Vaticano: pubblicate le linee guida per la Settimana Santa, il Triduo e le liturgie pasquali

Il dicastero vaticano per la liturgia ha pubblicato le linee guida per i vescovi e i sacerdoti per la celebrazione della Settimana Santa, del Triduo e delle liturgie pasquali durante la pandemia del coronavirus. Ce ne parla in questo articolo Dorothy Cummings McLean pubblicato su Lifesitenews.

 

Card. Robert Sarah (CNS photo/Paul Haring)

Card. Robert Sarah (CNS photo/Paul Haring)

 

Il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto divino, ha ritenuto necessario ricordare al mondo che la celebrazione della Pasqua da parte della Chiesa cattolica non può essere spostata in una data diversa a causa del blocco del coronavirus. 

In una lettera pubblicata oggi, Sarah ha detto di aver ricevuto una serie di domande sulla Pasqua a causa della pandemia di coronavirus. Ha ricordato ai lettori che la Pasqua è “il cuore dell’intero anno liturgico e non è una semplice festa tra le altre”.

“Il Triduo Pasquale viene celebrato in un arco di tre giorni, preceduto dalla Quaresima e coronato dalla Pentecoste e, quindi, non può essere trasferito in un altro tempo”, ha dichiarato 

L’annuale Messa Crismale, celebrata di solito il martedì della Settimana Santa, può tuttavia essere rinviata dai vescovi ad una data successiva. Espressioni di pietà popolare e processioni comuni alla Settimana Santa e al Triduo Pasquale possono anche avere luogo più avanti nell’anno, a seconda del giudizio degli ordinari locali. Il cardinale ha suggerito il 14 e il 15 settembre. 

Sarah ha affermato che ovunque le autorità civili ed ecclesiastiche abbiano posto restrizioni all’assemblea pubblica a causa del coronavirus, la celebrazione del Giovedì Santo, del Venerdì Santo e della Pasqua proseguiranno nelle chiese e nelle cattedrali senza la presenza fisica dei fedeli laici. 

“I fedeli devono essere informati dei tempi della celebrazione in modo che possano unirsi in preghiera nelle loro case”, ha continuato. 

“In questa occasione sono utili i mezzi di trasmissione televisiva in diretta (non registrata) o via internet”. 

Alcune parti delle solite cerimonie saranno eliminate. Per esempio, non ci sarà la lavanda dei piedi, “che è già facoltativa”, durante le liturgie del Giovedì Santo. Sarà omessa anche la consueta processione dall’altare al luogo della reposizione, e il Santissimo Sacramento sarà custodito nel tabernacolo.  

La Veglia Pasquale sarà celebrata solo nelle chiese cattedrali e parrocchiali dove è possibile celebrarla. La preparazione e l’accensione del fuoco pasquale saranno omesse, così come la consueta processione successiva. La liturgia battesimale conterrà solo il “Rinnovo delle promesse battesimali”, il che suggerisce che non ci saranno battesimi o cresime nelle zone interessate. 

“Le decisioni riguardanti i monasteri, i seminari e le comunità religiose saranno prese dal Vescovo diocesano”, ha diretto Sarah. 

Il cardinale ha confermato che ciò è stato fatto per mandato di papa Francesco, solo per il 2020. 

Per la prima volta nella storia della Chiesa, molti vescovi di tutto il mondo hanno volontariamente sospeso le Messe pubbliche per un periodo di tempo indefinito, come modo per rallentare o fermare la diffusione della pandemia di Covid-19. I sacerdoti sono stati incoraggiati a continuare a celebrare le Messe, e ai laici è stato consigliato di unirsi a loro nella preghiera, in particolare partecipando alle Messe in diretta da casa. 

 




Il rischio di essere padre. Una responsabilità impellente.

Libri sul padre

di Miguel Cuartero Samperi

 

Costretto a stare a casa a causa dell’emergenza coronavirus e approfittando di un po’ di tempo libero, ho pensato di approfittarne per dedicare del tempo alla lettura (che è comunque necessario ritagliarselo, tra gli impegni domestici, gli svaghi e la quantità di informazioni che in questo tempo arrivano tramite whatsap, social network e giornali online…). Ho quindi deciso di prendere in mano alcuni libri che ho acquistato negli ultimi anni senza riuscire a leggere. Capita a tutti di avere tra gli scaffali della propria libreria alcuni (o molti) libri acquistati o ricevuti in regalo che non si è mai riusciti a leggere per mancanza di tempo.

Ho fotografato la pila di libri che sono passati dallo scaffale al tavolo, per guardarli da vicino (sono convinto prendere contatto fisico col libro, toccarlo, tenerlo vicino è il primo passo per entrare nel suo contenuto) e selezionarli nel tentativo di decidere da che parte iniziare.

Mi sono dunque reso conto di avere da leggere ben tre libri dedicati alla figura del padre (oltre alla collezione completa dei libri di Meg Meeker, che consiglio a tutti). In effetti avendo tre figli piccoli (sei anni il più grande) e un’altra in arrivo, ho maturato la consapevolezza dell’estrema gravità del compito del papà, quello di crescere ed educare dei figli, di introdurli nella vita. Credo in effetti che più che domandarci che mondo lasceremo ai nostri figli, dovremo chiederci che figli stiamo preparando per il mondo. Mi spiego: contribuire a cambiare il mondo col nostro piccolo contributo (tutti i discorsi sulla legalità, sull’ecologia, sul granello di sabbia con cui possiamo contribuire al bene comune e al bene sociale…) è, seppur faticoso e logorante, qualcosa di estremamente necessario, per cui anche il nostro contributo è prezioso. Ma custodire, istruire, preparare, formare ed educare, per quanto ci sarà possibile, coloro che dovranno fare i conti col mondo che verrà è una sfida cruciale.

Certo, c’è la libertà umana. La libertà dei padri e la libertà dei figli. E questo è un prezioso dono divino che, da sempre, dai tempi di Adamo, ci ha causato non pochi problemi e noie… Ma il punto è fare di tutto per poter dire, alla fine dei nostri giorni, di aver fatto il meglio che abbiamo potuto.

Siccome credo che nessuno nasca padre (una evidenza personale che, purtroppo, non sembra sia da tutti condivisa) penso che sia più che necessario (come primo passo) rinunciare alla superbia di pensare che il buon senso e il proprio bagaglio culturale e religioso siano sufficienti per affrontare un simile compito; è dunque necessaria una buona dose di umiltà (spirituale ed intellettuale) per farci guidare, per lasciarci accompagnare e consigliare da chi – per esperienza personale o per scienza e professione – ha qualcosa da dirci, da insegnarci. Formare la nostra coscienza e, solo successivamente, quella dei figli che Dio ci ha affidato, è un compito impellente. Troppo spesso rifiutiamo l’aiuto che potrebbe, al contrario, essere prezioso. Cosa possono saperne i preti? Cosa può insegnarmi uno psicologo? Cosa viene a raccontarmi una persona con un solo figlio? Cosa vuol saperne un medico o un professore…? Mille motivi – una sola superbia – ci spingono spesso a voler andare avanti da soli, seguendo i nostri istinti e a rifiutare ogni possibile suggerimento. Ma non possiamo permetterci di andare allo sbaraglio in un compito così delicato e importante. Oltre alla presenza (che già sarebbe un primo passo necessario) e all’amore (quello vero, non il mero affetto o al legame affettivo-biologico che rende eterno nel tempo il cordone ombellicale) abbiamo bisogno di formarci e prepararci, di informarci e approfondire.

Si ripete spesso che la società moderna ha ucciso il padre. La verità è che la figura padre è costantemente minacciata perché rimanda all’immagine del primo Padre, che è Dio. Noi padri siamo chiamati ad essere (per quanto pallido e sfocato) un riflesso della paternità di Dio per i nostri figli, al fine di portarli a conoscere Lui, vero padre che non sbaglia, che non delude e che realizza ogni desiderio di felicità insito nell’anima di ogni uomo, mentre noi sbagliamo, deludiamo e non siamo capaci di assicurare nessun tipo di felicità in questa terra. Possiamo però indicare la via…

La nostra debolezza e fragilità, le nostre malattie e ferite interiori, la nostra inesperienza (perché non nasciamo “imparati” e non abbiamo modo di fare tentativi prima di salire sul ring), il nostro egoismo che ci impedisce di dare la vita per i nostri figli, le nostre lacune nella formazione intellettuale e spirituale, la società in cui viviamo che demolisce ogni tentativo di ritorno del padre, ogni autorità e ogni paternità, la mancanza di guide e di pastori utili alla causa… Tutte queste avversità bastino per capire che dobbiamo rimboccarci le maniche con umiltà e costanza.

Tutte queste riflessioni, sparse e mal scritte, nascono in me oggi 19 di marzo, festa del papà, giorno in cui la Chiesa festeggia san Giuseppe, sposo di maria, padre putativo di Gesù e prototipo di ogni padre. Molto abbiamo da imparare da lui, uomo del silenzio, uomo giusto (con ciò che comporta essere “giusti” nella Scrittura), capace di accogliere la volontà di Dio, volta per volta, giorno per giorno, anche di fronte alle più grandi difficoltà che la storia ci pone davanti. Un compito gravoso, una sfida affascinante, una responsabilità alla quale non è possibile sottrarsi, ma che è necessario affrontare con umiltà e coraggio.

PS. Avevo inizialmente pensato di scrivere qualcosa sui tre libri che vorrei leggere (in foto). Dopo più di dieci anni, la mia professione mi ha insegnato a dire qualcosa di sensato su un libro anche se non l’ho letto per intero (o affatto). Ma mi sono lasciato prendere da alcune riflessioni generiche, che spesso mi tornano in mente. E forse è stato meglio così… Dei libri, se ci sarà occasione, potrò parlarne più avanti.

 

 




Cosa c’entra il coronavirus con la “preghiera del mattino” che ci hanno insegnato da bambini?

Riprendo dal blog leonardolugaresi questa interessante spiegazione della preghiera del mattino che ci hanno insegnato da bambini e di come c’entri con l’attuale crisi da coronavirus. 

 

mattino

 

Mi è stato chiesto di spiegare brevemente perché considero così importante dire subito al mattino, come primo nostro atto da svegli, la preghiera che ci hanno insegnato da bambini. (Ora, grazie al potente richiamo della peste, anch’io lo faccio proprio subito, al primo riemergere della coscienza; prima mi succedeva spesso di ricordarmene solo dopo un po’, lavandomi i denti o prendendo il caffé …).

Credevo di averne già parlato qui, ma non sono riuscito a ritrovare il pezzo (se mai l’ho scritto), quindi lo dico (o lo ridico) ora nel modo più conciso possibile.

Ti adoro mio Dio. La prima parola non è amore, ma adorazione. Eppure Amore è la definizione stessa di Dio (1 Gv 4, 8): dunque la prima parola non dovrebbe essere quella? No, perché “Ti adoro” dice innanzitutto la verità sul rapporto tra me e Dio. Mette, per così dire, ciascuno al proprio posto. Prende atto dell’infinita distanza, che l’amore divino colma, ma non annulla. “Chi sei Tu, Signore, e chi sono io” (Francesco d’Assisi). Senza il passo previo dell’adorazione, l’amore umano è esposto ad ogni equivoco, ad ogni riduzione, ad ogni “cattiva familiarità” di cui siamo capaci. Non a caso, infatti, è la parola più abusata del vocabolario. (I membri della comitiva dantesca sono già transitati dalle parti del canto V dell’Inferno e ne sanno abbastanza). Sì, Dio si è fatto prossimo a noi, incarnandosi e morendo in croce per noi. Si è fatto letteralmente mettere le mani addosso da alcuni di noi, durante la sua passione. Ma questo non significa che noi siamo autorizzati a “mettergli le mani addosso”, cioè a trattarlo con quella sorta di “familiarità impudente” ignara di ogni reverenza, che oggi talvolta viene addirittura propagandata da una certa pastorale. “Chi sei Tu, e chi sono io”: per questo è necessario che la prima parola sia: «Ti adoro».

E ti amo con tutto il cuore. Ora può venire l’amore, senza il quale l’adorazione potrebbe trasformarsi in soggezione da schiavi. E l’amore può essere solo «con tutto il cuore». Totalità ed esclusività gli appartengono essenzialmente. Non si può dire (a nessuno, non solo a Dio): “ti amo ma solo un po’”; oppure “ti amo, ma solo fino a domani (o fino al 2050, che fa lo stesso)”; oppure “ti amo, ma come amo tanti altri”. Questa pretesa, insita nell’amore, rende però evidente che noi non siamo capaci di corrispondervi. Nonostante questo (anzi, proprio per questo) è importante affermarla, davanti a Dio. “Ti amo con tutto il cuore”, almeno per quanto riguarda me, è solo una dichiarazione d’intenti. Sicuramente la smentirò mille volte nel corso della giornata. Quindi è vitale che la ripeta ogni mattina.

Ti ringrazio di avermi creato. Perché potevo benissimo non esserci, e invece ci sono. Non sono necessario, nel senso filosofico del termine (e il più delle volte neanche in quello comune). Ci sono perché mi hai voluto Tu. Grazie. Questo rendimento di grazie è già eucarestia, «culto spirituale» celebrato da ciascuno di noi (in forza del sacerdozio universale dei battezzati) quando ancora siamo nel letto, in pigiama.

Fatto cristiano. Perché non è per niente la stessa cosa essere cristiani o non esserlo. Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini, tutti sono sue creature (ad immagine e somiglianza di Lui), e tutti Lui ama, anche quelli che hanno solo la Pachamama o neppure quella … ma diventiamo suoi figli (di adozione) solo con il battesimo, grazie al quale siamo uniti al Figlio unigenito. E, di nuovo, essere stati fatti cristiani è un puro dono che abbiamo ricevuto, dato che tutti noi – salvo rarissime eccezioni – lo siamo diventati a nostra insaputa perché altri ci hanno prima fatto battezzare e poi educati alla fede. Non è scontato: fossimo nati, che ne so, in Pakistan o in Cina, molto probabilmente non saremmo cristiani. Ora, come si fa a non ringraziare tutte le mattine per una cosa così grande? (Io, per quanto mi riguarda, aggiungerei anche un piccolo ringraziamento marginale all’imperatore Costantino, che ne avrà fatte di cotte e di crude come tutti i potenti della terra, ma indirettamente ha concorso a far sì che io fossi battezzato).

E conservato in questa notte. Questo l’ho già spiegato qualche giorno fa (qui) quindi non ci spendo molte parole. Il realismo cristiano dice: “potevo benissimo morire questa notte. Invece prendo atto che hai deciso di tenermi ancora in vita e ti ringrazio, perché alla vita ci tengo”.

Ti offro tutte le azioni della giornata: fa’ che siano secondo la tua santa volontà. Come Dante ci spiegherà benissimo, nel nostro rapporto spaventosamente asimmetrico con Dio una sola cosa noi abbiamo da offrigli, una sola cosa a cui Egli tiene perché è la sola che non può (per Sua scelta) avere se non gliela diamo noi: la nostra libertà, cioè la nostra libera corrispondenza al Suo amore per noi. La forma naturale di espressione dell’amore è l’offerta. Cosa possiamo dunque offrirgli? «Tutte le azioni della giornata». Qui vale la stessa cosa detta sopra per «tutto il mio cuore»: quasi certamente il proposito del mattino sarà dimenticato n volte nel corso della giornata, ma non importa. Importa invece molto dichiarare il criterio che vogliamo adottare per l’intero nostro modo di stare al mondo. Si noti che non ci proponiamo di compiere azioni buone, efficaci, intelligenti, adeguate alle circostanze e ai bisogni eccetera eccetera, ma solo azioni «che siano secondo la tua volontà». Questo è il giudizio cristiano. Qui è il fondamento del lavoro culturale, senza il quale il cristianesimo non ha dignità e non ha rilevanza nel mondo.

E per la maggiore tua gloria. Ora diventa esplicito che tale cultura è “altra” rispetto a quella del mondo. Qui si palesa la “differenza cristiana”, e anche il carattere essenzialmente “anti-moderno” della fede cristiana (che non vuol dire che essa non sia attuale, anzi!). Perché noi abbiamo una cosa da dire, che oggi nessuno vuol sentire (e che anche la chiesa, purtroppo, dice poco, a bassa voce e quasi vergognandosene), perché non suona affatto bene alle orecchie nostre e dei nostri contemporanei,  tutti infatuati del culto dell’uomo: noi non siamo al mondo per noi stessi, ma per la gloria di Dio. A.M.D.G (Ad maiorem Dei gloriam) era il motto con cui i gesuiti entrarono nella modernità a combattere la loro battaglia … e se si guarda come sono finiti molti di loro c’è da immaliconirsi, ma questo in definitiva non conta: quel motto resta valido. Il catechismo di san Pio X (che è quello che abbiamo imparato noi da bambini) alla domanda: “perché Dio ci ha creato?” rispondeva in questo modo, che oggi molti troverebbero raggelante: «Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e per goderlo poi nell’altra, in paradiso». Si dirà che noi dopo un secolo e più di progresso teologico  siamo in grado di spiegare la cosa molto meglio … però il concetto è giusto. E il “caso serio”, come direbbe Balthasar, rimane quello.

Preservami dal peccato e da ogni male. Si osservi l’ordine, che è gerarchico. La prima cosa da cui chiediamo di essere preservati è il peccato (non il coronavirus). La seconda è ogni male (compreso, e ora in primis, il coronavirus). Di nuovo è all’opera il giudizio cristiano, di nuovo pregando si fa cultura.

La tua grazia sia sempre con me e con tutti i miei cari. Qui la nostra preghierina del mattino sembra invece farsi minimalista, rispetto agli orizzonti globali a cui ci hanno assuefatto i media e anche tante cattedre, laiche o religiose. E i migranti? E le vittime delle guerre che anche adesso infuriano in varie e remote parti del mondo? E quelli che sono colpiti dalla carestia in terre lontante? Come sembra angusta la dimensione di questa richiesta finale! D’accordo, forse è figlia di un mondo in cui non c’era quasi niente di “tele-”, e ciò che era reale per la gente era anche vicino. È giusto prendere atto che per noi non è più così. Tuttavia c’è in essa anche una dimensione di sano realismo che possiede una sua perenne validità. La totalità, come anche sopra si accennava, a noi uomini è preclusa: possiamo attingervi solo vivendo con piena adesione il nostro particolare. C’è dunque un ordine, una proporzione, nei rapporti e nelle cose, di cui non dobbiamo vergognarci o colpevolizzarci. Anche questo ci rammenta, con durezza, l’attuale pestilenza: ognuno di noi è preoccupato, innanzitutto, della propria salute, poi subito dopo di quella dei suoi cari, poi di quelli che conosce personalmente, poi di quelli che abitano nella sua città, poi dei suoi connazionali, poi degli altri … Aver messo in discussione, anche teoricamente, questa logica di prossimità e averla a volte demonizzata come se fosse frutto dell’egoismo è una delle responsabilità gravi di una deriva ideologica oggi corrente anche tra di noi,  che ha meno a che fare con l’amore cristiano e più con una filantropia “stoicheggiante”.

Nella nostra preghierina del mattino non ci facciamo carico di imprese eroiche, su scala planetaria: chiediamo semplicemente la grazia per noi e per i nostri cari. Ciascuno faccia altrettanto per sé e per i suoi: di grazia ce n’è per tutti.