Chiese chiuse a Roma. Anzi no, chiese aperte a Roma

Papa Francesco ed il vicario di Roma Card. Angelo De Donatis

Papa Francesco ed il vicario di Roma Card. Angelo De Donatis

 

di Sabino Paciolla

 

Nell’articolo di oggi avevo scritto che mi sembrava una decisione senza precedenti nella storia della Chiesa, perché attuata nel cuore della cristianità, quella di chiudere le chiese della diocesi di Roma, il cui vescovo è proprio il Papa, a causa della pandemia del coronavirus.

Gli eventi sono stati rapidi e convulsi. Prima il comunicato della CEI che attribuiva al senso di responsabilità verso il bene comune la chiusura delle chiese. Poche ore dopo arriva il decreto del vicario della diocesi di Roma, cardinale Angelo De Donatis, che stabilisce che “Sino a venerdì 3 aprile 2020 l’accesso alle chiese parrocchiali e non parrocchiali della Diocesi di Roma, aperte al pubblico (cf. cann. 1214 ss C.I.C.), e più in generale agli edifici di culto di qualunque genere aperti al pubblico, viene interdetto a tutti i fedeli.” (enfasi mia).

Seguono smarrimento e sconforto nei pastori e nei fedeli.

Stamattina il Papa nella sua omelia della messa mattutina da Casa Santa Marta smentisce clamorosamente il decreto di qualche ora prima del suo vicario De Donatis. Il papa infatti dice: “E vorrei anche pregare oggi per i pastori che devono accompagnare il popolo di Dio in questa crisi: che il Signore gli dia la forza e anche la capacità di scegliere i migliori mezzi per aiutare. Le misure drastiche non sempre sono buone, per questo preghiamo: perché lo Spirito Santo dia ai pastori la capacità e il discernimento pastorale affinché provvedano misure che non lascino da solo il santo popolo fedele di Dio.”

L’Elemosiniere del Papa, Card. Konrad Krajewski, presente alla messa del Papa, immediatamento dopo, esce e va ad aprire ai fedeli la chiesa romana di Santa Maria Immacolata all’Esquilino, di cui è titolare, dicendo: “Nel pieno rispetto delle norme di sicurezza è mio diritto assicurare ai poveri una chiesa aperta. Stamattina alle 8, sono venuto qui e ho spalancato il portone. Così i poveri potranno adorare il Santissimo Sacramento che è la consolazione per tutti in questo momento di grave difficoltà”.

Gli eventi oggettivi hanno fatto sembrare che vi fosse stata una sconfessione del vicario di Roma (e del card. Bassetti, presidente CEI) da parte del Papa. Ovvio che una decisione così grave come quella della chiusura delle chiese di Roma non potesse essere presa dal vicario della diocesi di Roma senza l’assenso di Papa Francesco, che di quella diocesi è il vescovo. Allo stesso modo, anche la decisione della CEI riguardo la chiusura delle chiese non è pensabile che sia stata presa senza un preventivo assenso del Papa. Erano deduzioni logiche che tutti hanno fatto, ma che non potevano essere esplicitate prima di una prova. 

Per quanto riguarda la diocesi di Roma, la prova è arrivata proprio dal vicario De Donatis, che in una lettera inviata ai fedeli di Roma ha spiegato il gesto con queste parole

“Con una decisione senza precedenti, consultato il nostro Vescovo Papa Francesco, abbiamo pubblicato ieri, 12 marzo, il decreto che fissa la chiusura per tre settimane delle nostre chiese.

Non ci ha spinto una paura irrazionale o, peggio, un pragmatismo privo di speranza evangelica. Ma l’obbedienza alla volontà di Dio. Questa volontà ci si è manifestata attraverso la realtà del momento storico che stiamo vivendo. È obbedienza alla vita, che è forse il modo più esigente con cui il Signore ci chiede di obbedirgli.

Il contagio da coronavirus si sta diffondendo in maniera esponenziale.(…)

Un’ulteriore confronto con Papa Francesco, questa mattina, ci ha spinto però a prendere in considerazione un’altra esigenza: che dalla chiusura delle nostre chiese altri “piccoli”, questa volta di un tipo diverso, non trovino motivo di disorientamento e di confusione. Il rischio per le persone è di sentirsi ancora di più isolate. Di qui il nuovo decreto che vi viene inviato con questa lettera e che contiene l’indicazione di lasciare aperte le sole chiese parrocchiali e quelle che sono sedi di missioni con cura d’anime ed equiparate.”

Dunque, il vicario della diocesi di Roma Card. De Donatis, di comune accordo con il Papa, sarebbe meglio dire obbedendo al suo volere, ha emesso il decreto di chiusura delle chiese di Roma. Successivamente, dopo la presa di coscienza del “disorientamento e confusione” che la decisione aveva provocato, sempre sotto indicazione del Papa, ha emesso a poche ore di distanza un nuovo decreto che faceva marcia indietro rispetto alla decisione della sera prima. Le chiese di Roma ora sono nuovamente aperte. 

 

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Ecco il testo dell’intera lettera del Card. Angelo De Donatis

 

Con una decisione senza precedenti, consultato il nostro Vescovo Papa Francesco, abbiamo pubblicato ieri, 12 marzo, il decreto che fissa la chiusura per tre settimane delle nostre chiese.

Non ci ha spinto una paura irrazionale o, peggio, un pragmatismo privo di speranza evangelica. Ma l’obbedienza alla volontà di Dio. Questa volontà ci si è manifestata attraverso la realtà del momento storico che stiamo vivendo. È obbedienza alla vita, che è forse il modo più esigente con cui il Signore ci chiede di obbedirgli.

Il contagio da coronavirus si sta diffondendo in maniera esponenziale. In pochissimi giorni il numero degli infetti raddoppia, e di questo passo non è difficile prevedere che in due mesi raggiunga l’ordine di decine di migliaia di persone solo in Italia. È evidente il rischio di collasso delle strutture sanitarie, già ventilato da molti, soprattutto per la sproporzione tra le risorse di terapia intensiva disponibili e il crescente numero di malati. Potrebbe perdere la vita un numero elevato di persone, soprattutto anziani e soggetti vulnerabili. Possiamo arginare questa tragica eventualità solo applicando misure per frenare il contagio e permettendo al S.S.N. di riorganizzarsi. Gli italiani crescono nella consapevolezza che dietro all’invito di non uscire di casa c’è un’esigenza improcrastinabile di curare il bene comune. È questa la realtà che stiamo vivendo.

Cosa ci chiede il Signore, qual è la sua volontà, quella a cui siamo tenuti ad obbedire? Fare del nostro meglio e dare il nostro contributo per la salute di ognuno. Stringersi gli uni agli altri non fisicamente, ma con la solidarietà reciproca, perché gli anziani e i malati, che in questo momento sono i “piccoli” che Gesù mette al centro, possano percepire che c’è una società intera, Chiesa compresa, che non si rassegna alla loro morte. Di fronte a questo l’esigenza spirituale del popolo di Dio di radunarsi per celebrare l’Eucarestia diventa per noi cristiani oggetto di una rinuncia dolorosa. C’è prima l’esigenza spirituale della carità della cura per i nostri fratelli. Purtroppo, recarsi in chiesa non è differente dall’andare in altri luoghi: è a rischio contagio.

Sappiamo bene che questo ci turba ma non ci sconvolge. Il tempio è la Chiesa Corpo del Cristo, e lo Spirito di Dio è presente dove due o tre sono riuniti nel Suo nome. Adorare il Padre in spirito e verità, offrirgli il sacrificio della nostra vita, è il nostro culto spirituale, indipendentemente dal luogo in cui preghiamo. In questi pochi giorni è stato bello vedere come i cristiani di Roma sappiano inventare mille modi per rimanere in contatto, sostenersi reciprocamente, annunciare la Parola di Dio, celebrare l’Eucarestia a distanza… La Chiesa è un corpo vivo.

Un’ulteriore confronto con Papa Francesco, questa mattina, ci ha spinto però a prendere in considerazione un’altra esigenza: che dalla chiusura delle nostre chiese altri “piccoli”, questa volta di un tipo diverso, non trovino motivo di disorientamento e di confusione. Il rischio per le persone è di sentirsi ancora di più isolate. Di qui il nuovo decreto che vi viene inviato con questa lettera e che contiene l’indicazione di lasciare aperte le sole chiese parrocchiali e quelle che sono sedi di missioni con cura d’anime ed equiparate.

Cari sacerdoti, ci affidiamo al vostro saggio discernimento. Siate vicinissimi al popolo di Dio, fate sentire ciascuno amato e accompagnato, aiutate tutti a percepire che la Chiesa non chiude le porte a nessuno, ma che si preoccupa che nessun “piccolo” rischi la vita o venga dimenticato. Portate pure, con tutte le precauzioni necessarie, il conforto dei sacramenti agli ammalati, assicurate l’aiuto per le necessità ai poveri e a chi non ha nessuno su cui contare, evitate tutte quelle situazioni di contatto tra le persone che possano creare pericolo per la salute.

La preghiera in famiglia, tradizione dei nostri genitori e dei nostri nonni, venga recuperata e incrementata, attraverso anche i sussidi dell’ufficio liturgico e le iniziative sui social (#iopregoacasa#).

Affidiamoci ancora una volta all’intercessione della Madonna del Divino Amore. Preghiamo per il nostro Vescovo, Papa Francesco, nell’anniversario della sua elezione. Chiediamo per lui, come sette anni fa quando si affacciò dal balcone, la benedizione di Dio.

Con affetto e gratitudine

Angelo Cardinale De Donatis

 




C.E.I.: Abbiamo chiuso le chiese non perché ce lo abbia imposto il Governo ma per senso di responsabilità

Conferenza episcopale italiana

 

di Sabino Paciolla

 

La Conferenza Episcopale Italiana con un comunicato dell’8 marzo scorso aveva dichiarato:

Il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, entrato in vigore quest’oggi, sospende a livello preventivo, fino a venerdì 3 aprile, sull’intero territorio nazionale “le cerimonie civili e religiose, ivi comprese quelle funebri”.

L’interpretazione fornita dal Governo include rigorosamente le Sante Messe e le esequie tra le “cerimonie religiose”. Si tratta di un passaggio fortemente restrittivo, la cui accoglienza incontra sofferenze e difficoltà nei Pastori, nei sacerdoti e nei fedeli. L’accoglienza del Decreto è mediata unicamente dalla volontà di fare, anche in questo frangente, la propria parte per contribuire alla tutela della salute pubblica.

Questa decisione aveva creato non poche critiche di cui abbiamo dato conto in vari articoli (si veda ad esempio qui, quiqui e qui). Tali critiche, in particolare, mettevano in evidenza vari aspetti della questione, tra cui il fatto di non aver espresso alcuna obiezione pubblica dinanzi alla decisione del Governo di sospendere le messe, in particolare riguardo alla interpretazione del concetto di “cerimonia religiosa”. Ma ancor di più, per l’impressione data dalla Chiesa ai fedeli di un venir meno al mandato fondamentale ricevuto da Cristo.

Scriveva infatti l’avv. Fabio Adernò: “Negare il conforto sacramentale alle anime di quanti, tanto vivi quanto morti (sic!), sono nel bisogno è una gravissima omissione dolosa del mandato di Cristo alla Chiesa e ai suoi ministri che sono chiamati ad assolvere al dovere di dispensare i mezzi di salvezza in ogni umana circostanza, in pace e in guerra, rischiando anche la vita se necessario.

Eppure questa decisione annienta il mandato di Cristo, e lo subordina – per volontà di coloro ai quali è affidato, per divina volontà, di pascere il Popolo di Dio (cfr. can. 1008 CIC) – a una disposizione secolare di un governo che, nonostante l’indipendenza e la sovranità tra Stato e Chiesa consacrate dall’art. 7 della Carta Costituzionale, si spinge a interpretare da sé il significato dell’espressione ‘cerimonie religiose’ identificando con esse ‘ogni Santa Messa anche esequiale’”.

Scriveva a sua volta dom Giulio Meiattini: “Ma la cosa più triste, e preoccupante per il futuro dell’umanità, è che la stessa Chiesa (o meglio gli uomini di Chiesa) ha dimenticato che la grazia di Dio vale più della vita presente. Per questo si chiudono le chiese e ci si allinea ai criteri sanitari e igenici. La chiesa trasformata in agenzia sanitaria, invece che in luogo di salvezza. Ci pensino bene i vescovi a chiudere le chiese e a privare i fedeli dei sacramenti, dell’eucaristia, che è medicina dell’anima e del corpo: chiudere le porte ai cristiani e pensare di potersela cavare con la scienza umana, è chiudere le porte all’aiuto di Dio. E’ confidare nell’uomo, invece che confidare in Dio.”

Mons. Pope, infine, scriveva: “Alcuni mi definiranno irresponsabile per aver chiesto la ripresa delle messe pubbliche e comunitarie. ‘La gente sta morendo’, diranno. Posso rispondere solo dicendo che le anime muoiono per paura e per l’ossessione mondana della morte. La morte arriverà a tutti noi, e probabilmente non per un coronavirus. La domanda più profonda e più importante è questa: Siete pronti a morire e ad affrontare il giudizio [di Dio]?

Prendiamo ragionevoli precauzioni. Lavatevi le mani; evitate di toccarvi il viso; rispettate che alcuni non vogliano stringere la mano proprio ora. Ma soprattutto, non abbiate paura e non pensiate che Dio non abbia più il controllo. Andate a Messa e abbiate fiducia in Dio!”

A corroborare queste osservazioni critiche arrivano le storie dal “fronte” sanitario, dove in questi giorni gli operatori negli ospedali raccontano quanto si stringe loro il cuore nel vedere i pazienti, coscienti, morire in completa solitudine, non solo senza la presenza dei parenti ma, aggiungiamo noi, anche senza i conforti religiosi. 

Eppure, quanti sacerdoti e religiosi cappellani militari hanno portato il conforto religioso ai moribondi sul campo di battaglia sotto le bombe di una guerra, rischiando la propria vita. 

Infine, un servizio giornalistico andato in televisione qualche giorno fa acutamente osservava che le verità della fede sono in ritirata lasciando il posto alle verità della scienza perché saranno queste ultime a salvarci.

Ieri la C.E.I., probabilmente dopo le critiche montate, ha sentito la necessità di precisare la sua posizione con un nuovo comunicato, chiarendo un punto importante:

È con questo sguardo di fiducia, speranza e carità che intendiamo affrontare questa stagione. Ne è parte anche la condivisione delle limitazioni a cui ogni cittadino è sottoposto. A ciascuno, in particolare, viene chiesto di avere la massima attenzione, perché un’eventuale sua imprudenza nell’osservare le misure sanitarie potrebbe danneggiare altre persone.

Di questa responsabilità può essere espressione anche la decisione di chiudere le chiese. Questo non perché lo Stato ce lo imponga, ma per un senso di appartenenza alla famiglia umana, esposta a un virus di cui ancora non conosciamo la natura né la propagazione.

Dunque, con questo comunicato cade anche la critica alla C.E.I. che diceva che essa avrebbe dovuto opporsi al Governo appellandosi al can. 838 del Codice di Diritto Canonico che sancisce che spetta «unicamente all’autorità della Chiesa» regolare la Sacra Liturgia. Molti fedeli, infatti, avevano chiesto alla Chiesa di farsi parte attiva di una controproposta tesa ad assicurare l’accesso dei fedeli ai sacramenti mediante una prudenziale autoregolamentazione che avrebbe potuto prevedere una moltiplicazione delle celebrazioni durante le giornate, in modo tale da permettere una partecipazione più diffusa e, al contempo, più controllata ai Riti. Si sarebbe potuto prevedere un numero massimo di fedeli per ogni messa in funzione degli spazi e della distanza di sicurezza di ogni posto a sedere. Sarebbe stato possibile prevedere anche un sistema di igienizzazione continua tra una celebrazione e l’altra. Del resto è proprio quello che è avvenuto negli spazi interni ed esterni ad alcune chiese domenica scorsa. 

E’ da tener presente che è proprio questa la posizione presa dal presidente della Conferenza Episcopale Polacca, l’arcivescovo Stanisław Gądecki di Poznań, il quale ha detto

“In relazione alle raccomandazioni dell’ispettore capo dei servizi sanitari, secondo le quali non dovrebbero esserci grandi raduni di persone, chiedo di aumentare – per quanto possibile – il numero delle Messe domenicali nelle chiese, in modo che un certo numero di fedeli possa partecipare alla liturgia … secondo le direttive dei servizi sanitari”

Poiché tra le funzioni di una chiesa c’è quella di curare le malattie spirituali, “è impensabile che non si preghi nelle nostre chiese”

Invece, la Conferenza Episcopale Italiana ha deciso diversamente. Questo comunicato ha il merito di aver chiarito le cose. 

Non stupisce dunque che, proprio agganciandosi a questo comunicato, la diocesi di Roma, ieri, 12 marzo, con decreto del cardinale vicario Angelo De Donatis ha stabilito che:

Sino a venerdì 3 aprile 2020 l’accesso alle chiese parrocchiali e non parrocchiali della Diocesi di Roma, aperte al pubblico (cf. cann. 1214 ss C.I.C.), e più in generale agli edifici di culto di qualunque genere aperti al pubblico, viene interdetto a tutti i fedeli. Rimangono accessibili solo gli oratori di comunità stabilmente costituite (religiose, monastiche, ecc.: cf. can. 1223 C.I.C.), limitatamente alle medesime collettività che abitualmente ne usufruiscono in quanto in loco residenti e conviventi, con interdizione all’accesso dei fedeli che non sono membri stabili delle predette comunità.

Dunque, nella diocesi di Roma, secondo questo comunicato, sarebbe stato “interdetto a tutti i fedeli” l’accesso alle chiese. Pertanto, se prima non era permesso partecipare alle messe, ma almeno ci si poteva fermare nelle chiese a pregare, da quel momento in poi neanche questo sarebbe stato più possibile. 

Non sono uno storico, ma ho la netta sensazione che quella sia stata una decisione senza precedenti nella storia della Chiesa, presa addirittura nel cuore della cristianità.

Se oggi, con tutte le precauzioni, si può andare al posto di lavoro, all’ufficio postale, in banca o nel supermercato, per rifornirsi del cibo che alimenta il corpo, perché a Roma non si sarebbe potuto andare in un luogo sacro a pregare e alimentare lo spirito? 

Stiamo osservando la dedizione, il sacrificio, anzi, l’eroismo dei medici del corpo, e con loro i cappellani degli ospedali, ma desidereremmo vedere più presenza dei “medici” dell’anima nelle “corsie” delle strade cittadine, nelle “corsie” delle chiese?

Si comprendono benissimo le ragioni della gravità della pandemia. In questo momento, l’obiettivo cui tutti dobbiamo contribuire è quello di ridurre, limitare e infine azzerare la diffusione della infezione, ma la sensazione che in questo momento si percepisce è quella di una Chiesa in ritirata, di un affievolimento della sua prossimità verso chi soffre, verso chi ha bisogno, un bisogno che può essere anche solo spirituale in un momento di grande crisi.

Questa cosa deve aver colpito anche Papa Francesco (a proposito,auguri per il suo settimo anniversario sul Soglio Pontificio), il quale, durante l’omelia mattutina da Casa Santa Marta ha detto: “E vorrei anche pregare oggi per i pastori che devono accompagnare il popolo di Dio in questa crisi: che il Signore gli dia la forza e anche la capacità di scegliere i migliori mezzi per aiutare. Le misure drastiche non sempre sono buone, per questo preghiamo: perché lo Spirito Santo dia ai pastori la capacità e il discernimento pastorale affinché provvedano misure che non lascino da solo il santo popolo fedele di Dio.”

“Le misure drastiche non sempre sono buone”. Ecco, questo il punto.

Lo stesso deve aver pensato l’Elemosiniere del Papa, il cardinale Konrad Krajewski, il quale stamattina ha aperto la chiesa romana di Santa Maria Immacolata all’Esquilino, di cui è titolare, dicendo: “Nel pieno rispetto delle norme di sicurezza – sottolinea il l’elemosiniere apostolico – è mio diritto assicurare ai poveri una chiesa aperta. Stamattina alle 8, sono venuto qui e ho spalancato il portone. Così i poveri potranno adorare il Santissimo Sacramento che è la consolazione per tutti in questo momento di grave difficoltà”.

Le parole del Papa ed il gesto del suo Elemosiniere ha fatto fare oggi dietro marcia al Card. De Donatis che ha pubblicato un nuovo comunicato che potete leggere qui.

Un gran pasticcio! (per non aggiungere altro). Evidentemente, tutto questo senso di responsabilità pare non essere condiviso dal Papa.

Che tenerezza vedere sui social un parroco che fa un altarino su un Apecar e gira le strade pregando e benedicendo, un altro che porta il Santissimo per le strade, benedicendo case e negozi, un altro che porta fuori dalla chiesa una grande croce con Cristo e con il megafono prega, benedice e conforta. 

Ringraziamo questi sacerdoti che ci mostrano la vicinanza carnale di Cristo. Perché il timore è che chiuse le chiese, spariti i sacerdoti, negati i sacramenti, cancellata l’adorazione del Santissimo, si rimanga soli con le app del telefonino.

 

 

chiesa coronavirus 1

Disposizione in chiesa per mantenere la distanza di sicurezza per il coronavirus (domenica 8 marzo 2020)

 

chiesa coronavirus 2

Disposizione fuori la chiesa per mantenere la distanza di sicurezza per il coronavirus (domenica 8 marzo 2020)

 




Arcobaleno? Per i miei figli, preferisco il Paradiso

 

di Giorgia Brambilla

 

Sui gruppi whattsapp delle mamme, sta girando in questi giorni un’iniziativa per «lanciare un’onda di positività» per rassicurare i bambini in questa «situazione grigia». In pratica, ogni famiglia dovrebbe disegnare un arcobaleno su un lenzuolo, con la scritta «Tutto andrà bene», per poi appenderlo fuori dalle finestre.

È attraverso una visione così orizzontale che possiamo aiutare i bambini (e noi stessi) ad affrontare questo momento così drammatico? Pensiamo davvero che i soli valori umanitari possano dissetare l’inevitabile affanno del momento?

La deriva razionalista, che elimina la fede dal pensiero e dalla vita dell’uomo, considerandola superstiziosa o inutile, chiude il Cielo a chi non crede e spesso indebolisce anche la riflessione dei fedeli. Siamo in tempo di Quaresima, stiamo salendo il Calvario, la Croce si avvicina. Rifugiarsi in slogan umanitari è come distogliere “lo sguardo da Colui che hanno trafitto” (Gv 19,37), è misconoscere la divinità del Signore e la sua Provvidenza. Senza fede, infatti, la ragione non è in grado di penetrare la realtà e di coglierne il senso.

Questa epidemia, come sempre la sofferenza, porta con sé una domanda di senso sulla propria vita, che può persino tramutarsi nella più terribile provocazione verso Dio: «Se sei Dio, scendi dalla croce» (Mt 27,40). Fulton Sheen, nel testo “Sette parole alla Croce”, dice che questo atteggiamento è proprio quello degli umanisti, che considerano tutti i suggerimenti sulla fede, la grazia e l’ordine soprannaturale come impraticabili e inutili: «Essi vogliono un’educazione all’espressione di sé, un Dio senza giustizia, una morale senza religione, un Cristo senza Croce, un cristianesimo senza sacrificio, un regno di Dio senza redenzione». Questo è il prototipo di chi rifiuta tutto ciò che è divino.

I messaggi buonisti, come quello proposto via chat, in realtà, non sono affatto innocui; anzi, sono una tentazione per tutti noi. Sembrano dirci: «Scendi dalla tua fede..» (F.Sheen, Sette parole alla Croce). E questo perché gli umanisti giudicano la propria forza e l’efficacia dei loro propositi, in base alla liberazione dal dolore.

In fondo, non è questo ciò che chiediamo a Dio continuamente? «Toglimi questa sofferenza!». E sebbene sia lecito, ovviamente, chiedere a Dio l’eliminazione della sofferenza, la guarigione dalla malattia, la liberazione dalla pestilenza, la disposizione interiore nella preghiera dovrebbe però essere quella dell’obbedienza; la stessa di Cristo, che la imparò da ciò che patì (Eb 5,8).

Si fa fatica ad abbracciare la Croce e si preferisce dare risposte umane, non sempre obbedienti, a ciò che scuote le nostre sicurezze materiali: la mobilità, la comodità, la quotidianità. Siamo fin troppo abituati a sentirci liberi nella misura in cui possiamo assecondare qui e ora la nostra volontà di fare qualcosa; di comprare in qualsiasi momento qualcosa, di uscire come e quando vogliamo. Insomma, liberi di. Ma il vero volto della libertà è l’essere liberi per; in altre parole, la responsabilità.

Il concetto di responsabilità si evince dal quadro dell’esperienza etica originaria in cui ogni uomo si trova coinvolto per il fatto stesso di essere uomo. Esperienza che la ragione comprende e interpreta e che inizia nel momento in cui l’uomo coglie se stesso come esistente e chiamato, nello stesso tempo, a prendere posizione, a rispondere all’esistenza di fronte a un quadro di valori. La responsabilità è la cura per un altro essere che diventa “apprensione” nel caso in cui venga minacciata la vulnerabilità di quell’essere (H.Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica).

E la responsabilità che nasce dal pensiero del bene dell’altro oggi ci chiede uno stato particolare, una forma di isolamento, una quarantena, alcuni lo chiamano “coprifuoco”; in termini biblici, possiamo chiamarlo deserto. È una condizione di disagio, di solitudine, di angoscia. Ma la fede è capace di mostrarcelo come tempo favorevole: Dio conduce l’anima nel deserto perchè la ama e perchè vuole parlare al suo cuore (Os 2,16).

Dunque, questo è un tempo di fruttuosa intimità con il Signore; è un tempo di ascolto. Sono convinta che anche per i bambini sia un’opportunità grande di conoscere più profondamente il Signore, e noi che, come educatori, siamo mediatori di questo incontro, possiamo dare loro, con il nostro seppur misero esempio, la possibilità di “ricapitolare tutto in Cristo” (Ef 1,10) tramite la virtù di cui abbiamo più bisogno in questo tempo: la speranza. «Spera, anima mia, spera – diceva santa Teresa di Gesù. Tu non conosci il giorno né l’ora. Veglia premurosamente, tutto passa in un soffio, sebbene la tua speranza possa rendere incerto ciò che è certo e lungo un tempo molto breve» (Santa Teresa di Gesù, Exclamaciones del alma a Dios).

La speranza ci fa desiderare il Cielo, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia. Come dice il Catechismo, la virtù della speranza risponde all’aspirazione alla felicità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo; essa assume le attese che ispirano le attività degli uomini; le purifica per ordinarle al regno dei cieli; salvaguarda dallo scoraggiamento (CCC 1818).

Essa ci procura la gioia anche nella prova: «Lieti nella speranza, forti nella tribolazione» (Rm 12,12). L’umanitarismo orizzontale, invece, svuota la speranza di Dio, dopo averne annullato la fede. È la fede nell’uomo, nelle sue opere, in un’utopica e contraffatta terra promessa da cui persino Dio mise in guardia Mosè: «Non adorerai l’opera delle tue mani» (Mic 5,12). Se ci pensiamo, l’arcobaleno proposto sembra rappresentare proprio questo. Nelle fiabe, l’arcobaleno termina con una pentola piena d’oro, preziosa come gli idoli che serviamo al posto dell’unico Dio: denaro, ma anche successo, potere, sesso. Ma del resto, ogni buon rivoluzionario sa che per distruggere bisogna anche sostituire: il culto delle creature per oscurare in noi l’immagine del Creatore. Come non vedere, allora, in questo, la sintesi dei due peccati contro la speranza: presunzione e disperazione.

Capiamo finalmente che quel lenzuolo arcobaleno è in realtà una coperta, che nasconde la nostra immaturità emotiva e spirituale. Copriamo la nostra incapacità di riconoscere che alla situazione che sta vivendo l’Italia e che sta attraversando ognuno di noi, non possiamo dare risposta con le sole forze umane: non è mettendo un po’ di color arcobaleno sul grigio che troveremo pace; questo non è colorare, questo è “metterci una pezza”.

Lasciamoci alle spalle questi valori e ideali umani e diventiamo figli di Dio! (F.Sheen, Sette parole alla Croce) E soprattutto diamo questa possibilità anche ai nostri figli: lasciamo che i bambini vengano a Lui (Mc 10,14).

Osservo i miei bambini, cerco di memorizzare tutte le loro espressioni, le linee del loro viso, la tonalità del colore dei loro capelli, che nessuna tinta di un parrucchiere riuscirebbe a riprodurre. E più li guardo e più capisco che ciò di cui hanno bisogno è che la loro mamma si faccia “scala” come fece la Vergine Maria, non per far scendere il Figlio dalla Croce, come diceva santa Caterina da Siena, ma per aiutarlo a salire. È quella la via per il Cielo, non l’arcobaleno. «È Dio che ci dà la Croce ed è la croce che ci dà Dio (F.Sheen, Sette parole alla Croce)»; la Croce non deriva da nessun talismano, dal Cielo stesso è venuta la Croce. E noi, invece, vogliamo far scendere Cristo dalla quella Croce tutte le volte che sostituiamo la fede con valori umani facendo “impazzire le virtù”, come direbbe Chesterton, tutte le volte che ci copriamo gli occhi davanti alla sofferenza, tutte le volte che ci tappiamo le orecchie per sentire la domanda esistenziale che fa eco dentro di noi.

No, ai bambini va detta la verità. Una verità prudente, carica di quella pace che deriva dall’incontro sacramentale e personale con Cristo, commisurata alla loro capacità di capire; una verità che potrà farli sentire liberi di fidarsi di mamma e papà, liberi di chiedere l’aiuto che viene dall’alto.

E la verità è che non sappiamo se “tutto andrà bene”; ma sappiamo che «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28).

 




Come san Carlo Borromeo affrontò l’epidemia del suo tempo

Rilancio questo articolo del Prof. Roberto De Mattei sulla figura di San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano dal 1565 al 1583, durante la terribile peste del 1576. L’articolo è stato pubblicato su Corrispondenza Romana.

San Carlo Borromeo

 

(Roberto de Mattei) San Carlo Borromeo (1538-1584), cardinale di Santa Romana Chiesa e arcivescovo di Milano dal 1565 al 1583, fu definito, nel decreto di canonizzazione, come «un uomo che, mentre il mondo gli sorride con le maggiori blandizie, vive crocifisso al mondo, vive dello spirito, calpestando le cose terrene, cercando continuamente le celesti, emulo in terra, nei pensieri e nelle opere, della vita degli Angeli» (Paolo V, Bolla « Unigenitus » del 1 Nov. 1610). La devozione agli angeli accompagnò la vita di san Carlo, che il conte di Olivares, Enrique de Guzmán, ambasciatore di Filippo II a Roma, definiva «più angelo che uomo» (Giovanni Pietro Giussano, Vita di San Carlo Borromeo, Stamperia della Camera Apostolica, Roma 1610, p. 441). Molti artisti, come Teodoro Vallonio a Palermo e Sebastien Bourdon a Fabriano, hanno raffigurato nei loro dipinti Carlo Borromeo mentre contempla un angelo che ripone nel fodero la spada insanguinata per indicare la cessazione della terribile peste del 1576. Tutto era iniziato nel mese di agosto di quell’anno. Milano era in festa per accogliere don Giovanni d’Austria, di passaggio sulla via delle Fiandre, di cui era stato nominato governatore. Le autorità cittadine erano in fermento per tributare al principe spagnolo i massimi onori, ma Carlo, da sei anni arcivescovo della diocesi, seguiva con preoccupazione le notizie che giungevano da Trento, da Verona, da Mantova, dove la pestilenza aveva iniziato a mietere vittime. I primi casi scoppiarono a Milano l’11 agosto, proprio mentre vi entrava don Giovanni d’Austria. Il vincitore di Lepanto, seguito dal governatore Antonio de Guzmán y Zuñiga, si allontanò dalla città, mentre Carlo, che si trovava a Lodi per i funerali del vescovo, vi accorse immediatamente. La confusione e la paura regnavano a Milano, e l’arcivescovo si dedicò interamente all’assistenza dei malati, ordinando preghiere pubbliche e private. Dom Prosper Guéranger riassume così la sua inesauribile carità. «In mancanza di autorità locali, organizzò il servizio sanitario, fondò o rinnovò ospedali, cercò denaro e vettovaglie, decretò misure preventive. Soprattutto provvide ad assicurare il soccorso spirituale, l’assistenza ai malati, il seppellimento dei morti, l’amministrazione dei Sacramenti agli abitanti confinati nelle loro case, per misure prudenziali. Senza temere il contagio, pagò di persona, visitando ospedali, guidando le processioni di penitenza, facendosi tutto a tutti come un padre e come un vero pastore» (L’anno liturgico – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, Paoline, Alba 1959, pp. 1245-1248).

San Carlo era convinto che l’epidemia fosse «un flagello mandato dal cielo» come castigo dei peccati del popolo e che contro di essa fosse necessario ricorrere ai mezzi spirituali: preghiera e penitenza. Egli rimproverò le autorità civili per aver riposto la loro fiducia nei mezzi umani piuttosto che in quelli divini. «Non avevano essi proibito tutte le riunioni pie, tutte le processioni durante il tempo del Giubileo? Per lui, ne era convinto, erano queste le cause del castigo» (Chanoine Charles Sylvain, Histoire de Saint Charles Borromée, Desclée de Brouwer, Lille 1884, vol. II, p. 135). I magistrati che governavano la città continuavano a opporsi alle cerimonie pubbliche, per timore che l’assembramento di persone potesse dilatare il contagio, ma Carlo, «che era guidato dallo Spirito divino» – racconta un altro biografo – li convinse adducendo diversi esempi, tra cui quello di san Gregorio Magno che aveva fermato la peste che devastava Roma nel 590 (Giussano, op. cit. p. 266). Mentre la pestilenza dilagava, l’arcivescovo ordinò dunque tre processioni generali da svolgersi a Milano il 3, 5 e 6 di ottobre, «per placare l’ira di Dio». Il primo giorno il santo, quantunque non si fosse in tempo di Quaresima, impose le ceneri sul capo delle migliaia di persone riunite, esortando alla penitenza. Finita la cerimonia la processione si recò alla basilica di Sant’Ambrogio. Egli stesso si pose alla testa del popolo, vestito della cappa paonazza, con un cappuccio, a piedi nudi, la corda di penitente al collo e una grande croce in mano. In chiesa predicò sul primo lamento del profeta Geremia Quomodo sedet sola civitas plena populo, affermando che i peccati del popolo avevano provocato il giusto sdegno di Dio. La seconda processione guidata dal cardinale si diresse alla basilica di San Lorenzo Maggiore. Nel suo sermone egli applicò alla città di Milano il sogno di Nabucodonosor di cui parla Daniele, «mostrando che la vendetta di Dio era venuta sopra di essa» (Giussano, Vita di San Carlo Borromeo, p. 267), Il terzo giorno la processione si diresse dal Duomo alla basilica di Santa Maria presso San Celso. San Carlo portava nelle sue mani la reliquia del Santo chiodo di Nostro Signore, donata dall’imperatore Teodosio a sant’Ambrogio nel V secolo e concluse la cerimonia con un sermone dal titolo: Peccatum peccavit Jerusalem (Geremia 1,8). La peste non accennava a diminuire e Milano appariva spopolata, perché un terzo dei cittadini aveva perso la vita e gli altri erano in quarantena o non osavano uscire dalle loro case. L’arcivescovo ordinò che venissero erette nelle principali piazze ed incroci cittadini circa venti colonne in pietra sormontate da una croce per permettere agli abitanti di ogni quartiere di partecipare alle messe e alle preghiere pubbliche affacciandosi alle finestre di casa. Uno dei protettori di Milano era san Sebastiano, il martire a cui erano ricorsi i romani durante la peste dell’anno 672. San Carlo suggerì ai magistrati di Milano di ricostruire il santuario a lui dedicato, che cadeva in rovina, e di celebrare per dieci anni una festa solenne in suo onore. Finalmente nel luglio del 1577 la peste cessò e in settembre fu posta la prima pietra del tempio civico di S. Sebastiano, dove il 20 gennaio di ogni anno ancora oggi si officia una messa per ricordare la fine del flagello.

La peste di Milano del 1576 fu ciò che era stato per Roma il sacco dei Lanzichenecchi cinquant’anni prima: un castigo, ma anche un’occasione di purificazione e di conversione. Carlo Borromeo raccolse le sue meditazioni in un Memoriale, in cui scrive tra l’altro: «Città di Milano, la tua grandezza si alzava fino ai cieli, le tue ricchezze si estendevano fino ai confini dell’universo mondo (…) Ecco in un tratto dal Cielo che viene la pestilenza che è la mano di Dio, e in un tratto fu abbassata la tua superbia» (Memoriale al suo diletto popolo della città e diocesi di Milano, Michele Tini, Roma 1579, pp. 28-29). Il santo era convinto che tutto si dovesse alla grande misericordia di Dio: «Egli ha ferito e ha sanato; Egli ha flagellato e ha curato; Egli ha posto mano alla verga del castigo e ha offerto il bastone del sostegno» (Memoriale, p. 81). San Carlo Borromeo morì il 3 novembre del 1584 ed è sepolto nel Duomo di Milano. Il suo cuore fu solennemente traslato a Roma, nella basilica dei Santi Ambrogio e Carlo a via del Corso dove ancora lo si venera. Innumerevoli chiese sono a lui dedicate, tra cui la maestosa Karlskirche di Vienna, costruita nel XVIII secolo come atto votivo dell’imperatore Carlo VI, che aveva affidato la città alla protezione del santo durante la peste del 1713. Durante i suoi diciotto anni di governo della diocesi di Milano, l’arcivescovo Borromeo si dedicò con altrettanto vigore a combattere l’eresia, che considerava la peste dello spirito. Secondo san Carlo, «da nessun’altra colpa è Dio più gravemente offeso, da nessuna provocato a maggiore sdegno quanto dal vizio delle eresie, e che a sua volta nulla può tanto a rovina delle provincie e dei regni quanto può quell’orrida peste» (Conc. Prov. V, Pars I). San Pio X, citando questa sua frase, lo definì «modello del gregge e dei pastori nei tempi moderni, propugnatore e consigliere indefesso della verace riforma cattolica contro quei novatori recenti, il cui intento non era la reintegrazione, ma piuttosto la deformazione e distruzione della fede e dei costumi» (Enciclica Edita saepe del 26 maggio 1910). 

 




Stella Coeli extirpavit (Canto Gregoriano per i tempi di pestilenze)

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PREGHIERA IN TEMPO DI PESTILENZA:

STELLA CŒLI EXTIRPAVIT

La preghiera ha origine nella città di Coimbra (Portogallo). Allorquando scoppiò una violenta pestilenza, le monache di santa Chiara elevarono questa supplica al Cielo e pressoché immediata fu la cessazione del contagio.

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Stella caeli exstirpavit
Quae lactavit Dominum
Mortis pestem quam plantavit
Primus parens hominum.
Ipsa Stella nunc dignetur
Sidera compescere,
Quorum bella plebem caedunt
Dirae mortis ulcere.
O piisima Stella Maris
A peste succurre nobis;
Audi nos, Domina;
Nam Filius tuus nihil negans
Te honorat.
Salva nos Jesu pro quibus
Virgo mater te orat!
La Stella del Cielo,
che allattò il Signore,
distrusse la peste della morte, introdotta al mondo dal progenitore degli uomini.
Si degni ora la medesima Stella
placare il cielo,
che irato contro la terra, distrugge i popoli
con la crudele piaga di morte.
O pietosissima Stella del mare,
Tu salvaci dalla peste.
Sii propizia alle nostre preghiere,
o Signora, perché il tuo Figlio,
che nulla a Te nega, ti onora.
O Gesù, salva noi, per i quali
ti prega la Vergine Madre.

℣. Ora pro nobis, Sancta Dei Genitrix.
℞. Ut digni efficiamur promissionibus Christi.

Oremus. Deus misericordiae, Deus pietatis, Deus indulgentiae, qui misertus es super afflictione Populi tui, et dixisti Angelo percutienti Populum tuum: contine manum tuam ob amorem illius Stellae gloriosae, cujus ubera pretiosa contra venenum nostrorum delictorum quam dulciter suxisti: praesta auxilium gratiae tuae, ab omni peste, et improvisa morte secure liberemur, et a totius perditionis incursu misericorditer liberemur.

Per te Jesu Christe Rex Gloriae, Salvator Mundi: Qui vivis, et regnas in secula seculorum.  Amen.