www.epicentro.iss.it/coronavi… -Report sulle caratteristiche dei pazienti deceduti positivi a Covid-19: https://www.epicentro.iss.it/coronavi… Perchè il Covid-19 sembra fare più vittime in Italia: https://www.tio.ch/dal-mondo/attualit…  #Coronavirus #Pandemia

 




Papa Francesco e il romanzo antico di 200 anni

peste Manzoni Milano

La peste di Milano del 1630 nel romando I promessi sposi di Alessndro Manzoni

 

 

di Ines Murzaku

 

Con l’Italia in isolamento nel tentativo di rallentare la diffusione del mortale, novello coronavirus, mi viene in mente il romanzo storico di Alessandro Manzoni I Promessi Sposi, uno dei preferiti di Papa Francesco.

“In tempi di pandemia”, ha detto papa Francesco domenica scorsa, poco prima di recitare l’Angelus, “i sacerdoti non devono essere il don Abbondio della situazione”. Si trattava di un riferimento a un grande antagonista della storia di Manzoni, che descrive la pestilenza del 1630, che per coincidenza era concentrata nel Nord Italia. Questa peste decimò il luogo di nascita del Manzoni, Milano, che fino ad allora era stata una delle città più densamente popolate d’Italia. Il Manzoni descrive l’immensa sofferenza umana a causa della carestia: “ad ogni passo si incontravano mendicanti pallidi ed emaciati, o invecchiati nel commercio, o ridotti dalla necessità dei tempi a chiedere l’elemosina” e la guerra, avvenuta esattamente due anni (1628-1629) prima che l’epidemia mortale colpisse Milano.

L’epidemia si diffuse in Lombardia con il passaggio delle truppe tedesche in viaggio per assediare la città di Mantova: gli effetti furono devastanti. Nel 1630 l’epidemia si diffondeva a Milano e faceva vittime in ogni angolo di Milano. I malati venivano raccolti nel lazzaretto (ospedale dove i malati erano segregati alla periferia di Milano), che fino ad allora era stato solo un deposito di merci sospettate di trasmettere il contagio, come spiega il Manzoni. Il numero dei malati del lazzaretto crebbe esponenzialmente da 2.000 a più di 12.000 quando la peste raggiunse il suo apice nei caldi mesi di luglio e agosto del 1630. I padri cappuccini che si occupavano delle persone del lazzaretto erano gli eroi di Bergoglio.

La Chiesa nel romanzo storico del Manzoni, oltre ad essere un’istituzione divina perché fondata da Gesù Cristo, è anche umana, fallendo e cadendo nel tempo della pestilenza. La Chiesa è fatta di peccatori, anche consacrati e consacrate, che, come ogni membro del Corpo mistico di Cristo, sono chiamati alla conversione. Il clero nella penna del Manzoni è privo di virtù.

Alcuni, come il già citato don Abbondio, che fa fatica ad andare contro i capricci dei ricchi e dei potenti, furono fatti sacerdoti non per vera vocazione ma per convenienza e per il desiderio di una vita comoda. I frati cappuccini, seri nella loro vocazione religiosa, sono sul campo di battaglia, aiutando la gente di Milano che soffre la peste. Frati come padre Felice Casati, che si occupava della gente del lazzaretto, sono gli eroi di Papa Francesco. Il “frate ammirevole”, come lo chiama il Manzoni nel romanzo, è in prima linea sul campo di battaglia, elevando il morale delle persone ai margini che combattevano contro una malattia mortale e che erano state abbandonate dai loro familiari e amici per paura del contagio. Padre Felice era con loro, a servire e ad elevare il loro morale nella letterale periferia del lazzaretto:

Ed ecco arrivare il padre Felice, scalzo, con quella corda al collo, con quella lunga e pesante croce alzata; pallido e scarno il viso, un viso che ispirava compunzione insieme e coraggio; a passo lento, ma risoluto, come di chi pensa soltanto a risparmiare l’altrui debolezza; e in tutto come un uomo a cui un di più di fatiche e di disagi desse la forza di sostenere i tanti invece i necessari e inseparabili da quel suo incarico. (Non tradotto dall’inglese, ma ripreso dal testo originale del Manzoni, ndr)

La Chiesa era ottagonale in mezzo al lazzaretto e serviva senza sosta i sofferenti. L’omelia di padre Felice è spettacolarmente edificante per “il pavimento delle teste” dei malati che lo seguono:

Benedetto il Signore! Benedetto nella giustizia, benedetto nella misericordia! Benedetto nella morte, benedetto nella salute! Benedetto in questa scelta che ha voluto far di noi! Oh! Perché l’ha voluto, figlioli, se non per serbarsi un piccolo popolo corretto dall’afflizione, infervorato dalla gratitudine? Se non a fine che, sentendo ora più vivamente, che la vita è un suo dono, ne facciamo quella stima che merita una cosa data da Lui, l’impieghiamo nell’opere che si possono offrire a Lui? Se non a fine che la memoria de’ nostri patimenti ci renda compassionevoli e soccorrevoli ai nostri prossimi? (Non tradotto dall’inglese, ma ripreso dal testo originale del Manzoni, ndr)

Ed ecco la definizione del sacerdote sul campo di battaglia, ecco il sacerdote che piace a Bergoglio:

Per me,  – disse [padre Felice], – e per tutti i miei compagni, che, senza alcun nostro merito, siamo stati scelti all’alto privilegio di servire Cristo in voi; io vi chiedo umilmente perdono se non abbiamo degnamente adempito un sì grande ministero. Se la pigrizia, se l’indocilità della carne e ci ha resi men attenti alle vostre necessità, men pronti alle vostre chiamate; se un’ingiusta impazienza, se un colpevole tedio ci ha fatti qualche volta comparirvi davanti con un volto annoiato e severo; se qualche volta il miserabile pensiero che voi aveste bisogno di noi, ci ha portati a non trattarvi, se la nostra fragilità ci ha fatti trascorrere a qualche azione che vi sia stata di scandalo; perdonateci! Così Dio rimetta a voi ogni vostro debito, e vi benedica -.E, fatto sull’udienza un gran segno di croce, s’alzò. (Non tradotto dall’inglese, ma ripreso dal testo originale del Manzoni, ndr)

Padre Felice, il sacerdote del lazzaretto, è uno dei curas villeros (preti dei bassifondi, ndr) di Francesco; Padre Felice è probabilmente uno dei motivi per cui I Promessi sposi è il romanzo preferito di Francesco. All’inizio di questa settimana, camminando per le strade di Roma e poi pregando nella Basilica di Santa Maria Maggiore e nella Chiesa di San Marcello, “dove ha pregato davanti a un crocifisso che fu usato in processione quando la peste colpì Roma nel 1522”, Francesco si è comportato come un Francesco imprevedibile e con le sue priorità fissate su coloro che soffrivano, specialmente quelli delle periferie; in questo caso, la gente di Roma in quarantena. “Ho chiesto al Signore” – ha detto in un’intervista sul suo breve pellegrinaggio – “di fermare l’epidemia: ‘Signore, fermala con la tua mano’. Questo è ciò per cui ho pregato…”.

 

(Pubblicato su Catholic News Report. La traduzione è a cura di Sabino Paciolla)