Non si nega l’esistenza di Dio, ma è come se non ci fosse. Basta seguire le norme delle autorità competenti.

Molto bello questo articolo di don Roberto Colombo, scienziato, docente alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e membro della Pontificia Accademia per la Vita. L’articolo è stato pubblicato sul sito della Conferenza Episcopale Italiana. Don Colombo ci spinge a guardare la realtà, e quindi anche la pandemia da coronavirus, con uno spirito religioso e a fuggire da due eccessi opposti: affidarsi o solo alla scienza o solo alla fede. Vi propongo ampi stralci.  

don Roberto Colombo - scienziato

don Roberto Colombo – scienziato

 

Dopo una breve spiegazione sul coronavirus, don Colombo scrive: 

La causa di questa malattia non è un mistero, ma essa interpella il mistero della nostra vita: la sua origine e il suo destino, che non dipendono ultimamente da noi, ma sono nelle mani di un Altro. Anche questa è la realtà: oltre la fisicità della malattia, la sua meta-fisicità. La malattia, come la nascita, la salute e la morte, ha una propria trascendenza. È religiosa la malattia, perché potentemente provoca (secondo l’etimo, “chiama fuori”, mette allo scoperto) il senso religioso dell’uomo: le domande più radicali, ineludibili della vita, si infiammano quando ne sentiamo e temiamo la precarietà. Per questo, la malattia che colpisce un uomo o una donna (e, ancor più, la malattia che è comune a molti e può essere di tutti: l’epidemia) chiede di essere affrontata religiosamente. Da credenti e da non credenti. Di fronte al dolore nella carne umana, non si può sfuggire dalla grande domanda che noi stessi siamo: «Factus eram ipse mihi magna quaestio» (“sono diventato un grande mistero per me”, Sant’Agostino, Confessioni IV, 4, 9). Nessuna urgenza o emergenza può mettere tra parentesi questa evidenza originale che non ci abbandona – anzi, ci incalza ancor più – quando davanti ai nostri occhi si palesa e c’impaura la malattia, la sofferenza e la morte.

 

e poi scrive:

 

La “fede nella scienza” – che tanto caratterizza l’uomo dei nostri giorni – arriva ad oscurare la dimensione trascendente della vita quando ci fermiamo alle briciole del sapere sulla natura vivente, sulla salute e sulla malattia, quando restiamo alla superficie della vita. Dischiude invece la “scienza della fede”, la prospettiva di Dio, creatore e amante della vita, se ci addentriamo in una conoscenza più profonda della realtà della vita, in tutte le sue dimensioni e secondo tutti i suoi fattori costitutivi. Dimensioni e fattori che non escludono, ma postulano la Presenza provvidente, quella del Mistero buono che tutto ha creato, tutto sostiene e tutto, ultimamente, conduce al bene. Anche il male della malattia, della sofferenza e della morte non è un “male assoluto”, in cui Dio è assente. Se Dio è Dio, «tutto in tutti» (1 Cor 15, 28), anche qui è presente e provvidente. La fede mette le ali della speranza buona alla scienza, gettando lo sguardo oltre gli ostacoli quotidiani, e la scienza consente alla fede di camminare sulla terra senza inciampare negli scogli, cadere e farci del male nelle difficoltà di ogni giorno.

Don colombo, precisa che quando arrivano gravi epidemie come quella attuale da coronavirus, “la tentazione di rompere il filo della ragione e del realismo che unisce la scienza e la fede si fa più incalzante. Ed è qui che occorre riscoprire la forza della scienza e annunciare la forza della fede”.

 

E quindi prosegue: 

 

Queste due forze asimmetriche hanno il loro centro di gravità in Dio. Egli ha creato la realtà fisica e spirituale dell’uomo, lo ha dotato dell’intelligenza e dell’amore di tutte e due le dimensioni della realtà attraverso l’esercizio della ragione e dell’affezione, e lo ha redento, strappandolo dal potere del male e della morte. Per questo, scienza e fede non si escludono e non si oppongono, né teoricamente né praticamente: si compongono, si “pongono insieme” al servizio dell’uomo e della società, della vita ecclesiale e di quella politica, dei credenti e dei non credenti.

 

“Non si nega l’esistenza di Dio, ma è come se non ci fosse e tutto dipendesse da noi. Basta seguire le indicazioni fornite dalle autorità competenti e la coscienza s’acquieta”

 

La frattura dell’unità di scienza e fede porta ad isolare la scienza dalla fede e la fede dalla scienza, e talvolta anche ad elidere una o l’altra. Nel primo caso, anche il credente arriva, sotto la pressione emotiva e sociale di un’emergenza come quella dell’epidemia virale, a riporre la fiducia e la speranza di una via d’uscita, di un punto di fuga, esclusivamente nelle capacità scientifiche, cliniche, tecnologiche e organizzative messe in campo dall’uomo per fronteggiarla. Lo spazio della preghiera e dell’affidamento a Dio, e il riconoscimento della sua azione provvidente nella vita personale, familiare e sociale si rimpicciolisce sempre di più fino a passare in secondo piano, quasi dissolvendosi. Non si nega l’esistenza di Dio, ma è come se non ci fosse e tutto dipendesse da noi. Basta seguire le indicazioni fornite dalle autorità competenti e la coscienza s’acquieta.

 

“Non si nega la realtà del contagio virale, ma è come se tutto dipendesse solo da un Altro, che fa tutto da solo e non ci chiama a collaborare con Lui per contrastare efficacemente questo male.”

 

Nell’altro caso, quando viene censurata la scienza in nome di una pretesa “purezza” e “durezza” della fede, ci si rifugia esclusivamente nella preghiera e si invoca la Provvidenza incuranti della necessità di offrire noi ad essa le opportunità di manifestarsi dentro alle pieghe della vita individuale, ecclesiale e sociale. Ci dimentichiamo di mettere nelle mani di Dio la nostra libertà impegnata, le nostre responsabilità civili, il nostro ingegno e la creatività di cui siamo capaci, e le iniziative di solidarietà e collaborazione per fronteggiare attivamente il pericolo rappresentato dal diffondersi dell’epidemia in corso. Non si nega la realtà del contagio virale, ma è come se tutto dipendesse solo da un Altro, che fa tutto da solo e non ci chiama a collaborare con Lui per contrastare efficacemente questo male. Anche le misure di contenimento proporzionate al rischio incombente, proposte da chi ne ha titolo ecclesiale, appaiono così inaccettabili o meramente asservite alle richieste dell’autorità civile.

Di fronte alla malattia, anche quella inguaribile e mortale, la Chiesa – fedele all’azione e alle parole di Gesù (cfr. i racconti delle guarigioni miracolose nei Vangeli) – ha sempre tenuto unita la cura della salute con la domanda di salvezza. Quando ha incontrato Gesù, il paralitico cercava di risanarsi facendosi immergere nella piscina di Betzaetà (Gv 5, 2‒9). L’emorroissa che tocca il mantello di Gesù si era messa in cura da molti medici (Mc 5, 25‒29; Lc 8, 43‒44), pur senza guarire. Domandando a Dio che allontani la malattia da noi e da tutto il popolo mentre, al contempo, ci diamo da fare per evitare il nostro contagio e quello degli altri, offriamo al Signore l’occasione di fare un miracolo, secondo il suo beneplacito: al di là delle nostre forze e di quella della scienza, ma non senza metterle a sua disposizione, perché è Lui che ci ha donato questi talenti perché li facciamo fruttificare (cfr. Mt 25. 14‒30). Riecheggiando una felice espressione dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, la situazione in cui ci troviamo è occasione non solo per noi, ma per il manifestarsi del braccio di Dio nella nostra vita e in quella del mondo.

 

«Signore, vieni presto in mio aiuto»

 

Preghiamo e aiutiamo i nostri fedeli a pregare e a operare, perché il Signore misericordioso consoli chi è nella sofferenza per sé, i propri cari e gli amici; sostenga lo sforzo degli scienziati, dei medici, degli infermieri e di coloro che si prodigano per l’assistenza dei cittadini; e doni saggezza e coraggio ai governanti nel momento delle decisioni più difficili. Come i profeti al tempo dell’esilio di Israele, nel nostro esilio dalle attività e dalle relazioni pubbliche a diretto contatto, teniamo vivace la speranza nel popolo di Dio e domandiamo che ci doni di vedere allontanarsi dal nostro Paese e dal mondo questa epidemia con l’invocazione della Liturgia delle ore: «Signore, vieni presto in mio aiuto».

 




Coronavirus, Trump ha proclamato questa domenica la Giornata nazionale di preghiera

Da un flash della Foxnews.com, nella mia traduzione. 

 

Donald Trump, presidente USA

 

Il presidente Trump, venerdì scorso, ha proclamato una Giornata nazionale di preghiera per questa domenica, poco dopo aver dichiarato lo stato di emergenza nel mezzo della pandemia di coronavirus che si sta diffondendo rapidamente.

“Siamo un Paese che, nel corso della nostra storia, ha guardato a Dio per avere protezione e forza in tempi come questi…”, ha twittato Trump. “Non importa dove siate, vi incoraggio a rivolgervi alla preghiera in un atto di fede. Insieme, avremo la meglio”.

 

L’annuale Giornata nazionale di preghiera è prevista per il 7 maggio. L’annuncio di Trump è arrivato dopo che ha dichiarato un’emergenza nazionale per la pandemia di coronavirus, oltre alla collaborazione con diverse grandi aziende per espandere i test per la malattia.

Trump ha un grande sostegno da parte dei cristiani bianchi evangelici e degli elettori cattolici. Come presidente, ha difeso la libertà religiosa e ha chiesto maggiori libertà religiose, come il rafforzamento della preghiera nelle scuole pubbliche.

Oltre alle linee guida aggiornate sulla preghiera nelle scuole, l’amministrazione Trump è intervenuta anche in nove agenzie federali, autorizzando norme proposte per garantire che le organizzazioni religiose non siano discriminate dal governo federale.

“In America noi celebriamo la fede. Abbiamo a cuore la religione”, ha detto durante il suo discorso sullo Stato dell’Unione il mese scorso. “Alziamo la voce in preghiera e alziamo gli occhi alla gloria di Dio”.

 




Gesù e la samaritana

Gesù e la samaritana

 

 

di Giuliano Di Renzo

 

Incontro di Gesù con la samaritana.

Gesù siede sul pozzo affaticato e oppresso dal caldo di mezzogiorno.

Alla donna straniera che viene ad attingere l’acqua per le necessità della sua casa Gesù lancia come amo il suo bisogno di amore: “Donna, dammi da bere”.

Gesù è l’Amore e non ha bisogno di amore, Egli non chiede per bisogno di ricevere ma per bisogno di dare.

Donna. Alla donna distratta e dispersa nelle cose banali di ogni giorno rivolge con parola di rispetto e solenne: Donna.

E subito aggiunge: “Dammi da bere”. Come risponde la donna: “tu, giudeo, chiedi da bere a me che sono donna straniera? Se tu sapessi chi è Colui che ti dice: ‘dammi da bere’, tu stessa l’avresti chiesto a Lui ed Egli ti avrebbe data dell’acqua viva”.

 

Come tutto nel Vangelo anche questa è la storia di ciascuno di noi, la donna samaritana è ognuno di noi. Distratti dalle cose della vita, la nostra anima ristagna come acqua stanca nelle ramificazioni della vita.

Crediamo che Dio non si occupi di noi, e con questa impressione ci buttiamo su ogni pozza purulenta in cerca di un minimo di piacere credendo di trovare in esso quell’amore che manca e sembra fuggire da noi come fugge da noi l’orizzonte quando siamo nel mare.

Perché si può avere tutto dalla vita, ma se non dona l’amore la nostra anima si secca e abbandona il tutto della vita e la vita stessa.

“Dammi da bere. Se tu conoscessi..” Purtroppo Gesù non lo conosciamo e sostituiamo la conoscenza di Lui con conoscenze che ci tradiscono e diventano gorghi limacciosi che risucchiano dentro se stessi.

La liturgia oggi ci fa fremere di umanissima, proprio perciò divina, emozione col brano evangelico dell’incontro di Gesù con la donna samaritana che va ad attingere acqua al pozzo. Per la samaritana si trattava di un incontro fortuito, ma per il Signore no. Gesù si fece trovare a quel pozzo perché vi era andato proprio per lei, non perché avesse sete d’acqua ma perché aveva sete della sua anima.

Era proprio il buon pastore andato in cerca della pecorella perduta, il padre che avendo lungamente e inutilmente atteso va in cerca del figlio prodigo.

La pecorella vaga e non pensa, il figlio in cerca di avventure si perde nei suoi sogni, il buon pastore così come il padre non riposano, attendono e vanno in cerca.

Gesù getta il suo amo d’oro alla donna che si riteneva sconosciuta e dimenticata, ma constaterà che era ben conosciuta ed era conoscenza non di segreto giudice che inquisisce, ma di padre e fratello di amore.

Aveva sette mariti, e forse le rozze mentalità umane di sempre le avevano strappata la dignità persona, un cieco desiderio ne aveva fatto un cencio, quella voce straniera all’orecchio ma non al cuore: “Donna, dammi da bere” le fece risentire un fremito di nuova regalità e nuova primavera.

Donna, dammi da bere!

Donna, dammi da bere! Un intreccio di imprevisti fili tra Gesù e la nessuno sua creatura ignara dello sguardo amorevole di Dio su di lei.

Donna, dammi da bere! Delicato e solenne, tenero e forte, umile e regale fa uscire quell’anima forse mai amata, certamente mai veramente amata e la fa scoprire amata con conoscenza di amore.

L’esperienza della Maddalena, dell’adultera, di ciascuno di noi quando la luce di Dio scende a illuminare il nostro buio. Si opera una rinascita e una gioiosa resurrezione, una scoperta e conoscenza vere di sé.

Man mano il colloquio si trasferisce da cuore a cuore, da Spirito di Dio ad anima. L’anima viene svelata e consegnata a se stessa con tocco di che ama e amando fa giudizio di amore.

Assistiamo alla luce che sfiorando il bozzolo lo libera da se stesso e lo consegna alla vita in innocenti danzanti colori che fa perdere nel sole.

L’entrata in paradiso sarà per ciascuno forse così?

Fu forse così il momento che l’uomo veniva da Dio svegliato dal nulla, un big bang di felicità quale fu in qualche modo nelle cose e ogni volta che una vita si accende in quel cielo della vita che diventa il seno di una donna nel momento che la fa essere madre.

Felice sorgeva l’uomo dalla tomba del suo essere nulla esultante di riconoscente felicità davanti a Dio felice, come bimbo che si apre come fiore il suo sorriso al sorriso della mamma che trepida della gioia che chiama e attende.

Forse fu così quando il Signore con gioia nel cuore trasse dal cuore dell’uomo per l’uomo la donna sua sposa come fiamma di completezza di umanità resa perfetta nell’amore

Come la vita intima di Dio si compie e completa in Trinità di perfetta unità nell’Amore.

“Le stelle brillano dalle loro vedette / e gioiscono; Egli le / chiama ed esse rispondono: Eccoci ! / e brillano di gioia per Colui che le ha create” (Baruch 3,34-35).

Le stelle, dice il profeta, rispondono al Signore dicendo: Eccoci! E brillano di gioia davanti a Lui.

Anche noi rispondiamo al Signore, sempre, in qualsiasi circostanza, eccomi e consumiamoci di amore davanti a Lui, siamo profumo di gioia dell’amore che amando ringrazia e ringraziando ama, vita di perenne vorticoso rincorrersi nella giovinezza della felicità che mai si spegne.

Simili a spiriti fatti come atomi che trasformano se stessi in energia e mai si consumano pur consumandosi e quell’energia che si alimenta del suo volere e mai si spegne.

 

 




Un milione di lettori!!!

1 Milione di lettori

 

Cari amici lettori di queste pagine online, lo so bene, il momento è difficile e triste, e quindi ho qualche difficoltà a comunicarvi una notizia che per me è bella e che penso possa interessare anche voi. 

Visto che in questi giorni tante persone, ad una certa ora, dal balcone di casa provano a cantare o a mettere musica per sentirsi uniti e rincuorarsi a vicenda, anche io proverò ad aprire una piccola “finestra” leggera rispetto ai temi degli articoli che la quotidianità ci obbliga a pubblicare.

Ebbene sì, voi lettori di questo blog siete cresciuti di numero e siete tanti, avete superato il milione. 

E’ una soglia certamente simbolica ma significativa per un blog che è nato solo 2 anni fa. E’ cresciuto infatti molto in fretta, ed è diventato un punto di riferimento tra i blog cattolici in Italia.

Come sapete, esso non ha finalità di lucro, non ha interesse ad avere pubblicità, vuole solo essere uno spazio virtuale di discussione, approfondimento, riflessione e dibattito. E questo obiettivo, visti i numeri ed il consenso, credo lo abbia raggiunto. 

E visto che si parla di numeri, vediamone qualcuno.

Il blog in questo secondo anno di vita è cresciuto notevolmente, continuando a farsi conoscere sempre più anche all’estero, come vedremo più sotto.

 

Blog di Sabino Paciolla - "Oltre il giardino"

Blog di Sabino Paciolla – “Oltre il giardino”

Nel primo anno di vita i lettori unici (fonte Google Analytics, netto di robots) sono stati 228.000. In questo secondo anno, a questi se ne sono aggiunti più di tre volte tanto, arrivando appunto al milione di lettori. Le pagine visitate sono state 2.810.000, con un forte incremento, quasi il quadruplo, rispetto alle 572.000 del primo anno. Le visualizzazioni, cioè i “click” su ogni pagina, sono stati qualche milione in più, superando nel totale i 5 milioni. A ciò occorre aggiungere tutte le visualizzazioni, diversi milioni, delle pagine del blog che sono scivolate sui social come Facebook, Twitter, Pinterest, ecc.

Vi sono stati picchi giornalieri che hanno superato anche i 21.000 lettori, con oltre 100.000 visualizzazioni in un solo giorno. Per tale motivo, in questo secondo anno, ho dovuto più volte acquistare maggiore potenza per il server, fino anche a cambiare provider, verso quello attuale che è molto più efficiente rispetto al primo (che pure è uno dei giganti nel settore).

Blog di Sabino Paciolla - "Oltre il giardino"

Blog di Sabino Paciolla – “Oltre il giardino”

 

Da dove vengono i lettori-visitatori? Beh, lo ripetiamo, un grafico vale più di mille parole. Le nazioni in celeste sono quelle da dove proviene il flusso. Le nazioni in colore bianco non presentano lettori. In sostanza, in ogni nazione del mondo, almeno una volta, è arrivato un articolo del blog.

Blog di Sabino Paciolla - "Oltre il giardino"

Blog di Sabino Paciolla – “Oltre il giardino”

Ovviamente il grosso degli utenti-lettori proviene dall’Italia (90%). Gli articoli sono però arrivati in 200 nazioni. Oltre 900.000 lettori sono italiani, ma, come potete vedere dalla foto, tra i primi dieci paesi troviamo quattro extra europei, gli USA con ben 33.000 lettori, Hong Kong con oltre 4.500 lettori, il Brasile, e nazioni non definite che potrebbero forse ricondursi alla Cina, dove vi è il filtro del regime e i lettori (che mi scrivono anche da lì) utilizzano le reti VPN che aggirano il controllo. Da notare che il secondo paese per numero di lettori non è uno appartenente all’Europa, ma è rappresentato dagli Stati Uniti d’America. Inoltre, è interessante il fatto che una piccola nazione, la Svizzera, presenta più lettori, sono 7.000, di paesi molto più grandi come la Germania, la Francia ecc. Infine, Hong Kong, nazione dell’Estremo Oriente, ha lettori come quelli presenti in Germania o Francia. Nel complesso, 100.000 lettori provengono dall’estero. Buon segno.

Blog di Sabino Paciolla - "Oltre il giardino"

Blog di Sabino Paciolla – “Oltre il giardino”

Gli ultimi paesi della lista delle 200 nazini sono il Tajikistan, il Turkmenistan e, il 200mo, Mayotte, mai sentito prima, che (da Wikipedia) è un dipartimento d’oltremare della Repubblica francese costituita principalmente da due isole: Grande-Terre (Gran Terra) e Petite-Terre (Piccola Terra), ed è situata nell’Oceano Indiano.

Blog di Sabino Paciolla - "Oltre il giardino"

Blog di Sabino Paciolla – “Oltre il giardino”

I lettori possono accedere al blog o in via “diretta” (anche via social) o in via mediata da altri siti. E quali sono questi siti? In questo secondo anno la sorpresa, già presente nel primo, si fa ancora più grande. Usando la funzione “sorgente” di Google Analytics, si rileva che il traffico proviene da circa 400 siti diversi (erano un centinaio nel primo anno). Cito solo i più noti: Messainlatino, Marco Tosatti blog, Maurizioblondet, Costanza Miriano blog, La Nuova Bussola Quotidiana, Gloria TV, Aldo Maria Valli, Vietato parlare, Il Giornale.it, Sandro Magister blog, il sito para vaticano IlSismografo, Corrispondenza Romana, Corriere.it, TGcom24.mediaset.it, Avvenire, Il Foglio, CLonline, Chiesacattolica.it (il sito della CEI), Cittadellaeditrice, ecc. ecc.. Il grosso viene da questi siti.

Ma gli ingressi arrivano anche dall’estero, ad esempio dalle riviste americane The Catholic Thing e Catholic News Agency, dalla portoghese doportugalprofundo, dalle spagnole Infocatolica e Infovaticana, dall’Associated Press news (la prima agenzia di stampa internazionale, con sede negli Stati Uniti), da Breitbart.com, dalle britanniche The Guardian (quotidiano britannico nato a Manchester nel 1821 e con sede a Londra), Catholic Herald e The Tablet, dall’americana Foxnews, dalla canadese Lifesitenews, dal Segretariato Generale della Missione MCCJ., e persino dal portale del Vaticano, w2.vatican.va.

Questa attenzione sempre crescente non ci deve inorgoglire, ma spingerci ad un forte senso di responsabilità.

Riprendo quello che ho scritto l’anno scorso perchè vale ancor più oggi: “I commenti sono nella quasi totalità molto positivi. Questo mi spinge ad andare avanti. Ovviamente sono presenti da parte di alcuni anche forti opposizioni e nette prese di posizione critiche nascenti dal giudizio degli articoli postati, che è altrettanto netto, preciso, approfondito, è pieno di ragioni. In poche parole, mai banali. E questo è anche un altro aspetto positivo, perché significa che gli articoli fanno riflettere. Che poi è l’obiettivo che mi sono proposto. Da alcuni osservatori qualificati, il contenuto del blog è considerato serio e di buono o alto livello”.

I commenti arrivano sia dall’Italia sia dall’estero. Quelli che vengono da oltralpe sono tutti positivi. Qualche articolo è stato tradotto anche all’estero, in particolare in Francia. 

Da quale canale arrivano gli ingressi?

Poco più del 50% degli ingressi vengono dai social, il resto dalla ricerca diretta, organica e referral.

Blog di Sabino Paciolla - "Oltre il giardino"

Blog di Sabino Paciolla – “Oltre il giardino”

Blog di Sabino Paciolla - "Oltre il giardino"

Blog di Sabino Paciolla – “Oltre il giardino”

Vi è una leggera prevalenza dei lettori di sesso maschile rispetto a quello femminile (il contrario dell’anno scorso). Il pubblico è “maturo”. Infatti, l’80% ha un’età dai 35 anni in su. Tanti i sacerdoti e religiosi, e anche qualche vescovo, che seguono queste pagine elettroniche.

Infine, i ringraziamenti.

Ringrazio di cuore tutti coloro che stanno collaborando con il blog, e sono sempre di più, poiché con i loro contributi spingono in alto il livello qualitativo di queste pagine. L’elenco con le loro biografie lo trovate qui. Voglio comunque nominarli tutti e lo faccio in ordine alfabetico. Ringrazio il prof. Francesco Agnoli, l’avv. Gianfranco Amato, il prof. Nicola Lorenzo Barile, il prof. Silvio Brachetta, la prof.sa Giorgia Brambilla, la dott.ssa Elisa Brighenti, il poeta Giorgio Canu, la dott.ssa Alessandra Carboni Riehn (dalla Germania), il dott. Romano Colozzi, la prof.ssa Comelli Lucia, sac. Giuliano Di Renzo, il prof. Gilberto Gobbi, il prof. dom Massimo Lapponi (dallo Sri Lanka), la dott.ssa Nicoletta Latteri, la dott.ssa Elena Mancini (dall’Austria), il prof. sac. Gabriele Mangiarotti (direttore di CulturaCattolica.it), il prof. Moreno Morani (insigne linguista e glottologo), la prof.ssa Ines Murzaku (dalla Seton Hall University, South Orange, New Jersey, USA), Nicola Pasqualato, il prof. Pierluigi Pavone, il maestro Aurelio Porfiri, la prof. Brunella Rosano, la dott.ssa Annarosa Rossetto, la dott.ssa Giuliana Ruggeri (chirurgo trapianti di reni), il dott. Miguel Cuartero Samperi, l’avv. Gianni Silvestri, l’ing. Antonio Zeffiri e, infine, il dott. Riccardo Zenobi. 

Ringrazio anche per i contributi inviatimi il prof. dom Giulio Meiattini ed un sacerdote.

In ultimo, non posso che ringraziare tutti voi lettori, e siete veramente tanti, che con la vostra attenzione giornaliera mi e ci invogliate ad andare avanti ed a migliorare sempre più.

 

Grazie!!!!

 




San Luigi Gonzaga immolò se stesso nella gioia, durante l’epidemia di tifo

Non si chiede certo a tutti di andare incontro alla morte, né tantomeno è obbligatorio subire il martirio. Si chiede solo di lasciare liberi coloro che hanno fede di compiere l’atto eroico della carità. San Luigi Gonzaga fu uno di loro: incurante per la propria salute fisica, rimase assieme agli ammalati di tifo, durante l’epidemia del XVI secolo, rimanendo contagiato. E la Chiesa di quel tempo glielo permise.

 

San Luigi Gonzaga

San Luigi Gonzaga

 

 

di Silvio Brachetta

 

Nel coacervo arcano dei giudizi di Dio può accadere che un santo sia mortificato oltre misura e un altro, al contrario, godere di grande stima e affetto. Immense e difficili da sopportare, ad esempio, furono le umiliazioni di Santa Giovanna d’Arco (scomunicata e arsa viva), di Santa Bernadette Soubirous (scambiata per pazza visionaria) o di San Pasquale Baylón (vilipeso più volte con l’appellativo di “idiota” e “finto carismatico”). Ben diverso fu, invece, il trattamento riservato a San Luigi Gonzaga (1568-1591) che, per una particolare disposizione della provvidenza, si vide spesso lodato, quanto persino invidiato.

Le prime lodi Luigi le ricevette direttamente da suo padre, Ferrante Gonzaga, primo marchese di Castiglione delle Stiviere, quando ben presto si accorse che suo figlio era dotato di una pronta e acuta intelligenza. Luigi – ma si firmava Aluigi, per via del suo nome in latino, Aloysius – fu il primogenito di otto figli: famiglia nobile e imparentata con i Mondonio e i della Rovere. Come futuro signore di Castiglione, per diritto di primogenitura, lo attendeva l’eredità radiosa di una brillante carriera militare. Onori e ricchezze lo avrebbero accompagnato per tutta la sua vita, se solo avesse assecondato il consiglio di suo padre. E così sarebbe stato, se già dall’età di sette anni non avesse sentito un grande desiderio di preghiera, che appagò con la recita in ginocchio dei sette salmi penitenziali e dell’ufficio della Madonna. È quel periodo che lui stesso chiamerà «la mia conversione dal mondo a Dio».

 

Rinuncia ai privilegi della nobiltà

 

A dieci anni Luigi si offrì spontaneamente a Dio e consacrò se stesso alla Beata Vergine Maria. Nonostante i numerosi spostamenti per l’Italia fu sempre soggetto a forti emicranie e, in generale, non fu mai in perfetta salute. Proprio nel corso di un suo viaggio a Mantova cadde malato, ma ebbe la gioia di poter ricevere la prima comunione dalle mani di San Carlo Borromeo, di passaggio per la città. Era sempre più evidente ai fratelli e, soprattutto, a suo padre, che il giovane Luigi stava covando nel cuore una decisione del tutto difforme dal futuro che altri avevano pianificato per lui. Ferrante cercò di correre ai ripari: lo spedì in viaggio per le corti d’Italia – Pavia, Parma, Torino, Ferrara – nella speranza che il giovane si potesse distrarre dalla religione e, ancor meglio, che potesse nascere in lui un sentimento amoroso per qualche nobile dama.

Tutto inutile: Luigi non solo si convinse ancor più di dover abbandonare la vanità del mondo, ma richiese ufficialmente di rinunciare al diritto di primogenitura, in favore del fratello secondogenito Rodolfo. E fu così che Ferrante, ritrovatosi con i due figli dinnanzi al notaio, scoppiò a piangere, reputando del tutto assurda la decisione del primogenito. Piansero forse anche i cittadini di Castiglione, che compresero comunque la scelta. E Luigi fu di nuovo lodato: «Non eravamo degni di averlo per padrone – dissero – egli è un santo e Dio ce l’ha tolto». Tanto più che Rodolfo era privo delle virtù umane e intellettuali del fratello. Ottenne sì la primogenitura e l’eredita di Ferrante, ma finì per morire assassinato, dopo essergli stata comminata pure una scomunica.

Del tutto risoluto, Luigi s’incamminò alla volta di Roma e, dopo il biennio di noviziato, entrò nella Compagnia di Gesù all’età di diciannove anni (1587).

 

La sua penitenza era di non fare penitenza

 

È quasi superfluo ricordare che, anche in quanto rampollo proveniente dalla nobiltà, Luigi Gonzaga fu istruito alla filosofia, alla letteratura e alla teologia nelle migliori scuole e alla presenza dei maestri migliori. Così come nella sua precedente vita di corte ebbe colloqui con gente del calibro della duchessa di Mantova e della futura regina di Francia, anche dopo il suo ingresso tra i Gesuiti fu attorniato da persone di altissima rilevanza sociale e religiosa: San Roberto Bellarmino fu suo confessore; i padri Gabriele Vasquez, Giovanni Azor, Benedetto Giustiniani e Agostino Giustiniani – tutti teologi di grande fama e scrittori fecondissimi – lo introdussero allo studio della teologia.

Come se tutte queste premure fossero state insufficienti e come se gli attestati di stima non si fossero moltiplicati nel tempo, Luigi fu nientemeno «giudicato capacissimo per la pubblica difesa di tutta la filosofia». Questo scrive Alessandro Maineri, nel suo libro “Vita di San Luigi Gonzaga” (Salani & Giuntini, 1742), nel raccontare la disputa del 1587, nella quale il giovane dovette rispondere alle domande di cardinali e teologi di grande fama. Tutto questo avvenne perché Luigi «era d’ingegno sì aperto, sì pronto, sì profondo, che con ogni poco di applicazione comprendeva le questioni e ne rimaneva poi sempre bene in possesso». In particolare, il Gonzaga era solito speculare «sopra la Somma di San Tommaso, che anche aveva eletto per Protettore dei suoi studi; né leggeva quasi mai altro Autore». Non è dunque strano che il Collegio Romano avesse riposto in Luigi molte aspettative, «trovandosi in lui tutte tre quelle doti, che sono nel mondo in tanto credito» e, cioè, «nobiltà, santità e dottrina». Già ma quale santità?

Soprattutto quella che proviene dall’umiltà e dall’obbedienza. Il giovane era talmente legato alla preghiera, ai digiuni e alle penitenze, che i superiori dovettero paradossalmente proibirgli di pregare e di mortificarsi. Scrive Mario Scudu, in un articolo, che «si crearono situazioni al limite dell’umorismo». I suoi formatori, infatti, «non trovarono di meglio che proibirgli di fare penitenza», con «il risultato che per lui la vera penitenza era non fare penitenza». Stesso discorso per la preghiera: «siccome soffriva di emicrania, il padre spirituale gli consigliò di non pensare troppo intensamente a Dio». Al che il Gonzaga rispose: «Veramente io non so che fare. Il padre rettore mi proibisce di fare orazione […] ed io maggior forza e violenza mi fò, mentre cerco di distrarre la mente da Dio […], perché questo già per l’uso mi è quasi diventato connaturale, e vi trovo quiete e riposo e non pena». Non è facile da capire, ma Dio era talmente presente a Luigi che egli giunse a pregare così: «Allontanati da me Signore».

 

Laetantes imus

 

Fede? Sì anche, ma innanzi tutto carità, poiché San Luigi fu ed è ricordato come il «santo della carità». Giunto all’età di ventitre anni un’epidemia di tifo si abbatté sull’Italia, specialmente sulla Lombardia, sulla Toscana, sull’Umbria e sulla Romagna. Nella sola città di Roma, nota Maineri, persero la vita «sessantamila persone in breve tempo», inclusi i papi (Sisto V, Urbano VII e Gregorio XIV). Anche i Gesuiti si spesero a favore dei malati. Luigi, assieme ai fratelli del suo Ordine, prese ad occuparsi della raccolta delle elemosine, e dell’assistenza ai moribondi. L’Ordine non era particolarmente contento dello zelo con cui il giovane s’impegnava: in fondo avevano per lui grandi progetti. Ne avrebbe fatta di strada il Gonzaga, forse anche fino al comando dell’intera Compagnia. Bisognava stare attenti che non si esponesse troppo al contagio.

Dio, però, aveva altri disegni: nel soccorrere un malato restò lui stesso contagiato. Il tifo lo portò alla tomba in tre mesi. Visse la malattia in modo eroico. Mai un lamento, fino all’ultimo respiro, quando al padre infermiere che gli aveva domandato «E bene, fratel Luigi, che si fa?» egli rispose: «Laetantes imus, laetantes imus» – «me ne vado allegramente dalla Terra al Cielo». Non morì però prima di ricevere l’ennesimo attestato di stima. Il Pontefice in persona (Gregorio XIV) gli fece pervenire la Benedizione e l’Indulgenza plenaria. L’umiltà, di nuovo, non fu scalfita da tale ultima tentazione: Luigi «corse con le mani a ricoprirsi il volto», tanta la vergogna che provava.

 

La strada della docilità

 

Pio XI, nella lettera apostolica Singulare illud del 1926, fa un ritratto efficace del Gonzaga, proclamandolo Patrono della gioventù cattolica. San Luigi – scrive il papa – comprese l’importanza dell’«innocenza dei costumi» e della «castità», che sono «l’ornamento più bello della gioventù». Non solo, ma i giovani saranno veri imitatori del Gonzaga (e perciò di Cristo) quando eviteranno «di lasciarsi traviare da un’intemperante brama di libertà, dall’orgoglio della mente e dall’indipendenza della volontà», retaggio di «una certa scienza che disprezza la dottrina di Cristo e della Chiesa».

La via del giovane sarà dunque la docilità, se davvero intende non fallire la propria vita. San Luigi ne è l’esempio vivente: «Coloro che vogliono militare sotto le insegne di Cristo – osserva Pio XI – debbono avere la certezza che, volendo scuotere da sé il giogo della disciplina, in luogo di raccogliere trionfi, non faranno che riportare sconfitte ignobili». La natura stessa, difatti, «richiede, per divina disposizione, che i giovani non possano realizzare alcun vero profitto, sia nella vita intellettuale e morale, sia nell’informare la propria condotta allo spirito cristiano, se non sotto l’altrui magistero».

 




Non solo dovere, ma responsabilità

Coronavirus e medici

 

 

di Gianni Silvestri

 

Stiamo tutti ammirando i medici, infermieri e personale sanitario che stanno combattendo a rischio della propria vita e salute, per salvare altre vite.

Perchè lo fanno? Per obblighi di lavoro ci verrebbe da pensare: sì, ma non basta.

Se fosse solo per un obbligo giuridico di lavoro sarebbe facile evitarlo, mettendosi in malattia o aspettativa, o rifiutando di fare eccessivi straordinari, o rifiutando di andare in un luogo di lavoro non protetto (scarse mascherine e dispositivi di protezione anche in Ospedali), un pò come si stanno rifiutando di lavorare gli operai delle fabbriche per i rischi esistenti.

Ecco perchè il personale sanitario sta andando oltre il proprio dovere, spinto dalla responsabilità di salvare vite, di aiutare i più deboli.

Il termine responsabilità ha origine dal verbo latino “respondeo” che tra i suoi siginficati ha: “rispondere ad una chiamata”, io lo interpreterei “rispondere a qualcuno, del proprio comportamento”.

 

MA LA RESPONSABILITA’ E’ SOLO DEI SANITARI?

CHI DEVE RISPONDERE A CHI?

 

Questo “rispondere a qualcuno” (base di ogni responsabilità), deve farci interrogare anche sulla responsabilità di noi cristiani.

Noi sappiamo di essere anime immortali che vivono in un corpo (che risorgerà anch’esso), per cui ogni persona non ha solo i bisogni materiali- sanitari, ma anche spirituali, e sono i più importanti. Il nostro benessere spesso dipende in misura maggiore dal nostro stato spirituale, come dimostra la circostanza che solo l’essere umano- tra le specie viventi- ha una spiritualità che vive momenti di crisi. E se l’essere umano sta male spiritualmente “entra in depressione”, a volte addirittura si suicida (atto errato, ma segno della maggior importanza del dato spirituale, persino su quello fisico).

Noi cristiani lo sappiamo;  per questo da secoli la dottrina e la pastorale ricordano a tutti non solo le opere di misericordia corporali, ma anche quelle spirituali. che segnano la nostra responsabilità verso i nostri fratelli.

 

ANCHE NOI CRISTIANI (PIU’ DEI SANITARI) ABBIAMO RESPONSABILITA’, ADDIRITTURA MAGGIORI

in quanto la perdita della la vita terrena è ben poca cosa rispetto alla perdita della vita eterna. Per questo l’assistenza e la vicinanza spirituale, la preghiera e l’Eucarestia non sono solo “farmaci terreni”, ma farmaci che hanno effetto per la vita futura, che non passa.

La responsabilità verso il nostro fratello risale agli albori dei rapporti umani e del rapporto dell’uomo con Dio, che già a Caino chiedeva conto della vita del fratello Abele.

Sembra quasi inutile, tanto appare scontato, soffermarsi sulla nuova legge dell’Amore consegnataci nel Nuovo testamento da Cristo stesso, che pone il nostro prossimo alla nostra stessa stregua.

MA, SI DICE:” LA LEGGE LIMITA LE ATTIVITA’, NELL’INTERESSE DI TUTTI”.

 

Lo Stato deve pensare ai propri fini di protezione del popolo e della sua vita fisica e materiale, ed i cristiani, da buoni cittadini, devono collaborare; ma i cristiani non possono essere solo dei buoni cittadini, limitandosi al rispetto delle leggi dello Stato; i cristiani devono andare oltre e ricordare che c’è una loro responsabilità anche per la vita spirituale, propria e dei fratelli; essi sono tenuti al rispetto non solo delle regole civili, ma anche delle più alte regole morali e religiose. Può essere una comoda scorciatoia, “nascondersi” dietro la legge civile, senza interrogarsi sulle nostre responsabilità personali che, partendo dalla legge dello Stato, devono superarla: partendo dalla giustizia noi dobbiamo testimoniare la Carità.

Senza andare a scomodare il secolare conflitto sulla prevalenza della legge naturale su quella legge positiva dello Stato, ognuno dovrebbe ricordare che per noi cristiani la legge e la sua giustizia – se moralmente corrette- rappresentano il livello minimo della Carità, che invece vola più alto, sino al dono di sé, sino al martirio. (nella giustizia infatti rendiamo al prossimo ciò che è suo, mentre nella carità gli diamo ciò che è nostro). Se la giustizia resta una virtù morale, parte dell’ordine naturale (e quindi limitato al piano umano), la carità è la prima delle virtù teologiche, che investono l’ordine soprannaturale, quindi avente origine nel rapporto con Dio.

In questo periodo, per inciso, notiamo con dolore che hanno sospeso le messe senza alcuna apparente resistenza, quasi con un senso di gratitudine verso la legge dello Stato che ha giustificato ogni eventuale pavidità, ha evitato di interrogarsi sul ciò che si sarebbe dovuto fare come cristiani, che devono rispondere, sì alla legge dello Stato, ma andare oltre, verso la legge dell’Amore. (e questo senza nemmeno considerare la possibilità se lo Stato potesse limitare la libertà religiosa (diritto costituzionale) o modificare unilateralmente  il Concordato ed i suoi allegati (come evidenziato dalla sempre brava Costanza Miriano).

Su questo crinale inclinato, della dimenticanza “dei diritti di Dio” oltre che dei fedeli, ieri hanno persino chiuso le chiese a Roma, impedendo anche ai (pochi) fedeli di inginocchiarsi dinanzi al Santissimo (salvo poi accorgersi dell’errore e riaprirle il giorno dopo). In Polonia invece i vescovi, per evitare assembramenti, hanno deciso al contrario di aumentare le messe,  con una soluzione che preserva le esigenze civili con quelle della fede. Evitiamo dunque di nasconderci dietro le legge degli uomini, Cristo ci ricorda che Cesare non può pretendere tutto, ma che dobbiamo dare a Dio ciò che è di Dio.

Cristo infatti chiede di più ai suoi discepoli, di ogni tempo:

“Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e farisei,
non entrerete nel Regno dei cieli”:

In pace.

 




Laudate Dominum

 

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Testo latinoTraduzione in italiano
Laudate Dominum omnes gentes
Laudate eum, omnes populi
Quoniam confirmata est
Super nos misericordia eius,
Et veritas Domini manet in aeternum.
Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto.
Sicut erat in principio, et nunc, et semper.
Et in saecula saeculorum.
Amen.
Lodate il Signore, tutti.
Lodatelo, tutti gli uomini.
Perché egli ha consolidato
La sua misericordia su di noi,
E la verità del Signore dura in eterno.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo,
Come era nel principio, ora e per sempre,
E nei secoli dei secoli.
Amen.